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RIVISTA
DI FILOLOGIA
D'ISTRUZIONE CLASSICA
DOMENICO COMPARETTI - GIUSEPPE MULLER
GIOVANNI FLECHIA
TìLiTisro iDEOi]^a:o
• • •
TORINO
ERMANNO LOESCHER
1882
Boma e Fireiue presso la stessa Casa.
Torino — V. Bona, Tip. di S. M. e RR. Principi
195u:£^.;
• • •
• •
• •
• • •
INDICE GENERALE
DELLE MATERIE CONTENUTE NEL VOLUME X
GlottologU.
Ascoli Graziadio Isaia, Lettere glottologiche (Lettera prìma);7a^. i
Canello a. Ugo, Della posizione debole nei latino > 535
D'Ovidio Francesco, D'un recente libro di Delbriick e della
traduzione italiana del Merlo e di due nuove disserta-
zioni del Whitney > 3i4
Garlanda Federico, Della lunghezza di posizione nel latino,
nel greco e nel sanscrito > 430
▲reheologi».
D' Ovidio Francesco, D' una iscrizione latina antichissima > 1 1 3
Ferrerò Ermanno, Di una testa marmorea di fanciullo auriga
— Di una antica base marmorea con rappresentanze del
Nilo — Di un antico musaico a colori rappresentante le
quattro fazioni del circo, per Ersilia Caetani Lovatelli > 208
— IV —
MUller Giuseppe , On two inserì ptions from Olympia by D.
CoMPARETTi pag, 543
Oliva Gaetano, Iscrizioni greche di Olimpia e di Ithaka.
Memoria di Domenico Comparetti » 92
Teza Emilio, Di una iscrizione etnisca trovata in Magliano » 53o
Filologia groca.
Arrò Alessandro, La Pitica X di Pindaro. Saggio di G. Frac-
CAROLi > 371
Barco G. B., La filosofìa morale di Aristotele. Compendio
di Francesco Maria Zanotti con note e passi scèlti dal-
l' Etica Nicomachea per cura di L. Ferri e di Fr. Zam-
BALDi » 569
Cipolla Francesco, Lo Stato degli Ateniesi, studio e versione
di Giacomo De Franceschi . .' . » 182
— Le Nuvole di Aristofane, tradotte in versi italiani da Au-
gusto Franchetti , con introduzione e note di Domenico
Comparetti » 537
Jeep Ludovicus, Quaestiones criticae 377
Morosi Giuseppe, Se i Greci odierni sieno schietta discendenza
degli antichi (a proposito d'una recente pubblicazione} » 417
MOLLER Giuseppe , Osservazioni sulla traduzione delle Nuvole
di Aristofane, di A. Franchetti » 540
— Zakonische Grammatik von Dr. Michael Deffner » 375
Oodenino Michele, Le Nubi ossia Aristofane e Socrate . » 465
Oliva Gaetano, Le parole greche usate in italiano, memoria
del prof. Francesco Zambaldi > 198
Ramorino Felice, Platonis opera quae feruntur omnia. — Ad
codices denuo collatos edidit M. Schanz ...» 99
Setti Giovanni, Della fama di Aristofane presso gli antichi » i32
Teza Emilio, 'ArAeArrEAOZ » 4o5
Vitelli Girolamo, Studi di filologia greca pnbblicati da E.
PiccoLOMiNi pag. 366
— Ad Euripidis Herc, 190 » 4o3
Filologia latina.
Cortese Giacomo, Congetture Catoniane . . . . > 443
— M. PoRcii Catonis, De agri cultura liber — M. Terenti
Varronis, Rerum rusticarum libri tres, ex recensione Hen-
Rici Keilii > 544
Ferrerò Ermanno, Victoris episcopi Vitensis historia persecu-
tionis Africanae provinciae recensuit Michael Petschenig > 212
— Institutes de Gaius, par Ernest Dubois » 21 3
Fumagalli Carlo, Alcune osservazioni sul nuovo Vocabolario
della lingua classica latina compilato per uso delle scuole
dal prof. G. Rigutini » 104
Pajsdera Arturo, Commento metrico a XIX Odi di Orazio
Fiacco pel Dott. Ettore Stampini . . * » 187
— Le odi barbare di G. Carducci e la metrica latina , studio
comparativo del Dott. Ettore Stampini . » 191
Ramorino Felice, Principii della stilistica latina, per Antonio
Cima » 206
Sabbadini Remigio, Historische Syntax der lateinischen Sprache
von F. A. Draeger » 199
Stampini Ettore, Virgilio, La Georgica, versione di Angelo
Lo Jacono > 453
— Le Querolus, comédie latine anonyme. Texte cn vers res-
titué d*après un principe nouveau et traduit pour la pre-
mière fois en fran9ais, ecc. par L. Havet . • » 549
— Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo,
di Arturo Graf » 56o
— Tre letture sul grado di credibilità della Storia di Roma
nei primi secoli della città, di Luigi Schiaparelli . » 555
Tartara Alessandro, Dalla battaglia della Trebbia a quella
del Trasimeno (Questioni di storia romana) » 217
— VI — '
Istraiione dasilca.
Stampini Ettore, Proposte per un riordinamento della Fa-
coltà di lettere e fìlosotìa nelle Università del Regno pag. 71
Neerologift.
Carlo Graux » 376
DEI COLLABORATORI DELLA RIVISTA
Arrò Alessandro, Dottore in lettere a Torino.
Ascoli Graziadio Isaia, Professore all' Accademia scientifica lette-
raria di Milano.
Barco Giovanni Battista, Professore nel ^. Liceo Gioberti di To-
rino.
Camello G. Ugo, Professore nella R. Università di Padova.
Cipolla Francesco, Professore a Verona.
CoMPARETTi Domenico, Professore nel R. Istituto di Studi Superiori
in Firenze.
Cortese Giacomo, Dottore in lettere a Savona.
D'Ovidio Francesco, Professore nella R. Università di Napoli.
Ferrerò Ermanno, Professore nella R. Università di Torino.
Flechia Giovanni, Professore nella R. Università di Torino.
Fumagalli Carlo, Professore nel R. Liceo di Bergamo.
Garlanda Federigo, Dottore in lettere a Torino.
Jeep Lodovico, Professore nel Ginnasio di K6nigsberg.
Morosi Giuseppe, Professore nel R. Istituto di Studii superiori a Fi-
renze.
MuLLER Giuseppe, Professore nella R. Università di Torino.
Oddenino Michele, Professore nel R. Ginnasio di Alcamo.
Oliva Gaetano, Professore nel R. Liceo di Firenze.
Pasdera Antonio, Professore a Froslone.
Ramorino Felice, Professore nella R. Università di Palermo.
Sabbadini Remigio, Professore nel R. Liceo di Ventimiglia.
Setti Giovanni, Professore nel R. Liceo d'Aquila.
Stampini Ettore, Docente libero nella R. Universitèf di Torino.
Tartara Alessandro, Professore nel R. Ginnasio di Roma.
Teza Emilio, Professore nella R. Università di Pisa.
Vitelli Girolamo , Professore nel R. Istituto di Studii superiori a
Firenze.
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LETTERE GLOTTOLOGICHE
G. L CASCOLI.
PRIMA LETTERA.
{Sommario: I. Parole d*introduzione, che valgono insieme per questa
lettera e per le successive. — II. I motivi etnologici delle alte-
razioni del linguaggio. — III. Le combinazioni originali del tipo
TJA continuate per combinazioni greche del tipo t€Jò t€Ó. — IV. (ì^
e oOq; e l'applicazione che i Greci hanno fatto di alcune lettere
fenicie.)
Milano, 21 aprile 1881.
1. — Vi restituisco, amico pregiatissimo, la parte ma-
noscritta del vostro lavoro, rinnovandovi le mie congratu-
lazioni più schiette e più vive. Voi andate veramente molto
più in là di quei confini, oltre i quali a me non è dato di
portare, non che un vero giudizio, né anche un esame ben
sicuro. Ma ho considerato ogni cosa con la migliore atten-
zione che io potessi \ e mi sono sempre meglio persuaso ,
che all'indagine vostra, per quanto ella si dilati e si divarii,
non vengono mai meno e la bella sicurezza dei metodi e
la più larga intelligenza delle cose. Per quello che è dei
Hjvista eli filologia ecc., X. i
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propri (p^^r*>tudi, vedo poi con intima compiacenza, come
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abbiji. Ijirgamente fruttificato , per virtù vostra , quel poco
• • • •
cbé.)n>* io potuto darvi, o nella scuola, o nelle mie pagine
\ahrrhè troppo disperse; e più ne godo, quanto meno io spc-
•. -'fava che voi serbaste amore a coteste discipline. Nulla
perciò mi potrebbe riuscire più grato e dilettevole , che il
rispondere ai quesiti o seguir le esortazioni che mi avete
rivolto con tanto garbo e con un sentimento così affettuoso e
cosi lusinghiero. E spero che in qualche modo le forze mi vi
bastino; ma certo non mi sarà dato di farlo, come pur vorrei,
nel termine che voi m'indicate. O tentando senz'altro la teoria,
o insistendo sopra singoli fatti, lo studio de' quali riconduce
inevitabilmente alle affermazioni di principio, voi in effetto mi
invitate a una discussione, che versi intorno a quanto hanno
di più dilicato gli studi ne' quali io mi muovo e la più re-
cente loro storia. L'assunto non mi par lieve per chi debba
pigliarlo, com'è il caso mio, in mezzo a infinite distrazioni ;
e non me lo agevola di certo , o anzi me lo aggrava , il
vostro legittimo desiderio che io segua l' ordine voluto dal
vostro studio principale o dalle varie appendici. S'aggiunge
il desiderio, più forse cortese che non legittimo, di V... e
di P..., che io abbia a scriver queste Lettere in un modo
alquanto meno ostico dei soliti miei saggi, quasi si presu-
messe di parlare anche a chi non fa della glottologia 1' o-
bietto esclusivo o principale dei propri suoi studi.
Ma, insomma, io mi proverò, incominciando oggi stesso.
E se a voi pare intanto , che la mia obedienza mi possa
render lecita un'ammonizione d'ordine generale, io mi pe-
riterò tanto meno a farvela sentire, quanto più sono sicuro
che voi non mi dobbiate frantendere. V ha , dunque , un
vizio generale o come un peccato d'origine nel vostro libro,
e massime per quanto concerne le cose glottologiche; vizio
che di certo si risolve in un argomento di lode per voi, o
- 3 -
almeno di gratitudine per noi tutti, ma del quale pur gio-
verebbe, e per la sostanza e per V effetto , che i vostri bei
volumi andassero esenti. Egli sta nella foga, con la quale
voi rivendicate o propugnate la parte che spetti alla scuola
italiana negli ultimi incrementi del sapere. Vedo bene, che,
per quanto è del mio proprio campicello, io vo doppia-
mente accagionato di questo impeto vostro che a me pare
soverchio; poiché c'entrano insieme la vostra grande bene-
volenza per me e V incuria apparente con la quale io ho
assistito a discussioni od a negligenze parecchie. Ma non è
mai stata vera incuria. E stato un riserbo, che in certa
parte m'era imposto da altri obblighi miei, e per una molto
maggior parte m'era suggerito dalla sicura fiducia che non
sarebbero mancate , in favor mio , voci ben più autorevoli
ed efficaci che non la voce mia propria. Le citazioni che
mi sono permesso di apporre, qua e colà, a' vostri margini,
vi condurranno senz'altro a riconoscere, che se qualche in-
sistenza può ancora parer lecita circa il contingente che di
qua dair Alpi s' è dato agli ultimi studi di codesta specie,
resta pur sempre che la rimunerazione e' è ormai venuta ,
anche d'oltralpe, non già scarsa o stentata, ma anzi gene-
rosa, quando si guardi al complesso, e a volte anche ec-
cessiva. 11 pericolo d'essere ingiustamente rimeritati si fa
sempre minore in questo nostro mondo un po' troppo ca-
lunniato. Allargatasi via via la palestra degli studi , sì che
ormai non ha quasi alcun impedimento pur dai confini tra
nazione e nazione, né alcuna specie di giudici privilegiati ,
vi si rende, o impossibile o vana, ogni sentenza angusta od
astiosa. Così possiamo sempre starcene abbastanza tran-
quilli circa Tapprezzamento dell'opera nostra; o possiamo
almeno aspettare, con animo rassegnato , che una qualche
occasione di nuove indagini, intrinsecamente profittevoli agli
5tudi, ci dia modo di parlare , con giusta misura , anche
- 4 -
intorno alla storia , più o meno minuta , della qualunque
parte che già abbiamo nello stesso campo sostenuta (i).
(i) Vi devo in ispecie pregare di non mandare alla stampa, senza
aver fatto precedere nuove e pacate diligenze, il resto delTAppendice
in cui venite a parlare delle aspirate e delle serie palatine ecc., alle
quali serie vi prometto di ritornare nella prossima Lettera. Vi sa-
rebbe un pò* d'ipocrisia, dalla mia parte, se assolutamente io mi op-
ponessi alla vostra affermazione che da codeste indagini della scuola
milanese ripeta il suo principio una certa rinnovazione degli studi
fonistorici intorno alla parola indo-europea ; e vi concedo abbastanza
facilmente che paia strano il veder mandato il mio nome insieme
con altri, anziché solo, per alcune di codeste percezioni ; né vi con-
dannerò, di sicuro, per il modo con cui giudicate di certe opposi-
zioni, le quali mi vedrete poi Condannare anche più deliberatamente
che non faceste voi. Ma, pur concessovi tutto questo, qui più che mai
vi debbo porre in guardia contro il vostro zelo troppo ardente. Voi
tralasciate molte distinzioni; e malgrado lo schietto vostro amore per
la verità e la giustizia, venite a alcune sentenze, più o meno generali^
che feriscono a torto e gli stranieri e i nostrali. Se così il Delbrùck
[Einleitung in das sprachstudium , 5g, i36], malgrado alcuni miei par-
ticolari schiarimenti (5/. cn/., II, 25sgg.), non ha fatto le parti giuste
per ciò che è delle serie palatine ecc., voi vedrete, a suo luogo,
quanto malagevole gli potesse tornare il far diversamente. Per ciò
che è poi delle aspirate greco-italiche, anche il Fick (*io55) si è espli-
citamente riferito alla mia ricostruzione; e se T indicazione sua non
si ripete nell'ultima ristampa, ciò non deve punto attribuirsi a un'inten-
zione menche benevola. Il Pezzi, dal canto suo, avea già studiato questa
teoria nella sua Grammatica storico-comparativa della lingua latina ,
e l'aveva molto accuratamente esposta e applicata, contrapponendola
alle teorie del Corssen con un coraggio che a quei tempi non era
punto comune. Posso anche soggiungere , senza commettere alcuna
indiscrezione, che a Napoli, nella scuola di Kerbaker , quella teoria
fu suffragata, sin dalle prime, di un'esposizione cosi limpida, con-
vinta e calorosa , da mettere invidia nel suo autore. — Se i Saggi
indiani a voi piacciono tanto e forse troppo (e avete, nel tanto e nel
troppo, un buon compagno, il Flechia) , non c'è stato nessuno, per
quanto io sappia, che ne contestasse il valore. E quanto alle mie
esercitazioni romanologiche, non potrete non convenire che i Flechia,.
i Mussafìa, gli Schuchardt, i Foerster, per non dire che di questi y
mi abbiano addirittura guastato con la loro bontà. Ai Francesi bi-
sogna tener conto delle loro peculiari condizioni. Essi devono pri-
mamente pensare al proprio loro pubblico, ed è pressoché inevitabile
che assumano talvdta certe loro particolari intonazioni , quando in
— O -
Ancora permettete, in questa specie d' esordio , un* altra
osservazione, d'indole men generale^ ma che pur tocca una
parte abbastanza considerevole dei ragionamenti ai quali
m'invitate, e anche si connette abbastanza strettamente con
l'ammonizione che ho fatto precedere, perchè mi paia non
inopportuno di qui innestarla. Voi cioè , da buon meridio-
nale, sillogizzate con terribile abondanza contro quella pre-
tesa rinnovazione di principi che sarebbe « il decalogo dei
Neo -grammatici ». Le stritolale queste povere Tavole della
nuova fede; e fate di quei Leviti e dei Diaconi, e pur di
qualche più o meno inconsapevole Suddiacono cisalpino ,
uno scempio che ricorda i Vespri. Ora io vi dirò molto
candidamente, che l'acume e la verità mi parvero bensì
brillare in quasi tutte quelle terrìbili pagine*, ma che il
vostro discorso pur mi riconduceva di continuo alla sentenza
del Manzoni intorno agli effetti della Biblioteca Ambrosiana,
dei quali (^ sarebbe facile dimostrare in* due frasi, al modo
<c che si dimostra, che furono miracolosi, o che non furono
<c niente ». Concedo, che agli allievi delle nostre scuole di
linguistica debba parer singolare , e pressoché incredibile ,
che certi accorgimenti o enunciati elementari, familiarissimi
a loro da cosi gran tempo, or si vogliano proclamare come
cose nuove, come canoni metodologici di cui nessuno , per
Taddietro, vedesse la grande e sicura portata. Ho stentato
ispecie sì tratti di misurarsi con i Cisalpini. Sono, del rimanente,
cose poco men che impercettibili. — Più ragione potreste avere per
ciò che è di alcune percezioni morfologiche, d'ordine più o meno
generale ; e non tarderò a tenervene discorso. Ma qui è anche da
considerare la troppa dispersione delle mie note ; la quale in parte
dipende dalla scarsità delle mie forze, in parte da una dura necessità
in cui si sono generalmente trovati i linguisti italiani della genera-
zione cui io appartengo ; dal bisogno, cioè, di raggiungere e accom-
pagnare e continuare gli stranieri , in ordine a troppe cose ad un
tempo. Beata la generazione che ora è libera di fare altrimenti !
MM*i
-6-
anch^io a prestar fede a^ miei occhi quando ebbi a lecere
che andava finalmente riconosciuto il bisogno d^ntendere
Tevoluzione de^ suoni secondo la ragione effettiva della loro
entità naturale; o riconosciuta Tutilità grande che dalla con-
siderazione delle fasi moderne della parola si può ritrarre
anche per quant^è della dichiarazione o ricostruzione delle
fasi antiche; o scoverta Tefficacia varia e grandissima delle
spinte analogiche; o scoverto ancora, che di ogni eccezione
od incertezza, onde soffrono o paiano soffrire le norme fo-
nologiche , debba cercarsi un perchè, il quale in effetto la
risolva; e altro che sia di simigliante. Di certo voi potete
aggiungere, con animo sicuro, che , ben lungi dalP essere
per noi una fase nuova di studi quella che sMnformi a co-
deste massime, le nostre scuole da un pezzo rappresentano
una fase più inoltrata; quella, cioè, in cui maestri ed allievi
hanno ormai utilmente esercitato un lavoro insistente di
critica sperimentale intorno a ogni affermazione dì cotal
maniera. Né punto mi sembrano superflui , anche per gli
iniziati, quei saggi, più o meno popolari, che voi imaginate,
per esemplificare Tampiezza grandissima e la solidità tetra-
gona di resultanze ormai conseguite, circa le quali sìen pur
costretti a confessare questi banditori della buona novella
che nulla per essi ne debba andare detratto o vi possa an-
dare aggiunto. Sono anzi pronto ad aiutarvi in quest'opera;
e sono il primo a convenire, che, se la dottrina non è nuova
(in quanto è buona), il linguaggio di qualche suo apostolo
è stato, per vari modi, assai infelice. Concedo ancora, per
dir d'un ultimo particolare, che gli esempi di pretesa etero-
dossia (Pesempio sia poi una singola dichiarazione, o tutto
un libro, o tutt'un autore), intorno ai quali la nuova Chiesa
ha cimentato Fazione sua propria, dovettero talvolta parer
scelti proprio a rovescio; e non nego che qualche redar-
guizione, rapida e stringente, possa ancora tornare oppor-
- 7 —
tuna o doverosa. — Ma, appunto perchè è vero tutto questo,
è vero insieme, che nessun turbamento ce ne dee venire in
ordine alle soni o al progresso della nostra disciplina. Anzi
è tun^ altro. Si tratta, in realtà , di valorosi compagni di
studio , che si vengono industriando , con particolare insi-
stenza , intomo air azione di alcuni principi , la virtù dei
quali, sempre ammessa, ora diventa, per loro merito, sempre
più largamente manifesta. Valgono essi e varranno a conti-
nuare e à correggere Topera di coloro che li hanno imme-
diatamente preceduti, così come l'opera di questi ha conti-
nuato e corretto quella dei maestri che avevano lavorato
prima di loro. Se qualche trovato li inebbria o qualche pre-
sunzione li illude, non li persuaderemo del loro torto col
trasmodare a nostra volta. Senza poi dire, che voi inasprite
la disputa con argomentazioni propriamente personali, non
sempre giuste , e quasi sempre (scusate) o inopportune o
superflue (i).
(i) Così mi duole grandemente, che sia tra* fogli stampati quel
passo in cui discorrete, con tanto acerbo rigore, del sentimento che
nutra TOsthofifper le cose mie. Ma voi siete confutato, nel modo
più irrefragabile, dal suo stesso articolo nella Literatur^eitung [di
Jena, art. 476 dell'anno 1878], che pur conoscete e allegate! Io vi
concedo subito, che nei tre puntiy come voi dite, TOsthoff abbia molto
torto, e non solo dinanzi alla linguistica , ma anche un po' dinanzi
alla moralità letteraria. Senonchè, appunto per questo, io non mi son
dato nessuna premura di mandar per le stampe una qualunque mia
risposta. Ed ecco ora, se mei permettete, come io sarei, pressappoco,^
proceduto nella esposizione dei tre punti e nelle rispettive risposte ,
quando io mi fossi risoluto di favellarne in pubblico.
Primo punto. — Io sono accusato, non solo di consentire,
nella pratica, che le norme fonologiche patiscano eccezioni , ma an-
cora di sostener quest'eresia in sede teorica; e il grave peccato si
troverebbe commesso a p. 39 del sec. voi. degli Studi Critici,
Or la verità è questa. Io non parlo mai , né scrivendo , nò inse-
— 8 —
Insomma , io non vi vorrei parere epigrammatico -, ma
devo pur confessare, che in luogo delle vostre 72 (dico set-
tantadue) pagine di polemica generale, io altro in sostanza
gnando, di eccezioni. Mostro e dimostro che di un dato suono, o di
una data combinazione di suoni, si possano anche avere esiti diversi
in una lingua medesima o in un medesimo dialetto , e cerco le ra-
gioni delle diversità. Spesso le trovo; e quando io non le trovi, con-
chiudo: non par possibile che la data voce o la data sefie di voci
non abbia il fondamento etimologico che le assegniamo, ma la ra-
gione della special determinazione fonetica non è ancora trovata.
Cosi io credo che facciano tutti i veri linguisti da un gran numero
d'anni. Tutti cosi diciamo, per esempio, chien -frane, è cani s, e
pain frane, è panis; la base -ani è identica in entrambi (la
differenza di quantità, che è tra canis e pànis, non vale, come ognun
sa, in ordine a' riflessi neo-latini), ma la resultanza è diversa dall'uno
all'altro; e la ragione della diversità è trovata; vedi, per es., Arc/i.
glott.^ Ili, 71-2. Oppure diciamo: av\'iene in uno stesso dialetto, che
GL ecc. di fase anteriore, o si mantenga, o si riduca a / ; ma il primo
caso si verifica a formola protonica, il secondo a formola postonica ;
vedi, per esempio, Arch, glott.^ I, ui. O ancora ci chiediamo, perchè
podio dia rit. poggio^ e medio dia air incontro Tit. me:{^o^ o
radio dia insieme raggio e raj^o; e le distinzioni cronologiche,
le quali ci valgono, per consimili differenze, in altre parti delle serie
neo-latine risalenti a dj (v., per es., Arch. glott.^ly 5ii), qui ancora
non si possono sicuramente accampare ; come non si possono ancora
accampar sicuramente di cotali distinzioni in un caso com*è quello
di gabbia it. = e a ve a allato a pioggia it. = p 1 o v i a , o in un
caso com'è quello di macchia e maglia j le due forme per le quali si
continua nell'italiano, cioè nel dialetto fiorentino, il lat. macula,
secondo le due diverse significazioni sue (trattasi veramente , come
oggi ognuno conosce , di un rlj di fase anteriore , che si semplifica
in kkj o in //;', secondo che ceda la seconda o la prima delle tre
consonanti aggruppate); v., per es,, Arch, glott.^ Ili, 288. Si potrebbe,
ogni esperto lo sa, continuare indefinitamente con ricordi di siffatta
specie. E c'è poi bisogno d'avvertire, che le ragioni, non ancora tro-
vate, si cercan di continuo? E che altro fo io, poiché si discorre del
— 9 —
non direi se non ciò che si contiene nelle tre o quattro pa-
ginette che ho qui fatto precedere , solo aggiungendo , per
quella che voi argutamente chiamate la gabarra psicolo-
mio modesto esempio, da ben più di vent^anni? Se, dunque, le pa-
role che si trovano a p. 39 del secondo volume degli Studi Critici
pur si prestassero a quelÌ*equivoco da cui par dipendere l'imputazione
dell*Osthoff, l'equivoco dovrebbe senz'altro andar respinto, come una
imaginazione affatto assurda. Ma si aggiunge, che quelle parole af-
fatto non si prestano ad alcun equivocò, lo cioè m'opponeva (nel
1867] a certe solenni affermazioni, dalle quali si sarebbe dovuto in-
ferire che la fonologia comparata fosse cosa estremamente facile e
semplice , quasi non si trattasse se non < dell* unica e esclusiva for-
mola A=: B », e tutta la disciplina si potesse « tradurre in una specie
di tavola pitagorica o di bussola delle lingue. » Affermavo dal canto
mio, come tutti dovevano e debbono affermare, trattarsi veramente
di ben altro; poiché, a cagion d'esempio, il lat. uber non risponde
meno sicuramente all'indiano ùdhar , di quello che il lat. medio al-
l'indiano madhja^ comunque nel primo caso s'abbia b =dhj e nel se-
condo: d=zdh. E soggiungevo: « Di certo, la^ saldezza della nostra
< dottrina fonologica proviene per molta parte dalla grande costanza
« di molte equazioni della semplice formola A=:B; ma più precisa-
le mente sta in ciò: che per un sistema d'analogie, geometricamente
- perfette, nel quale ciascun idioma ha le sue particolari ragioni e
< ciascun suono è partitamente considerato in ogni sua diversa con-
< giuntura, risaliamo, dall'un canto, alle condizioni originali de* sin-
< goli elementi, e, dall' altro, ne seguiamo, per infiniti meandri , le
« infinite e spesso ben recondite peripezie. » Ora l* Oslhoff vorrebbe,
fermandosi a cotesto mio esempio, che l'interdentale protoitalica
(una specie di th inglese di pronuncia sorda) diventasse b in uber per
effetto del r; e all'incontro si determinasse in ^nell'altra voce {medio),
perchè non le era attiguo un r. Io qui non discuterò cotesta spiega-
zione, e l'ammetto senz'altro per giusta. Ma, imprima, si toglie mai per
essa che lo dh originario o sanscrito abbia nel latino due diversi con-
tinuatori e entrambi legittimi, e quindi non si regga il principio del-
l'esclusiva formola A » B? In secondo luogo, una tal dimostrazione
sarà mai cosa che contraddica comunque a chi ponea, nella sua de-
- 10 -
gica, una specie d^ interpellanza, formulata pressappoco in*
questi termini : « A voialtri è piaciuto e piace continuamente
« parlare di momenti psichici, di azione psichica, di un'arte
finizione, il sistema ' geometricamente perfetto , nel quale ciascun
'suono è partitamente considerato in ogni sua diversa congiuntura ' ?
E finalmente, chi ha preparato alTOsthoff Tinterdentale paleoitalica,
dalla quale egli ripeterebbe tutto quanto il suo lavoro? Glierba pre-
parata un mio antico studio, che si riproduceva in quello stesso mio
libro !
Secondo punto, quello che voi chiamate il ritornello ar-
meno. — Io ho espresso l'opinione {St. crii., II, 228), nella quale ri-
mango sempre fermo, che il -n dell'armeno a-nu-n, nome, e d*altret-
tali, sia un' affissione seriore, da conguagliarsi con quella che è nel-
l'arm. tu-n, casa, e altrettali. L'Osthoff m' oppone, che se io credo
perduto V -an originario pure in esempi cosi antichi quali sarebbero
le voci per * cane' e * nome * (temi sscr. fvan, nàman)^ non si sa poi
vedere donde io voglia prendere 1' -an ascitizio che io presumo aderir
più tardi a codeste serie di temi armeni. In quest'occasione, ripro-
duce rOsthoff una sua noterella [Morph, unters., I, \iS=zJen. Li-
teratur:(eit,, 1. e], con la quale mi rimette bruscamente a un luogo
in cui THiibschmann avrebbe dimostrato che all'armeno sia estranea
la riduzione iranica di fv in sp.
Ora ecco la troppo facile ma tranquilla risposta. — L'Osthofif ha
manifestamente creduto che 1' -an ascitizio, del quale io parlava, così
per anun ecc., come per tun ecc., fosse V -an originario del tipo nà^
man o del tipo fvan ! Ma come poteva io fare un'ipotesi, che avrebbe
appunto negato quel ch'io voleva dimostrare? Io parlava di un -an
ascitizio, equivalente a un primitivo -ana ; come appunto poneva Fe-
derigo Mliller, che giustamente ho citato (p. 224) ! Quindi io postu-
lava uno f[v\'ana^ come si postula uno dvar-ana ecc., o come si po-
stula , con una diversa aggiunzione, lo ^aka che diede aitaxa, cane ,.
ai Medi. Dicevo poi, tra parentesi, che, per più d'una ra-
gione, stavo dubbio circa l'attenenza tra Tarm. it/n, gen. san, e il
sscr. fvan ftin. In effetto , e' è, da un lato , che di contro al med.
aTraxa s* abbia il pers. sag e altri riflessi iranici in cui non si vede
;raccia del v fondamentale, che qui dovrebbe anzi essere p, E e' è.
— 11 -
« psicologica per la quale s' innovi la nostra disciplina; e
« potete vedere come alcuni adepti, più o meno digiuni di
ti scienza vera , vadano facendo la voce grossa intorno al
dall'altro, l*arm. skund, allato al pure arm. èun ecc. Intorno a tutto
ciò, io non ho affatto nulla da mutare; e allego altrove, e commento
a tale proposito, il rapporto che è tra lo zendo vJgpa, V antico pers.
vica e il curdo gisk. Ma in tutto codesto non e' entra poi, in
effetto, né punto né poco, Tidea che io mi fa-
cessi 0 mi faccia dell'attinenza tra l'armeno e
gl'idiomi persiani ecc. Quest'idea, se TOsthoff o altri hanno
curiosità di saperne qualcosa di più, non implica punto che io mandi
rarmeno, senz* alcuna distinzione, col gruppo iranico. L'opportuna
distinzione io la ripeto ogni anno a' miei allievi ! Ma giova poi sog-
giungere, che, circa fv in 5p , non e' è, nel passo dell* Htibschmann ,
quello che TOsthoff ha reiteratamente asseverato che ci sia. Ivi non
si dice che Tarm. spitaky bianco, sia voce forestiera. Di a^va sscr.
[afpa zendo) ivi si avverte che ne manchi il continuatore armeno ,
l'armeno adoperando, pel nome del ' cavallo ', voci d'altre basi. L'e-
sempio dunque è semplicemente sottratto alla prova, ma
non fa prova contro fv in sp. Resta il controverso skund^ il quale
ha anche poi accanto a sé i greci aKÓXXo^ e okO^vo^. — Ecco, dunque,
come codeste escandescenze iranologiche portano in sé medesime il
giusto castigo per chi vi si é malamente abbandonato.
Rimarrebbe il terzo punto; l'accusa, cioè, che io non abbia
ben trattato V Htibschmann. Quest' accusa ha, é vero, come voi dite,
rapparenza di un brutto scherzo. Ma io non mi ci so fermare. Me
ne rimetto alla coscienza dell' Htibschmann stesso , pel quale io non
ho, nò ebbi mai, se non un sentimento di molta gratitudine e di
molta stima. ^ Voi, intanto, vogliate troncare, o correggere almeno,
vi prego, tutto quanto a questo proposito vi viene da dire dei Te-
deschi. Come mai ci può qui entrare questo strano modo di esagerar
nella difesa, massime oltrepassandosi, come voi fate, la ragione degli
studi, per entrare in considerazioni d'ordine prettamente morale ? O
non sono forse tedeschi il Curtius e Johannes Schmidt e lo Spiegel,
e gli altri che voi stesso citate per lo schietto amore col quale è lor
piaciuto di considerar le cose mie? Non è egli un buon tedesco, in
- 12-
« capitolo della psicologia^ che dai pecchi sarebbe slato ne-
« gletto! Ora, diteci in coscienza: tutta codesta psicologia
« consiste essa in altro che nella considerazione di due serie
« di agguagliamenti ; una delle quali si può ben rappresen-
« tare per l'esempio dell'it. mietiamo, con Vie che storica-
« mente non gli spetterebbe e proviene, per livellazione di
« forme, dalle voci con la prima accentata {mièto ecc.)^ a
« cui storicamente egli spetta; e l'altra si può rappresentare
« per l'esempio dell' it. mossi , che assume , per un' altra
« specie di livellazione di forme, il si di scrissi (scripsi) ecc.,
(( estraneo a lui nell'ordine storico o latino ? — Dovete si-
« curamente riconoscere, che, in tutta la vostra psicologia^
unon c'è altro, non c'è assolutamente altro;
« e se volete poi continuare coi paroloni psicologici e vi
K ostinate a non concedere che non è punto nuovo, ned è
(( comunque in se rinnovato , il principio di esercitazioni
c( cosiffatte, noi non vi potremo più altro dire, se non che
« tutti i gusti sono gusti. » — Ma l'effetto pratico rimarrà
a ogni modo, per buona fortuna, lo stesso : che cioè i gio-
vani continueranno a imparare dai vecchi, e viceversa (i).
ispecie, il venerando Schweizer-Sidler, che ha sempre messo, e mette
sempre, un amore così grande nel far valere Topera modesta di questo
Cisalpino che gli deve tanto e non ha mai avuto la consolazione di
parlargli ?
(0 Se la polemica generale mi sembra soverchia, credo all'incontro
che gioverebbe insistere di più ne* particolari. Così, per esempio, io
trovo assai curioso il saggio della ' nuova dottrina * che qui ora v'ad-
duco :
« La lingua italiana riconosce la legge fonetica, che il lat. quy in-
« terno innanzi a e ed /, si palatinizzi : cuocere coquere , laccio la-
« queus, torcere lorquere , cucina coquina; diversamente no: acqua
< aqua, cuoco coquo. Ma il numerale cinque non s' adatta a questa
« regola ; laddove il rumeno, all'incontro, che segue la stessa norma
- 13-
II. — Ma io ho ormai abusato, con queste prediche, della
mia qualità di vostro antico maestro, e vengo senz'altro al-
l'argomento che oggi più vi preme, cioè ai motivi etno-
logici nelle trasformazioni del linguaggio.
« circa la riduzione palatina del qUy ha cincia cinque, in corrispon-
€ denza affatto normale con gli altri casi di qu interno mutato in e* :
« nici neque, coace coquere , stoarce cxtorquere. Cfr. Diez, gr.^ 1*
« (!'), 264, 263, 481-2. Il motivo, per cui T it. cinque devia, mal si
€ potrà, io credo, vedere in altro se non in ciò, che qui intervenisse
« un agguagliamento col numerale per le cinque decine (cinquanta) ,
< nel quale il qu ^ secondo norma fonetica, resiste ». Osthoff, in
Morphol. untersuch. von Osth. u. Brugmann, l, 129.
Dunque, siamo intesi : dato un lat. -que- -qui- , V italiano deve
avere -ce- -ci-; e dato un lat. -qua- o -quo-y l'italiano deve man-
tenere incolume l'antica formola, o almeno la gutturale amica; quando
non intervenga una qualche perturbazione d*ordine analogico. — Ma,
se è così , perchè dunque diciamo segui sequeris , segue sequitur , e
non seci seceì Si farà qui agire V ' attrazione ' della gutturale che è
di ragione istorica in seguo segua seguono} Ma l'analogia italiana
vorrebbe tutt'altro (cfr. torco torca , allato a torce torci \ oppure io
cuoco e io cuoca o cuocia^ allato a cuoci cuoce) ! Oppure oseremo in-
vocar r aiuto taumaturgico del tipo distinguo distingui^ che insieme
scusi, cioè dia una ragione di ' adattamento *, anche per la trasfor-
mazione ' irregolare * del quo di sequor in guo (cfr. luogo^ allato a
fuoco e giuoco) ? E aquila, nqp defila^ come si spiega? Sarà voce non
popolare ? O come si spiega Vdvolo =: a q u i 1 o , che è in vent-óvolOy
raquilone (cfr., per V -0- : debile debole, fievole ecc. ecc. ^ ?
Si potrebbe continuare molto lungamente con questa serie di do-
mande; e i romanisti si rallegrerebbero tutti, senz'alcun dubbio, delle
risposte che un cosi acuto indagatore, com*è TOsthoff, si compiacesse
di far loro sentire, a illustrazione de* suoi apoftegmi. Ma a noi, semi-
romanisti più o meno vecchi e di stampo più o meno antico, sia in-
tanto lecito dichiarare, che il sentirci discorrere, per torcere ecc.,
di 'legge italiana * del que qui in c'è c'i , o il sentir circoscritto il
fenomeno a que qui interni, o il citarsi il rumeno c'iVic'i come prova
del rigore della ' legge rumena * di que qui in c'è c'i , son tutte cose
- 14 —
Superfluo che io v^assicuri, non esser minore la mia ma-
raviglia di quel che sia la vostra, nel veder così strana-
mente trascurati codesti motivi e tanto mal misurata e male
che ci fanno strabiliare. Ci sia perciò lecito di mostrare insieme, con
molta brevità, quel che noi poveri vecchi modestamente insegniamo,
da una bella serie d*anni, intorno a questa materia.
Le formole qve qvi perdettero in alcune voci, sin da un molto an-
tico periodo del volgare romano , il loro v ; e la esplosiva guttu-
rale, riuscita attigua per tal modo alla vocale palatina , venne, col
tempo ,' a ridursi a esplosiva palatina , cosi com'era avvenuto per
le antiche formole ke ki {cerno ecc.). Una così antica riduzione
è avvenuta pei seguenti quattro esemplari: quinque (prima sillaba),
laqueus , torquere , coquere ; i quali , passando per la fase di kinque ,
lakeo [lakjo] y torkére {tórkere] ^ cokere , si fecero cinque y lacfcfo y
torciere , cadere. Tutte le favelle neolatine ripercuotono concor-
demente cotesta riduzione dei quattro esempi , cioè danno nei loro
riflessi quel che darebbero per ce ci cj di fondamento latino (v. Arch,
glott.j ^ass.]. È solo un'apparente eccezione quella delle forme sarde
chimbe tórchere cóghere , che gl'inesperti potrebbero voler condurre
a quinque ecc. piuttosto che a c'inque ecc. 11 vero è che quinque^ a
cagion d'esempio, avrebbe dato bimbe al sardo (cfr. bindighi = quin-
dici) j e che un e' di fase anteriore si continua normalmente nel sardo
(logudorese) per k (^) ; v. Arch, glott., II, 143-144, e cfr. Lef. di
fon, comp.y § 18, 2. Il sardo chimbCy tradotto in figura toscana, so-
nerebbe c'ingue.
Il perchè di questa riduzione cosi antica, la quale intaccava torquet,
a cagion d'esempio, e non intaccava sequi ^ non è ben chiaro, per ora,
ma poco ci manca. In quinque può avere agito la tendenza a dissi-
milare, che in quindecim non aveva motivo d'azione. Per laqueus c'è
da avvertire, che la vocale palatina era nell'iato , e quindi trattavasi,
nel volgare, di j (laqvjo), cioè del più efficace tra gli elementi pala-
tini. La combinazione medesima si riproduceva, in alcune forme ca-
ratteristiche, anche per torquere (torqueo torqueas, cioè torqyjo ecc.).
Chi osi ancora ricondurre secius a sequi us (io ora non intendo pro-
nunciarmi), qui pure avrebbe il qvi nell' iato ; e più in là noi sa-
remo nuovamente condotti a questa medesima osservazione.
Anche per qualche altro esemplare la riduzione resulta antica e dif-
— 15 ~
descritta la forza o T azione d' altre cause alterative. Voi
avete , con molta abilità e dottrina , riassunti e fecondati ,
per alcune parti, gl'insegnamenti della scuola; e così io non
fusa, ma la figura incolume dovea reggersi nel volgare accanto alla
ridotta. Penso specialmente a quercus, il quale ha pur potuto risen-
tirsi della tendenza a dissimilare (cfr. querquetum e quercetum). Cosi
il sardo chercu^ quercia, ritradotto in figura toscana, giusta la norma
che s*è testé ricordata, ci dà veramente dercuy e ci conduce perciò al
napol. diércole^ grosso ramo di quercia, o a c'ersa del siciliano ecc.,
o
di contro al tose, quercia. La tendenza a dissimilare aveva incentivo
non minore in querquedula. Ma il farciglione del dizionario italiano,
allato a farchetola o farquetola del dizionario stesso (cfr. Flechia ,
Arch, gLy IV, 385) , dice poco. E il frane, cercelle e altri termini
che gli consuonano, con entrambi i qve ridotti, fors'entrano piuttosto
in un'altra categoria d'esempi, della quale or passo a toccare.
Il numero degli esempi ridotti venne cioè a estendersi, in varia
misura, ma ancora assai anticamente, nel volgare di qualche regione
romana. Dei criteri che possano aversi per l'antichità di codeste ri-
duzioni regionali, s'è incominciato a toccar^ neW Arch. gì., I, 90 n
(cfr. 522-23 n , 524). Citavo or'ora il frane, cercelle , che trova ac-
canto a se, oltre lo spagn. cerceia, la riduzione cisalpina che si rap-
presenterebbe pel diminutivo piemont. ger^lót o pel friul. gergéfie
(anche vedo in qualche scrittura di dotti italiani : cercedola ceree-
vola^ che non so bene da qual regione vadan ripetuti). Ma, nel Friuli,'
anche feri quaerere, e gèd quiete. Circa i quali due esempi, si potrebbe
rinnovare l'osservazione, che già di sopra si fece per la molto antica
riduzione di laqueus ecc. Qui ritorniamo, vale a dire, a que qui nel-
l'iato: quiéte\ e quiére ecc. delle voci caratteristiche di quaerere con
l'antico dittongo volgare (friul. f ir = f iVr = quaerit ; cfr. l'it. chie-
dere). S'aggiunge però anche il friul. gè nel significato di ' quid '.
Le formole qvc qvi, in quanto ancora incolumi nel latino volgare,
avrebbero dovuto dare, nel rumeno, pe piy come qva vi diede pa -pe
o
{patru quattuor, ape aqua). Ma l'elemento labiale di qve qvi deve in
o
questa regione esser sempre taciuto, sin dalle prime età dell' immis-
sione latina (come vi tacque lo stesso elemento pur nel qva di qualis,
onde il rum. care e non pare\ cfr. l'it. chi quis, o il friul. aghe
- 16-
avreì pressoché nulla da aggiungere, e non ho affatto nulla
a ridire, intorno alle dimostrazioni che si riferiscono alla
riazione che gli idiomi aborigeni deirindia hanno esercitato
aqua, ecc.) ; sempre cioè qui si parte da ke ki per qve qvi del vol-
gare latino; e ke ki sempre poi qui danno, per norma specifica e
costante: de di (cfr. lo slavo). Abbiamo perciò in Rumenia : de di-ne
di contro agli it. che chi, per la stessa ragione che vi abbiamo calcai
(it. calchi) falde , calcas calcat. Cosi c'incoi vi riviene a finche
(c'inke) = cinque \ e il secondo d vi è' d* un' età affatto diversa da!
primo; com'è di età affatto diversa dalla palatina iniziale (e di mo-
tivo affatto diverso), la diversa palatina finale del c'inc^ di parecchi
dialetti ladini ; cfr. Arch,, \, 206 ecc.
Già cosi riuscimmo a negare, per via indiretta, che V it. cinque si
debba a un particolare * adattamento ' ; stia , cioè , per dinc*e , in
grazia di cinquanta. Ora convien che segua e si legittimi la diretta
affermazione, che V it. cinque è tal quale la schietta e storica forma
del latino volgare. A questa rivengono, affatto normalmente, anche*
il c'unc dei ladino di Sopraselva, cioè di-u-nk, con 1* attrazione del-
r u che precedeva a altra vocale (clune : cinque :: liunga : lingua ; cfr.
Arch. gì., I, 92, 112 ecc.); e il sardo chimbe =zdingue; e il frane.
cinq'y ecc.
il latino volgare non aveva ridotto a ke c'è la seconda sillaba di
quinque, come non ebbe mai ridotto a ki di il qui del verbo sequi o
di aquila ecc. In tutti gli esempi, le cui antiche basi volgari manten-
nero incolume il qv di qve qvi , se ne ebbero poi , molto natural-
mente , neir italiano e altrove , esiti o continuatori non diversi da
quelli che vi si ebbero per il qv della base qva. Perciò, neiritaliano:
cinque, aquila, seguire, *dvilo (vent-avolo, aquilone), così come : ov-
'Unque ecc. (-unquam), acqua, eguale e avale (entrambi da acquale).
Medesimamente nel fondamento ladino e nel fondamento francese :
seuvere sequi, come auva aqua (cfr. Arch. gì, ^ I, 211) ecc. O mede-
simamente nel sardo: abile abilastru (aquila aquilotto; si parte da
agvila ; e la fase avila ritorna ne' ladini fiulja ecc., Arch, gì., I, 210),
come abba aqua (agva) ; ecc.
II parallelo di media (lat. gve ecc.) non può non riuscire
scarso, poiché il latino non tollera le rispettive formole se non interne
-17 —
sulla parola ariana a cui essi vennero soccombendo. Ma
credo che gioverebbe una maggiore e migliore insistenza in
ciò che risguarda le ragioni etniche delle alterazioni che pa-
e precedute che sieno da ;2 o r; vedi Lef. difonoL^ § 26. Pei riflessi
volgari e neolatini, ci riduciamo veramente alle sole basi ngua nguo
ngue ngui. Pure, la congruenza tra la serie di media e quella di tenue,
resulta assai bella e piena. Poniamo primo Tesempio ninguit (ningit),
la cui forma incolume, Tunica probabilmente che in effetto risonasse,
è attestata, ben meglio che per virtù di codici, dall'abruzzese nengue.
Né le contrasta il rum. ninge, che risalirà a ninghe, per ghe in gè,
secondo la norma generale ricordata di sopra per le basi di tenue ;
onde pur sunge sangue, e altri consimili riflessi rumeni, si ricondu-
o
cono, il più probabilmente , a *sanghe ecc. di fase immediatamente
anteriore ; cfr. rojri rogas, ecc. Poi sia ricordato unguere ungere ,
dove la forma ridotta resta Tunica nel verbo neolatino, Taltra conti-
nuandosi a mala pena nel nome unguento. Circa extinguere, che é
estingere nella base ladina, provenzale e francese, non vorrei senten-
ziare se Toscillazione risalga a Roma antica (cfr. Arch, gL, I, 92-3 n).
Ma certo è che il numero degli esemplari ridotti si estende in quelle
stesse regioni nelle quali vedevamo che s'estendesse per le basi di
tenue. Perciò T intero gv si continua negT ital. sangue ^ inguine in-
guinagìia , anguilla (cfr. lingua) , o nei sardi sambene imbena am-
bidda (cfr. limbay^ ma alTincc^ntro ho mostrato che in§e stia a fon-
damento del termine ladino e francese per T ' inguine * (Arch. gì,,
ib.); e un san^e per sangue dee stare in fondo al frane, saigner
(:=sainjare , cfr. Tit. dissanguare). Cosi a san^e riviene il friul.
san![(t cornus sanguinea; e a piìige an^illa ì (rmì, pens[ pingue, ansile
anguilla.
Questa è dunque , per ora , la resultanza delT indagine veramente
scientifica, la resultanza, cioè, per la quale davvero si affina e si ac-
cresce il sapere, e della quale si può dire, rimanendo alT antica de-
terminazione , che sia ' geometricamente istorica '. L' opera si potrà
anche perfezionare, senz' alcun dubbio ; ma avverrà questo per virtù
di affermazioni temerarie, o non piuttosto per virtù d*una riguardosa
continuazione del lavoro già assodato, riguardosa e modesta tanto più,
quanto più sarà viva, larga e profonda ?
liivista di filologia ecc. X -
~ 18 -
tisce la parola romana. Alludo specialmente a quelle tra-
sformazioni del latino che vadan ripetute dalla riazìone della
favella celtica sulla romana; e vorrei provarmi a darvi
qualche saggiuolo dei modi di esposizione che a me par-
rebbero, nel caso vostro, i meglio adatti. Veramente, non
sentirete cose che la Scuola già non v^abbia dato per guisa
più o meno continua ; ma forse vi accorgerete viemeglio ,
che, sopra questo campo, la dimostrazione riesce e più age-
vole e più efficace. A ogni modo, io sbozzo, molto rapida-
mente, un tipo qualunque, e voi farete di più e di meglio.
Premetto, sulle generali, che per quanto s'attiene alle
mutazioni direttamente promosse dalle predisposizioni orali
degl'indigeni, noi abbiamo, per ora, tre modi d'induzione
o di riprova. Un modo è questo : l'alterazione della parola
latina si avverte entro quel territorio che la storia insegna
o consente che andasse contrastato tra Romani e Celti o
più propriamente tra Romani e Galli, e non si avverte, al-
l'incontro, al di là di quei termini \ perciò s'inferisce, senza
altro , dall' effetto alla causa , se pur non ci sia ancora
dato conseguire alcuna particolar riprova dell'azione che si
imputa, nel caso determinato, a codesta causa. Un secondo
modo è questo : l'alterazione specifica, che la parola latina
subisce nel territorio galloromano , si riproduce nella evo-
luzione del proprio linguaggio dei Celti medesimi. Un terzo
modo è finalmente questo: l'alterazione specifica, che la pa-
rola latina patisce nel sovrapporsi a quella dei Galli, è si-
milmente patita dalla parola germanica che si sovrappone
anch' essa alla celtica, o nella stessa contrada od in altre.
Il primo modo si potrebbe dire di congruenza corogra-
fica; il secondo, di congruenza intrinseca; il terzo,
di congruenza estrinseca. Una resultanza che sia otte-
nuta anche pel primo solo di questi tre modi , accresce il
valore di ciascun'altra, e a vicenda ne ha accresciuto il va-
- 19 -
lore suo proprio. Se poi una resultanza è comprovata per
più modi, nessuno vorrà negare ch'essa vada tra le migliori
scoperte che sul nostro campo si possano sperare. Poiché
la quantità o la qualità delle cose provate va naturalmente
considerata anche sotto il rispetto della nostra facoltà di
provare; e questa facoltà è grandemente ridotta per ciò,
che la diretta notizia dei dialetti un tempo parlati dai Galli
sui territori che andarono romanizzati, si riduce, ahimè, a
presso che nulla. Dobbiamo ricorrere, come a men discosti
ausiliari, ai dialetti britoni, stretti parenti bensì degli antichi
dialetti della Gallia , ma pur non altro che parenti, e tali
ancora i cui monumenti non ci riconducono a età gran
fatto antica. Tra i quali dialetti britoni , io intanto prefe-
risco citare quello del Galles o il cimrico ; perchè il britone
deir Armorica, rifluito in Francia, dal di là della Manica,
qualche secolo dopo Cristo, può talvolta lasciare in certuni
un qualche dubbio, che, tra lui e il francese, anziché trat-
tarsi di evoluzioni che analogamente si riproducano , non
d'ahro si tratti se non di mero influsso neolatino nel cel-
tico moderno.
I. Prendo le mosse da uno dei fenomeni di cui già
avete opportunamente toccato , cioè dall' ti che tra' Gallo-
romani viene a rispondere all' é latino ; per es., frane, o
lomb. iwr — dùrus, crii {criid) = crùdus.
La prova, che diciamo corografica, è presto data.
Il fenomeno occorre in Francia, nella zona ladina e pei
territori franco-proveniali e gallo-italici (i). Non occorre
(i) [Mandando ora alla stampa questa Lettera^ non mi pare super-
fluo di aggiungere qualche parola sul Tim portanza istoriologica che è
qui data ali* u galloromano, benché s* abbiano, più in là, parecchie
note, in cui è generalmente accennato alle ragioni onde si assicura
- 20 -
nelle Spagne, o al versarne mediterraneo della penisola ita-
tale importanza ai fenomeni fonetici del neolatino o del celtico, in-
torno ai quali versa questo rapido sbozzo. Molto prima che V inda-
gine scientifica venisse a tentare queste connessioni (cfr., p. e., Schu-
CHARDT, Vok,, I, 466-7, per V ei ecc.), se ne aveva tra noi come una
persuasione tradizionale, e appunto il fenomeno deli' ti, pel quale si
collegano Milano, Genova, Torino e Parigi, andava tra quelli che
eran citati di continuo. Poi venne Tetà dello 'scetticismo incipiente',
e s'incominciò a sentir parlare dell* 2 = tr = u in Grecia, come d* una
prova del poco fondamento che sopra siffatte cose si potesse fare, e
di un nuovo argomento per la bella conclusione che 'tutto nasce
dappertutto'; quasi che, a tacer d'altro, non si trattasse, nel gallo-
romano, d'un incontro il qual fa parte di un ampio sistema di con-
gruenze, e pel quale, come per Tintìero sistema, una gran sezione
della romanità si distacca dal resto. Più tardi ancora, duole il con-
fessarlo, le dubitazioni d'uomini rispettabilissimi, i quali , con gene-
rosa abnegazione, molto utilmente si restringono entro a modesti
confini, ma forse non voglion sempre riconoscere che angustia dr
lìmiti non consente larghezza di giudizi, vennero a turbare maggior-
mente le nostre acque. Sia citato, honoris causa, il Lucking, il quale
accampa [Die ditesi, fram^. mundart.; Berlino 1877, p. 148-49), contro
l'antichità deirù*, i due argomenti che or riferisco. Imprima, Vii la-
tino non sarebbe passato in U , all' infuori del francese, se non in
'singoli dialetti', come nel neoprovenzale, nel ladino engadinese e
nel lombardo. Poi, nel latino de' documenti merovingi occorre u per
ó; e in un'età, in cui l'antico n già sonasse i7, mal si potea venire
all'idea di adoperare codesto carattere, in luogo delT 0, per espri-
mere un suono che sicuramente era diverso dall' U ; dunque 1* u y.
scritto per 0 , dev'essere più antico che non l' U pronunziato per «►
Orbene, circa il primo argomento, può parer singolare che si por-
tasse innanzi, da tal valentuomo, nel 1877. Di certo, non c'è 1' U in
tutti i dialetti ladini de' Grigioni ; ma i dialetti che non l'hanno, lo
ebbero, e anzi lo esagerarono, arrivando all' i = u , come qui sopra
ora vediamo. Per la Cisalpina, poi, c'è ben altro che un 'lombardo *
da mettersi tra i 'singoli dialetti'; e insomma è dimostrato da un
pezzo, che anche per 1' U si ristabilisce la continuità dall'Alpi Car-
— 21 —
liana(i),o nelle isole italiane,o tra' Rumeni. Quanto a riprove
intrinsech e, abbiamo che nel britone si risponde per «
nichc air Oceano. Quanto ai secondo argomento, io non me ne so
meravigliare abbastanza. Poiché, ai tempi de' Merovingi , il francese
non si scriveva punto, e V u perciò non rappresentava a que' scribi
latini alcuna pronunzia francese o alcun ragguaglio etimologico tra
latino e francese. L' 9 latino, per giusta e sicura tradizione, letteraria
r
e vernacola, era un o chiuso e si confondeva con V u; e facilmente
si scriveva nus e honure, come si scriveva ubi e cruce, — Ogni in-
dagine metodica, per minuto che l'obietto ne sia, giova sicuramente
anche alle ricostruzioni generali; e chi osi queste, senz'aver sudato
ostinatamente intorno ai particolari, sempre di certo fabbricherà sul-
l'arena. Ma anche sia lecito, una volta tanto, avvertire i pregiudizi
e i pericoli a cui pur ci porta una limitazione o una segregazione
^verchia e fittizia. Le letterature volgari si schiudono timide e im-
pacciate, come vergognose di sé, desiderose di nascondere tutto ciò
per oui il loro linguaggio "soverchiamente si distacchi dalla illustre
anticliità. Il glottologo che tuttavolta non le considerasse con la mag-
giore attenzione, mostrerebbe di non conoscere il proprio mestiere ;
ma l'antichità de' fenomeni dialettali va per lui, di regola, ben più in
su ctxt non vadano i monumenti letterari ; e non già per il solo fatto
delle ricostruzioni, salde e piene, che le estese comparazioni gli con-
sentano, ma anche per quelle riprove particolari o autottone, che
in tanti incontri gli duole di veder così neglette. Quali sono, per
esempio, i più antichi giacimenti di lingua francese? Stanno nei nomi
prc^pri di luogo e in quel tanto di francese che primamente assun-
sero i Britoni rifluiti in Francia. Di poco posteriore al vero dischiu-
dersi di una letteratura nazionale, è il giacimento normanno che ci
è offerto dalla lingua inglese ; e questo pure, comunque tutt'altro che
trascurato, non si rallegra ancora di tutta queiratlenzione eh* ei me-
riterebbe.]
(i) Dico penisola, per escludere il continente, dov*è Vù nel ligure,
e perciò pur nel versante mediterraneo dell' Apennino. Circa la dif-
ferenza generale tra il versante adriatico e il mediterraneo della pe-
tiisola, potrete poi dare un'occhiata dW Italia dialettale, nel XIII voi.
3ella nuova edizione dell' E n eie lo pa ed i a Britannica, o nella
prima puntata dell'VilI voi. deWArch. glott, it.
-22 -
slWù di fase anteriore o etimologica, il quale si conserva nel
ribernico (Irlanda e Scozia). Come sapete, da w, general-
mente parlando , non si viene ad / , se non passando per
// ; e anche tra i Galloromani arriviamo, per questa via,
ad i = il lat., com'è nel ladino di Sopraselva : dir durus,
mitt mutus, ecc. Cosi dunque slÌV irlsind. dùn fortilizio,
risponde formalmente il cimvico din , o air irland. rùn
mistero , il cimr. riti. Il fenomeno ancora s' illustra, per
riprova intrinseca, dal fatto delP y che nel cimrico suc-
cede air a originario e irlandese, come in Ay-, irl. su- so-,
sanscr. su- (gr. èu-) (i). E la congruenza del galloromano
col britone punto non s'infirma per ciò che anche nell'an-
glosassone, nell'islandese, nello svedese e nel danese s'abbia
y per // di antica fase ; poiché la mutazione qui non av-
viene se non all' umlaut , cioè per effetto di un i che e' è
o c'era nella sillaba successiva {y = ti z= u-i) , e lo stesso
è appunto il caso dell' il degli Alto-Tedeschi (per esempio,
nell'anglosassone: geryne mysterium, allato a rùn \à.\ lyge
mendacium , allato a lugon mentiti sunt ; nell' islandese :
lyk claudo , allato a lUka claudere ; dylja celare , allato a
dula velamen ; nel medio-alto-tedesco : lùge mentiretur, al-
lato a lugen mentiti sumus). Ora , quali pur sieno , del
resto, le ultime ragioni per cui 1' umlaut della grammatica
di Grimm si connetta coli' infectio della grammatica di
Zeuss, rimane pur sempre che nell'anglosassone ecc. il fe-
nomeno dell' « o y da w è transitorio , dipendente cioè da
una causa accidentale , e in effetto ancora si risolve nella
somma di due suoni diversi; laddove, all'incontro, per
entro al britone, così come nel galloromano rispetto al la-
tino, la riduzione dell' ù ad / (//) è fenomeno costante o di
(i) Di più e di meglio or si ricava da Rhys , Lectures on Welsh
Philology y sec, ed., p. 2i3-i6, 244-46.
-23-
ordine assoluto, tal cioè che non dipende dal riflesso di una
vocale che sia o fosse nella sillaba successiva. V ha bensì
un idioma germanico, in cui V iì per // appare ottenuto in
guisa non diversa da quella che s' avverte pel britone o il
gai/oromano. È la favella dei Paesi Bassi (per es., oland.
hs , cioè quasi ciis ^ bacio; diiur^ cioè dùiìr , la durata) ;
ma è quanto dire la favella germanica sovrapposta al celtico
de' Belgi. Il principe dei germanologi , il Grimm (P, 278,
cfr. 1294), pensava a un influsso della limitrofa lingua fran-
cese- Noi invece incomincieremmo ad affermare che si tratti
di eflfetti identici, e tra di loro indipendenti , di una causa
stes^^; e così otterremmo, pel nostro assunto, pur una ri-
prova di quell'ordine che dicevamo estrinseco. Dove in-
tanto mi affretto a ricordarvi, che è celtica anche la gran
carsttteristica basso-terranea (olandese) di ft in cht {lucht =
/tf^, aria, ecc.); cfr. irl. sechty cimr. seithy septem; irl. necht,
cinr^r. nith, neptis.
C2.u^'^ sarà dunque la giusta spiegazione di codesta ri-
sposta galloromana dell' é latino? Manifestamente questa:
L' ^ latino era uno. schietto u , come appunto suona nel
tosoano duro ecc., laddove Vìi latino piegava all'incontro
ad e (0 chiuso), come appunto suona nel tose, ngce nuce
ecc • Ora, il suono che tra' Galli stava men rimoto dallo schiet-
to zé , era T i/, E il lat. duro, per esempio, non potea dal
loro stromento orale esser facilmente riprodotto se non per
diiro (duro diìr).
^olto antico, cioè di latino volgare, e perciò molto lar-
gamente riflesso nella romanità seriore e moderna, è il dit-
tongo deir o breve fuor di posizione ed anche in posizione,
elle risuona , per es., nel tose, suole solet, o nel napolit.
cuome cornu. Queste pronuncie italiane già ci dicono che
fosse uno schietto u anche il primo elemento di cotesto
dittongo di volgare romano; e si aggiunge V uè spagnuolo
- 24 -
(per es. nuevo novus, cuerda chorda), in cui la determina-
zione del secondo elemento deve dipendere dall'accento che
un tempo era fermo sul primo (v., per ora, Arch., IV,
4o5) (i). Analoga determinazione s'ebbe tra' Galloromani; ma
poiché in quest' ùe (poi uè) era uno schietto u, e anzi un u
schietto e accentato, la piena e specifica pronunzia gallo-
romana ne dovette essere iìe. Così novo diede primamente
un gallico niiepg nùev , forma positivamente attestata, alla
quale ora appunto miriamo \ t V 6, che risuona nel nófàx
pronuncia francese o lombarda , altro non è se non una
resultanza seriore o monottonga di codesto ììe galloromano,
ottenuta per quel processo di assimilazione, che si può, in
via approssimativa, descrivere così : nùef nucef nóf.
Qui l'importanza degli idiomi ladini si fa grande. La fase
dell' ite risuona ancora nelP Engadina (limitata alla for-
mola OR + cons.), dove proprio assistiamo alla riduzione che
testé si poneva per la Francia o per la Lombardia (cfr. gli
eng. iiert hortus, óss osso, Óf ovo, ecc., allato agli spagn.
huerto hueso huevó). E in Sopraselva, cioè in uno dei ter-
ritori galloromani dove 1' ù da é si risolve nello schietto i
{dir durus, ecc.), pur questo dittongo ùe si dovea risolvere
in te, come in effetto avviene, senz'alcuna restrizione di for-
mola (sopras. ieri iess ief nief ecc.).
Ma è un fenomeno d'ordine generale, e costante in specie
nelle regioni per le quali ora ci moviamo, che una conso-
nante gutturale, la quale riesca attigua ad i o ad altra vo-
cale prossima ad i , si riduca tosto o tardi a consonante
palatina. Qui scriveremo , per una semplificazione che in
questo luogo non nuoce punto, non altro che e per l' al-
(i) Un'analogia abbastanza notevole, ma d'ordine affatto generico, è
offerta dalla evoluzione germanica : uè, * umlaut * medio-ai to-ted. di
uOy = got. ò ; per es. muele molerem, allato a muol molui, got. mòL
-25 -
terazione palatina di un k di fase anteriore , qual pur sia
Tetà in cui T alterazione si produce o la sua più precisa
determinazione fisiologica ; e ci ricordiamo imprima dell'an-
tica riduzione di q[v]i, come in cinque = kinque = quinque
[v. sopra, p. 14 n]; poi di quella che si rappresenta per
r inglese chin, cioè din , allato al tedesco kinn il mento.
Per non diversa ragione, diventava e' un k che precedesse,
nelPengadinese o nel soprasilvano, air ìì od 1 del dittongo
uè te = Ó latino -, e così corpus, passando per cùorp e
cùerp o kierp^ dà finalmente ai Soprasilvani : c'ierp o quasi
c'irp (engad. c'ùerp). Ugualmente- cornu, passando per
cùom e cùerìi o kiern , finisce per dare ai Soprasilvani :
cierìi o quasi ctrn. E tollerate ancora T esempio di e o-
r i u m , che imprima dà cuorio cuoiro , onde regolar-
mente kueir (eng. c6r da cu^i]r) , o kieir^ onde si finisce
nel soprasilvano cir.
Or quale conclusione sì ricava , da tutto ciò , in ordine
al quesito nostro ? Molto semplicemente, ma altrettanto si-
curamente questa: che si passa da osso sl ts , da horto
a iV/, da còrnu a cirn, da cor io a cir, e via così di-
scorrendo, per. effetto di una semplicissima e evidentissima
causa d'ordine etnologico-, pel solo fatto, cioè, che Vù fosse
il profiferimento celtico , il quale meno si scostasse dallo
schietto u di pronunzia romana. Assistiamo a una così pro-
fonda trasformazione della parola latina, senza aver bisogno
d'invocare, anzi dovendo escludere, in ultima analisi, ogni
altra causa alteratrice. Di ragione subalterna, o individua-
trice, o come altro mai la vogliano dire, qui non occorre
se non questo : che uno dei due distretti mantenesse 1' ti ,
e dell' M poi naturalmente risentisse un particolare effetto
(uè 6) ; mentre nell' altro distretto l' il molto chiuso si ri-
duceva ad I , e dell' i ivi naturalmente s'avea qualche par-
ticolare effetto {ie 1). Ma è chiaro insieme, che pur questa
- 26 ~
differenza non esista se non perchè s'era avuto primamente
r U per Tantico u, e così ritorni essa medesima all' ordine
etnologico.
2. Nella precedente dimostrazione ci accadeva d'incon-
trare la riduzione francese o lombarda, per la quale s' ha
nóp da nuev (jiilep)^ e via così per tutta la serie. Questa ri-
duzione or mi porta a un' osservazione accessoria, che ben
si conviene , essa pure , al discorso che veniamo facendo.
Voi ricordate giustamente ciò che nelle Lezioni si oppo-
neva al supposto del Diez che nel francese vadano senza
altro tra di loro confuse la serie dell' ^ e quella dell' 0. Ma
giova vedere ancora più in largo.
11 dittongo galloromano per 1' 0 e per 1' ìx del latino
classico, è nella sua più schietta forma : óu (che vuol dire
il rovescio dell' antico dittongo volgare dell' ó breve : z/o) ,
in giusta simmetria col dittongo galloromano per V e oVÌ
del latino classico, che è nella sua più schietta forma : éi
(e vuol dire il rovescio dell'antico dittongo volgare dell' é
breve: ié). Ricorrono entrambi incolumi tra gli Emiliani :
bologn. óura bòra, lóuv lupus, allato a dvéir debére, peil
pìlus(i). Incolumi occorrono anche tra i dialetti franco-pro-
venzali : aost. óura^ nevóu nepóte, lóu lupus, allato a pléina
piena, pei pìlus. Son dittongazioni estranee all' Italia pro-
(i) S'ottien buona riprova deirantichità o deirimportanza organica
di questi dittonghi emiliani, quando si confrontino con V ei e V ou
che altrove s'hanno come sviluppi seriori (caratteristici però anch'essi).
Quando ei ou sono seriori, non dipendono dalle basi latine (ei = it\
ou =iVu)\ dr. Arch.y I, 483; laddove nel bolognese ne dipendono;
e perciò Jiour allato a cor; valeir allato ^ jir hcri. — Del resto,
circa la molta antichità di tutti codesti fenomeni, pei quali s'ha cosi
larga e viva la congruenza corografica e intimamente istorica, voi
non potreste parlare più correttamente di quello che fate; e io anzi
sarei stato più rigoroso circa V inanità di quegli argomenti in con-
trario, che voi maliziosamente chiamate cartapecorini.
— 27 -
pria, alle Isole italiane, alle Spagne e alla Rumenia, e
ora appunto moviamo a rintracciarle in Francia e nella
zona ladina. La congruenza corografica è dunque al-
trettanto manifesta che per 1^ U. Quanto alla congruenza
intrinseca, essa è dimostrata, per Te/, nel numero che
segue. Per V ou^ non vedo che i dialetti britoni offrano al-
cun diretto riscontro; ma è un caso molto analogo quello-
deir du cimrico da U di fase anteriore; p. es. cimr. llajpn =
irl. làn pieno, llawr, pi. lloriau^ = irl. làr suolo (cfr. cimr»
awr^ pi. orzatt, da non confondersi però senz'altro coll'ant.
fr. houre, ingl. hour, hóra). Del rimanente, qui basterebbe,
per la congruenza che diciamo intrinseca, il parallelismo-
già notato dell' et da e {e t), e il nostro ragionamento ha ,
in questo numero , un assunto alquanto diverso che not>
negh altri.
L' óu per 0 (9 u) manca ai dialetti lombardi , come vi
manca V éi per e {et). Nel Piemonte e nella Liguria, è
r ei\ ma T 6u (per o u) non vi risuona, o mal più vi ri-
suona.
Tra i dialetti franco-provenzali, T ou per g (p u), che già
citammo, può anche allargarsi in au, corrispondentemente
air et per e (e ì) che s'allarghi in ai. Così nella Taran-
tasia (Savoia) : meilldu meliore, gd,ula giila , analogamente
ad avai habére, nai nìve; ecc. Per tal modo, la distanza
tra il dittongo dell' o (^) e quello dell' g (Ó), vi si fa vie-
maggiore ; e nel taraniasiò avremo p. e.: cuér core, buén
b8no, allato a fldur flòre, nevdu nepóte.
Nel francese, all'incontro, come s'era avuta la riduzione
dell' o in e nel dittongo dell'cJ breve {uo iie\ già vedemmo
similmente: uè savoiardo, uè spagnuolo, ecc.), così visi è
avuta, meno anticamente, la riduzione identica dell' o in e
nel dittongo dell' Ó e dell' u. Il galloromano Jlóur flòre, a
cagion d'esempio (che è del più antico francese, e, impor-
-^ 28 -
tato embrionalmente nell'antica Inghilterra , vi sussìste, e
anzi allargato), si ridusse a un ant. frc. fleur^ di contro al
pur ant. frc. cuer core. Anche tra' Francoprovenzali occorre
pur questa riduzione; onde nel valsoanino: doléur dolóre,
allato a suér soror {Arch.^ Ili , 12). Né manca nella zona
ladina; e così nella sezione occidentale: éura bòra, néus
nós (i). La corretta differenza {eu =0, ue^=ìi\ che è rap-
presentata da fleur e cuer, si mantiene con bella costanza
neir antico francese (2). Ma come uè finì per dare alla
Francia la riduzione monottonga 6 (ciier cucer cor), così
ivi s'ebbe la stessa riduzione anche per V eu (fleur flceur
flòr), e siamo, in ultima analisi, alla resultanza identica di
due identici fattori (la somma di 2/ + ^, o di e -4- i/),
punto non ostando , in questo caso , la contraria disposi-
zione che era tra le due combinazioni diverse. Per questa
(1) Arch, gì., I, i32. Nella sezione centrale è anzi un territorio, in
cui r eu, dittongo dell' 9 e dell' u (che ivi oscilla sicurissimamente con
r ouy malgrado ogni testimonianza che a ciò paia contraddire), si
viene a trovare allato ajl* we, dittongo dell* 0 (p. e. fléura allato a
o
ciier), così ottenendosi, qui pure, una condizione che grandemente
si accosta a quella delTantico francese ; v. ib. 365.
(2) Neiraffermare molto nitidamente questa distinzione, il Tobler
{Li dis dou vrai anici, p. xxvi) appuntava l eu degli ant. fr. leu jeu
/euy che gli facea difficoltà, le basi essendo di 0 breve. Ma V u di
queste tre voci è veramente V u finale della base latina, o meglio Vu
finale attratto. Avviene cioè, che nella base galloromana si ripercuota
codest' u dopo la vocale accentata che precedesse a un ^ primario o
secondario. Così fagu ha dato/4w^M, donde soltanto può aver ra-
gione il lomb. fo = prov. fau {cfr. lomb. avost augustus mensis, ecc.).
E similmente: lóuglu] jóug[u] fóug[u]\ onde, col dittongo dell' o, il
frc. ant. avrebbe dovuto avere: lueu jueu fueu , che si son semplifi-
cati in leu ecc. La base galloromana è nitidamente continuata nel
soprasilvano, che dà: Uug lieug, giug gieug, fiug fieug (fivuc^. Qui
r w è affatto manifestamente 1' u finale , attratto, della base latina ,
poiché Vu del dittongo [uo uè) qui sta normalmente nell'z inief novus
ecc., già addotti di sopra}. V. Arch. gì., 1,27 ecc.
- 29-
via le serie deir o andarono finalmente tra di loro confuse
e nella pronuncia e nella scrittura francese (i).
Come dunque si conchiude , un 'po' più stringentemente
di quello che faceste voi ? Il francese ha smarrito la distin-
zione delle due serie dell 6 {g o : JlÓr cor) , non già per
alcuna confusione iniziale, ma pel fatto che la determina-
zione galloromana delF 9 ha subito due ulteriori fasi d'al-
terazione {Oli : eu 5), alle quali il bolognese, per esempio,
o il savoiardo, rimane estraneo. Il lombardo, alla sua volta,
ha bensì la propria evoluzione regionale, così dell' o , come
dell' e {vuf vóce, sira sera) (2), ma non è evoluzione speci-
ficamente galloromana ; e così, non solamente distingue il
lombardo tra la serie di Jiùry ùra^ e quella di cÓr,fóra,
ma serba insieme, ira le due serie, una differenza antigal-
lica, non dittongando il riflesso dell' 9. Questa maggiore
italianità del lombardo, rispetto al francese o all'emiliano,
si riconferma per le condizioni diverse che sono , tra
lombardo da una parte, e francese e emiliano dall'altra, in
ordine alla espunzione delle vocali fuor d'accento. Ma al-
l' emiliano, per contro, è o si fece estraneo , generalmente
parlando. Vii (e quindi 1' 6), comune al francese e al lom-
bardo; come non ebbe questo suono, o ben piuttosto l'ha
smarrito, il friulano, all' estremità orientale della zona la-
dina (3); e la serie di queste misurazioni, come bene ac-
cennate, andrebbe lungamente continuata e ragionata, anche
(i) Cfr. ScHUCHARDT, Vok.^W, 147-8; e Neumann, Zur lauU und
flexionslehre d. d/(/r., Heilbronn 1878, p.*47. Come parallelo d'or-
dine meranìente fisiologico, sien qui ricordate quelle serie nordiche
tra le quali va V6 islandese per * umlaut* dell* a , promosso da u\
p. es. klógun (*kldugun ecc.) querela, allato a Maga accusatio.
(2) Cfr. il siciliano, Arch. gl.y II, 145-46; e il cimrico, Zeuss ,
•99-100.
(3) lUne ecc., allato a suéle ecc., Arch. gl.^ I, 499, 494-95; ma V 6
è ancora nel Comelico, ib., 384-85. Cfr. T il qV ó in Val di Rumo,
allato air u e Vue in Val di Non (Fondo), ib., 324, 327r28.
- 30 —
pel franco-provenzale e il provenzale. Or le differenze che
ne resultano, in parte hanno di certo la lor piena ragione
dalla proporzione diversa in cui entrano i due fattori etnici,
il romano e il gallico , nella composizione del nuovo ente
nazionale -, in parte dalle diversità che pur certamente oc-
correvano nella qualità o nella composizione del substrato
anteromano di queste medesime terre che diciamo galliche.
Ma intanto, malgrado ogni difficoltà, noi ci accorgiamo di
continuo, che il nostro etnometro ci si viene affinando tra
le mani.
3. Qui però ci affretteremo a ritornare a più limpide
cose, rifacendoci a quel dittongo galloromano per V e di
fase anteriore (= e lat. ed ì lat.), che, nella sua più schietta
forma, suona et , e circa il quale è già resultata , nel nu-
mero precedente , quella congruenza che diciamo e o r o-
• grafica.
Lo schietto ei, com'è a Torino, a Genova e a Bologna ,
così è nel ladino di Sopraselva : seida, plein \ beiver, peti.
L'engadinese lo allarga in ai: saida, plain\ baiver, pail -^
e anche un dialetto franco-provenzale ci mostrava, nel pre-
cedente numero, questo medesimo allargamento. La Francia
s'è come bipartita; e accanto all' ei, ebbe {' oi (così, p. es.,
aveir di tipo normanno, avoir di picardo). Che 1' oi rap-
presenti un' alterazione dell' e/, è cosa per sé manifesta
(cfr., per entro a un medesimo dialetto di Francia : avoine
avéna , allato a veine véna) •, e si riprova indirettamente
per ciò , che i dialetti di Francia , ne' quali s' ha V oi
per é od ì latino {soie\ boire, poH)y danno oi ugualmente
per ogni ei di fase anteriore, comunque egli surga; e così:
droil (drejt, directo), moyen (mejen me[d]iano) , ecc. Dal
profferì mento, che la scrittura continua sempre a rappre-
sentare col suo oi , il francese è poi passato a oe od itd.
- 31 -
Orbene, il normal continuatore britone (cimrico ecc.) di
un antico é, sia celtico o latino, è appunto oi oe (oi, ut\
wy). Così nel cimrico : troi trui trivy = ant. celt. tré
(trans), bluydyn blwydyn anno , = ant. celi, b 1 é d [e] n i •,
cadwyn lat. caténa-, knyr kìvyr, corn. coir, armor. coar^
lat. céra. Pur qui son pronte, se mai occorressero , le
prove indirette per la fase dell' ei\ poiché vediamo che si
venga similmente air oi da altri ei di fase anteriore; come
è p. e. nel comico noit = ^neit, neptis. Vorremo noi d'al-
tronde trascurare V argomento estrinseco che pur s'aggiun-
gerebbe mercè V oa dell' inglese t=z ce a anglosassone = é
antico sassone (ovveramente ei, come risuona nell'ant. alto-
tedesco; V. Grimm, I*, 357-59, 240, 106, KocH, I, 55-6),
e vuol dire la serie in cui entra Tingi, oath , giuramento,
di contro all'alto-ted. eidì Non va codesto argomento, né
trascurato, né valutato fuor di misura (1). E s'esce, in com-
plesso, con la persuasione, che non solo sia di effetto gallico
la risposta dell' ei all' e di volgare romano [e ?), ma che sia
specifica anche la spinta per le ulteriori riduzioni : ui oe
ecc. (2).
(i) Cfr. Grimm, ib., 397; ScHUCHARDT,inGroeber's Zeitschr., 1V,I23.
L'oi per ei è anche nel piacent. -oin =-ein = -en = -in. Circa i feno-
meni congeneri nei dialetti del versante adriatico degli Apennini me-
ridionali, lasciatemi ricordare ancora V Italia dialettale che già v' ho
citato (n. a p. 21).
(2) L' MI britone per è, dovrà egli in ultima analisi andar racco-,
stato air èui che è nell'irlandese per è neir * infezione * ? È questo un
quesito che ci porterebbe troppo in fondo ! — Vedo io bene, del ri-
manente, che air affermazione di un'intima attenenza tra V oi {ui)
cimrico e V oi francese, la quale implica la molta antichità d'en-
trambi, si potrà opporre, a cagion d'esempio, che stia V ei, anziché
r 02, nei più antichi saggiuoli di francese non normanno. Ma così si
ritorna alla questione di principi, di cui già accadde toccare [n. a
p. 19 ecc.], e della quale altrove parliamo a distesa. Sia intanto lecito
qui ripetere, che lo spoglio dei codici o delle iscrizioni é bensì cosa di
- 32 —
Che dunque si torna a conchiudere per il caso nostro ?
La pronuncia, con la quale lo stromento orale de' Galli ha
meglio saputo rendere queir é molto chiusa per cui nel la-
tino volgare si continuavano V t e T ?(cfr. tose, seta, pelo) ^
è stato queir ei appunto per cui tra loro si continuava V e
lunga delle basi celtiche, di pronunzia chiusa sicuramente
momento grandissimo anche per T effettiva storia del linguaggio, e
che voi perciò (scusate ancora) non fate bene a non parlarne sempre
con tutto quel molto rispetto e quella riconoscenza vivissima che a
siffatti lavori da tutti si devono ; ma che insieme è pur vero, non
essere codesti spogli se non uno solo dei fattori della storia, e tal
fattore che moltissime volte riesce assai modesto in confronto di più
altri, o anzi riesce, non di rado, per molteplici cause d*im perfezione
e d'artifizio, cosi grandemente mal fìdo, che solo la critica più larga
e più severa ne può fare sicura e giusta ragione. Un paio di nuovi
esempi non- parrà forse inopportuno. Il Rhts, nel suo bel lavoro che
già m'accadde citarvi [p. 22 n], dopo aver discorso dei dittonghi ir-
landesi %a=.€eùa=6(w. la nota che ora qui segue) , avverte che
sicure traccie non s'hanno, né dell'uno, né dell'altro dittongo, nelle
vecchie iscrizioni ogmiche d'Irlanda, le quali son probabilmente
posteriori al sesto secolo (o. e, p. io3-4). Orbene , non è egli ben
più antico il distacco del gaelico dall'irlandese ? E come si può spie-
gare la perfetta congruenza dei sistemi fonetici di questi due dialetti
(compresivi i dittonghi di cui si parla), se non riconoscendo che i loro
caratteri sono anteriori al distacco? Del rimanente, appunto nel sesto
secolo è fiorilo S. Colombano, venuto a morire, nel principio del
settimo, in Italia. Le nostre antiche chiose irlandesi, provenienti dal
suo chiostro di Bobbio (ottavo e nono secolo), si possono dir dav-
vero r immediata continuazione della sua tradizione letteraria e di
quella de' primi suoi discepoli o successori, quando sieno in ispecie
confrontate con le note irlandesi del L\bro d' Armagh , che rappre-
«sentan la tradizione letteraria dell'ottavo secolo nell'Irlanda stessa.
Ma codeste note e chiose hanno p. e. l' ia (w) per è, 1' éiui per l' è
'infetto*, e insomma ci immettono in quelle condizioni istorìche, le
quali essenzialmente permangono per tutti i secoli seguenti. Chi me-
diti intorno a questo complesso di cose, non si lascerà di certo il-
ludere dalle apparenze d' incolumità fonetica che da qualche grama
iscrizione si possan ricavare. Solo un miracolo ci potrebbe condurre
da cotesta incolumità alle condizioni effettive dell'antico irlandese,
che ci sono con tanta e tanto viva copia attestate e rientrano con tanto
viva congruenza nel sistema istoriale (cfr. p.40 n).— Or qualche esempio
- 33 -
anch'essa (i). Nelle ulteriori evoluzioni di quest' ei {ai y
01 ecc.), c'entreranno, lo ammettiamo, delle cause * indivi-
duatrici *; ma, in queste medesime cause, ormai s'intrawede
la ragione etnica {ai ecc.); e, a ogni modo, tutte le varietà
dipendono dalla prima dittongazione che ha chiaro il suo
motivo nazionale. Di guisa che, se ancora teniamo conto di
quel successivo esaurimento del d primario e secondario
che si compie per una larghissima distesa galloromana (sul
quale proposito si può intanto ricordare , a chi non abbia
di meglio, VArch. gl.y I, 3o5-ii), resulta chiaramente che
in una così gagliarda riduzione, com'è p. e. quella del frane.
sud (seide soide soi[d]e) pel lat. seta^ non v'ha nulla che ci
poma imaginare motivi più o meno arbitrari e meschini. Ci
vediamo quell' esito che della voce latina era naturale che
si avesse nel determinato filone galloromano.
4. 5. Vogliamo ancor toccare dell' a in e , e della ri-
duzione palatina delle gutturali susseguite da a, cioè di
quelle due principalissime caratteristiche, le quali occorrono,
0 combinate o spaiate, per una gran zona galloromana che
va dall'Oceano all'Adriatico, e non occorrono all' infuori di
essa.
Raffiguriamcele imprima con queste rapide sepie d'esempi:
che si riferisca propriamente al neo-latino. Chi vorrebbe oggidì ne-
gare che il dittongo dell* 0 {uo ecc.) risalga al volgare ronoano ? Nes-
suno, io credo, tra quanti studiano ragionando. Ma egli tuttavolta
non c'è affermato da alcuna testimonianza, o di grammatici, o d'iscri-
zioni, 0 di qualsia altra maniera. E scendendo ben più in giù , né
Bonvicino, cioè il più antico autore in dialetto milanese, né le Rime
Genovesi^ che sono il più antico testo ligure, hanno qualsiasi indizio
di d 0 di un qualunque dittongo dell' o. Ma e* è più oggidì chi osi
sostenere che il dittongo galloitalico, o il suo esito, si debba ripe-
tere da un'età posteriore a que' testi ?
(i) Nella risposta ibernica dell* è, così celtico, come romano, é un i
lungo (?*; cfr. cls census). Analogamente é u lungo (ù') in quella
deìV 0, e s'incontra con l' ti (u) del cimrico.
Tiivista di filologia ecc., X. 3
- 34 —
frane, amer amaro, clef\ sez. occident. della zona la-
dina (alto-engad.): sei sale, tre/ trabe; sez. centrale della
stessa zona (garden.): eia ala, feyer fabro; corrente gallo-
ital.: piem. de dare, moden. passe passB,Tc e passato; ecc. (i).
frane, cher (ant. chier\ Vier)caro, chòvre {mt, chievre\
*c*ievré) capra; franco-prov. (savoi.): ^an *c'an campo,
c'évra\ sez. occ. d. zona lad.: alto-eng. der caro, c'évra\
sez. centr. della stessa zona : nonese dar caro e carro ,
ddvra, garden, daucàn calcagno; sez. orient. (friul.): daldd
calcare (2).
Qui pure, la esplorazione degli idiomi ladini è riuscita
molto fruttuosa, discoprendo una continuità, la quale è af-
fatto impossibile ripetere da alcun azione dWdine politico o
civile, che sia posteriore alla conquista romana, e non può,
per conseguenza, non essere un effetto delle peculiari condi-
zioni etnologiche, anteriori a quel conquisto. Non si troverà
facilmente, io credo, chi oggi si attenti d^impugnare una tale
affermazione. Potè all'incontro e può parere, che, appunto
per questi due fenomeni, sia molto scarsa o manchi la riprova
diretta o indiretta che naturalmente ^e ne cerca nei territori
celtici non romanizzati. Ma, sin d' ora, non siamo poi così
poveri o sprovvisti, neanche d'argomenti di siffatta specie.
Air antico à si risponde, nel cimrico, come già ci occorse
di avvertire (p. 27), per au aw : llawn pieno (ibern. /à«),
fawp chiunque (ibern. càcK)^ hraivt fratello (ibenr. bràthir\
priawt sposo (derivazione per -à/). Ne viene intanto, che
l'elemento si turbi di continuo. L' au si vede poi ridotto ad
eu, in llenmi empire, allato a llawn pieno, per la * infezione*
(i) Cfr. Arch. gU, I, 538 a, II, 445.
(2) Voi avete dimenticato, per la geografìa di ca in da ecc., la ben
utile scrittura del Joret [Du c dans les langues romanes; Parigi 1874;
p. 188 sgg.]. Ma circa le serie picarde e normanne, non ho bisogno
di dirvi che io sto per la teoria del 'ricorso*.
- 35-
causata dall' -r, ed è il parallelo dell' e che s' ha normal-
mente, nel caso delP * infezione', per T a breve. Ma nel cor-
xiovallico e ncir armoricano , ricorre V eu, o semplicemente
£ senza che sia il caso dell' ' infezione '; e cosi: corn. leun
pieno, /?eA chiunque, armor. leun pep^ breuder fratelli,
«ne/ sposo. L'Ebel suppose (Gramm. celt.^ ^gó), che il cor-
novallico e T armoricano altro in effetto non dieno se non
il fenomeno dell' * infezione', portato al di là de' suoi legit-
timi confini. Ma codesta dichiarazione si risolve appunto nel
riconoscere una tendenza, che ben conviene al nostro as-
sunto. — Per quello che è poi in ispecie della riduzione
deir a [au eu) al solo e , potrebbe in taluno nascere il
dubbio , se forse non si tratti dell' imperfetta rappresenta-
zione di un suono che in sé compendiasse tutto 1' eu (tì).
Senonchè, l'armoricano odierno qui toglie. ogni incertezza,
per la nitida distinzione ch'egli mantiene, p. e., tra leun
(lon), breùr {brór , pi. breùdeùr) , e pép^ pried (i). —
Un'altra congruenza , e questa d' ordine estrinseco, va qui
ancora ponderata. Nella lunga serie di voci inglesi , alla
quale spettano bathe (cioè bceth)^ bagnarsi, di contro all'alto-
ted. baden, o grave (cioè grcev\ incidere, di contro all'alto-
ted. graben, noi veramente abbiamo un a in e. Onde pro-
viene ciò? Proviene, per ragione immediata, dall'anglo-
sassone, che ha codest' ce (1' a di Grimm), senza che c'entri
la ragione dell' 'umlaut' {bàdh badhes, grdf). Ma l'anglo-
sassone donde ha poi egli questi turbamenti, che riman-
gono estranei agli altri idiomi germanici , eccetto il fri-
sone (2) ? La congruenza col frisone fa essa ostacolo alla
(i) L' dM da à a è nei Grigioni per le sole formole an e ant ecc.;
p. es. soprasilv. saun mauri, ant. alto-engad. taunt, maunc'a manca;
e si riduce ad e nelTodierna pronuncia deiralto-engadino : scem sano,
tamt ecc.; v. Arch, gU^ I, 167 ecc., e cfr. Diez, 1', 389, 449 n.
(3) V. Grimm, I% 327 sgg., 377 (cfr. 36o-6i); 403 sg. (cfr. 410);
— 36-
presunzione di un motivo * gallo-britannico * di questa ri-
duzione, che si continua, pur con l'accento rimosso, nelle
voci romanze o latine importate in Inghilterra (p. e. grade
cioh grced y grace cioè grcBf\ labour cioè Icebgr ^ nailon
cioè ncesgn nces^n , nature cioè nastjur) ? Non vorrei , per
ora, dover rispondere (i).
Ripassando alle gutturali che diventan palatine {c'ar caro
ecc.)) Tàmbito intiero delle riduzioni galloromane andrebbe,
mi pare, brevemente descritto a questo modo: I. Si riduce
a e', e rispettivamente a ^ (2), la gutturale innanzi ad a, a
formola iniziale, o interna dopo consonante (tipi: c'avdl,
fórda, vac'da\ galj lónga). II. Il o di ga interno preceduto
da vocale, si riduce a y ; e ugualmente il e di ga nella stessa
postura , il quale passa prima in g (tipi : nejdr negare ;
prejdry pajdr). III. Il a riuscito finale, che è quanto dire
il G delle formole finali go gu, passa analogamente in ^ e
y, secondo che sia preceduto da consonante o da vocale \
e similmente il 0 di -co -cu, il quale anche passa prima in
g (tipi: larg fang^ roj rogo, c'astij castigo ; arc\ laj = lago
laco, dij dico, amij).
La correlazione tra^ due esiti che abbiamo segnato per I
e II (3), si può ancora veder nitida e sicura. Così, p. e.,
il ladino di Sopraselva, o almeno il dialetto soprasilvano
che prevale, è alieno dall'uno e dall'altro; e come dice
382 sgg.; Gesch. d. deutsch, spr,, 660, 680; Koch, Hist. gr, d. engl.
spr,y I, 34, 47. Scarsi inizii nello svezzese e nel danese, Gr., 1', 499,
5i5 (cfr. 426).
(i) Cfr. V ae nel *mittelniederlandisch ' per a a del 'mittclhoch-
deutsch', Grimm, I', 281 sgg., unitamente alle osservazioni che circa
l'olandese si son prima qui fatte (p. 23).
(2) Ricordo, per la semplicità di queste trascrizioni, quel che n'ebbi
a dire più sopra (p. 24-5).
(3) V. * Saggi Ladini' [Arch, gLy I), num. 160-61 , 162-4, '^^ »
181-2, per es. a p. 2o5, 210-u.
- 37 -
cauld caldo e pacca, così ancora pa^ar ecc. Ài dialetti del-
TEngadina, per contro, son propri tutt'e due; e perciò-:
altoeng. e' od, pajér , bassoeng. c'dud, pagar {pajdr). Si-
nmilmente in Savoia : \emije *c'amize camicia , fuer\e *fuerc e
forca, allato a loU giocare , pléié piegare ; o nel Friuli :
c'amésCy fórc'e\ \ujà^ plyà, — L'esito che abbiamo segnato
col num. Ili (i), resulta esso pure in manifesta relazione
cogli altri due, ma in relazione non così ferma; i suoi confini
anche sono, in parte, più ristretti ; e forse va distinta, in-
torno ad esso, più d'un'età. A ogni modo, la maggiore evi-
denza fisiologica se ne ha dalla zona ladina; e da questa
sola ho io presenti degli esempi in cui il fenomeno si
compia dietro a consonante. Nello stesso soprasilvano (a-
lieno dalla riduzione nelle formole ga ecc.) s' hanno p. e.:
are' arcus, pasc' pascuum; e Tintiera digradazione si esem-
plifica pel basso-engad. ^2/0/c' sulcus, accanto alPalto-engad.
suolj , soprasilv. sulj (sole' sglg solj). Nelle varietà triden-
tino-orientali della zona ladina, molto propizie all'esplosiva
palatina, è schietto lo -e' dopo vocale. Così in Val di
Rumo: fcxc ecc., *mbriac*\ in Val di Non:/«éc' ecc., lacf
lago. Per codesta formola , V evidenza ci è un po' turbata
dalle ortografie de' dialetti grigioni, le quali però non ces-
sano di avere i loro pregi. Così , allato al vic\ vicus , di
odierna pronuncia soprasilvana e basso-engadinese, c'è vich
vih delle grafie alto-engadinesi ; o accanto al soprasilv. hg
sucus (2), l'antica grafia basso-engad. diùch (Valle di Miin-
(i) V. ib., num. 167, i83.
(2) Cfr. casti^ ecc., sempre però esempi in cui la gutturale era
preceduta da i soprasilvano. Uno schietto -^ (-e'), preceduto da altra
vocale che non sia 1' /, non vedo* ne' Grigioni. — Notevole, a questo
proposito, r 'i(f da -ich tedesco, in liadarlic' ecc., liederlich, di va-
rietà sopra- e sotto-silvane; cfr Arch, gì,, I, 144; e qui, più innanzi,
la n. I a p. 41.
- 38 -
ster : sUch sU), odierno alto-eng. ;jit/. Neil' antico basso-
engadino, occorrono : foech picech Icech fuoco ecc., e analo-
gamente ro^ch *ruego (preghiera), che neir odierno diven-
tano : fd gó 16 , ró. La fase con la continua palatina so-
pravvive, a cagion d'esempio, nel leventinese: /(5/ gói lóiy
o in gili di qualche dialetto del cantone di Neufchàtel. In
giusta analogia avremo per lacus: ant. basso-eng. laich,
odierno alto-eng. leih lej ^ sotto-silv. lai , leventin. lai (e
laigh). Ugualmente è laj lai (le) in varietà piemontesi o
nell'antico francese, e -ai = -ac nei nomi locali di Francia
e del Piemonte (v. Arch. gl.^ II, 128), o nel prov. ibriai
ebriacus, o ntWuvaivai, da opaco, tra' dialetti del Piemonte
(Flechia, Arch. gL, II, 3). Per la qual via, s'arriva anche
al dileguo assoluto, come avviene ne' nomi locali di Francia
in 'd {-at) = -AC.
Se, dunque, non sarà di certo superfluo che ben si ri-
studii la serie qui segnata col num. Ili , mal si potrà, io
credo, revocarne in dubbio l'importanza istorica, conside-
rati che sieno i segnacoli della sua estensione nello spazio
e i suoi rapporti con le altre due serie. Ma non dovremo
noi insieme considerare qualche congruenza * britannica *,
in ispecie per quant'è dei filoni di media? Se da argani
(ant. irl. argat)j argento, si viene al medio-cimrico aryant
(odierno arian)^ o da bolg (ant. irl. bolc\ sacco, al medìo-
cimr. boly boi (odierno boly bol^ stomaco ecc.), dovremo
noi renunziare all'idea che un'intrinseca somiglianza inter-
ceda tra cotali esiti cimrici e i galloromani di cui testé si
toccava? O non farà al caso nostro pur la serie in cui en-
trano i cimrici da (ant. irl. dag -dach) (i), bònus, e iy
(cfr. ant. irl. teg tech\ e gli od. pi. cimr. tai, teiau)^ domus-,
(i) I derivati come dayoni ecc. (cfr. Zeuss, "140, 81 5, e il cimrico
odierno) non oserei tutta volta dividere in daj-oni ecc.; cfr. drygioni
ecc.
-39-
od anzi lo stesso dileguo di g tra vocali, cornee nel medio-
cimr. Breit Brigita ? Vedo bene, quante seduzioni e distra-
zioni, più o meno pericolose, qui da più parti ci vengano, e
in ispecie dalla storia della parola tedesca (i). Ma, sul ter-
ritorio celtico, noi abbiamo sicuri fondamenti per istabilire
la digradazione : g, ghy gj, j. In effetto, date le basi rg ,
LO, noi siamo al caso della più legittima delle ' infezioni '
britanniche , e * infezione \ in ultima analisi , vorrà qui
sempre dire ' aspirazione *; onde occorrono realmente: corn.
arghans, armor. arc'hant (2). L' * infezione ' sarebbe legit-
tima, secondo le norme del A e del rf, pure pel g britannico
tra vocali e airuscita(3); e in effetto, se passiamo alPIrlanda,
avremo p. es. il medio-irland. tigh tighe (cfr. teg teck,
tige, degli ant. codici), casa, della casa, o dagh {dag dach
degli ant. cod.), buono. Senonchè, ogni gh irlandese, come
ogni dh y si riduce a non valere se non^ {hj j)\ e, alPin-
terno o all'uscita, finisce per tacere affatto; onde, a cagion
d' esempio, sono ormai come identici tra loro T irl. dagh
(dà) e il cimrico da, buono. Così il lat. sucus (sugu-) è
(i) P. es., dalla serie cui spetta V ingL day di contro all'anglo-
sassone dUg {dei anche nel frisone), o da quelle in cui entrano l'an-
glo-sass. bè'orh e lo svedese berg (berj)^ monte, berg, -bury. Ma
come sottrarsi a quella per cui dalKanglo-sass. swylic [sivillc) s'ar-
riva airingl. suchì
(2) Pei filoni, che or qui si tentano, aggiungete a Zeuss-Ebei.:
Stokes , Middle-Breton Hours , Calcutta 1876, p. 67; Rhts, o. e,
p. 59 sg., 223 sg.; D'Arbois de Jubainville, in Mém, de la Soc. de
Linguist.y IV, 236 sg.
(3) L' ' infezione ' importa per il dy ch'egli successivamente si possa
fare un'interdentale sonora (th sonoro ingl.) e alternarsi con f ; p. es.
corn. bethj cimr. bedd, armor. Wf, sepolcro, Zeuss, '142-44 (cfr 154-
55), Le Gonidec, Gr., 1839, p. 7. Questo ' stato ' del d primario, ri-
corda in particolar modo lo f— d del provenzale (Diez, I% 234-35,
cfr. 23o]; e il Maestro dei romanologi avrebbe forse parlato con
minor riserva di cotesto riscontro, se p. e. avesse potuto considerare
le intime ragioni del cimrico dd.
- 40 -
Stato sùgh neirirlandese, come Tortc^afia sempre dice ; ma
ormai, passato di certo per sùj (i), altro non è se non tó
(cfr. gli engadin. "{ilch^ suj sii, sucus, addotti qui sopra).
Afferreremmo veramente una norma generale e fondamen-
tale, da dirsi ibernico-britannica, dalla quale resulterebbe ,
p. es., che il nome proprio eh 'è in antica ortografia, iber-
nica o britannica, Dagàn (' Buonino'), volgesse da antica età
a una pronuncia da scrìversi pressappoco Daghan Da-
ghjan (2); o resulterebbe, in altri termini, che, p. es., un
(i) Cfr. le pronunzie del gaelico [Scozia], ap. Ahlwardt in Vater's
Vergleichungstaf,y p. 23 1.
(2) Con quest'asserzione si ritorna, più direttamente che mai, al
quesito sulla differenza che intercedesse tra la pronuncia effettiva e
quello * stato fonetico * che parrebbe rappresentato dalla ortografia
solenne o latineggiante delle iscrizioni; e io mi ci fermo volontieri,
anche per ripetere che nulla potrebb'essere più lontano dal mio pen-
siero che il negare altissimo valore alle testimonianze epigrafiche e
merito grandissimo a chi vi si affatica intomo. Ma se, p. e., le an-
tiche iscrizioni cimriche ci danno, come il codice Landavense, il g
di tigirn-f signore, vuol ciò mai dire che questo g fosse a que* tempi
una gutturale sonora ancora intatta? Pur l'antico irlandese scrìve
semplicemente tigernay ma nessuno perciò vi contesta V ' infezione '
del g, la quale dagli stessi antichi codici si ricava per argomenti ne-
gativi {g non ggy ecc.); e s'aveva dunque, pur nell'ant. irlandese, li-
gherna, com'è scritto nel medio-irlandese, onde poi tace affatto il gh
nell'odierna pronuncia, così livellandosi la voce ibernica con la bri-
tannica. Il nome pr. Eu-tegirn (allato a Eu-tigim) del Landavense,
accenna, col suo e , a una pronuncia non gran fano diversa dall'o-
dierno tejrrttj o anzi forse a questa identica pronuncia. Non mi voglio
valere del gh per g tra vocali, che parrebb' essere in un' antica ma
incerta iscrizione (Rhts, o. c, p. 364-65). Ma se addirittura avessimo
tern (= teirn) in iscrizioni antiche? lo lo credo. Il nome pr. Ettem-
Etern-^ che occorre in due antiche iscrizioni, è tenuto dal Rhys per
latino, e il / gli parrebbe una geminazione arbitraria (o. e, 172,
275, 366, 393). Non farò difficoltà circa Tuso, abbastanza raro o mal
certo, del iat. Aetemus in funzion di nome proprio. Ma il Rhys tace
della serie Etern Edem Edyrn^ che è data dalla Grammatica celtica^
'140-41, come di nome proprio composto in cui entri tigim. Si fida
egli della differenza tra Llanedern e Eutigirn o Mordeym ? Non do-
vremo noi conchiudere» che la effettiva pronuncia- popolare, Eteirriy
-41-
lat. negare dovesse andar facilmente ripercosso dai Celti
per neghjar. Dunque, mi chiederete, volete voi sempre qui
arrivare, più o meno modernamente, ma per antica spinta,
dalla gutturale alla palatina, passando per V 'aspirazione'?
Ed ecco un^altra domanda, io risponderei, che ci porterebbe
troppo in fondo. Ma intanto lasciate che vi ricordi, come
questa vicenda torni affatto manifesta in un caso ben di-
verso, ma pur sempre bene analogo, vale a dire in ct,
CHT, JT, che è la elaborazione che si compie, cosi per le
basi propriamente celtiche, come per le galloromane (tipo
noci nocht nojt^ tipo che s'impunta, senza turbarci, anche
nella penisola iberica) (i). I dialettologi inglesi come dichia-
rano essi r ai {et) che succede all' i anglo-sassone nel tipo
niht (fris. nacht) notte ? Voi ne potete vedere, in questo mo-
mento, ben pili che io non possa (2). Se veramente si tratta,
per stare a quest' esempio , di nejt = nijt = night = niht
(cfr. il cimr. teyrn da tijirn, Zeoss, '140), noi riavremmo,
per la terza volta, la medesima azione esercitata da' Celti
sopra la medesima sostanza originale.
Ma tanto più giova che s'esca per ora da siffatte spine,
quanto è meno controverso (almeno tra' linguisti italiani),
che le due caratteristiche di cui ora s'è parlato (e=A, e a
è qui stata assunta alla dignità deirepitafìo, perchè essa rasentava una
molto nobile voce latina? Mi sia lecita finalmente, circa l'antichità
de* fenomeni caratteristici degli idiomi britoni , una considerazione
analoga a quella che più sopra facevo per gli ibernici (p. 32 n}; il
venirle cioè una conferma incontrovertibile dall* intima congruenza
tra la fonetica del britone d' Inghilterra e quella del britone rifluito
in Francia ne* primi secoli dell'era.
(i) Per questa via, che qui è indicata in modo affatto sommario,
mi si è fatto chiaro, come da ct latino e da cht tedesco si arrivi, nei
Grigioni, a un prodotto identico, profondamente rimoto dalla base.
S'ebbe, per Tuna base e per l'altra , la serie evolutiva : cht jt jtj d\
p. es.: tee* tecto, di<f dicht. Cfr. Arch, gl.y I, 88, 144.
(2) [Cfr. KocH, o. e, p. i36,Rhts, o. c.,p. 62 sg.]
— 42 -
ecc. = CA ecc.) sieno di fondamento regionale o d' ordine
etnico. Solo ancora ci vorremo far lecito , a mo' di con-
clusione, un esempio che in se compendii, per qualche ma-
niera, quest^ultimo paragrafo e quello che Tha preceduto.
Sia un riflesso di cadere, cioè del volgare cadére.- Per
CA in da e pei fenomeni rappresentati dianzi dal frc. soie =
sei\d\a, noi arriviamo all'ant. frc. chaotr^ moderno choir,
che vuol dire sudry e con ciò a una delle maggiori diver-
genze fonetiche che si possano pensare. Ma la riduzione si
spiega, in ogni sua parte , per effetto di vicende che tutte
ancora si riscontrano, come a filoni continui , dalle Alpi
Gamiche airOceano (i).
(i) La vostra annotazione sulle congruenze sintattiche tra celtico e
galloromano, mi sembrar corretta in ogni parte. Senonchè, ora do-
vete vedere anche Schuchardt, in Groeber's Zeitóc/rr., IV, i5o sgg.
Le costruzioni irlandesi, a cui alludete, si potrebbero rappresentare
per questo esempio: is-hè arn-dànatu dun, che è letteralmente: c'est
notre audace à nous. Vedete, del resto: Zeuss , '920-21. — Quanto
alle congruenze lessicali, bisogna andar col pie di piombo; e pur qui
vi giova Schuchardt, 1. e, p. i25 sg. Gli esempi che prendete al
NiGRA, mi paion tutti buoni; e se a voi urta, pel dr e per altro, il suo
confronto del canavese^rd^a, mendicità, coll'irl. /rò^[cfr.frc. /ruaw^;
cimr. truan = ani. irl. trògàn , onde poi truaghan truaan]^ egli ora
potrebbe per sé invocare lo Zimmer, in Kuhn's Zeif5c/rr.,XXIV, 208 sg.
Circa begdy contesa, che è pur del vocabolario italiano, ma è fermo
in ispecie nelTItalia Superiore, io vi diceva semplicemente, che se è
di vena celtica (irl. bàgh combattimento, bàghaim combatto, disputo),
potrebbe riuscire esempio prezioso per Ve=i. Circa il soprasilvano
digrar (deghirar daghirar), gocciolare, dicevo parermi, più ingegnosa
che giusta , Tidea di mandarlo col cimr. daigr , lagrima, perchè, a
tacer d'altro, qui mi parrebbe un miracolo la conservazione del g di
un gr mediano; e contro il vostro tentativo di combinare senz'altro
il friul. ióte [vivanda liquida] colFant. cimr. 10/, ant. irl. t//r, puls,
sta il fatto che i termini celtici attestano una forma fondamentale col
/ scempio, e il riflesso friulano {jote e non jode) accenna all'incontro
a tt [et, pt). Il Du Canoe, d'altronde, vi avrebbe indirettamente pre-
venute? (s. jutta; cfr. Diefenb ach, TVov. ^/055., 1867, s. ^O > e ajutta^
che fa capolino anche tra' vernacoli tedeschi , sarà da richiamare
pur l'antiquato spagn. jota, sorta d'intingolo o minestra, che manca al
- 43 —
Cosi abbiamo sempre trovato (num. i-5), per tutta questa
tanto frastagliata distesa di terra, una comunione di ten-
denze iniziali, che importano esiti conformi. Questo com-
plesso di tendenze, che non si riproduce nel resto della ro-
manità, e perciò resulta specifico, è troppo chiaro (diciamolo
pure più volte) che non dipenda da alcuna ragione di climi^
né s'abbia a ripetere dalla depravazione fortuita delle pro-
nunzie di singoli individui , ed è air incontro ben chiaro,
che in effetto egli si risolva in un motivo anteromano. Questo
motivo noi crediamo di coglierlo; ma anche errassimo in
ciò, resterebbero pur sempre le congruenze per le quali si
dimostra che tra di loro così intimamente si stringano i
parlari galloromani, e resterebbe Pantitesi che ne proviene
ira questi e il rimanente dei parlari neo-latini. Com'è dunque
che a siffatte condizioni maggiormente non si fermino i ri-
cercatori delle cause per le quali la parola latina, o la pa-
rola in generale, s'altera e si frange (i)? Voi li accusate di
Diez e al Caix. — Finalmente, il parallelo ideologico, a cui accennate,
io noi facea valere se non come una coincidenza d'ordine meramente
ideale. Dicevo, cioè, che V ivi, làaim [io getto, mando, pongo] si as-
socia idealmente al lat. mittere ctie nel neo-latino è 'porre* (mettere),
e al buttare che tra i Franco-provenzali e i Piemontesi viene a dir
'mettere*. Il caso ritorna per pdXXu), che ai Greci moderni è ' get-
tare'e 'porre '; e rientra in quella gran corrente dell'abuso dell'energia
ideale, ch'è tutt*uno con la riduzione del contenuto ideale della pa-
rola.
(i) [L'amico, al quale era diretta questa lettera, si doleva, in ispecie,
della noncuranza de* motivi etnologici che gli pareva di scorgere in
due autori, dai quali nessuno dissente senza grandissimo dispiacere :
il Whttnbt e il Delbrì3ck ; ma non ignorava che non da tutti si tra-
scorano codesti motivi, e così lo Schuchardt pensi di continuo alle
ragioni celtiche delle trasformazioni per le quali si determina il gal-
loromano, o il MiKLosicH scruti, con quella serena larghezza che gli
è propria, le ragioni * autottone * che agiscono sulla riduzione della
parola latina in parola rumena, segufto ora, con molto zelo, anche
da un valoroso indigeno, THasdeu. Nessuno però ha affermato, con
maggior coraggio e maggior nitidezza, la riazione celtica sul latino,
- 44 -
ostinazione; ma io altro non so vedere, nella loro trascu-
ranza, se non un effetto delle particolari difficoltà che sono
inerenti a tutti gli studi glottologici, e devon rallentare ogni
di quello che facesse il Nigra: 'Celticae gentes, latinam linguam
' magna ex parte utique mutuati sunt et proprio ingenio usuique ac-
" commodaverunt. Eo autem facilius hoc factum est, quo arctior erat
' nexus inter celticas et italicas linguas, quo citius Celtae in ditionem
* populi romani reducti sunt, quo magis Roma victrix subjectas im-
* perio gentes armis, litteris, artibus, legibus, institutis superabat. Re-
* vera romanicorum populorum glossarium et grammaticshn latinàm
* originem perhibent, quamquam in utroque satis frequentia celtica
^ vestigia manent. Sed dum Celtae a Romanis glossarium et gram-
' maticam mutuabantur, propriam phonologiam servaverunt. Latinam
' linguam accommodaverunt legibus celticae phonologiae, propriis, ut
" ita dicam, organis propriaeque pronuntiationi (Glossae hibem. vet.
Cod. Taur.'y Parigi 1869, P* xxxii).* Ma intanto il Whitney dice, per
esempio, nel suo bel libro La vita e lo sviluppo del linguaggio (tra-
duzione del D'Ovidio, Milano, 1876, p. 4, io sg.): « Né le divi-
« sioni linguistiche coincidono con le geografìche, e neanche, nei loro
« limiti e gradi, con gli apparenti limiti delle razze. Non di rado,
« ben più grandi son le differenze di razza che s'incontrano tra i par-
« lami un sol linguaggio o un solo corpo di linguaggi rassomiglianti,
e che tra quelli che usano dialetti affatto dissimili l'uno dall'altro
« La massa del popolo di Francia è di Celti, quanto alla discen-
« denza, con tratti caratteristicamente celtici che ninna mistura o
« educazione è stata capace d'obliterare; eppure è a mala pena di
« qualche conto quel tanto di celtico che vi è nel francese ; il quale
« è quasi puramente un dialetto romanzo, un rappresentante mo-
€ derno dell'antico latino. Pochi linguaggi vi sono a questo mondo
« scevri di mescolanza, come poche razze vi sono cosiffatte; ma l'una
« mistura non determina punto l'altra, né è la misura dell'altra. L'in-
< glese è di ciò una prova sorprendente ; dell'elemento franco-latino,
« preponderante nel vocabolario inglese, la parte più familiare e in-
< dispensabile vien dai Normanni, razza germanica, che Tebbe dai
< Francesi, razza celtica, che alla sua volta la ricevette dagl'Italiani...»
Orbene, noi appunto stavamo vedendo, se il celtico traspaia, o no,
in questo ' rappresentante dell'antico latino *, e per ben altro che non
pe' cimeli lessicali ai quali il Whitney alluderebbe. Quanto poi ai
vocaboli francesi, che vennero , in molto abondante misura , a far
parte del linguaggio inglese, la realtà è ben altra da quello che al
ragionamento del nostro autore converrebbe. Di certo, feature (fai-
ture feture), reason e nation, a cagion d'esempio, son voci che ven-
- 45 —
loro progresso. A voi è parso die io esagerassi nel misu-
rare queste diflScoltà (i), e io mi proverò, un altro giorno»
a capacitarvi del contrario. A ogni modo, è non poco sin-
golare la sicurezza con cui taluni vengono a dirci, quasi si
trovassero in possesso del più apodittico di tutti gli argo-
menti: che ogni alterazione deve pur sempre essere stato
un individuo a produrla ^li per il primo, e non rimanerci
se non di studiare come l'alterazione individuale si diffonda
e finisca per diventare un fenomeno generale e costante, o
quasi un canone del dato linguaggio. Pare che non entri
pur nella loro imaginazione un caso come quello dell' il
che l'abitudine orale di tutt'intiero un popolo avrebbe pres-
soché istintivamente contrapposto a ogni u nitido e accen-
tato che era proposto nella parola romana alla imitazione
sua. La dottrina delle spinte individuali, la quale si risolve
neirafiermazione che la storia della parola dipenda, per la
massima sua parte, dalla pronuncia difettosa o arbitraria
gono air Inghilterra dalla Francia. Ma vi stanno esse incolumi, come
piante cui sia ugualmente favorevole o indifferente ogni terra? Mainò!
Vi stanno a questi patti : che la prima diventi fitjur , la seconda
rifw, la terza néfn [v. sopra, p. 36], E vuol dire, che non solo
escono affatto dalla romanità, per ciò che perdano l'accento latino,
ma che anzi subiscono un nuovo complesso d'alterazioni, in cui non
è punto assurdo o intempestivo che il glottologo tenti distinguere tra
la nuova parte che ne spetti a motivo celtico e quella che a motivo
tedesco, cioè a ciascuno dei due elementi onde constava la compa-
gine nazionale dell'Inghilterra, quando vi si immetteva per terzo il
francese. — I motivi etnologici sarebbero poi singolarmente trascu-
rati dal DELBRttCK nella sua d'altronde ben pregevole Introduzione allo
studio della scienza del linguaggio^ là dove disserisce sulle mutazioni
fonetiche ecc., a p. ii6 sgg. dell'originale, p. iiS sgg. della versione
italiana di P. Merlo, Torino (Loescher), 1881, la quale appunto so-
prarriva mentre io aggiungo questa nota. — Insieme «sopraggìunge
anche La glottologia e i neogrammatici del Fumi, Napoli 1881, che
verte, con savia temperanza, intorno alle questioni di cui si toccava
nella prima parte di questa * Lettera '.]
(I) Su Crit., II, 4 sgg.
- 46 —
di singole persone (i), non sarebbe tale, veramente, di cui
avessimo gran fatto a impermalirci in questa età che pro-
clama così tenacemente gli umilissimi principi d'ogni umana
cosa ; e avremmo pronta, al postutto, una consolazione non
piccola, poiché simultaneamente si afferma, che non solo
resti salda la dottrina delle trasformazioni regolari e speci-
fiche dei suoni di ciascun linguaggio, ma questa anzi si
debba intendere, d^ora impoi, con un rigore non mai prima
sentito e draconianamente inesorabile. Noi dunque ascol-
tiamo sempre e ascolteremo volontieri tutto quello che ci
sappiano insegnare circa gli sconvolgimenti che le pronunzie
individuali riescano a causare nelle tradizioni glottiche di
tutto un popolo ', e lungi dal negare Futilità o il bisogno di
insistere anche nelle percezioni di codesta maniera, ci fer-
miamo sempre, per quanto è da noi , a distinguere quelle
determinazioni particolari o subalterne, che sogliamo dire
&individua\ione regionale (2). Ma qual pur sia il modo in
cui si pensi che la gran comunità dei parlanti accolga e re-
goli o simmetrizzi gli errori o gli arbitri personali, ne
verrà sempre, che gli effetti di tale azione, se la imagi-
niamo grande, avrebbero dovuto perturbare l'ordine storiale
della parola, causarvi continuamente dei salti o degli strappi,
rendere insomma impossibile, o anzi impensabile, quella
che diremmo la storia naturale e ragionata delle lingue. Or
la verità è all'incontro, che questa storia ci resulta sempre
più viva e più sicura, perocché sia come un'ampia tela, che
si svolge, di fase in fase, con intera continuità e per via di
coerenze generali. E quando v'hanno influssi di una lingua
(i) L'afTerBiazione si potrebbe accettare, senza molta difficoltà, in
quanto si volesse riferire a diverse tendenze orali per cui andassero
tra di loro distinti dei veri patriarchi, generatori di primi nuclei di
tribù o di popoletti.
(2) [V. per es. qui sopra, a p. 25-6 e 33. J
- 47 —
neiraltra , questi costituiscono , occorre appena avvertirlo,
dei nuovi fatti storiali, ma non interrompono o non con-
traddicono la storia. Noi così ricomponiamo le vicende più
che due volte millennari della parola latina; e troviamo
bensì, chissà vada alterata, e anche di molto ; ma le alte-
razioni, da quali cause pu]; s'abbiano a ripetere, rispon-
dono, generalmente parlando, alle ragioni fondamentali di
questa medesima parola, per guisa che s'ottengano come
altrettante copie, a vari colori, ma tutte a lor modo fedeli,
di uno stesso originale. Nulla, di certo, è eterno quaggiù ;
e può, per esempio, avvenire, che la trasformazione im-
porti il tramonto di antiche differenze, cioè il coincidere di
due o di più elementi, diversi in origine tra loro. Ma pure
i motivi di siffatti avvenimenti ci soglion resultare perspicui
e non punto capricciosi. Così più sopra ci ricordavamo del
come e del perchè il continuatore dell' o breve e quello
deir o lungo venissero a confondersi tra loro nella regione
francese. Vi si confondono similmente il g delle antiche
basi GÈ 01 (col quale va, come neir italiano ecc., anche il
g da J--, cfr. it. gelo gelu e già jam), e il ^ seriore, gal-
loromano, proveniente dal g della base ga; onde, per es.,
oggi s'ode ugualmente uno \ in gémir gemere, jumeau ge-
mello, o in jambe gamba e large larga. La ragione, per la
quale una almeno delle due serie parrebbe scardinata , sta
in ciò, che il g seriore, cioè quello che sorge dal g della
base GA, si * rallenta ' anch'esso, come si 'rallentava* 1' altro
e diverso g delle basi gè gì , o come si ^rallenta' il e' se-
riore della base ca {c'avdl sevdl)\ e i due diversi g fini-
o
scono, in questo conforme processo,, per andar tra di loro
confusi. Lo d\^ direbbe un fonologo tedesco, onde pressap-
poco constava ciascuno dei due g , perdette , in entrambe
le funzioni, il proprio elemento esplosivo, così come lo per-
deva lo ti onde constava il e' di c'avdl ecc. Ma nel parai-
- 48 -
lelo di 'tenue', il e' di ce ci essendosi ridotto a mera sibi-
lante dentale (e cosi, per conseguenza , anche lo se' di sce
sci; onde, p. e.: cenare, cioè gadre^ cinere, comt poiss-on,
cioè puaf'O, pisce, ovveramente 'pesciolino'), punto non av-
venne che le sorti sue si confondessero con quelle del e' di
CA, il quale vedevamo che si riduca a ^; e nessuno difetto
o arbitrio di pronuncia è entrato mai a turbare la nitida
e pur lieve distinzione che è tra le due serie {fadre\ ieval)\
o
né mai più la turberà. Nella zona ladina, poi, la distin-
zione si mantiene ugualmente sicura, cosi tra le due serie
di tenue, come tra le due di media (tipi : c'ener e casa ;
getter e gal). Non è bastata la scarsità o l'assoluta man-
canza di tradizioni letterarie, perchè alcuna causa, o for-
tuita o volitiva, valesse a farle mai uscire, o deviare co-
munque, dall'orbita della storia. E non solo per ciò che è
dMntere serie, ma anche in ordine a casi singoli o isolati,
dei quali 'a priori' si stimerebbe incredibile che potessero
andare incolumi attraverso a' secoli, contrariati come pur
erano da analogie più o meno generali, si riscontra assai
frequentemente una tenacità che sa di prodigioso. Vi ricor-
date come dicevamo, che sin da' tempi romani, e non per
ragione etimologica, lo scendere di de-sfendere dovesse con-
sonare, per r e chiusa o lunga, con vendere^ dove cotest'e
ha la sua ragione etimologica, cioè antichissima o addirit-
tura indo-europea {véna =ytsnOy iLvo- ecc.). Vedevamo il
toscano darci vendere scendere, con 1' e stessa di avere ecc.,
e tal quale il siciliano darci vtnntri scfnntri , con V i di
avfri ecc.; e vuol dire, che l'analogia generale dellV aperta
toscana {e siciliana) per V e latina in * posizione', analogia
che invale pur nella formola end {tendere pendere prendere
accendere, faccenda merenda-^ sicil. sténntri pénniri)^ non è
mai bastata a travolgere que' due esemplari divergenti. Il lat.
stella dovette avere anch' egli, non si sa bene perchè, un' e
- « ^
di pronuncia lunga o chiusa ; e malgrado le seduzioni, non
solo dell'analogia generale, ma del filone amplissimo in cui
riaperta appunto risuona in -elio ed -ella, oggi ancora
il toscano sta saldo alPe chiusa del suo stella, per la quale
egli si combina esattamente con lo sti44^ (non ste44à) di
Sicilia, stéila de' Piemontesi e de' Ladini, savoiardo esséila^
fninc. étoihj tutti con la giusta ma come eccezionale risposta
da e lunga, anziché da e breve latina.
Ma ritornando più specialmente alla noncuranza dei mo-
tivi etnologici, egli è abbastanza naturale che coloro, i quali
non se ne danno per intesi quando si tratti , per esempio,
di studiar la riduzione della parola romana pelle Gallie,
molto meno ci pensino quando la lor mente si rivolge a
cose più rimote, o tenti addirittura le cause e i modi per
cui si son determinate le antiche varietà della famiglia indo-
europea (il tipo indiano, l'iranico, il greco, il germanico, ecc.).
Nelle indagini sulle particolari convenienze che tra questi
vari tipi intercedono, o sul diverso grado che loro spetta
in ordine alla conservazione dell' organismo primitivo ( i ),
par davvero, per adoperare una frase vostra, che ' invalga
come una moda di parlar de omnibus rebus', tranne che
d*incrociamenti tra genti ariane e non-ariane, o anche tra
Arii di varie stirpi, che prima si andassero più o men lun-
gamente divisigli uni dagli altri. Un paragone, com'è quello
della parola latina che per la potente nazione degli indigeni
si riduca a parola francese o a parola rumena , parrebbe,
nel leggere i loro libri, che non istia tra le cose pensabili.
(i) [Una lucida e ragionata esposizione delle due principali teorie,
quella cioè dei vari distacchi, simboleggiati nell'albero (Schleicher
ecc.)f e l'altra delle varietà imaginate in serie continua, a guisa di
una catena che ritorni in sé stessa (Johannes Schmidt), è neir opera,
gièi ripetutamente citata, di Delbruck, p. 129 sgg. dell'originale, 139
sgg. della traduz. ital.]
Kfvista di filologia ecc. ^ X, I
-50-
Fanno, si direbbe, di non vedere o di non credere, che se
i due termini asiatici della parola ariana [l'indiano e l'ira-
nico], i quali nelle lor più antiche fasi letterarie si conci-
liano ancora così agevolmente in un termine solo, vengono
successivamente a diverger cotanto l'uno dairaltro, la causa
principalissima della gran divergenza si tocca, per cosi dire^
con mano, ed è quella di cui avete così bellamente parlato.
L'organismo ariano va sfibrato e guasto, per l'azione dele-
teria ch'esercita sovr' esso l'India aborigena; e vari incro-
ciamenti si sono bensì avuti di certo anche nell'Irania, ma
gli effetti ne resultarono, generalmente parlando, men gravi,
sia per la qualità degli elementi eterogenei in cui 1' ariano
qui s'imbatteva, o sia piuttosto per le ragioni del numero
e della civiltà, le quali riuscisser qui più favorevoli agli
Àrii che non sul continente indiano (i). Or come si fa a
non inferire, con giusta discrezione, da questi casi a quelli
della prisca Europa? La giusta discrezione voi la sapete
sùbito misurare e vuole esser molta, poiché nessuno di
noi può dimenticare la differenza che passa dall'affinità che
interviene, p. e., tra latino e francese o tra sanscrito e ben-
galico, a quella che all' incontro intercede tra il greco e il
latino o tra il gotico e l'antico slavo. Nel primo caso, —
dove la parentela si può significare, per via d' esempi, col
lat. o ital. stato, di contro al frane, été, o coU'equivalente
sanscr. sthita (nomin. sthitas sthitó), di contro al sindio
thioj — si dice, abbastanza correttamente, che una lingua sia
generatrice dell'altra, o pur che questa sia una degenerazione
(i) La diversità delle resultanze, secondo che c'inoltriamo a nord-
ovest o a sud-est deiFIndj, si rappresenta, abbastanza correttamente,
per esempi come son questi: ncopers. huràdar ^ sind. bhàu, fratello,
che rispettivamente risalgono a bràtar- e bhràtà ('bbràto); — neopers.
ast, pracr. atthiy è, prototipo asti ; — neopers. haft^ indost. sàty sette,
che rispettivamente risalgono a hapta e sapta.
-si-
ili quella. Nel secondo caso, — che può essere rappresen-
tato pei greco a-mélgo, allato al lat. mulgus [capri-mulgus ;
mulg^o)y o pel got. dauhtar, allato al tema lituano dukter-^
£glia, — gridiomi diversi resultan tra loro nella relazione
di fratello a fratello, o come in una certa parità di grado.
Senonchè, egli è ovvio imprima, che dagli incrociamenti
(come già con brevi parole s'è testé accennato nell'avvertirsi
la differenza generale tra neo-persiano e neo-indiano, e
come accadrebbe di avvertir facilmente pure sul campo neo-
latino) si possono avere effetti grandemente diversi, secondo
le proporzioni e le qualità dei fattori. Quando ci traspor-
tiamo a età così remote come son quelle in cui si matu-
rano le differenze per le quali. sorge il paleo-italico, il go-
tico ecc., le condizioni di quantità o di numero, per dir di
queste sole, dovremo di certo imaginarle ben più modeste
di quelle che ci rappresentino, a cagion d'esempio, il cozzo
e la mistione degli Arii e degli Aborigeni nella penisola
indiana. Urti sovversivi la parola ariana non. ne avrà su-
bfto, in nessuna parte dell'antica Europa*, ma gli urti si
saranno grandemente moltiplicati, lungo la sterminata di-
stesa di secoli. C è poi da considerare, in secondo luogo,
che il rapporto di fratellanza o di pai ita di grado, il
quale si afferma esistere tra il greco, il latino, il gotico tee,
va, alla sua volta, inteso anch'esso con giusta discrezione.
O anzi diciamo addirittura, che in codesta affermazione vi
ha non poco di esagerato e dì scorretto. Sin che si tratti
del nucleo fonetico della parola, potremo dire, abbastanza
giustamente, che la sostanza primordiale sia continuata, nei
diversi termini, per modo che , suppergiù, nessuno di essi
termini sovrasti all'altro, nessuno abbia perduto o innovato
più dell'altro (i). Ma se veniamo alla flessione, o anche
(i) La stessa lautverschiebung ^ piuttosto che una vera innovazione,
- 52 —
alla sintassi rudimentale, come si può sostenere alcun che
di simigliante? Il greco torreggia solitario, per la meravi-
gliosa incolumità delPorganismo ariano che a lui è pr(^ria.
Il latino, o diciam pure il paleo-italico, bene è di certo il
linguaggio che men d^ c^ni altro si discosta dal greco ; e
chiude gli occhi alla verità chi a ciò non consente; ma u-
gualmente li chiude chi ciò non affermi con giusta discre-
zione. Poiché, malgrado le particolari congruenze, quanto
grande non resta egli il distacco tra i due linguaggi, per
esempio nella flessione del verbo! Tutte insieme sommate
le differenze, per le quali vanno disgiunte ti;^ di loro le lingue
neo-latine (la rumena compresa), non basterebbero a coprire
una modesta parte di codesto distacco (i). Il quale natural-
mente si risolve in ciò, che il paleo-italico perda o innuovi^
mentre il greco sta fermo alParchetipo. Or come si spiega
codesto ? I climi è manifesto che non ci possono entrare. La
ragione del tempo neanche; poiché lo stesso numero di se-
coli è passato sopra la voce che è dfdòmi nel greco [dà-
dami sanscrito) e sopra quella che è do nel latino, la prima
può dirsi, con linguaggio musicale, un trasporto che non turba Var-
mania.
(i) Chi perciò discorra àUtalo-greco, può non avere nessun tono,
e il torto stare dal lato di chi frantenda le parole o l'assunto. Qui
anche il Delbruck mi pare che non veda assai felicemente (o. e, alla
fine). Basterebbe la storia delle aspirate a dimostrare un'intima con-
gruenza tra italico e greco. O anche basterebbe la storia delle vocali;
dove andrebbe giustamente considerata, oltre la congruenza nelle an-
tiche determinazioni, anche la persistenza eccezionale di quei fo-
nemi; e così, p. e. in ego ^ olito (di contro al lit. as io, o al got.
ahtau , od. ted. acht ^ otto), non solo badato alle congruenze dell'e-,
dell' 0- (comune questa al celtico) e dell' -o, ma badato insieme al
perdurare che fa 1' -o, oggi ancora, nelle voci italiane od elleniche ;
o similmente in *omso (dijiio^ umerus], per dir d' un altro esempio,
che oggi ancora mantiene, suppergiù, le vocali di quell'età che di-
remmo italo-greca. Quanto non c'è di caratteristico, sotto più rispetti,
e sempre d'ordine italo-greco, nel -nosco {conosco) che oggi ancora
risuona sul labbro italiano !
- 53 -
rimanendo incolume e la seconda riducendosi di tanto ; così
come il medesimo numero di secoli è corso per Roma e
per Parigi dal punto in cui Cesare immetteva nelle Gallie
la voce statOy la quale è a Roma rimasta incolume sempre,
mentre a Parigi si riduceva a été. Come dunque sfuggire,
pel latino stesso o il paleo-italico, a quella ragione del tras-
formarsi della parola, che sta nei mutamenti della com-
pagine della nazione, o insomma ai motivi etnologici, pei
quali Tantico organismo si perturbi e rallenti? Nella sintassi
rudimentale deirantico celtico, voi trovate una tal differenza
dalParchetipo (che insomma vuol dire dal greco e dagli i-
diomi antichi dell'Asia ariana), da non bastare a misurarla,
se ancor mi permettete la similitudine di prima, tutte quante
unite le differenze che sono tra le sintassi rudimentali di tutti
gli altri idiomi indo-europei. Or codesta differenza non si
spiega, se non come un effetto dell'Europa ante- ariana.
III. — Rimetto a un altro giorno il toccare delle vi-
cende etnogoniche in relazione alla saldezza che s'avverte
nelle trasmutazioni de' suoni •, e per questa volta non vi ag-
giungerò se non delle note ben rapide (ma per voi suffi-
cienti) sopra alcuni quesiti a cui vi conduceva la Gramma-
tica greca di Gustavo Meyer. Del qual libro voi dite molto
bene, ma non ne dite, cred'io, abbastanza. Le riserve, che
si possano o si debban fare, quando pur versino, come pare
a voi, intorno a questioni numerose e rilevanti, non tol-
gono, in un caso com'è questo, che la lode abbia a riuscire
calorosa e piena.
I. Mostrate meraviglia perchè il Meyer non tocchi di
orepeó^ = ^starja-^ cioè non si dia per inteso di un €o che
possa corrispondere a jo, e perchè egli citi bensì, come pa-
rente di lieóq , il sscr. satjd- , ma quello riconduca a ère-
— 54-
Fó-^ (i). Forse era più legittimo il fare qualche maraviglia
per il silenzio ch'egli serba intorno a k€V€Ó^, nel passo in
cui ragguaglia correttamente k€ivó^ k€vó^ col sscr. fùtyà y
origin. *kvanjd (§ 264) (2); o perchè non appaiano espres-
samente considerati o chiariti, nel debito luogo, i rapporti
che corrono tra axeppó^ e oreTpa, o tra Kévvo^ e kcivó^ (cfr.
SS ^^9» ^73*74)' J^ effetto è, che questi innovatori, come
vedono che a r; e a nj il greco si sottrae col mandare as-
similato o internato iiy (lesb. cpOéppuj Kiévvoi; gr. com. 6-
veipo^ (pa(vu)), così non ammettono questa diversa continua-
zione di rjo ecc. che sarebbe p€o ecc.; e similmente, poiché
Tj dà notoriamente, aa (tt), non potrebbero mai ammettere
un Teo=tjo. Così intanto avete una loro difficoltà contro
èT€Ó z= satjd, che è come d'ordine generale e perciò insieme
abbraccia pur gli altri esempi. Ma se ne aggiungono altre
due. Poiché satjd contiene in sé, come si crede, il participia
sani (rad. as) in forma debole, la qual forma debole do-
vrebbe andar riflessa , nel greco, per ài (àx) e non per èr
(éi). S'è finalmente scoverta un'armilla, la quale porta i-
scritto: EreFavòpu), e perciò vengono ormai agitando, con
formidabile sicurezza, un èxePó-? (3). Ora, circa la difficoltà
che dicemmo d'ordine generale, noi siamo qui appunto per
tentarne la risoluzione. E circa le altre due, peculiari a
(i) [Griechische grammatik von Gustav Meyer ; Lipsia 1880; § '221,
cfr. § 219.]
(2) Lo scrupolo vostro circa la scarsa antichità che possa avere
questo derivato \^ùnjà da ^nà\^ non si regge. Imprima non manca
al Veda (è nel composto gùnjàiSd dell' Atharva) ; poi e' è la riprova
deir ant. slavo suj che V Hubschmann giustamente accompagna , nel
luogo già citato [Kuhn's Zeitschr. yXXlìl, 17], coll'armeno sin. Questa
voce armena, del resio, non prova neanch'essa contro sp da fv
(v. sopra, p. 1 1, n); poiché null'è più naturale che riportarla a sujn,
come riflesso di un indo-iranico fùnja. Ma di ciò altrove.
(3) Vedete: Brugmann, in Kuhn*s Zeitschr.,XX\V, 34; G. Meter,
ib. 243 ; OsTHOFF, ih. 419.
- 65 -
éTCÓ^ sia intanto lecito dire, che vanno messe entrambe in
lunga contumacia. Di certo, la sezione sat-jà non si può
teoricamente impugnare; ma resta pur sempre, che non
si troverebbe nelPantico indiano un secondo esemplare di
simil tipo, cioè del tipo tudat-ja (i), e che altre sezioni
non sieno impossibili (ne tocchiamo in appresso), intorno
alle quali andrebbe appunto consuhato il riflesso greco.
Quanto airEreFavòpu), voi sapete come io non sia un grande
adoratore d^ogni fiiraS Xeróiievov epigrafico ; e codesto nome
proprio deir 'armilla' non mi scuote gran che. Sarà bene
aspettare un secondo esempio, prima di credere a questo
éTcFó; come sarà bene aspettarne un altro paio, prima di
risolversi a staccare S^ i^ ò da^^ ecc. per grazia del fa-
moso Fon. — Così dunque, nel mostrarvi come sia che il
Meyer non pareggi tra loro èxeó^ e satjds^ vi avrò insieme
confessato che io sempre ancora li pareggi.
2. Ma procedendo, dovremo credere davvero, che k€-
V€Ó^ sia morfologicamente diverso dal suo sinonimo eolico
k6/vo^ (= Kcvjo^), o l'att. (Txe^^ó^ diverso da arepeó^ ? Ognun
vede, che ciò repugna, come a priori (2). Si vuole mal sicuro
Teol. 5XXo^, che starebbe, nell'identico rapporto, allato
ad t^Xcó^; ma non verrà conferma, appunto da questo
rapporto, a quella forma controversa ? E poi da considerare,
che son tutti ossitoni gli esemplari greci in -co che qui en-
trino in questione : (TTCpeó i^Xeó k€V€ó èrcó, cui io aggiungo,
(i) [V. Grassmann, WÓrterb, ìjt. Rigv.y p. 171 1, cui ora si aggiunge:
Whitnet, Index verborum to the published text o/the Athanfa-Veda,
in Joum, of the Am, Or. Soc, New Haven , 1881, p. 352. C*è sa-
hantja (che non vedo in Lindner, Altind. nominalbild,) ; ma parrebbe
piuttosto derivare da un *sahantay che non immediatamente dal par-
ticipio, e a ogni modo darebbe il tipo tudant-ja.]
(a) Va anche ricordato l'argivo (fi^a (Esich.), accanto ad iliiov, ibóv.
come sapete, anche 8eó, e abbiamo ugualmente ossitoni i
S8cr. ^ùnjd satjà divjà \ laddove è o balena il parossitono
negli esemplari eolici , con T assimilazione, che si po6san
qui richiamare (Kéwo^, &XXo^; cui s^a^iunge, malgrado la
incertezza in ordine alP elemento assimilato, T eoi. orévvo^
allato a crreivó^ (Ttcvó^; v. Curtius, *6o9). Non aVremo qui
noi la corretta imagine della doppia accentuazione greca
(cfr. divjd allato a divja nel sanscrito) e insieme la ragione
dell' -€o? Io lo credo fermamente (i).
Credo cioè, che pj vj Xj, e così pure altri nessi congeneri
di cui in appresso tocchiamo, sviluppassero facilmente nel
loro seno una vocal sottile, quando riuscivan protonici (2); e
Kevejó^ così rappresentare altrettanto normalmente uno degli
antichi tipi accentuali dei greco, quanto Kévjo^ (cioè xévvo^)
rappresenti normalmente T altro. Da Kcvejó^, come sapete,
si viene poi regolarmente a k€V£ó^. Sarebbe questo un ben
determinato filone per V àvàirruHiq greca, da aggiungersi a
quelli che già si sono esplorati (cfr. G. Meyer, §§ 92 e
29). E diremo, per non tacere di ogni analogia esteriore,
che se il grecò ebbe p. e. iióXupo-, piombo, da iiXupo-, come
Tant. persiano ebbe durug^ mentire, da drug^ così avrebbe il
greco avuto cTTepejó ecc. da cTTepjó ecc., come Tant. persiano
non potea più avere se non tija nija ecc. per tja nja ecc.
di fase anteriore : martija anija arija (3). Non ho poi bi-
sogno di ricordare a voi l'analogia dei viventi dialetti del-
(1) Ho tralasciato, per andar cauto, di valermi delTaccentuazione di
0T€lpa, o di quella di Oup€ó^« cfr. Ocupó^, ma Od paia, sscr. dùrja, pa-
rossitono, e dvàrja,
(7) Un buon presentimento sarebbe in L. Meyer, Vergi, gr.y II,
40r.
(3) Cfr. Spiegel, Keilinsckr.y 147, J. Schmidt, Vocalism.y lly 3o<>-
3o2. Le analogie indiane so * che le avete presenti ; ma non è forse
inutile ricordare, come sia per gran parte illusoria la differenza che
sembra qui intercedere tra l' antico persiano e lo zendo. L* illusione
- 57 -
ritalia meridionale, che vi danno p. es.: mestérejo myste-
rium, cójera fcójra) coria, chiéseia ecclesia, 'mmireja ('nvi-
dja), ecc.
3. Già vi dicevo, che non credo limitato il fenomeno
greco alle sole basi che segneremmo per njó rjó ljó. Cosi
io cerco, non in altro che negli effetti di un' accentuazione
proviene dalla scrittura, o, a dir meglio, dalla trascrizione; poiché
nella scrittura originale è veramente un doppio jod o un doppio vau
per il j o rispettivamente per il v delle trascrizioni, che piuttosto
dovrebbero darci ij e uv (vedete Spiegel , Gramtn, d. altbaktr, spr.y
§§ 43, 45). Laonde, p. e., rimpetto a uno dvitja, secondo, che giusta-
mente si pone come forma primitiva, sono ben poco diversi tra di
loro, in ordine ai riflessi di -tja, il sscr. dvitlja^ Tant. pers. duvitija
e lo zendo bitiia (bitja) ; il quale esempio giova, del resto , anche a
mostrare come Tant. persiano andasse più in là per questa via , che
non facesse lo zendo (Ji/v- da dv-). Similmente si ragguagliano lo zendo
Huuafpa, o scriviam pure addirittura Huvafpa, e Tant. pers. Uvagpa^
quel dai bei cavalli (sscr. sv-a^a). L'antichità del fenomeno si ad-
dimostra, per modo particolare, nel caso dello zendo huva^ ant. pers.
uvdj per Torigin. sva- suus, il quale insieme dà allo zendo , per via
afEitto normale, quel prodotto che si trascrive per qa e proviene da
uno speciale inasprimento di hv=sv (hva, khva, kh[v]a). La intercar
lezione è dunque accaduta quando il linguaggio era ancora alla fase
hva (o sva)i prima cioè che avvenisse T inasprimento che s'esprime
per khva ecc. S'ebbero così, nell'antica Irania, le due varietà hva e
huvaj la prima delle quali subì ulteriore e normale alterazione nello
zendo (qa), e T altra ne subì una, pur normale, nell'ant. persiano
(uva); onde si risolve, a cagion d'esempio, la gran differenza che ap-
pare tra due riflessi della prima parte di uno stesso nome proprio <»>
Uva-khiatara ('autocrata') nelle iscrizioni .cuneiformi, e Kua-Edpn^
nella pronuncia che ritraevano i Greci (quasi uno zendico : Qa-khia-
thra; onde Khva-khèahra), Intanto io riafferro, per questa via, un altro
dei vostri quesiti, quello cioè che concerne il rapporto genealogico
tra sva e sava, suus, o tva lava, tuus. A voi probabilmente parrà che
qui si navighi nelle vostre acque ; e mi direte : Così come V antica
Irania ebbe l'epentetico huva allato a hva, non potremo dunque am-
mettere, per una fase ancora più antica, gli epentetici sava tava da
sva tva ? E vi potreste pur compiacere dell'opinione di due gran va-
lentuomini, i quali, considerando isolatamente lo zendo hava-=:*sava
(terza voce per *suo*), hanno stimato pur questa una voce epentetica;
JusTi, Handh, d. ^^endspr., p. 359 tf, Spiegel, Gramm. d, altbaktr.
-68-
diversa, la ragione della differenza che passa tra il solito
tipo del futuro greco e il tipo dorico, non estraneo, per voci
mediali, pure al resto della grecità (i). Credo, cioè, alla
coesistenza indoeuropea di due tipi accentuali di futuro , i
quali, in via teorica , rappresento per rdik-sja e rik-yà ,
onde, sempre in via teorica per ora, le resultanze greche:
Xem-cTJo e Xiir-aejó.
Come vengo io a questa presunzione? Non ha per me
alcun diretto valore un argomento che a prima vista par-
rebbe averne tanto, quello, cioè, del costante tipo indiano
da-sjà {dósjàmt), allato al solito tipo greco buj-du) (buiau)).
spr,y §§ 63^, i6i. Senonchè, io debbo imprima confessarvi, che non
vorrei vedervi andare tanto insù. E se proprio esigeste una mia opi-
nione non altro che teorica, vi dovrei poi dire, che date, per il pe-
riodo unitario, due forme come sva e sava, le probabilità di gran
lunga maggiori mi parrebbero stare per l'anteriorità della seconda.
Ma scendendo a più umili strati, mi piace piuttosto ricordarvi, che
nell'Asia, oltre lo zendo havaz=zsava suus, noi raccoglievamo, come
un vero possessivo, il genitivo fava tui (pater tui= pater tuus), che
è dello zendo e del sanscrito. — Del rimanente, l'opinione che mi
attribuite, nel toccare dei riflessi greci di tva-s (aó-^) e tava-s (t£ó-s)>
l'opinione cioè che tv dia a {raa-) a tutti i dialetti greci, è veramente
la mia; come è vero, che per le forme greche col -t- nella voce per
' quattro * (réTopc^ ecc.) , io abbia detto, non doversi trascurare gli
esiti del tipo femin ile (c'a/a^r ^Téreop-), che ha perduto, nel greco, la
o
sua individuale esistenza.
(i) L'OsTHOFF, seguito da G. Meyer (§§ 538, SSq), vorrebbe che il
futuro dorico (il quale, nella maggiore sua schiettezza, si rappresenta
con la voce òeiEeo^e^, fosse una 'contaminazione' del tipo òeiSo- col
tipo ^€véo-. Ora di codeste 'contaminazioni', o, per dir meglio, di co-
desti cumuli di esponenti flessionali, se ne danno di certo; e un per-
fetto sardo, come dolfesi (dov'è dol-ui e dolsi, e più ancora), ne può
essere un buon esempio. Ma è un perfetto tralignatissimo, cioè gran-
demente rimoto dalla coscienza istorica delle sue ragioni, come sù-
bito si riconosce anche dal presente dolfo o dal participio dolfidu. Le
condizioni, in cui avvengono siffatti cumuli , sono esse dunque tali
da compararsi con quelle in cui òeiEuj rispondeva a ^€{Kvu^l? Non
chiudiamo gli occhi alla verità, se vogliamo cercarla !
— 50 -
Polche il sanscrito, dandoci p. e. daiksjd- (non diksjà-)
o jaksjd (non iksjd-)^ accenna a una rimutazione di ac-
cento; richiama cioè, in modo manifesto, un anterior tipo
accentuale: ddiksja-^ che legittimamente coincide col tipo
solito al greco: beiEo-, e si mantiene, per lo stesso antico
indiano, nel prezioso esemplare siisìa-nUj-às (i), del quale
tantosto si ritocca. Ma perchè è ella poi avvenuta nelPan-
tico indiano questa rimutazione d' accento ? Nessuno certa-
mente vorrà pensare, io credo, a un * conguagliamento * di
accentuazione tra T antichissimo futuro e il futuro partici-
piale {data 'smi ecc.)> formazione perifrastica, ben tarda e
affatto peculiare. Né più alcuno vorrebbe sostenere la ra-
gione che per codesta mutazion d^accento era imaginata da
Francesco Bopp (2). Tutti or penseremo, piuttosto, alla
prevalenza che un tipo accentuale abbia conseguito sull'altro,
per modo che lo stato del nucleo^ radicale più non corri-
spondesse di continuo alla ragione deir accento; dove non
va dimenticato, circa la facilità con cui potesse o Y uno o
Taltro tipo prevalere, che il Veda e TAvesta portano a cre-
dere ben limitato Fuso del futuro nelle più antiche età della
parola indoeuropea. L'antico indiano avrà cosi conguagliato
un *ffdi'Sja (gi vincere), a cagion d'esempio, accentato ori-
ginalmente sulla radice, con un dhak-sjd {dah ardere), che
sin dalle origini potè avere l'accento sull'esponente del fu-
turo (onde la serie livellata, che or si forma per gaisjd ecc..
(i) Delbrìjck, Altind, verbum, p. i83.
(2] [Giova riprodurre, anche pel confronto con quant*aItro qui poi
si dice, le parole del glorioso fondatore della nostra disciplina: * Die
' betonung des griechischen und iitauischen {bxbaw ecc.) scheint mir
' die urspriingliche und die sanskritische eine folge der auch bei no-
* minal-compositionen im sanskrit vorwaltenden neigung zur verschie-
* bang des tones vom ersten glied auf das zweite. * Vergleichend, ac^
centuations -system, p. 120.]
- 60-
dhaksjà ecc.). Nel greco, air incontro, e nel lituano, pre-
valse il tipo con V accento sulla radice (òui-au) , du-siu) \
con questa differenza però, che quando lo stato della ra-
dice ammetta distinzioni, il greco sempre Tabbia allo stato
forte (costante cioè il tipo rdik-sja)^ e il lituano allo stato
debole (costante cioè, contro la ragione storica dell'accento,
un tipo nk'sja). Ha insomma il lituano la stessa accen-
tuazione e il medesimo stato di radice nel futuro e nell'in-
iìnito, il quale riviene anch' esso a un tipo originale con
l'accento sulla parte accessoria (tipo rik'tì)\ onde p. es.,
lekìi (= leik-) io abbandono, Vik-siu abbandonerò (XeiTr-au)),
lik'ti abbandonare. Tra sanscrito e lituano è un' antìtesi ,
che è per noi sommamente istruttiva (sscr. raiksjà'tnij dal
tipo rdik'sja\ lit. Vik-siu , dal tipo rik-sjd). E rest^ lo
zendo ; il quale pare di non poco aiuto per la ricostituzione
di qualche cospicuo esemplare asiatico, in cui fosse di ra-
gione storica l'accento che prevalse nell'indiano; o, in altri
termini, pei diretti indizi di una condizione asiatica la quale
si potrebbe rappresentare coi tre esempi: dà-sjà, dik-èjà
ràik'Sja, tutti e tre compiutamente legittimi, onde poi, per
l'attrazione vicendevole degli ultimi due, il sanscrito veniva
a daiksjd. Il tema di futuro che lo zendo contrappone al
sanscrito bhaV'i-sjd (cpucTiu \ tema del presente : bhdvà)^ è
bù'Sja (tema del presente: bava). Questo esemplare, di gran
pregio per noi a ogni modo, non tanto però ci favorisce,
quanto a prima vista potrebbe parere. La utilità ne può
in parte andare sminuita dalla qualità della vocale (i) e dal
curioso incontro coli' esemplare vedico sti-sja , che s' è di
sopra addotto e appunto ha l'accento sulla radice. Ma il
doppio tipo brillerebbe nello zendo per dì^a (=dikh-sja).
(0 Cfr. Bopp, Vergi. ^r.,§665.
- 61 -
tema fuiurale dì dif segnare , insegnare, allato a haosja-^
tema futurale di hu spremere (i).
Questa è dunque Tintelaiatura, nella quale mi rientra ii
doppio esito greco: beiHo-= déiksjo, e be\HO' = deiksqfó^
Allato al tipo che per lo stato della radice coincide col san-
scrito e per l'accento col lituano, v'ebbe insieme tra' Greci
quello che per entrambi i caratteri coincide col sanscrito.
Dove è da aggiungere, che nulla. osti a credere che Taccen-
tuazione, onde ripetiamo Vejo , si mantenesse incolume in
sino all'ultimo. Poiché la grammatica ben può accentuare,
a sua posta: -npaHéiu ecc.; ma la verità è, che noi non ab-
biamo forme non contratte che ci mostrino il loro accento,
quando si tolgano i due esempi esichiani, e necJ&vTai (Om.)^
TTcaécTai (Erod.), le quali due forme era per doppia ragione
impossibile che i grammatici accentuassero diversamente da
quello che hanno fatto. Gli altri esemplari , o sono con-
tratti , sia nelle epigrafi , sia negli autori , o non contratti
nelle epigrafi (2); e nessuno può dire che non s'abbia piut-
tosto a accentuare: -npaSeil), o che òcEeiTe non risalga a
hoieé'Ti, piuttosto che a òoHée-re.
Ma procedendo ancora, io vi confesserò di presumere ,.
che, in alcuni casi, il fenomeno epentetico, di cui veniamo
studiando, sia anteriore alla vita individuale del greco. Spero
così, che, malgrado i molti ostacoli , ne debba venir luce
intorno a' verbi greci e latini in -eo ; dove mi paiono veri
precursori, comechè rimasti ben lontani dalla meta, il Grass-
(i) Cfr. 5iJST\y Handb., i56, 401 ; J. Schmidt, Revue de linguistique^
III, 365. Non vedo però, che Spiegel c Hovelaque tengano conto,
tra le forme fùturali, di dtià^ disjàt {e meràsjàt) ; e non posso con-
suitare, in questo momento, il Bartholom^e. Ci vogliono forse ve-
dere forme aoristiche modali ?
(2) V. Curtius, Verbum, II*, 317 sgg.
— 62 —
manti e il De Saussure (i). Ugualmente sarà un caso, che
oltrepassi i limiti del greco, quello che appunto forma uno
de' vostri quesiti, e al quale ora passo.
4. Dico di -Teo nell'aggettivo verbale, che si ripristina
in un ossitono -rejó per virtù del triplice esempio d'Esiodo,
e risalirà a -rjó; dove il nesso tj, mercè Tossitonia e l'epen-
tesi che ne consegue, era per legittima ragione sottratto, pur
susseguendo a vocale, allrf sorte ch'egli ha dovuto subire,
essendo postonico, in irpócraw, jiéXiaaa, ecc. ^2).
(i) li primo nel giornale di Kuhn, XI, 48 sgg.; il secondo nei Me-
moires de la Société de Linguista ^ HI, 279 sgg.
(2) V. Stud. crit,^ II, 41 3 sgg. Non fu ivi potuto addurre alcun
esempio di ao da tj che non fosse nella sillaba postonica. Ma anche
tra le serie di aa da 0) kj ecc., non raccogliete tutt* insieme se non
due soli esempi, in cui la riduzione appaia nella tonica : Kiaoóc;^ ko-
Xoaaót;, ib.y 419 sgg. — Mi sia ancora lecito soggiungere compendio-
samente, qui in nota, che il -t^o di òaTéov, osso, ha per me l'identica
st9ria fonetica del -t^o degli aggettivi verbali. Credo , cioè, che si
debba partire da astjà (cfr. Curtius, Grund:[., num. 21 3), onde *ò-
iJTCjó ecc., caso che grandemente rassomiglia a quello di àvja (cfr.
ib.y num. 597), che dà il pi. argivo dipea fòF€Jó) della già citata chiosa
esichiana , allato ad diiov (^^óv) e al lat. ovum. Come ad àvja sta il
lat. ovOy cosi pressappoco sta ad astja un lat. *osso (onde os oss-is ;
come vas vas-is da vdso, cfr. Corssen, Ausspr.^ 11', 594, 597) ; e *osso
ci offrirà veramente un nuovo esempio per l'antichissima assibila-
zione di tj dopo altra consonante, non già un esempio eccezionale di
ss=^s prim. + t (cfr. FrÓhde in Bezzenberger's Beitr., I, 2o5 , de
Saussure, Mém, d. /. Soc, d. Ling,^ 111, 297). Codesta riduzione di
5 + f in S5, non occorre mai ; e cosi è un'eccezione apparente anche
r 'issimo. Il vero è, che da -timo si venne a -simo per schietta evo-
luzione fonetica, nei casi dove era legittimo che questa evoluzione
intervenisse (p. es. in mac-simo\ cfr. Jic-so da fic-to). Così da dives,
cioè dal tema divit y si sarà regolarmente avuto un *divissimo (cfr.
messus da met-to] sul tipo mac-simOy allato a un *divitistimo sul tipo
sollistimo ; e siamo nel filone donde poi 1* -issimo si stacca e diffonde
come se in lui altro non si contenesse che l'esponente del superla-
tivo. Ma di più, un'altra volta ; e qui ancora sia avvertito questo solo:
che è un' illusione il -simo del preteso *celer'SÌmo celerrimo , poiché
r + s origin. ben si risolve in rr [^fer-se ferre) ; ma r -f- 5 second..
— 63 —
Non si parla dell' aggettivo verbale in -reo. senza parlare
insieme dell'altro aggettivo verbale in -to; o a parlar per
via d'esempi, deve considerare (parò-, *quel che si può dire',
chiunque consideri (pareo-, *quel che si deve dire*. — Ab-
bandonato, e a ragione , come io pur credo , il ragguaglio
-T€o = sscr. tavja (i), or dunque vorrebbero persuaderci
di questo: che il participio in -to , di significato ancora
molto incerto , e come elastico , nella più antica fase del
greco, si venisse piegando, sin dall'età omerica, a significar
la * passività contingente *; e che nella forma in -tejo (-t€o),
ottenutasi grecamente o anzi atticamente da quella in -to ,
si sviluppasse, dopo Omero, la significazione della ' passi-
vità necessaria' (2).
Voi sapete , quanto il punto di partenza, per se stesso ,
qui mi debba repugnare. L'organismo del linguaggio indo-
europeo, qual ci resulta per il periodo durante il quale la
unità degli Arii andò spezzata, è ben lungi dall'esser tale
a cui sì convengano le ipotesi di funzioni fluttuanti o mal
fisse. Le incertezze che si vogliono attribuire , nell' ordine
della funzione, al periodo unitario, si risolveranno ben piut-
tosto in altrettante deviazioni, che la funzione originale, cosi
come il suono, ha dovuto, per varie ragioni, più tardi su-
o resta, o dà 55 5 (vorsus prosa). Il vero è airinconlro, che il com-
parativo ridotto (celer-is-) qui s'aggiunge all'esponente -i-mo che è in
minimo infimo ecc.; onde: celér-is-imo, che dà necessariamente ce-
lér\i]rimo, È insomma il tipo plo-is-imo plurimo,
(i) Cfr. Curtius, Verbum^ li', 384.
(2) V. Curtius, ib,y 385 sgg., G. Meyer, o. c, § 600; Brugmann,
Morphol, untersuch.y I, 202 sg. Qui mi sia permesso notare, senza che
ne soffra la molta stima che tutti devono a un così sagace e così bene-
merito indagatore quale è il Brugmann, come il suo lavoro sul pas-
sivo indo-iranico, nel quale entra il passo testé citato, non mi possa
rimuovere comunque da ciò che io ebbi a dirne in un vecchio mio
Saggio ch'egli non ha conosciuto (Studi ario-semiticiy li, § 20).
- 64 —
bire. Ma venendo senz'altro al concreto, tollerate che io qui
faccia precedere la conclusione alle dimostrazioni, e vi dica
sùbito, che ben lungi dairaversi, nel nostro caso, alcun che
di peculiare al greco o di post-omerico, la nostra doppia
forma e la sua funzione sta come impressa in fronte alla
umanità indoeuropea, con quel doppio e antichissimo nome
che è nelle voci vediche marta e mdrtja^ Tuomo*, cioè
MI mortale'. Non dicono codeste voci, se vogliamo antici-
patamente esaurire la parte ideale, non dicono, come ognun
vede, *il morto', ma neanche dicono senz'altro MI mori-
turo'. Data questa funzione meramente futurale, noi reste-
remmo a significazione attiva, quando il nostro esponente
si applicasse a verbo transitivo (avremmo, p. e., un * fac-
turus'). Ma si tratta di * quello sul quale è dato o è voluto
*che si compia lo stato o l'azione che il verbo esprime ';
e perciò è legittimo che pel medesimo esponente si ottenga,
da * morire': * quel che può o dee morire', e da *fare':
* quel che può o dev' esser fatto '. La riprova sperimentale
di questo ragionamento, s' ottiene di leggieri , consideran-
dosi , p. e., il ted. sterb'lich mortale , allato al pur ted.
thun-lich fattibile; o anche, in modo un po' indiretto, guar-
dando insieme a eundum mihi est t faciendum mihi est.
Circa poi al 'potersi fare' o al 'dover farsi', ei son con-
cetti che si toccano, massime nelle origini, o si confondon
tra di loro; e infandus^ a cagione d'esempio, è : *is de quo
quis fari non debet vel non pote^t '.
Ora un po' di storia o di dimostrazione, secondo che le
forze per oggi consentano. Il vedico marta, cui a capello
risponde lo zendico mareta^ non è più se non un sostan-
tivo (il mortale, l'uomo), onde viemeglio si conferma l'an-
tichità del vocabolo. La significazione aggettivale balenerebbe
però ancora nell' fiiraE XeTÓjievov dmarta immortalis. E pa-
rossitono questo marta , e tal dalle origini , come appare
-e5-
dallo stato della radice, il quale è pur comune al termine
iranico. A parlare in termini grammaticali, il 'participio
fiituro passivo ' qui si differenzia dal ' participio perfetto
passivo', per T accento e per la conseguente diversità nello
stato della radice (sscr. mrtd mortuus, zend. mereta). Nella
stessa funzione del -ta di mdrta, abbiamo insieme,, per la
loaggiore antichità indoeuropea,, un -aia (come anche allato
del 4à di part. perf. pass, apparirebbe un -atd nel soli-
tarìo pcufatd coctus ( i ))». I tre esempi vedici che si soglion
citare (2), già li conoscete : darfatà^ che può essere veduto
0 merita d^esser veduto, videndus, jagatd colendus, sanctus,
Marj-^dj tal da essere desiderato-, e un quarto ne incon-
triamo piò in là. Sono diventati ossitoni , lasciandosi at-
trarre dall^analogia abondantissìma del participio di perfetto
passivo , col quale ormai non si potean piùi confondere ,
stante V -a- \ ma lo stato della radice (p. e. dnrqata e non
dr^aia, cfr. drqati) attesta un'antica accentuazione da rap-
presentarsi per *ddrfatay e analoga perciò a quella di mdrta^
Lo zendo risponde sempre a capello : dare^ata^ Ja:[aia, —
Quanto al greco, il continuatore di mdrta vi è ^topró^ ppoió^»
die ha ceduto per V accento alla stessa analogia cui cede-
vano darqatd ecc. nell'India, ma anche le ha ceduto, almeno
in parte, per lo stato della radice (3); e così il greco s'avvia.
(i) vratdy cioè vr-atdy venuto a funzione di sostantivo (volere, do-
0
vere , ecc.) , domanderebbe hinghe considerazioni. Vedete intanto :
Porr, Wur^lw6rterb,y II 3, 6x5.
(2) [Cfr. Benfet, Volisi, gr,y p. 144; Limdner, o. c, p. 38.]
(3) Qui awien di confrontare, almeno per quanfè delle sorti fi-
siciie della parola , il sscr. rtd , giusto ecc., coli* ar\é\ta dell' antica
Irania (drta). Andrebbe poi ristudiato il sscr. amrta 'immortale'
o
(=: zend. ameia)^ coincidente, e per I* accentuazione singolare (cfr.
àkrta, dyrta) e per Taccezione, con adrita non visibile (cfr., del resto,
9 0 O •
anche il semplice dritd), e insieme considerato anche ddhrita irresi-
e . e •
Hfvista di filolofiia ecc.y X.
-.66-
con questo esempio-principe, a quella indistinzione di forma
tra le due diverse entità passive in -^^, che si rappresente-
rebbe per TVuiTÓq bapTÓ^ ecc.; indistinzione che gli riu-
sciva tollerabile, per la ragione che nelle funzioni di
schietto participio passivo egli aveva in continua funzione
le forme in -ficvo. Dei riflessi greci che s'abbiano per il
tipo darf-ata (come àpt-beU-ero), s^è il Benfey avveduto per
il primo (i).
Allato a -fa e -ata, s^ebbe anche -tja qual derivatore di
'participi futuri passivi*; s^ebbe, cioè, a parlare con Tesempio-
principe , mdrtja mortale (che dee morire) , sinonimo di
marta. 11 valore tipico di codesto marty'a non sì sminui-
rebbe per nulla da chi pur lo volesse un derivato * da marta
pel suffisso Jay fidandosi deir analogia , scarsa per più ra-
gioni, che parrebbe offerta da ^aitjd sinonimo di fvaitd,
bianco (2). Rimarrebbe pur sempre, che questa 'deriva-
zione ', grandemente antica, diventasse un vero tipo. Nel più
antico strato della letteratura indiana, è già fermo Fuso di
mdrtja come sostantivo, e anzi è il solo ; ma pure in quello
strato si sente lo schietto a^ettivo nel composto amarla
inmiortale, come si sente, pur fuori del composto, nei Br&-
hmana (3). NelP antico persiano si risponde correttamente
per martija al sanscr. mdrtja, e ne appare costante V ac-
cezion di sostantivo, anche nel composto (u-martija eSav-
stibile, e qualche altro esemplare, pur éaHo zendo. Qui agiscono pur
le ragioni del composto. * Il non mai consogufto * rasenta ' Tincon-
seguibile'; cfr. inaccesso, inaccessibile.
(1) [Cfr. L. Meter, o. c, II, 92, Curtius, Verbum, II', 387; e
molto felicemente il Bezzenberger aggiunse, in Kuhn^sBei/r^^e, Vili,
120: d-air-€To-^.]
(2] Con molto savia cautela, in B6htlingk-Roth non si derìva
mdrtja da mdria , ma semplicemente da mar. Vedete anche Pott ,
o. e, ib.j 525-26.
(3) V. BÓHTLINGK-ROTH, S. V.
— 67 -
tpK, ben popoloso). Cosi è pur dello zend. masja(=martja
per j=rO. Che se passiamo ad altri esemplari asiatici,
mal si potrà di qui staccare lo zend. frakhsffa M'interro-
gando* (i)i ed è grandemente prezioso il \tà. gopajdtja
custodiendus, che accennerebbe a un -a-tja (come più sopra •
incontravamo V -a-ta ài dar fata ecc.) (2), e ci riconduce a
satjà, vero, che potrebbe ammettere la medesima sezione:
s-atì^/quél che dev'essere, deve stare, sussistere '(3). Siamo
così arrivati al -tja pel quale normalmente s'ottengono, in
grammatica sanscrita, participi futuri passivi da * radici in
yocal breve', e nessuno, io credo, oggi vorrebbe sostenere
che il t ne sia un 'fulcro' della radice, e non parte inte-
grale dell'antico esponente. Esempi vedici ne sono: bhrtjaj
il mantenendo, il servo (cfr. bhar-a-tdy il mantenendo, il
soldato), e grùtja, degno d'essere udito. E lo stesso tipo
dcir 'assolutivo*, sì per l'accento e sì per lo stato della ra-
dice, ma questo stato accennerebbe a ossitonia originale.
— Passando al greco, non sapremmo non incominciare da
PpÓT€lo( ppÓT€o^, sebbene, e per l'uso meramente aggeuivale
e per l'accento, vi sien le apparenze di una derivazione no-
minale, propriamente greca , da ppoTÓ^ , onde si potrebbe
Toler fortuito , malgrado la congruenza fonetica, l'incontro
della forma tra ppórcioq e mirtja {marti j a). Ma se badiamo,
dall'un canto, alla grande antichità e alla gran tenacità del
termine asiatico, e consideriamo, dall'altro, che il nostro
aggettivo greco, ben lungi dall'essere di fattura più o men
tarda, resulta estraneo alla prosa e occorre ne' poeti più
antichi, mal sapremo rassegnarci a non crederlo un diretto
(1) Cfr. JusTi, o. e, 371^; Spiegel, €hr, d, altb. spr.^ p. 94.
(2) Cfr. Benfet, Volisi, gr,y § 905, in f.
(3) [Avrebbe un esempio di -atja anche, lo zendo; v. Bezzenberger
in Kuhn's Bei/rS^e, Vili, 120.] '
— 68-
coDtinuatore della stessa forma originale che si continuami
gli Arii deir Asia (i). Viene poi, in vera funzione d'*a^
getti vo verbale', e ossi tono, il tre volte ripetuto (poreiéc dì
Esiodo ; onde la conclusione è,, che y sopra questo antico
stampo greco e secondo che lo stato della radice vuole^ noi
riportiamo il solito xXuTéo^ a ^xXuxejó, così tal quale come
prima portavamo^ secondo che lo stato della. Cadice sesopre
vuole, il vedico qrùtja a ^qru^jd. E quando taluno ci vo*
lesse disturbare in quesu» nostro ragionamento, noi davvero
ci sentiremmo ormai disposti a gridargli con buona maniera:
&ir-iT4ov!, che indianamente sarebbe: apa^itja-m (2).
Se poi gli spogli omerici non ci danno alcun 'a^iettivo
verbale ' in -reo, non ne puè venire, a chi ben guardi , al-
cuna difficoltà contro Taffermazione che per -reo si continui
una formazione anteriore alla vita individuale del greco.
L' uso dei ' participi futuri passivi ' in ^a e tfa^, sarà stato
scarso nelle origini, e molto, scarso è sempre rimasto tra
gli Arii deir Asia. Neir Europa, air incontro (e vuol dire,
come tosto vediamo, così tra i Celti come fra gU^EUeni)^
egli si è venato, lungo i secoLL, dilatandow L^età d^ Omero
non avrà conosciuto se non pochi o pochissimi di codesti
derivati verbali per -reo; ma è assurdo sostenere che le
fossero del tutto estranei, quando Esiodo ci mostra il suo
(pareió^ in una combinazione stereotipica (oìSti (porció^, tal
quale un lat. infandus)y la quale palesa un uso ormai an-
tico e ci porta perciò sicuramente ad Omero, o anzi molto
più in su. Senza poi dire, che, se noi non abbiamo ragio-
nato male, Omero ci dà tutto quello che vogliamo, col dacci
(1) Notevole che il vocabolario romaico ci offra ppoTó^ i\ 6v, mor-
tale (cfr. roro. xp^oó^&sxpvaéo^; e per l'accento: evT)TÓc).
(2) [Come vedo dopo scritta questa lettera, l'idea di conciliare -T€a
col sscr. "tja è balenata anche a G. Meter (Kohn's Zeitschr.^ XXII,
498) ; ma i pregiudizi teorici gli hanno impedito di coltivarla.]
-«0 -
^poTÓ^ e ppÓT€o^ di cohiro a marta e martja mariija del
sanscrito e deirantìco persiano.
Vi ho già accennato come io creda, che la forma epen-
tetica, o bisillaba, vada, pur nell'Europa, al di là del greco.
Gli è che il -rcjó. ritrovato in Grecia, mi ritorna tal qua:le
ocl -ti, "ùthi, delPant. irlandese (pari air -i-toi che è de-
sunto dal cimrico), onde appunto s'ottiene il participio di fu-
turo passivo (i). Riviene Tiri. -// a un -tejo-s di fondamento
europeo, così come ad -ejes V -t del nomin. plur. de" temi
che uscivano per -<; e il dittongo dell'antica fase celtica
{"tei "i'tti) è attestato dal britone, sì che ne venga un caso
analogo a quello dell'irl. dì, duae, allato al cimrico dui, dove
è un ei di uscita originale (2).
(0 Per es. com-srithi conserendus ; e insieme avrebbe Tant. irlan-
4lese anche il correlativo deli^aggettivo verbale greco in -to ; v., per
ora, Zeuss-Ebel, 1096^
(2) Cfr. Zeuss-Ebel , 479 , Windisch nei Beitr&ge f . gesch. d^
deutsch. spr, di Paul e Braune , IV , 249 , 242. Non può arrestarci
r -2 cinitico di contro alF ? irlandese nel numerale tri, irl. tn=s
'^treies. — Le lingue ariane dell'Asia hanno del resto anche -tva
{•^wa) quale antico derivatore di part. fut. pass.; onde taluno a prima
vista potrebbe imaginare, che s'arrivasse per -rePo al greco -reo. Ma
il -T€to di Esiodo ci ferma a -tja. Per il -ti ecc. del celtico, in Zeuss-
Ebel era messa innanzi, timidamente, la ricostruzione -teiva (p. 802),
e Stokes [The old-irish verb,, p. 49) pensava a -tavia. Ma tacendo
delle obiezioni d'ordine storico, che distolsero dal mandare insieme
il gr. -Tic e il sscr. -^tavjay e pur trascurando la congruenza che ora
avremmo conseguito tra celtico e ^greco, resta che le ipotesi di -tsiva
o -TAViA urtano contro l'esito cimrico, che non dovrebbe perdere il
V ; la qual considerazione vale insieme a mostrare, che mal si con-
venga , anche per il celtico, l' ipotesi del -tva. Stokes, dunque, ha
sempre ragione, in quanto ha trovato che Tiri, fissi (= fid-ti), scien-
dus, risponda a capello a Ftoréo- ; ma l'identità or sarebbe dimostrata
per diversa guisa. Quanto all' -ei-os che si estingua in un cimr. wjr
(01) = è, V. Zeuss-Ebel, pp. 96, 53a^ 816, 83i. Non mi si vorranno,
io credo, opporre i casi cimrici di cons. -|- idd (jrdd) = cons. -f- j ,
stabiliti dal Rhys nella Revue celtique. II, ii5; cfr, Stoees, Middle-
Bret. HourSy p. 102, D'Arbois de Jubainville, 1. c.,266. La differenza
— 70 —
Questo povero -reo, dunque, anziché sottrarsi alla inda-
gine comparativa e andarsene relegato tra le formazioni
greche di età meno antica che non sia il più antico monu-
mento letterario che dei Greci si conservi, varrebbe a ran-
nodare, in assai notevole guisa, e Celti e Greci con gli Irani
e cogli Indi. — E altro, per questa volta, io non posso (i).
dipenderebbe dall'esito or vocale e or consonante dij. Ci gioverebbero,
anzi, trydydd = tritja e simili, in quanto darebbero una fase di tj
con vocale insorta. Io poi mi fermo, un po' maliziosamente, a trjr-
dydd = tritja^ pensando che del cimr. tritid s'è voluto fare un argo-
mento contro la mia dichiarazione del superlativo greco in -raro
(BizzBNBERGER, Beìtr, f . kunde d. indog, spr.^ V, gS)! Ma anche di
ciò, la prossima volta.
(i) IV. — Poiché vedo che vi premon tanto e 0^ [x:fr. G. Meyer ,
o. e, § 222] e il qoppa ecc. [cfr. Fabretti, Le antiche lingue ita-
liche^ Torino 1874, § 97 ecc.], vi servo sùbito con questa proscritta.
Circa la coesistenza di aO^ e 0(, il mio pensiero, a dirlo un po' più
distesamente che voi non facciate, era e rimane questo che segue. Noi
vedevamo, che se, per 5 + voc. (sempre ora parlandosi di formole
iniziali), greco e iranico vanno compiutamente tra loro d'accordo
(p. e. énrd, zend. hapta-, sscr. sapta-), non è più cosi per la combina-
zione 5v- ; la quale, sempre per 5 in /t , diventa nell'iranico : hv khv
(v. p. 57, n) ; laddove nel greco , a tacer qui d'altro , si continua le-
gittimamente per a- (aF-, aa-; p. e. olydiu). Orbene, in quell'incontro
s'avvertiva insieme, che se l9 zendo ci dà hu pel sù-s latino, e pa-
recchi dial. neo-irani ci danno air incontro una base khu-y questa
condizione di cose accenna che nelle origini iraniche, sia per ragione
etimologica o sia per ragione di un mero sviluppo fonetico, stessero
due varietà sinonime, da potersi scrivere su e svù. Ripensate in Grecia
queste due varietà, e ne avrete simultaneamente, a fìl di regola : 6^ e
(jO(. Soggiungevo , che pur la variante sanscrita fU-kara allato a sii-
'kara, porco, veniva a indiretta conferma di codesta ricostruzione, f
occorrendo come succedaneo sanscrito di s originario dinanzi a v
(cfr. fvafura gvàttra, e guardate, m un momento d'ozio, il I dei
Frammenti linguistici), — Quanto al qoppa ecc.. tutto quello che voi
aggiungete al § 16 delle mie Leponiy mi par buono e giusto in ogni
— 71 -
parte, fatta sempre eccezione per il tuono troppo battagliero. Mi sono
anch'io meravigliato che quelle mie indicazioni non riuscissero un
po^ meno inefficaci; ma alcune delle scritture, che voi citate, riman-
gono alquanto rimote dalle cose nostre ; e poi ve la prendete anche
cogli errori di stampa o di penna, come son manifestamente il nome
e la figura d*una lettera in fondo alla p. 55 delia scrittura dell'ono-
rando Fabretti. Circa V H (tra' Fenici, secondo le prove che sapete:
XHT if^r e quasi t)t), è da dire più chiaramente, che tutti e tre i va-
lori, ch*^i assume tra' Greci (x> ', il)« corrispondono ai vari proffe-
rimenti che tra* Fenici risonavano iniziali nel suo nome.
IST%UZJOV^E CLq4SSICq4
Proposte per un riordinamento della Facoltà di lettere e filosofia
nelle Università del Regno,
I. Ogni istituzione, per quanto abbia dato buoni risultati, allorché
più non corrisponde ai bisogni del paese ed al progresso cui tutte le
cose umane devono obbedire, ha da essere riformata o in tutto o in
parte, secondo che più non s' addica affotto al mutato ambiente , ov-
vero possa ancora a questo con alcune modificazioni convenire. Per-
tanto, prima di dare opera alle riforme, è d'uopo diligentemente con-
siderare la natura dell'istituzione che vuol essere modificata, cercare
quali sieno i suoi lati difettosi e quali invece sieno le parti ancor
buone, per procedere riguardo a quella come far si suole rispetto ai
vecchi edifizi, i quali, se sono riconosciuti ancora Sufficientemente
solidi per non dover essere interamente rifatti, si riparano nelle parti
-72 -
men buone, lasciando stare il resto, ma nel caso contrario si abbat-
tono per essere ricostruiti su nuove basi.
Ora fra le varie istituzioni che si riferiscono alla pubblica istm-
zione e che, a parer mio, abbisognano maggiormente di riforma,
devo annoverare la Facoltà di lettere e filosofia delle nostre Univer-
sità. Di questa voglio nel presente scritto occuparmi.
II. Tutte le persone competenti in fatto di studi filologici, storico-
geografici e filosofici riconoscono oramai che quella Facoltà, com'è
presentemente ordinata, non corrisponde più guari al suo scopo, che
è quello non solo di fornire alia nazione quella coltura letteraria e
filosofica che è tanta parte del civile progresso, ma pur anche di for-
mare valenti cultori delle singole discipline di cui vi s'impartisce
l'insegnamento, e valorosi maestri per le scuole secondarie del paese.
Vediamo dunque per quali ragioni un tale intento non si può più
raggiunger bene colla Facoltà nel suo attuale ordinamento.
Anzi tutto è cosa incontestabile che il progresso fatto in questo
secolo dalle varie discipline, che s* insegnano in detta Facoltà, è sì
grande che un sol uomo, per quanto vasto ingegno abbia sortito da
natura, non può riuscire a conoscerne con certa profondità ed am-
piezza se non alcune poche le quali abbiano una stretta affinità con
quella disciplina cui ciascuno suole oramai rivolgere in guisa speciale
il suo pensiero e le sue cure. Perciò chi deve attendere a più materie
di svariata natura e debolmente coimesse fra loro, è posto senza dubbio
neir impossibilità di formarsi una cognizione profonda ed estesa di
qualche speciale parte del sapere, giusta la nota sentenza :
« Pluribus intentus minor est ad singula sensus »,
che se fu sempre vera, lo è tanto più nei tempi nostri in cui la spe-
cializzazione del sapere s'impone alluomo come un'assoluta e formi-
dabile necessità.
Inoltre chi è destinato all'insegnamento può tanto meglio compiere
la nobile sua missione, quanto più è versato in quella o in quelle
materie ch'è suo debito insegnare. È quindi necessario che per tempo
egli impari a restringere il campo de' suoi studi e concentrarli su qneile
determinate materie che egli deve poi trasmettere mediante l'inse-
gnamento alle giovani generazioni affidate alle sue cure, se vuol ren-
dere veramente efficace ed utile l'opera sua.
- 73 -
Ciò posto, può la Facoltà di lettere e filosofia nelle presenti con-
dizioni di cose formare buoni specialisti? può dare al paese valenti
insegnanti? — Io rispondo risolutamente no. Senza dubbio vi sono
m Italia e vaienti specialisd e valenti insegnanti nelle scuole secon-
darie, ma ricercate un po' come abbiano raggiunto una certa eccellenza e
nel sapere e nella pratica deirinsegnaraento. Voi troverete che, usciti
dall'Università con superficialissime cognizioni pertinenti a numerose
materie e senza saperne nessuna alquanto a fondo, hanno dovuto rifare
i loro studi lottando contro numerose difificoltà, rimpiangendo ogni mo-
mento il tempo che dovettero consacrare a tante e diverse materie ,
mbandok) a quelle cui avrebbero voluto attendere in particolare guisa
come a scopo della propria vita scientifica. Voi troverete che, usciti
dalle aule universitarie e saliti sulle catedre delle scuole secondarie,
si sono trovati come in un ambiente sconosciuto, quasi non fatto per
loro, senza nulla conoscere del metodo da tenersi, senza sapere adattare
l'insegnaménto airintelligenza degli alunni : quindi altre fatiche, altri
pentimenti e rimpianti cui si deve e si può ovviare per l'avvenire con
un migliore ordinamento della Facoltà di lettere e filosofìa.
Certo sarebbe ridicolo il pretendere che in quattro anni di studi
universitari si riesca specialista consumato e praticissimo insegnante;
ma si può e si deve pretendere che il neo-laureato abbia già di quella
disciplina speciale, a cui intende d* applicarsi ancora in seguito,* una
notizia, se non molto profonda, almeno abbastanza estesa; che pos-
segga intomo ad essa una grande quantità di cognizioni bibliogra-
fiche, mediante le quali soltanto si possono avere i materiali di studio
ed è possibile compiere pregevoli ed utili lavori ad incremento e
decoro della scienza che si coltiva ; che conosca bene, oltre alla lingua
francese, almeno la tedesca, perchè si possa valere ne' suoi studi anche
di quello che riguardo alla sua materia speciale fu scritto in paesi
stranieri; che sia insomma così preparato e indirizzato nel ramo di
stndi che vuol seguitare a coltivare, da non essergli forza di tornar da
capo all'abbiccì del sapere, come spesso accade ora; ma possa invece
proseguire animosamente nella via già presa. Quanto poi all'insegna-
mento, cui debbono già essere preparati i neo-dottori, perchè non
si potrebbe, nel periodo dei loro studi universitari, con una serie di
ben organizzate conferenze svolgere e perfezionare in loro l'attitu-
dine didattica; perchè non si potrebbe insegnar loro il modo che
dovranno tenere nell'istruzione della gioventù che sarà poi loro affi-
— 74 —
data, dar loro un'idea chiara dei metodi migliori che a tal riguardo
si possono seguire?
Ma dalle considerazioni generali veniamo alle particolari, facendoci
anzi tutto ad osservare il lato difettoso del presente ordine di cose.
III. Primieramente la poca omogeneità delle materie, cui lo stu-
dente deve attendere, fa sì ch*egli, invece di concentrare i suoi sforzi,
di convergere i suoi studi a quel gruppo di discipline per cui sente mag-
giore propensione, sia obbligato a distrarsi per seguire questo e quel-
l'altro insegnamento che ha nulla a che fare cogli studi cui egli ha deli-
berato di coltivare specialmente. Di fatto per lo studente, che ha scelto a
materia di studio il campo della filologia, a che cosa serve l'insegna-
mento della storia moderna ch'egli ora invece deve seguire per due
anni consecutivi? A che gli serve l'insegnamento della filosofia teore*
tica^ della geografia, della storia della filosofia , materie tutte nobi-
lissime e degnissime di studio, ma che poco importano al giovane
che si vuole consacrare alla filologia? Tanto più che lo studente, il
quale entra all'Università, non esce dalle scuole elementari, ma sì
dai licei dove ha dovuto apprendere quel tanto di geografìa, di storia
moderna, di filosofìa che deve far parte della coltura generale e che
può bastare ad uno studente di filologia. È vero che i licei d'Italia
non danno in generale quei risultati che s'avrebbe il diritto di avere,
ma che perciò? L'Università non deve formare la coltura generale dei
giovani; questi devono già averla ricevuta dai licei. — Ma ritor-
nando allo studente di filologia, ho menzionato quattro materie che
assolutamente non gli servono pe' suoi studi : vediamo ora se gli
serva gran fatto V insegnamento delle altre materie, quale è presen-
temente ordinato.
Noto subito che, stando almeno a quanto avviene nell'Università
di Torino, nessun professore fa più di tre ore di lezione alla setti-
mana, compresa per parecchi di essi un'ora destinata alle esercitazioni
degli alunni. Con tale orario quali cognizioni di letteratura latina e
greca possono acquistare gli studenti ? Come può il professore fare
con tale orario, in 3 anni, un'esposizione alquanto compiuta dei prin-
cipali periodi della storia letteraria, far la critica e l'esegesi dei testi,
far conoscere la storia e lo sviluppo fonetico morfologico e sintattico
della lingua di cui si occupa , comunicare ai giovani larghe notizie
bibliografiche, tener loro parola delle principali pubblicazioni che si
- 76-
▼anno ogni giorno facendo in quel ramo di studi, ecc., ecc.? 11 pro-
fessore è pertanto obbligato a restringersi ad una parte sola e lasciare
tutto il resto alla buona volontà dei giovaqi, i quali spesso, inesperti
e senza guida non possono di per sé scemare anche in minima parte
r immensa lacuna. Per esempio, quale studente (stando sempre a
qtianto avviene nell'Università di Torino), terminati i suoi studi uni-
versitari, può dire di conoscere la storia della lingua latina, di quella
lingua che egli deve poi insegnare nelle scuole secondarie? Che se
di ciò si occupi il professore di letteratura latina, gli resta forse
tempo per trattare la parte letteraria propriamente detta ? E qui no-
tate una cosa singolare : esiste nell* Università di Torino una catedra
di grammatica e lessicografia greca che è utilissima : per essa i gio-
vani studiosi possono essere messi in grado di conoscere lo svolgi-
mento della lingua greca ne* suoi vari dialetti, ed abilitarsi quindi alla
interpretazione ed alla lettura dei numerosi testi greci non iscritti nel
dialetto attico. Al contrario non vi trovi alcun insegnamento che si
riferisca semplicemente all'idioma latino, alle sue varie vicende, alle
relazioni che esso ha cogli altri dialetti italici, specialmente con Tumbro
e con Tosco di cui novantanove su cento fra i neo-dottori non cono-
scerebbero neppure V alfabeto, quando non venisse pietosamente in
loro soccorso per questo rispetto il professore d'archeologia. E si che
a noi italiani dev'essere oggetto di special cura e, per così dire, un
dovere lo studio di quella lingua che fu madre della nostra ! Di guisa
che lo studioso delle lettere latine esce dalla Università con cogni-
zioni soperfìcialissime del latino classico , e troppo spesso ignaro del
latino arcaico, i cui monumenti non è posto in grado di mediocre-
mente interpretare.
Inoltre quali cognizioni di metrica greco-romana reca general-
mente con sé il giovane laureato? La metrica greco-romana abbraccia
im campo così vasto che appena un anno di non interrotto insegna-
mento può bastare per dare agli alunni le più elementari e necessarie
cognizioni. Che cosa perciò può mai restare nella mente dell'alunno,
se anche i professori di lettere latine e greche consacrino, il che dif*
fìcilmente avviene, qualche ora a tale materia? D'altra parte come
può, p. e., il professore di greco far conoscere in modo compiuto ai
suoi uditori l'organismo del dramma greco senza entrare nelle più
intricate questioni della metrica classica? E come può l'insegnante
delle lettere latine dare un' idea adeguata dello svolgimento della
-76-
poesia romana senza invadere il campo della metrica ? Invece questa
povera scienza è abbandonata e negletta compiutamente, precisamente
come tutto ciò che si riferisce alla grammatica storica ed alla stili-
stica latina!
Né in migliori condizioni si trova Tinsegnamento delle lettere ita-
lianej giacché nei presente ordinamento 3 anni assolutamente non ba-
stano per ragioni simili a quelle per cui ho dichiarato insufficiente
rinsegnamento delle lettere latine e greche. C'è bensì nelle nostre
Università un insegnamento affine e che può riuscire, affidato com'è
a uomini d' incontestabile dottrina , d* immensa utilità a chi brama
conoscere profondamente la nostra letteratura ; ma chi ne tien cai*
colo ? Intendo parlare deirtnsegnamento della storia comparata delle
letterature neo-latine ^ insegnamento che non è obbligatorio se non a
quelli che sono iscritti alla Scuola di Magistero, la quale alla soa
volta non è obbligatoria. E qui sia detto una volta per sempre, che
lo studente, distratto com'è da tante materie disparate ed obbligatorie,
non potendo valutare l'importanza d'una materia che ignora affatto,
difficilmente si determina a frequentare altri corsi, e tutt'al più s*in-
scriverà a quelli che gli servono a completare le 18 ore settimanali
di scuola prescritte dal Regolamento, senza darsi pensiero di seguirne
regolarmente Tinsegnamento e di ritrame qualche profìtto. Ora, per
il corso in questione, quello cioè della storia comparata delle lette-
rature neo-latine, che cosa succede? Succede che pochissimi lo fre-
quentano , quasi nessuno ne approfitta per i suoi studi ; conseguenca
funestissima per il sapere , chi consideri che non si può altrimenti
conoscere la letteratura italiana dei primi secoli, che collo studio
comparativo di tutte le letterature neo-latine: le origini di essa for-
mano un capitolo rilevantissimo di quella grande storia che ab-
braccia tutte quante le nazioni sorte dal ceppo latino per quanto
spetta alla loro civiltà, al nascimento ed al successivo svolgersi dei
varii generi letterari ; talché, per recare un esempio, riesce impossi-
bile il formarsi una chiara idea della nostra lirica, della nostra epopea,
della nostra novella, ecc., senza studiarla in relazione con quella degli
altri popoli neo-latini : il fatto stesso del Rinascimento non si può
assolutamente studiare sui semplice suolo italiano.
Da quanto si è detto testé facilmente si vede che si prowederebbe
assai meglio, che ora non si faccia, allo studio della letteratura ita-
liana, se il corso di storia comparata delle letterature neo-latine fosse
- 77 -
reso obbligatorio, e quindi l'insegnante di quella, lasciando a parte i
primi secoU> rivolgesse i suoi sforzi ad illustrare gli altri i quali, cosa
incredibile , generalmente in Italia sono poco conosciuti , perchè ,
mentre sui primi abbondano le pubblicazioni e gli studi, specialmente
dacché si cominciò ad esplorare diligentemente il campo delle lette-
rature neo-latine, sugli altri sinora si è lavorato e si lavora poco. Né
va dimenticato un fatto di capitalissima importanza ed è che, a mi-
sura che progrediscono gli studi, si fa tanto più sentire il bisogno del
metodo comparativo, il solo che può veramente approfondire il sa-
pere e dichiarare certe questioni senza intender le quali non si può
dire d'aver acquistato una seria coltura letteraria.
Procedendo innanzi nella disamina delle varie materie che si rife-
riscono alla filologia, anche T insegnamento della storia comparata
delle lingue classiche e neo-latine è insufficiente perchè dato in un
anno solo e con un orario quale sopra si è indicato. Basta forse un
anno per dare ai giovani le più importami nozioni concernenti la
fonologia e la morfologia di quelle lingue ? Di più tale insegnamento
si dà presentemente a giovani appena usciti dal liceo dove ciascun sa
quanto poco s'impari di latino e quanto meno di greco, donde molti
escono senza nemmen saper leggere il francese, non che compren-
derlo; di quale utilità può dunque essere lo studio della glottologia
comparativa per giovani che posseggono sì scarso patrimonio lin-
gnistico? Ben è vero che allo studente di glottologia non occorre una
profonda e vasta conoscenza delle lingue di cui si deve occupare, ma
dal non molto al quasi nulla corre gran tratto ; e per il giovane, che
frequenta un corso di glottologia con pochissima conoscenza delle
lingue onde si discorre , tale insegnamento perde la sua efficacia ri-
ducendosi ad un meccanismo pedantesco e noioso.
Resta V archeologia greco-romana e la storia antica da esaminare.
Quanto alla prima è chiaro che un anno solo non è assolutamente suf-
ficiente. Le relazioni strettissime che questa scienza ha colla filologia
classica impongono che se ne allarghi V insegnamento, ed un anno
per l'archeologia romana ed uno per la greca non sarebbe troppa cosa,
ehi consideri come spetti all'insegnante di questa materia il dare non
solo le più importanti nozioni di epigrafìa e numismatica greca e ro-
mana, materie già per se vastissime, ma ancora il fornire agli alunni
particolareggiate nozioni di tutte le antichità sì pubbliche come pri-
vatiQ dei Greci e dei. Romani che meglio conferiscano a fame cono-
-78-
scere la vita. Rispetto poi alla storia antica credo che al cultore della
filologia basterebbero i due anni che sono prescritti dall'attuale Rego-
/ lamento, purché V insegnamento fosse esclusivamente ristretto alla
storia della Grecia e dell'Italia antica ed a quei popoli che con queste
nazioni ebbero immediate relazioni. Il resto deir insegnamento do-
vrebbe essere destinato a quegli studenti soltanto che intendono farsi
' cultori delle discipline storico-geografiche.
Tale , io credo , è la condizione dell' insegnamento per ciò che
spetta allo studioso della filologia, il quale, per di più, non è obbli-
gato né ad un corso di paleografia, che, se non erro, non esiste in
alcuna Università propriamente detta, mentre è tanto utile ai cul-
tori della filologia ; ne ad un corso di pedagogia che io reputo in-
dispensabile a chiunque voglia prendere la carriera dell'insegnante ;
né, almeno, ad un corso di lingua tedesca ^ senza la quale, volere o
volare, manca necessariamente allo studioso un mezzo poderosissimo
di accrescere la propria dottrina e perfezionarsi ne' suoi studi. Né
vale il dire che, esistendo nelle Università i due ultimi corsi, può il
giovane frequentarli e valersene come se fossero obbligatori i, perché,
come fu già sopra osservato, lo studente che entra all'Università non
può ancora valutare l'importanza di quei corsi, ed anche conosceii-
dola, per la necessità di dover attendere ad altre materie, oltre a
quelle che riguardano la filologia, é spesso costretto a non approfittare
di que' due insegnamenti. D*altra parte va notato che delle lacune del
proprio sapere lo studioso non s' accorge mai se non quando é al-
quanto inoltrato negli studi che coltiva; allora poi intervengono
sovente imprevedute difficoltà che gli impediscono di dare opera a
colmare quella lacuna. È quindi cosa savia fare in certa guisa vio-
lenza allo studente obbligandolo ad occuparsi di quelle materie che
sono riconosciute necessarie al suo bene ; e lo studente non potrà
fare a meno di serbar riconoscenza a chi ha provveduto al suo utile
ed al suo sapere.
IV. Esaminate le condizioni dell'insegnamento per ciò che ri-
flette i cultori degli studi filologici, passiamo a considerare quanto
avviene di chi intende avviarsi allo studio delle discipline storico^
geografiche. Per costui si verifica anzi tutto ciò che ho detto del filo-
logo, vale a dire che egli è obbligato ad occuparsi di materie delle
quali potrebbe far senza, con benefizio inestimabile del suo profitto
-79 -
nelle discipline che direttamente lo interessano. E per verità la gram-
matica e lessicografia greca ^ la storia comparata delle lingue clas-
siche e neo-latine^ la filosofia teoretica qual rilevante giovamento pos-
sono recargli ? E non gli sono forse di troppo tre anni di letteratura
greca oltre Tanno di grammatica e lessicografia? Non basterebbero
forse due anni di letteratura italiana e latina ?
Al contrario 1* insegnamenti di quelle materie che più interessano
lo studioso della storia, come la storia moderna^ la storia antica^ la
geografia^ Varcheologia greco-romana, la storia della filosofia è estre-
mamente ristretto. A che servono per lui due anni di storia moderna
ed antica e un anno solo per ciascuna delle altre materie ? Come si
può con tale distribuzione di materie, con tale durata dell' insegna-
mento dare un buon indirizzo a chi si è destinato agli studi storico-
geografici? Anche qui i professori sono obbligati a strozzare, per così
dire, il proprio insegnamento, a lasciare da banda importantissimi
periodi di storia od importantissime questioni geografiche etnogra-
fiche ed archeologiche, a tenere quasi air oscuro i loro scolari in ciò
che concerne la bibliografia, le fonti della storia, le scoperte geo-
grafiche ed archeologiche, o dare solo insufficienti notizie ; non pos-
sono assolutamente guidare i giovani alle indagini , alla critica sto-
rica, ecc., ecc. Che se poi allo studioso della filologia un solo anno
dì archeologia greco-romana non basta, che dovrà dirsi dello studioso
della storia? E dove lascio la paleografia la cui cognizione è oramai
divenuta un dovere per chiunque coltivi la storia ? E delle antichità
orientali chi tiene parola se non se di tanto in tanto, alla sfuggita ,
l'ins^nante di storia antica, il quale col suo orario può fare tutt'altro
che miracoli? E che còsa significa un anno solo di geografia con le
belle cognizioni che di essa portan seco i giovani licenziati dalle
scuole secondarie classiche? Quanto poi alla lingua tedesca ed alla^^e-
dagogia ci si trova nelle stesse condizioni che si sono sopra esami-
nate discorrendo degli studi filologici. Eppure le son tutte cognizioni
che si devono acquistare da chi vuol divenire un serio cultore ed in-
s^nante di storia e geografia, e si devono acquistare per tempo, alla
Università, quando si è giovani e non distratti dalle cure della vita,
le quali troppo sovente distolgono 1* uomo dall' intraprendere studi
nuovi ; che esso spesse volte si deve chiamare assai lieto quando
quelle gli permettono di proseguire gli studi che ha cominciato sui
banchi delle scuole nelle aule dell'Università. E poi è tempo che si
- 80-
comprenda che il progresso delle sciexuse tutte neiretà nostra è in ra-
gione direttissima col numero degli specialisti, e che gli studiosi tanto
più possono approfondire le loro cognizioni quanto per tempo han
cominciato a volgere il loro pensiero ad una parte determinata del
sapere. Ecco il principio che tardi o tosto deve trionfare anche nelle
Università ed in particolar modo in quelle Facoltà che sono destinate
a formare, ad un tempo, buoni cultori delle scienze e buoni inse-
gnanti.
V. Volgiamo ora un istante la nostra attenzione agli studenti di
filosofia. La facoltà filosofica è, a parer mio, la meglio ordinata per
ciò che spetta all'omogeneità delle materie, se si riguarda però sola-
mente il secondo biennio d* insegnamento, poiché chi s* avvia agli
studi filosofici è costretto a studiare nel primo biennio tutte le ma-
terie che sono prescritte per il primo biennio del corso di lettere.
In altri termini, si comincia nell'attuale ordinamento a studiar spe-
cialmente filosofia quando lo studente ha superato il cosi detto esame
di licenza. Sin qui 1* unica materia filosofica , cui sia obbligato a
studiare, è la filosofia teoretica j T insegnamento della quale, cotme
ognun sa, dura due anni per gli studenti di fi.losofia , cominciando
un anno prima della licenza e terminando un anno dopo. Dunque,
nel primo biennio , lo studente onde si discorre è obbligato a fre-
quentare i corsi di geografia^ di grammatica e lessicografia greca^
di storia comparata delle lingue classiche e neo-latinCy di storia oit-
tica, di storia moderna oltre alle tre letterature. Ora di tutti questi
corsi è chiaro che sono necessari solo quelli di storia antica e di Let-
teratura italiana, latina e greca^ e che gli altri quattro sono per lo
studente di filosofìa un inutile ingombro. Ho posto fra gli studi a
lui necessari anche quello della storia antica, come quella che in ge-
nerale malamente si studia nelle nostre scuole secondarie ove sinora
sMnsegna solo nelle due ultime classi del ginnasio e perchè, an-
corché s'insegnasse come dovrebb' essere insegnata, viene afEatto tra-
scurata e quindi pressoché del tutto dimenticata nel liceo ove non se
ne tiene più parola. Riguardo poi alle tre letterature, due anni per
r italiana e la latina dovrebbero bastare, mentre per la greca dovreb-
bero essere prescritti quattro anni. E la ragione è chiara, chi pensi
come la esatta e profonda cognizione della lingua greca è assoluta-
mente necessaria al filosofo che voglia abbracciare nella sua mente
-Sl-
anche riraportantissimo movimento filosofico dell* antichità ; e però
Don è ragionevole il limitare questo studio , come vorrebbe taluno,
perchè lo studente di filosofia non è destinato ad insegnare il greco.
Questo per la parte letteraria che è riconosciuta d'utilità immediata
anche al cultore della filosofìa. Passando alla parte puramente filosofica,
basta forse un anno solo per \^ filosofia mora/e^ Quanti problemi morali,
quante importantissime questioni deve lasciar da parte l'insegnante
di quella materia se vuol darne ai suoi studenti un'idea generale ! Se
invece prende ad oggetto del corso una questione o più questioni
particolari , quale idea precisa può farsi lo studente dell' ambito di
quella disciplina, delle sue relazioni colle altre scienze? I problemi,
le questioni morali hanno troppa importanza perchè non s'abbiano
a trattare anche nelle aule dell'Università con grande ampiezza e con
metodo scientifico. Quindi, quale è ora, quest insegnamento è poco
proficuo; per divenir tale dev'essere esteso almeno a tre anni.
Né in migliori condizioni si trova Tinsegnamento della storia della
filosofia ristretta a due soli anni, i quali si può dire che bastino ap-
pena per dichiarare i pimti principali concernenti la storia della filo-
sofia antica. Così succede che lo studente esca dairUniversità cono-
scendo-una minima parte di quanto dovrebbe sapere in fatto di storia
della filosofia, avendo qualche notizia di due o tre fra i maggiori filo-
sofi e non più, ma chiamandosi per altro dottore in filosofìa! E
della psicologia che cosa avviene ? nulla, perchè (cosa veramente or-
ribile) non esiste nell'insegnamento universitario ed è un tanto di più
se ne discorra alquanto l' insegnante di pedagogia. Così , mentre nei
paesi più civili la psicologia , specialmente come scienza positiva,
▼iene coltivata con sommo ardore e con immensi risultati, in Italia
non ha alcun luogo nell' insegnamento ufiiciale universitario ! Sa-
rebbe quindi ora che si pensasse a fondare nelle nostre Università
un corso speciale di psicologia positiva (i) cui gli studenti di fìlo-
sofìa, a mio avviso, sarebbero obbligati almeno per due anni di studio,
considerato il suo campo vastissimo e le numerosissime attinenze che
essa ha con altre scienze , specialmente colla fìsiologia. La quale ul-
(1) AppreDdiamo con sonamo piacere che il chiaro fisiologo Angelo
Mosso della nostra Università ha intenzione di aprire nel prossimo anno
scolastico un corso libero di tale materia.
'mvi'ta di filologia ecc. X 6
— 82-
tima scienza, sebbene prescritta dal vigente Regolamento, è poco ca-
rata dagli studenti di filosofìa, mentre dovrebbero studiarla seria-
mente e sostenere in tal materia un rigoroso esame. Io non mi voglio
dilungare qui a provare come sia necessario anche questo studio al
filosofo; chi sa che cosa è psicologia, sa che alla sua compiuta co-
noscenza occorrono cognizioni fisiologiche ed anatomiche più che
elementari; non sarebbe quindi im pretender troppo il richiedere
dagli studenti almeno le principali nozioni di fisiologia, cosa questa
che non credo si sia potuta ottenere ancora, se debbo prestar fede
ad autorevoli persone che me ne parlarono.
Riguardo alla pedagogia reputo poter bastare un anno d' insegna-
mento precisamente come si fa ora, ma lamento, anche per rispetto
agli studi filosofici, la mancanza d'un corso obbligatorio di lingua
tedesca, senza di cui l' alunno è costretto a rimettersi ne' suoi studi
alle compilazioni od ai trattati di storia della filosofia* od a mono-
grafìe più o men esatte, sieno pure ristrette ad uno o a pochi filosofì
tedeschi, e rinunziare alla cognizione diretta di tutta la filosofìa ger-
manica. Se questo sia bene, veggano gl'intelligenti. Sarebbe anche de-
siderabile che lo studente di filosofìa fosse costretto ad un corso di
lingua inglese^ poiché i sistemi filosofici devono essere studiati nella
loro forma genuina, e non attraverso a traduzioni e compilazioni di
ogni sorta ; ed il movimento filosofico inglese ha tale e tanta impor-
tanza che deve essere conosciuto da ogni mediocre cultore della filo-
sofia. Ma neirattuale ordinamento degli studi si può ciò fare?
VI. Fatta una rapida critica del presente ordinamento della Fa-
coltà di lettere e filosofia io credo bene di mettere innanzi alcune
proposte che mi pare si possano attuare con bene inestimabile degli
studi e degli studiosi. Bastano poche modificazioni perchè si ringio-
vanisca l'istituzione e la si renda più adatta allo scopo quale abbiamo
superiormente designato.
Primieramente io propongo che la Facoltà sia divisa in tre sezioni
assumendo il titolo, più esatto e corrispondente appunto al numero
delle sezioni, di Facoltà di filologia, sciente storico- geo grafiche e filo-
sofiche.
La sezione filologica abbraccerebbe i seguenti insegnamenti obbli-
gatorii per tutti gli studenti ad essa inscritti :
-83-
1. Letteratura italiana per anni 3
2. Letteratura latina » 3
3. Letteratura greca » 3
4. Grammatica storica e stilistica latina . . . » i
5. Grammatica e lessicografia greca . . . > i
6. Storia comparata delle letterature neo-latine > 2
7. Storia comparata delle lingue classiche e neo^latine » 2
8. Archeologia greco-romana » 2
9. Storia comparata della metrica classica . . » i
10. Storia antica » 2
11. Paleografìa » i
(2. Pedagogia » i
i3. Lingua tedesca » 2.
La sezione storico-geografica comprenderebbe le materie seguenti :
1. Storia antica per anni
2. Storia moderna
3. Storia della filosofìa
4. Geografìa
5. Archeologia greco-romana
6. Antichità orientali
7. Paleografìa
8. Letteratura italiana
9. Letteratura latina
10. Letteratura greca
11. Pedagogia
12. Lingua tedesca
4
4
2
2
2
I
I
2
2
2
I
2.
Finalmente la sezione filosofica darebbe i seguenti insegnamenti:
I . Filosofìa teoretica .
a. Filosofìa morale .
3. Psicologia
4. Storia della fìlosofìa
per anni
2
3
2
4
- 84 -
5. Fisiologia
6. Pedagogia
7. Storia antica
8. Letteratura italiana
9. Letteratura latina .
10. Letteratura greca ;
1 1 . Lingua tedesca
12. Lingua inglese
per anni
2
I
I
2
2
4
2
2.
Stabilite cosi le materie obbligatorie per le tre sezioni in cui do-
vrebbe esser divisa la Facoltà e la durata dei singoli corsi, passo a
determinare quante , secondo me , dovrebbero essere le lezioni che
settimanalmente lo studioso dovrebbe frequentare. Osservo subito che
per uno studente che conosca e voglia fare il proprio dovere, quattro
ore di lezione al giorno sono per nulla gravose e che si possono con
profitto ascoltare giornalmente anche cinque lezioni, tanto più quando
le materie, cui deve attendere, sono omogenee o almeno non troppo
disparate. Ciascun vede quanto tempo avanzi al vero studioso per
compiere a casa sua o nelle biblioteche la propria istruzione, per far
ricerche , lavori , ecc. Dunque mi pare che sia assai ragionevole lo
stabilire che per le materie obbligatorie l'orario importi da 18 a 24
ore di lezione per settimana , affinchè lo studente possa , qualora vi
abbia uno speciale interesse, frequentare qualche altro corso comple-
mentare y ovvero i corsi dei liberi docenti che abbiano effetto legale;
i quali corsi, se vengon fatti a dovere, possono tornare d'immenso
profìtto ai giovani che si vogliano perfezionare in qualche materia
speciale, anche quando non credano di frequentarli invece dei corsi
ufficiali, cui corrispondano e per la materia e per il numero delle
lezioni. Pertanto si porterebbe a 3o il limite massimo delle lezioni
che ogni studente potrebbe frequentare ogni settimana ed a 18 il mi-
nimo, precisamente com'è nell'attuale Regolamento, con questa diffe-
renza però che, mentre, p. e., neiranno 4» di lettere dell'Università
di Torino , lo studente non ha presentemente che 9 ore per setti-
mana per i corsi obbligatorii, in nessun caso la somma delle lezioni
dei corsi obbligatorii dovrebbe essere inferiore a 18 per settimana.
Ora, conforme a queste premesse, ecco quale mi sembra dovrebbe
essere l'orario dei corsi obbligatorii per ogni settimana :
-85-
Se^ione filologica.
t
Materie di corso
Anno 1*
Anno 2*
Anno 3°
Anno 4»
Letteratura italiana Ore
Letteratura latina . . »
Letteratura greca . . »
Grammatica storica e sti-
listica latina ...»
Grammatica e lessicogra-
fìa greca . . . . >
Storia comparata delle
letterature neo-latine >
Storia comparata delle
lingue classiche e neo-
latine »
Archeologia greco-ro-
mana >
Storia comparata della
metrica classica . . >
Storia antica ...»
Paleografìa .... »
Pedagogia . . . . >
Lingua tedesca ...»
3
4
4
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Totale Ore
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Anno 1*
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— 86 —
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3
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Lingua inglese . . . >
► —
—
3
3
Totale Or
e 24
24
18
21
Osservando queste tabelle si vede che per ogni materia io vorrei
prescritte tre ore di lezione ogni settimana , eccetto che per V inse-
gnamento della grammatica storica e stilistica latina, e della gram-
matica e lessicografìa greca, per cui reputo indispensabili quattro
ore; inoltre all'insegnamento della letteratura latina e della lettera-
tura greca sarebbero prescritte sei ore per gli studenti di fìlologia e
per quelli di storia e geografìa, mentre gli studenti di filosofìa avreb-
bero tre ore di greco e sei di latino ogni settimana. La ragione di
ciò è chiara, chi consideri quello che ho sopra discorso intomo al-
r insufficienza, per gli studenti di fìlologia , di sole tre ore settima-
nali di letteratura latina e greca; chi pensi inoltre che, secondo le
mie proposte ed i ragionamenti fatti, gli studenti di storia e geografìa
dovrebbero essere obbligati a frequentare que' due corsi per soli due
anni, e che gli studenti di fìlosofìa sarebbero tenuti alla frequentazione
del corso di letteratura latina per due anni, mentre per quattro anni
seguirebbero quello di letteratura greca : del che abbiamo sopra dato
la ragione.
Non si obbietti che si potrebbe estendere a tutti i quattro anni di
corso, per gli studenti di storia e di fìlosofìa, V insegnamento della
letteratura latina, e per quelli di storia e geografìa anche l'insegna-
- 87 —
mento del greco ; perchè è bene che gli studenti nel secondo biennio
dei loro studi si occupino esclusivamente di quelle materie che più
strettamente si riferiscono o alla storia e geografìa od alla filosofìa,
appunto per la necessità di dover specializzare i loro studi ; e d'altra
parte, per gli studenti di fìlologia, i quali devono frequentare quei
corsi per tre anni consecutivi sino alla laurea , sono assolutamente
richieste le sei ore da me segnate nell'orario.
VII. Nasce quindi una grave questione per l'orario dei professori
di lettere latine e greche. È giusto raddoppiar loro addirittura il nu-
mero delle lezioni che sono obbligati a fare, senza pensare ad un
conveniente compenso? Ecco pertanto interessato il bilancio della
Pubblica Istruzione, interessato l'erario, alle condizioni del quale è
pur forza subordinare qualsiasi riforma. Ora io non so se noi ver-
siamo in tali condizioni finanziarie da poter accrescere lo stipendio
ai professori di lettere latine e greche in proporzione del maggior
numero di lezioni che loro vengano assegnate. Non so nemmeno se,
vista la necessità di dover aggiungere alcuni nuovi insegnamenti alla
Facoltà, si potrebbe anche semplicemente dare ai detti insegnanti una
indennità annuale corrispondente allo stipendio d'un incaricato : ma
credo che anche non potendosi ciò fare per ora, si debba cercare di
farlo al più presto possibile, ed intanto si trovi un qualche tempe-
ramento che permetta di subito attuare la riforma senza aggravare
soverchiamente l'erario.
A me pare di aver trovato questo temperamento proponendo che
il professore ufficiale di dette materie continui per ora a fare le sue
tre lezioni settimanali, e per le altre tre si obblighino gli studenti
tutti a frequentare, in quelle Università ove si abbia, quel corso li-
bero con effetto legale, tanto di letteratura latina quanto di lettera-
tura greca che verrà dal Ministro, anno per anno, designato, considerati
i titoli e l'attitudine didattica dei varii liberi docenti di quelle stesse
materie, i quali insegnino effettivamente e facciano ogni settimana
un numero di lezioni uguale a quello prescritto per l'insegnante uf-
ficiale (i). Per tal guisa l'erario non resta aggravato più di quello che
(l) Un inconveniente che si verifica ogni anno air Università di To-
rino mi obbliga a toccare qui di volo una questione delicata^ quella dei
— 88 -
è presentemente, potendosi anche , nell' attuale ordinamento , dare il
caso che gli studenti, considerata 1* utilità d*un corso libero con ef-
fetto legale, vi si inscrivano tutti. D'altra parte è così piccolo il nu-
mero degli studenti di lettere e di filosofìa, che Terario non ha a ri-
sentirsene punto delle loro iscrizioni ai corsi liberi. Certo sarebbe
necessario rimediare ad uno sconcio, il quale, se non è molto grave
nelle Facoltà numerose di studenti, è gravissimo per quelle che ne
hanno pochi, e, per di più, generalmente studiosi. Lo sconcio a cui
accenno è il corrispondere, che ora si fa, la quota d'iscrizione al li-
bero docente solo in proporzione del numero degli studenti che pa-
gano le tasse. Si consideri che, in generale, chi studia lettere o filo-
sofìa non è ricco e spesso nemmeno agiato, e quindi può colio studio
facilmente ottenere la dispensa dal pagamento delle tasse; al libero
docente quindi, non punto sovvenuto altrimenti dal governo, rimane
quasi nulla. Ora il nulla, per chi lavora coscienziosamente, è troppo
poco!
Ma tornando all'argomento, designato dal Ministro il libero do-
cente al cui corso si debbano iscrivere tutti gli studenti, egli dovrebbe
Dottori aggregati. A questi, cui la legge 13 novembre 1859, con esor-
bitanza fenomenale, concede la privata docenza con effetti legali in tutte
le materie pertinenti alla Facoltà (art. 93), viene sempre assegnato 1* uf-
ficio di supplire i professori assenti o infermi, anche quando non eser-
citino effettivamente la privata docenza, ponendoli quindi al di sopra di
quelli che, talora con immensi sacrifizi ed indefesso studio, esercitano
la loro qualità di privati insegnanti regolarmente, sottoponendosi anche
airorario stesso dell* insegnante ufficiale, senza essere dottori aggregati.
Se ciò sia giusto , veggano le persone imparziali che più che ai vani
nomi riguardano alla realtà delle cose, che non possono veder preferite
a chi onestamente e assiduamente lavora, persone che soventi volte,
dopo aver sostenuto un esame, non si curano più di continuare i loro
studi, 0 non ne danno segno alcuno, o che ad ogni modo nulla fanno per
il bene dell'istruzione universitaria, salvo Tintervenire alle riunioni della
Facoltà esercitando un'ingerenza che i soli insegnanti devono avere.
Ciò sia detto per tutti i casi possibili, che si deve pur riconoacei*e che
fra i Dottori aggregati si trovano persone dottissime e rispettabili per
ogni riguardo, che lavorano indefessamente e sono ottimi insegnanti.
Ma frattanto sarebbe giusto stabilire per legge che Tincarico di supplire
gli insegnanti ufficiali venga conferito ai liberi docenti, o aggregati o
non, per ragione di merito, o, a paiùtà di merito, per ragione dell'an-
zianità ueirinsegnamento libero effettivamente esercitato. Questo criterio
dovrebbe pur servire per la formazione delle commissioni esaminatrici.
— 89 -
mettersi d'accordo col professore ufficiale riguardo alla ripartizione
della materia da trattare durante Tanno scolastico, per impedire ogni
inconveniente, ogni ripetizione o contraddizione, e rendere più pro-
ficuo ed omogeneo Tinsegnamento. Naturalmente agli esami gli stu-
denti sarebbero tenuti a dar ragione ad entrambi gl'insegnanti di
quanto fu da loro esposto durante il corso.
Vili. Rimane la questione delle nuove catedrc che, secondo le
mie proposte, si dovrebbero instituire e che ho dimostrato affatto
necessarie. Queste si riducono, se ben si osserva, a quattro. Le ca-
tedre, cui accenno, sono quelle di Storia comparata della metrica clas-
sica per la sezione filologica, di Paleografia per le sezioni filologica
e storico-geografica, di Antichità orientali per la sezione storica, e di
Psicologia per la sezione filosofica. Le altre catedre credo esistano in
quasi tutte le Facoltà di lettere e filosofìa , tranne quelle di Gram-
matica latina e di Grammatica greca, le quali sussistono bensì, ma
presentemente, se non erro, si escludono a vicenda nelle varie Uni-
versità, per non dire che in alcuna mancano afiatto e l'una e l'altra.
Tolta adunque quest'irregolarità, prescrivendo che in ogni Facoltà
di filologia esistano entrambe le catedre di grammatica che ho testé
menzionato , restano quattro sole catedre da instituire.* Riguardo a
queste io proporrei che per qualche anno, sino a migliori condizioni
finanziarie, fossero assegnate, a titolo d'incarico, a quelli fra gl'inse-
gnanti ufficiali o liberi di ciascuna Facoltà, che sieno riconosciuti
idonei a tali insegnamenti. In questa maniera con tenuissima spesa
SI provvederebbe seriamente al migliore andamento , al lustro della
Facoltà e, quel che più monta, all'incremento degli studi ed alla
utilità degli studiosi.
IX. Prima di finire, non sarà male dir anche qualche cosa degli
esami e della Scuola di Magistero.
Gli esami , quali si danno attualmente , per gruppi , riescono
poco serii. Non è il caso che io spenda parole per dimostrarlo ,
che tutti, e insegnanti e studenti, ne sono malcontenti e reclamano
una riforma. Allo studente è un peso enorme dover rispondere su
tre, quattro materie, spesso disparatissime, senza nessun intervallo di
tempo fra l'una e T altra; al professore è un tormento il dover per-
dere il proprio tempo per assistere ad esami che versano su materie
- 90 -
che non sono la propria; è quindi in generale disattento, e deve rimet-
tersi al voto del professore della materia. Ne avviene perciò che per
ogni materia il votante è uno solo, chi la insegna, e che il libero
docente, il quale fa parte della commissione, vota in generale facendo
la media dei voti dati dagli altri commissari ; ciò che non dev'essere.
Di più, per via del numero delle materie che formano il gruppo di
esame, allo scopo di non impiegar troppo tempo e non prolungare
il supplizio del candidato, c'è sempre un solo che interroga, il pro-
fessore della materia; ed anche ciò è contrario allo spirito del Rego-
lamento vigente.
Bisogna pertanto ovviare a quest'inconvenienti, che non sono nem-
meno i più gravi, essendocene altri ben maggiori, fra cui il princi-
pale è che cogli esami a gruppi, come sono ora, non si può avere
una seria garanzia del sapere degli studenti, i quali vengono interro-
gati per soli pochi minuti in ciascuna materia ; per non dire che so-
venti volte giovani di vero merito, pel cumulo delle materie, si con-
fondono e non sanno più rispondere alle più semplici interrogazioni;
mentre giovani di pochissima capacità o negligenti riescono fortunati.
Si pensi adunque a ristabilire gli esami speciali quali si davano un
tèmpo colle commissioni composte di tre membri, cioè il professore
della materia e due liberi docenti della stessa materia, o, in loro
mancanza, due altri insegnanti di materia affine; di più gli esami
sieno annuali e dati su tutte le materie prescritte per ciascun anno,
salvo quelle il cui corso duri tre o quattro anni, per le quali lo stu-
dente dovrebbe subire l'esame solo due volte. In questa maniera sa-
ranno più serii gli esami, e studenti e professori ne saranno più
soddisfatti.
Resta a dire della Scuola di Magistero. Questa scuola, nelle condi-
zioni in cui si trova presentemente, non dà alcun frutto e, se devo
giudicare da quanto avviene nell'Università di Torino, è poco fre-
quentata. Primieramente è in facoltà dello studente frequentarla o
non, il che è cosa veramente riprovevole, chi pensi che lo scopo di
cotesta scuoia deve essere non tanto quello di far esercitare i giovani
con conferenze , lavori scritti, ricerche d' ogni genere nelle singole
discipline, quanto più specialmente quello di addestrarli all'insegna-
mento sviluppando la loro attitudine didattica, facendo loro applicare
i migliori metodi d'insegnamento, obbligandoli a fare qualche lezione
su argomenti differenti e designando la classe a cui la lezione do-
- 91 -
vrebbe essere diretta, a correggere lavori scritti di alunni delle scuole
secondarie, ecc., ecc.; insomma la Scuola di Magistero più che uno
scopo scientifico dovrebbe avere quello di formare buoni insegnanti
per le scuole secondarie. Quindi ogni studente dovrebbe essere ob-
bligato a frequentarla non solo, ma non dovrebbe essere ammesso
all'esame di laurea senza aver ottenuto dai singoli professori della
Scuola suddetta un certificato d'approvazione.
In secondo luogo, se, nello stato attuale della Facoltà, lo studente
è già oppresso dallo studio di materie disparatissime, come può egli
trovare il tempo per frequentare la Scuola di Magistero, sia pur solo
per quella sezione di essa che è più consona co* suoi studi speciali?
Invece, dividendo, come propongo, in tre sezioni la Facoltà, le se-
zioni corrispondenti della Scuola di Magistero serviranno ottimamente
allo studente non solo per approfondire in certe materie le sue co-
gnizioni, rischiarare i suoi dubbi, ecc., ma particolarmente per adde-
strarsi a comunicare altrui , per mezzo dell' insegnamento orale,
quanto ha imparato nel corso dei suoi studi.
Ma sorge una questione: quando è che si deve dallo studioso fre-
quentare questa Scuola ? Molti vogliono che vi si debbano ammettere
i soli laureati ; ma io credo che così non debba essere. Non confon-
diamo la Scuola di Magistero colle Scuole di Perfe:{ionamento ; queste
devono seguire alla laurea, quella deve precedere , perchè la laurea
deve essere non solo un titolo che faccia fede della dottrina di chi
l'ha ottenuta, ma pur anche un* abilitazione all'insegnamento, e nes-
suno dev* essere da un* Università abilitato ali* insegnamento se non
abbia già dato prova di essere idoneo e per sapere e per attitudine e
buon metodo didattico.
Quindi io sarei d'avviso che fossero tenuti a frequentare la Scuola
di Magistero tutti e soli gli studenti del 4* anno delle tre sezioni. Ma
siccome esercitarli in tutte le materie sarebbe troppo e l'orario com-
plessivo del Corso e della Scuola di Magistero supererebbe il limite
massimo delle ore in cui possono gli studenti essere occupati dagli
insegnanti, così, avuto riguardo allo scopo speciale di quella Scuola,
io proporrei che dovesse comprendere quelle sole materie che il di-
scente presumibilmente avrà da insegnare nelle scuole secondarie. E
però per gli s.tudenti di filologia dovrebbe comprendere le seguenti
materie: letteratura italiana^ latina, greca, storia antica; per quelli
di storia e geografìa : storia antica e moderna, geografia, archeologia
{
- 92 ~
greco-romana e antichità orientali ; per quelli di filosofia : filosofia
teoretica^ filosofia morale^ psicologia^ storia della filosofia. Così , fis-
sando un*ora per settimana per ciascuna materia, gli studenti di filo-
logia sarebbero complessivamente occupati per 28 ore , quegli di
storia per 26, quelli di filosofìa per 25 ore ogni settimana, tra il corso
ordinario e la Scuola di Magistero.
Queste sono le proposte che io ho creduto bene di fare per il mi-
glioramento degli studi e filologici e storico-geografìci e filosofici,
valendomi dell'esperienza da me fatta nell'Università di Torino e come
studente e come libero insegnante. Sarò oltreroodo lieto se, quali che
vengano giudicate e la mia critica deirattuale ordinamento e le mie
proposte, quel poco ch'io ho scritto potrà almeno sollevare qualche
utile e seria discussione sui mezzi più acconci per rendere più ri-
spondente ai suoi molteplici scopi la Facoltà di lettere e filosofia.
Torino, 24 agosto 188 1.
Ettore Stampini.
'BI'BLIOGTi^AFIA
Iscriponi greche di Olimpia e di Ithaka. Memoria di Domenico Com-
paretti (Reale Accademia dei Lincei , Memorie della Classe dì
Scienze morali, storiche e filologiche, serie 3% voi. VI, 1881).
È uno studio, che il prof. Comparetti comunicava air Accademia
dei Lincei nella seduta del 20 febbraio 1881 intorno a tre iscrizioni
in bronzo, che la Direzione degli scavi in Olimpia aveva già pubbli-
cate nella Ga^^^etta archeologica^ ma con illustrazioni affatto provvi-
sorie e parziali del KirchhofT e di G. Curtius per quella segnata col
n*' 362 ; del Frankel per quella segnata n? 56, e del KirchhofT ancora
per quella che è pubblicata sotto il n** 363. Della breve iscrizione
d' Ithaka aveva dato qualche notizia lo Schliemann già sino dal 1868
in un libro intitolato Ithaka, il Peloponneso e Troia ; ma. fu soltanto
la scoperta dell'americano signor Stillmann, che ne rese possibile la
interpretazione. Delle iscrizioni d* Olimpia, numeri 362 , 56 , 363 il
:i
-. 93 -
prof. Comparetti ci dà qui un facsimile in litografìa; di quella di
Ithaka s'aggiunge una riproduzione fotografìca, tratta dalla . negativa
della fotografìa, fatta sul marmo a cura del predetto signor Stillmann.
A conferma delle pubblicazioni, fatte dalla Ga^^^etta Archeologica, il
prof. Comparetti dice di aver ricevuto i calchi delle iscrizioni n** 362
e 56, presi per conto suo in Olimpia dal valoroso giovane Dott. L.
Milani, e dai quali si rileva, che il facsimile dell'iscrizione 362 dato
dalla Ga^:[. Arch. è meno esatto nell'ultima riga, dove nel calco si
legge chiarissimo NA e non AA, e fra i due 0 vedesi la traccia di I,
o senza dubbio il posto da questo occupato. Il facsimile dell'iscrizione
n* 56 è del tutto conforme a quello pubblicato. Le tre iscrizioni in
bronzo, che formano soggetto di questo studio, appartengono a quel
genere d' epigrafi, che presentano insolite difficoltà d' interpretazione
a causa « della loro antichità e delle caratteristiche troppo mal co-
nosciute oggidì del dialetto locale in cui furono scritte >.
Sarebbe difficile il riepilogare in brevi cenni l'efficace e sobrio ra-
gionamento, che il prof. C. ha condensato in poche pagine per con-
fermare la lezione, che egli dà del testo delle iscrizioni. È l'arte so-
vrana veramente di questo insigne archeologo e filologo, di farci pen-
sare un mondo di cose con un sdlo leggero accenno. L' iscrizione
n"" 362 è la più lunga, e le conghietture, che intorno a vari vocaboli
fecero il Kirchhoff e il Curtius (Giorgio) non recarono molta luce.
Il prof. Comp. in parte correggendo, in parte supplendo, in parte
felicemente congetturando, è riuscito a darci una lezione, che segnerà
un vero trionfo nell'arte interpretativa, oltre che essa è ricca d'im-
portanti deduzioni e fatti linguistici , e di notizie , attinenti alla
storia e all'archeologia. E prima di tutto il Comp. vide e notò, ci6
che non vide il Kirchhoff, che in questa rhetra non abbiamo una
legge intera e completa , ma soltanto un articolo di aggiunta ad una
legge anteriore (p. 5), e lo induce dal KAI che sta nell' intestazione,
che si chiude colle parole KAITAYTO, che vanno lette koI toutOl), cioè
Koi TÒ aÒToO^ anche queste cose qui, e non xarà tò aÒTÓ come pensa
il Kirchhoff.
Quanto al signifìcato generale dell'iscrizione, pare al Comp. che
si tratti del caso, che uno degli Elei che onoravano il paese, distin-
guendosi con vittorie nei giuochi olimpici, e costituivano un corpo
d*onore (FdppiTv), procedesse ad una solenne consacrazione sia di un'ara,
o di una statua o d'altro. Una rhetra antecedente deve aver prescritto
- M -
il da farsi per parte della cittadinanza Elea e de' suoi principali rap-
presentanti, perchè la ceremonia della KaOi^ptuoi^ avesse la più grande
solennità. Che cosa fosse questo, che era da farsi, e quali fossero gli
obblighi (tò òCxaia), che venivano imposti a' dignitari, qui nominati,
non sappiamo; ma dalla possibilità cui s*allude qui d'essere tratte-
nuti ((^daKOl), pare che primo dovere fosse quello d'intervenire alla
cerimonia, e i verbi èmnOévaiy èiriTroietv Tà òixaia accennano al pren-
dervi parte diretta con sacrifici, offerte ecc. (p. 9).
Lasciando di dire di molte importanti e acute osservazioni in fatto
di lingua e di erudizione, che si trovano nella parte, che riguarda la
interpretazione di questa iscrizione, rileveremo con singolare com-
piacimento, perchè ci sembrano degnissimi di nota, i punti seguenti.
L' interpretazione data al vocabolo eappf)V nell* intestazione , che il
Comp. spiega come infinito con valore d'imperativo, nel significato
di eseguire , o compiere , o far compiere , significato d' uso locale
(eleo), derivato da quello generale di 8app4ui — osare ^ intraprendere
arditamente^ con qualche affinità forse con Geapó^ (8€(upó0tChe si trova
in qualche iscrizione Elea. Abbiamo già afccennato alla lezione koX
TaÙTdi, cioè xal tò oòtoO del Comp. contro il kctò tò aùxó del Kirch-
hoff.
Segue appresso la congettura veramente geniale del Comp. nella
seconda riga dell'iscrizione, e che riguarda la parola, che il Comp.
legge e interpreta icaTiapaOa€i€, contro il Kirchhoff e il Curtius , che
non volendo ammettere un verbo come sarebbe xaGiapaOtu, pensarono
due parole staccate. Il prof. Comp. accetta il digamma, malgrado la
mancanza d'ogni analogia, e crede che la forma stia per xaGicpUiaac
da xaOicpów (consecrare], come xoivóu) diventa xoivdtu, èjuiTCÒÒu} è^-
Treòéw, (TuXdui auXéuu ecc. E 1' u starebbe a rappresentare un rafforza-
mento della sibilante, assai comune nei dialetti dorici, per tacere di
Omero, cosicché xanapaOacic starebbe per xaTiapdaaeic.
Acutissima è pure l' obbiezione, che il Comp. fa al Kirchhoff ri-
spetto all'interpretazione del passo Fdpp€vo(; FaXtixu della seconda linea
dell' iscrizione, che secondo il K. starebbe a significare lo iscriversi
di un fìgliuol maschio (iratq dppiiv) nei ruoli della cpparpia- Pare
strano al Comp. che si voglia fare una legge speciale per un fatto
così comune della vita, e più strano ancora l'intervento di un'autorità
panellenica, come è quella rappresentata dall' Ellanodica ricordato
più sotto, ad un atto, che avrebbe carattere puramente Eleo. Prevale
il
*
^ui, secondo la bellissima congettura del Comp. V idea del maschio
valore, della dvòpia, della f^vopéti, e con la parola dppT^v s'indica in
forma collettiva Tinsieme di quegli dXlcl^Ol veaviai, che onoravano la
patria Elea colle vittorie ne' giuoahi.
Somma importanza per gli studi epigrafici e lessicografici ha il
fatto linguistico , scoperto e chiarito dal prof. Comp. rispetto alle
forme eireviroiy €iT€VTreTui ed cviroi delle linee 5-6 dell' iscrizione, per
le quali egli crede che non si possa pensare al verbo jtéyi'auj, come fa
il Kirchhofif, e meno ancora al^é^'Trdu} del Curtius. Il signor Comp.
riconduce tutte queste forme a iroiéui, e in relazione a ciò le ha com-
pletate nel testo, che egli dà dell' iscrizione, stabilendo come punto
di partenza 1' èmiroeóvTuiv della lin. 4; così che s'avrebbe la locuzione
^mnotclv Tà òUma, che, sinonima ad èmTiOévai tò òiKaia* starebbe ad
indicare l'obbligo di que* colali ufficiali pubblici di* prender parte a
quel cotale atto della vita pubblica.
Quanto al ^aorpoai della lin. 6, il Comp. crede che la forma ori-
ginaria dovette essere jnaaTpaiqi, che da Esichio sotto la forma di
fioarpiai è spiegata per e ai rdiv dpxóvTiuv cùOOvai ».
Resta infine un altro fatto, del tutto nuovo pei nostri lessici, la
spiegazione cioè che il prof. Comp. dà della frase l^daK€lv Tiva Tdùv
biKoUuy, che egli intende nel senso di impedire qualcuno dalVeseguire
il suo dovere. Già il Kirchhoff aveva pensato al verbo ifidaaui ; ma la
novità della conghiettura Comparetti sta nell'aver ricondotto V l^daKUl
al sostantivo l^d^, derivandone con bello accenno il significato di
legare.
Finalmente il prof. Comp. oppugna la cronologia dell' iscrizione
fissata dal Kirchhoff, come anteriore all'anno 58o, ossia VOlimp. So*,
limite estremo dell'epoca, durante la quale l'ufficio di Ellanodica fu
esercitato da una persona sola. Tutta l'ipotesi del Kirchhoff fondan-
dosi sul singolare 'EXXovoòiKa^, il Cómp. gliela annienta , mostran-
dogli come già Pindaro, in un inno che è dell'anno 476, parli alla
stessa maniera déiV Ellanodica ^ che corona il vincitore. Ora, è ac-
certato, che a quest'epoca quegl' ufficiali pubblici erano per lo meno
^ove.
Tutto compreso, il Comp. non la crede anteriore al secolo V*".
Lr'esame, che il prof. Comp. ha fatto della iscrizione n® 56, pub-
blicata già dal Frankel sino, dal 1878 nella G^ifif. archeol.y gli porse
- 96 --
modo di esprìmere alcune conghietture e di dare schiarimenti, che
i pratici della materia epigrafica , nelle sue attinenze colla lessico-
grafìa e colla storia, non tarderanno a riconoscere come improntati
alla più schietta originalità. Mettiamo in primo luogo l'idea, signi-
ficata dal Comp. a p. i3, che il testo originario dell* iscrizione fosse
bustrofedo , ma che poi essendo diventato meno intelligibile, forse
per deperimento della materia, venisse trascritto^ secondo la maniera
invalsa già generalmente. Ciò che spiegherebbe alcuni errori.
Quanto alla lezione del testo , il Comp. , esposte alcune sue con-
ghietture sulle forme KaOvIoac; della 2* linea, che egli inclina a ricon-
durre verso un KaOduda^ (nome), e sull'altra èiacaiu^ nella linea 5*,
che egli propenderebbe a prendere per éKKaicu^; passa a parlare delle
forme verbali èircifiPoi, èvepéui ed épot della linea i , 3 , 5 dell' iscri-
zione. Ravvisa il Comp. nelle vicende di questo verbo un'analogia
con quelle deirèmTToeóvTUJV dell'altra iscrizione.
Ravvisa il Comp. qualche cosa di metodico in siHÌEitte mutilazioni,
o abbreviazioni di forme verbali, osservazione questa di somma im-
portanza per gli studi epigrafici.
Per la storia e scienza dell'antichità son di grande interesse le brevi,
ma sostanziali notizie, che il Comp. ci porge a p. 14 riguardo ai di-
ritti e doveri dei visitatori del santuario di Olimpia. A suo avviso è
probabile che gli Elei adoperassero la parola Eévo^ in quel senso, in
cui .secondo Erodoto l' avrebbero adoperata gli Spartani , cioè nel
senso di 0dp0apo^ {non greco).
L'illustrazione, fatta dal Kirchhofi della iscrizione n® 363 nella Ga^-
Inetta Archeologica è giudicata molto severamente dal prof. Compa-
retti, che la ritiene molto al di sotto della esperienza e del valore,
che egli pure riconosce all'illustre epigrafista tedesco. L'errore prin-
cipale del K. fu quello di aver preso per dativi , in principio della
iscrizione j quelli che non sono che due accusativi. La cagione di questo
errore dipende da quella che il Comp. assai argutamente chiama
routine degli archeologi, pei quali è regola , che dopo l' intestazione
d Fpdrpa debba seguire sempre il dativo, indicante la persona, a cui
la legge sarebbe rivolta. Crede il Comp. che tale non fosse la regola,
e che la presente iscrizione dimostri in modo chiarissimo , che le
leggi s' intestavano colla parola à Fpdrpa, come chi dicesse : Legge
(p. i5). L'errore sarebbe vecchio, e daterebbe dalla falsa interpunzione
-97-
data dal BÒckh della iscrizione Elea n" 1 1 del Corpus Inscrip. Graec,
che è la più antica che sì conoscesse prima di queste, scoperte recen-
temente.
Il Comp. segnala come degna di nota la distinzione che si fa in
questa iscrizione /rj V autorità laica e la religiosa, non solo quanto
ai limiti di loro competenza, ma anche quanto al modo speciale di
considerare la stessa cosa, essendo chiaramente indicate le diverse at-
tribuzioni de' irpóEcvoi (autorità laica) e de' ^dvTt€^ (indovini , inter-
preti del ius sacrorum). Quanto air epoca, il Comp. giudica la pre-
sente iscrizione non meno antica della prima ; il dialetto è quello
dell'Elide, ma non della stessa varietà della prima epigrafe.
Quanto all'iscrizione d'Ithaka, fu già notato come fosse comunicata
al prof. Comparetti dal signor Stillmann, americano, e come di essa
si trovino già traccie nel libro dello Schliemann [la fenice degli sco-
j^tori!], ricordato più su.
Rese le dovute lodi allo Stillmann per le cure spese per comple-
tare le due parti del blocco di marmo, sul quale è incisa l'epigrafe,
accennato come il Kirchhoff (che non aveva ancora il testo completo]
tentasse indarno di cavare qualche luce da quel monumento, il pro-
fessor Comp. passa air interpretazione, e dice trattarsi ivi d*un tesoro
nascosto^ cioè degli arredi sacri (rà ^tcq) di un tempio, nel quale si
veneravano riunite le tre divinità Affiena^ Rhea ed Hera. L'iscrizione
ha sette linee, ed è bustrofeda. Il Comp. argomenta , che fossero i
sacerdoti stessi che scolpiron l'iscrizione, per escludere ogni testimonio
del fatto da tenersi occulto.
Il prof. Comparetti ha già abituato il mondo dei dotti a molte
altre prove del suo valore eccezionale nell'interpretare e papiri ed epi-
grafi; ma tuttavia confessiamo, che guardando il facsimile fotogra-
fico di questo monumento, e pensando al senso evidentissimo che egli
ha saputo trarne, non si può a meno di sentire una grande conten-
tezza, che anche l'Italia possa finalmente misurarsi con gli stranieri
in im campo che essi erano usi sin qua a riguardare come pro-
vincia propria ; almeno per ciò che concerne l'epigrafia greca.
Un solo desiderio ci resta ad esprimere, ed è che in occasione di
consimili pubblicazioni l'egregio signor Comparetti voglia contrap-
porre ai testi greci la traduzione letterale italiana , onde ovviare a
possìbili errate versioni d'imperiti, e rendere più accostabile a molti
'Hiviita di filologia ecc., X. 7
- 98-
il senso vero delle epigrafi. — Vero è, che egli lavora pei dotti, ma
pure... sentimmo il bisogno di esprimergli questo desiderio, che sap-
piamo condiviso da altri.
Un po' di conclusione.
II prof. Comparetti ha Tarte di nascondere la erudizione, che egli
possiede sconfìnata addirittura, e di far capire subito netto il suo
pensiero , senza affogarlo in un pelago di apparati critici, U inter
utrumque tene non fu mai meglio applicato, come in questi succosi
e preziosissimi contributi alla scienza della antichità, che il Corop.
offre a quando a quando agli studiosi. Maestri e scolari abbiamo
dunque tutti qualche cosa da apprendere dal Comparetti; oltre le
notizie peregrine, che egli ci dà, possiamo apprendere da lui il se-
greto di conferire carattere nazionale a quella scuola, che s'ha il vezzo
di chiamare straniera, unicamente perchè essa aspettava Tuomo che
la richiamasse a' suoi giusti confini. E se anche ad altri pare, come
parrà di certo, che questi lavori del prof. Comparetti accennino per
l'appunto ad una compiuta elaborazione e quasi trasformazione del
pensiero e de' metodi ultramontani ne' metodi e nell'indole che sono
propri di noi, ringraziamo l'autore di questo nuovo indirizzo dato
alla scienza, e salutiamo il maestro (*).
Firenze, marzo 1881.
Gaetano Oliva.
(*) Queste righe erano già scritte e composte da lungo tempo, quando mi
pervenne la memoria del prof. Domenico Pbzzi: Nuovi studi intomo al
dialetto delV Elide, inserita negli Atti della R, Accademia delle Scienze
di Torino, voi. XVI (Adunanza del 24 aprile 1881). In questa memorìa
il prof. Pezzi prende ad esame il lavoro del prof. Comparetti, conside-
randolo però soltanto in ordine alle questioni fonologiche e dialettali,
lasciando le altre parti delle ricerche ermeneutiche e critiche. Questi
Nuovi studi del Pezzi sono come un'appendice airaltro suo lavoro sul
Dialetto deirElide, inserito negli Atti oella stessa Accademia di Torino,
serie II, tom. XXXIV.
Il prof. Pezzi, pur riconoscendo V alta importanza delle ricerche fatte
dal Comparetti, non consente però con lui quanto ad alcune dedazioni ,
e conclude col dire, che gravi ostacoli si oppongono ancora alla solu-
zione di parecchi fra i problemi concernenti le iscrizioni in dialetto eleo,
testò scoperte, a superai^e le quali pare a lui non siano bastati ancora
ringegno e la dottrina dei più insigni ellenisti, e invoca la scoperta di
nuovi documenti a rimuovere tali ostacoli.
Le osservazioni che il prof. Pezzi fa alle conghietture del Comparetti
sono certamente degne di nota, derivando da un profondo studio sul fo-
netismo del dialetto eleo, quale apparisce appunto dal lavoro accennato
quassopra. Gli appunti segnatamente fatti alie restituzioni suggerite dal
prof. Comparetti, riguardo alle forme crrcviioi, cttcvitcto, cviroi dell'iscri-
zione CCCLXII ; ed cvepco, e V €0oi della iscriz. LVI, nonché riguardo
airoscuro xaTipauoeic dell'iscrizione CCCLXII, 6, possono offrire materia
-. 99
a eoDtroTeraia. Nel complesao pei'ò ci pare di poter dii*e, che volendo
BOttoporre ad un esame critico il lavoro comparettìano, non si poteva
presciDdere dalle considerazioni di ermeneutica e critica, che accompa-
gnano le ricerche fonetiche e morfologiche, e sulle quali ci piacque ri-
chiamare Tattenzione degli studiosi. G. 0.
Platonis opera quae feruntur omnia. Ad Codices denuo collatos edidit
M. ScHANz. Voi. VII, Euthydemus, Protagoras. Ex officina Bem-
hardi Tauchnìiz. Lipsiae, MDCCCLXXX.
I L'opera che annunziamo fa parte della magnifica raccolta di clas-
sici greci e romani, che il solerte Tauchnitz sta pubblicando in tri-
plice edizione, di cui runa in-8^ per le scuole, l'altra tascabile, la
terta di lusso; ed è il 7® volume delle opere di Platone, di cui già
son venuti a luce, oltre questo, il voi. i*> contenente V Euti/ronet la
Apologia, il Critoney il Fedone, il fascicolo i*" del voi. 2** contenente
il Cratilo, e il tinche contiene le Leggi. 11 Dr. Martin Schan^ che
s'assunse la cura di pubblicare i dialoghi platonici, è già assai favo-
revolmente conosciuto nel mondo filologico; fu lui che sottopose a
nuova disamina i principali manoscritti di Platone che ancora esi-
stono, e fé* noti i risultati di sue ricerche in parecchie monografìe ;
tra Taltro egli annunziò aver fatto la scoperta che il codice veneto se-
gnato T è l'archetipo di tutta la seconda famiglia dei codici platonici,
e dimostrò che il Vaticano G in una serie dì dialoghi non è che una
copia del più antico e principalissimo detto Clarkiano o Bodleiano
(B). Gli studi originali del Schanz lo ponevano dunque in grado più
d'eroi altro di attendere a una nuova edizione critica dei dialoghi
platonici; e della stima che egli gode in Germania per il Platonismo
è prova il fatto eh' egli è incaricato della recensione annuale delle
pubblicazioni relative a Platone nel Jahresbericht diretto da Conrad
BuRsiAN, al quale, com'è noto, contribuiscono ì migliori ingegni te-
deschi. — Noi ci limiteremo ora ad esaminare il volume dell' Euti-
demo e del Protagora editi dal Schanz; anzi restringeremo il nostro
stadio al Protagora, perchè ciò sarà sufficiente al lettore per farsi
un'idea della diligenza usata da questo dotto sul testo platonico.
È da notare anzitutto che TA. premette ai due dialoghi alcune os-
servazioni sulla retta scrittura di certe parole greche conforme alle
testimonianze dei codici ; per es. fa vedere che si deve scrivere cl-
XiTTii^ non lXin>w, e invece tXiTTo? non cUityo^ (cfr. Suida, s. h. v.);
preferisce , come più genuina , la forma irdaaoqpoc; a quella Trdvoocpo^
— 100-
cbe crede invalsa a poco a poco per mal ragionata correttura dei co-
pisti. Finora era incerto se il pron. di 3* pers. aÙToO aÓTÓv potesse
adoperarsi in luogo della 2* aauToO oauTÓv, essendovi dei luoghi dove
per comune consenso dei migliori codici si leg^e la prima maniera
per la 2», e d'altra parte essendo rifiutata tal sostituzione da alcuni
grammatici (v. le mie « Postille critiche ed esegetiche al Protagora
di Platone ». Estratto dalla Rivista di Filologia ^ 'S79, fascic. ottobre-
dicembre, p. 16). Il Schanz osservando che sono rari i luoghi dove
si fa tale sostituzione, e che in ogni caso air aÓToO aÓTóv precede im
^ (Es. Prot., 3i2 A : où 6è oùk fiv daxOvoio cl^ toù^ ^EXXnva^ a6TÒv\
aocpiarfiv irapéxunr;), crede questo scambio doversi pel singolare attri-
buire a sbaglio d*ammanuensi, e doversi perciò escludere dalKuso
platonico, ammettendolo solo pel plurale ove fj^Ac aÙToù^, si dice in-
contestabilmente in tutta la grecità^ L* osservazione è acuta, ma non
decide la quistione, finché lo scambio di questi pronomi non sarà
dimostrato impossibile per tutti gli autori greci, o almeno per quelli
del buon secolo. Tali e simiglianti sono le noterei le raccolte dal
Schanz a titolo di prefazione al suo volume delKEutidemo e del Pro-
tagora, noterelle sempre preziose per Tortografìa e l'ortoepia greca.
Passando ora al testo del Protagora, è da avvertire eh* egli segue
come codici principali il Bodleiano B e il veneto T, a differenza degli
altri editori che tennero il T come secondario. Ciononostante si può
dire in tesi generale che il suo testo non differisce da quello già noto,
per la ragione che il codice veneto era già stato usufruito anche dai
critici anteriori. Ma il Schanz ha il merito di essersi tenuto per lo
più alla lezione dei manoscritti, avvertendo il lettore con note a pie
di pagina sì delle varianti introdotte per propria congettura , sì di
quelle che accettò da aUri. Questa diligenza rende la sua edizione
preferibile ad altre recentissime, nelle quali non si dubitò introdurre
nel testo troppo ardite novità (v. le citate Postille^ p. 66). Le varianti
introdotte dal Schanz sono veramente poche e di piccola importanza;
cosa più degna di lode che di biasimo. A pag. 54, linea 22 (p. 3i2 D),
volendo emendare il controverso passo ti dv €T1rol^€v aÒTÒv cTvai, di
I(()KpaT€(;, èmardTiiv toO iroif^aai òcivòv Xérew, che lo Stali baum aveva
corretto accettando da due codici una particella f| prima di èiriardriiv
(v. Postille^ p. 16 e sgg.), il Schanz propone si faccia una proposizione
ipotetica interponendo un ci prima di etiroiMcv. Tale emendamento, a
dirla schietta, non mi soddisfa ; perchè in tale interrogazione resta
spostata rinvocazione di IdiKpaTct;, la quale pare interrompa il corso
- 101 -
della proposizione infìnitiva aùxòv cTvai èmaTdryfv 4ctX. e si aspette-
rebt>e piuttosto dopo il t( dv cosi : tì dv, (L I. ci «Ctri^fHcv aùròv cTvai
ktX. Inoltre, la maniera dello Stallbaum oltreché confortata dalla te-
stimonianza di due codici, è più conforme a tutto T andamento di
■' ■• «
questo luogo del Protagora; infatti a pag. 3 12 C si formosa.' questa
domanda : t{ /jT€t ctvm tòv aocpiar/iv ; ed a tale domanda risponde
Ippocrate: xi dv diroiimev aùxòv cTvai, di Z.^ f| èmaxdxiiv kxA.; dori^ èy.
evidente che il xC della risposta dev'essere analogo a quello della do-'fv*.*.
' • • .
manda, ossia riferirsi ad aùxòv, ao<pioxf|v, non rimaner sospeso come '*/"
sarebbe nella congettura del Schanz; la quale perciò non è accetta-
bile. E qualche dubbio rimane altresì sulTopportunità delle cancella-
ture che il Schanz vorrebbe fare qua e là, come ad es. della parola
àotpovoMiKd a pag. 58, 1. 7, del xd xaXd (o meglio xd Koxd) a p. 67,
1.28, del KQxd irapdòciTMa a p. 71, 1. i, deiròxi dbixoOaiv a p. 79, 1. 22;
perchè, sebbene queste espressioni non sieno strettamente necessarie
airiiitelligenza del contesto in cui si trovano , pure non hanno nulla
che vi ripugni (1). E dell'ultima 6x1 dòiKoOoiv, p. 333 D, affermo anche
risolutamente che è una follia il cancellarla. S'incomincia ivi una di-
scossione partendo dall'ipotesi che si possa esser savii pur commet-
tendo ingiustizia, e Socrate domanda a Protagora: « ti par egli vi
siano alcuni i quali pur operando ingiustamente sien savii ? > . e Sia »
risponde Taltro. « E Tessere savio chiami tu un pensar bene?» «Sì».
E il pensar bene è egli un consigliarsi bene perchè commettono in-
giastizia? (xò \ì ^^ cppovctv cO PouXeùeoOai òxi dòiKoOoiv;) >. In altri
termini : il commettere ingiustizia è egli in tal caso frutto di una
ragionata deliberazione, e d'una deliberazione buona ? E si continua
adire: ciò sarà evidentemente solo nel caso che chi commette in-
giustizia riesca felicemente neir impresa che tenta , perchè se gli fal-
lisse il tentativo, allora chiunque riconoscerebbe che s'è consigliato
naie. In questo ragionare il concetto di dòixetv è principalissimo, ed
è questo concetto che si suppone per ipotesi conciliabile coir altro
della saviezza, del buon consiglio. Dunque non solo non va cancel-
lato rSxi dòiKoOoiv, ma l'aver proposto tal cancellatura, basta a di-
mostrare che il Schanz non ha ben capito questo passo del nostro
(1) Eccettua forse il xd xaXd (p. 67, 1. 28, 323 D), il quale si riconosce
facilmente essere una glossa spiegati va del xdvavxia xoùxoK, mentre
i' hiuc mala della traduzione del Ficino non sarebbe che una traduzione
parafrastica del xaOxa jnèv tdp kxX.
• *
• • •
• • •
1 • •
- 102 -
dialogo. — Lasciando stare per ultimo certe novità di niuna impor-
tanza, come^il'^vTó^ che a pag. 66, 1. 3o, sostituisce ad diravTo^ dei
• ■ *
codici, deir6(TT)aai che a pag. 62, 1. 20 sostituisce a KòcTTioat, am-
messo d^r* resto nella stessa linea, non vi sono altre congetture ori-
ginaji'«oél testo del Schanz. Fra quelle che egli accettò da* suoi pre-
*€|pcesso'ri stimo riprovevoli , conforme alle prove datene nelle mie
.*.. Postille; quella dell* élvat suggerita dall* Heindorf in luogo dell' ètTa
/ /••/';•£ pag. 72, 1. 20 (Postille, p. 37), la cancellatura del tò S^olOv a p. 77,
, • •
**/• 1. i5 (33 1 E) proposta dall'Hirschig e dairHenneberger (Postille, P.4B),
la sostituzione della voce àSia a p. io5, 1. io (356 A) alla lezione
dei codici dvoEia, congettura ond' è autore lo Schleiermacher (Po-
stille, pag. 61). Quest* ultima principalmente non so davvero spie-
garmi com*abbia potuto essere accettata non solo contro il consenso
dei codici ma anche contro la testimonianza di Cicerone in Prisciano
(v. lo stesso Schanz a pag. io3 nota) e del Ficino, e contro la ragion
del contesto. Si parla ivi di quella volgar sentenza per cui si dice di
aver fatto ciò che è male, indottivi dal piacere, che per la sinonimia
in quel luogo supposta dei concetti di male dolore, bene piacere,
torna a dire aver fatto il male vinti dal bene, oppure aver fatto ciò
che è doloroso vinti dal piacere. Socrate' avverte che se si riconosce
d'aver errato operando così, gli è perchè sì giudica che il bene fosse
indegno di vincere il male, il piacevole fosse indegno di vincere il
doloroso; e tale indegnità non consiste in altro, seguita egli, che nella
minore intensità del piacere o nel minor numero delle cose piacevoli
in comparazion delle dolorose, onde 1' unica differenza fra le une e
le altre è differenza di quantità. Ora ad esprimere questo pensiero
che il piacere sia indegno di vincere il dolore , si ricorre nel testo
airaggettivo dvdEio^, es., pag. 355 B: dvdEid ìoti rdtaOd tiXiv xaioliv, e
pag. 356 A: òfjXov òxi dvaH(uiv èvruiv vikAy. Appresso volendosi espri-
mere ridea che l'indegnità consiste soltanto in differenza quantitativa
bisognò a Platone formare un nome astratto dell'aggettivo prima
adoperato, e però usò il vocabolo dvaEia. Il rifiutare questa parola
per la sola ragione che è un diraE clpiijLiévov, e il sostituirvi àUa è
arbitrio del tutto irragionevole. Anche Cicerone, traducendo questo
passo e adoperando il vocabolo indignitas, dovè sforzare Tuso corrente
di questa voce pigliandola nel senso etimologico, ossia come astratto
d'indignus; ed anche noi in italiano quando adoperiamo, come s*é
fatto più sopra, la parola indegnità ci accorgiamo d*aver per le mani
una parola non d'uso corrente, ma necessaria a esprimere il nostro
- 103 -
pensiero. — Finalmente mi si conceda d'insistere perchè Tóti iroeóvTO,
suggerito dair Hermann in luogo dell* inesplicabile òri Madòvra dei
codici a pag. 353 D e accettato dal Schanz, venga sostituito da altra
congettura più conveniente, forse meglio che mai da un ^óvov t€
come già ebbe a proporre il Cornano (v. Postille, p. Sg e sgg.).
Del resto questa diversità d' opinioni su qualche passo del Prota-
gora, non vieta che riconosciamo il merito di Martin Schanz, la cui
edizione crediamo meglio d'ogni altra raccomandabile agli studiosi
italiani, come quella che riproduce quasi esattamente il testo dei ma-
noscritti, dando al lettore tutte quelle informazioni che gli sono ne-
cessarie e sufficienti per rifarsi la storia di esso testo e dei varii ten-
tativi con cui lo si volle ridurre alla forma primitiva e genuina (i).
ri) Mi servirò di qaest^occasione per rispondere ad alcuni appunti fatti
dallo steeso dottor Schanz a' miei lavori sul Protagora, e specialmente
alle citate « Postille critiche ed esegetiche » nel Jahresbericht di Bup-
lian, 1879, voi. 17, p. 241. Nella recensione di quest'ultimo opuscolo il
Schanx sentenzia molto risolutamente che io vi do a vedere mangel an
Schdrfe des Urtheils , femer Mangel an Methode ; e per tutta prova
adduce il passo, p. 312 A, dove TaÓTÓv sta per aauTóv, di cui si è par-
lato più sopra. Rispetto a questo passo io m* ero limitato a recai*e in
messo le opinioni degli uni e degli altin circa la possibilità o no di (questo
leambio in Platone, e non mi arbitrai di decidere la quistione né in un
sesso nò nell'altro per mancanza di dati. Ciò ha bastato perchò il Schanz
pronanciasse quella condanna cosi severa. Via, signor Schanz, con tutto
il rispetto che le professo, mi permetta di dirle che la riservatezza nel
lentenziare per insuflScienza di dati ò precisamente conforme al vero me-
todo scientifico, e invece il citare questo solo passo fra i 41 da me di-
MQsai nelle Postille ò proprio disforme dal buon metodo di giudicare i
laTori altrui. Oli ò che (noti bene chi legge) la ragione per cui il Schanz
citò questo solo passo non è stata il proposito di farne oggetto di critica
severa, ma il desiderio di approfittarsi deiroccasione per annunciare ai
suoi lettori che egli un antio dopo aveva saputo decider la quistione nel
§ 12 della sua prefazione airEutidemo e al Protagora. Io non mi so per-
suadere che queste critiche^ annunzi siano conformi al vero metodo scien-
tìfico. — In UD altro luogo della sua recensione il dottor Schanz scrive :
Enàlich operirt der Verfasser auch noch mit der Uehersetzunq des
Ficinut und den alien Ausgaben^ toelche nicht den g ering sten '^^erth
f^r sieh beanspruchen kónnen. Veramente doveva avere la testa nel
sacco il Schanz quando scrisse queste parole. 0 non insegna egli a me
che la traduzione del Ficino è importante non solo per Tes^gesi, ma anche
per la critica del testo? Non accetta anch' egli, a p. 309 C, la lezione
O0(p(bT€pov suggerì ta dalla version del Ficino in luogo del aoopOtiTdTov
de' codici? e a p. 323 D non ricorda egli la lezione tò kokò in luogo di
rà naXd, anche questa del Ficino, sebbene poi egli cancelli, e non a torto,
Tona e Taltra? Il Schanz osa dire che io lavorai sulle edizioni vecchie.
0 non ho anzi discusso continuamente le opinioni del Deuschle , del
Croo, del Kroschel ? Voleva egli forse eh* io citassi la sua edizione non
aoeora pubblicata? E per contro le edizioni dello Stefano e del Cornario
non le usufruisce forse anche lui ? Come dunque osa aggiungere che tali
edizioni non hanno il menomo valore, quando è assioma indiscutibile che
niuna manifestazione del pensiero va disprezzata, ma tutte hanno a col-
locarsi nel loro clima storico che solo permette di valutarle convenien-
~ 104 ~
temente? — E assai fidente nella propria autorità si dimostra anche il
Schanz quando senza ragioni sentenzia impossibile la interpunzione da
me proposta ti oOv ; tòvOv fj nap' èxcCvou q>aiv€i nel prìmo dialogo dal
Protagora in luogo di : t( oOv Tà vCv ; fj ktX. Io confesso volentieri, che,
pensandoci meglio, respingerei ora tale interpunzione proposta due i^nni
fa ; perchè la miglior maniera d'intendere queste parole dette dall'amico
a Socrate è pur sempre quella suggerita dallo Schleiermacher traducendo :
aber toas nunì ossia parafrasando: « Comunque sia ciò che tu dici,
quello che per al presente ti domando è se tu ne venga da lui ». Onde
va letto : ri oGv Tà vOv ; f) irap* èKcivou <paiv€i ; Ma con che diritto il
Schanz doveva sentenziare untnóglich quella interpunzione , senza de-
gnarsi neppure di accennarne il perchè?
Del resto la ragione per cui il Schanz fu cosi severo con quelle mie
povei*e Postille (anche questo noti bene chi legge) non è una ragione di
ordine scientifico, ma piuttosto un sentimento di orgoglio nazionale. In
queir opuscolo io affermai, in tesi forse troppo Rieneràde, che i Tedeschi
contemporanei abusano della critica congetturale. Quest* accusa che il
Schanz s*affrettò a ripetere colle mie stesse parole evidentemente ha mal
disposto r animo di lui. Pure di questo stesso parere , modificato, se si
vuole, nelPespressione, sono molti degli studiosi italiani. Si riconosce il
merito incontestabile dei Tedeschi che iti ogni ramo della coltura scien-
tifica hanno raccolto la più copiosa e preziosa messe di materiali, e nel
campo speciale della classica nlologia mediante la più accurata indagine
di codici, i più ingegnosi raffronti di spai'se testimonianze hanno fatto
straordinariamente progi*edii*e le nostre cognizioni sugli autori antichi;
ma si osserva altresì che alcuni di loro nponendo soverchia fiducia nei
trovati del proprio ingegno hanno rimaneggiato, rifatto i testi lasciatici
nei manoscritti senza aver molte volte pesato a suflScienza l'opportunità
di quelle innovazioni né giustificato con approvabili ragioni le proposte
congetture. Ciò fu osservato per molti degli autori greci e più pei latini;
ma non si vuol con questo aisconoscere, che la più efiScace spinta agli
studi critici ed esegetici fu data ai di nostri dai dotti di AUemagna. La
necessità di porre un limite ad una critica congetturale troppo ardita è
sentita dallo stesso Schanz, il quale nella pubblicazione annunciata si
guardò bene dall' ammettere nel testo varianti troppo ipotetiche e poco
probabili. Onde rimane ch'egli sia più giusto con quegli Italiani che pur
non dissentendo da lui, s'ingegnano di contribuire per quel poco che
possono al progresso del sapere comune.
Palermo, giugno 1881. Felice Ramorino.
Alcune osserva:{ioni sul nuovo Vocabolario della lingua classica latina
compilato per uso delle scuole dal Prof, G. Rigutini, Firenze, G.
Barbera, ediz. 1880.
Nella prefazione a questo suo lavoro, l'A. parlando dei vocabolari
latini, che furono sin qui in uso nelle nostre scuole, cosi si esprime:
« Nei vocabolari latini per uso delle nostre scuole si vede fatta con-
fusione di tutto, e ripetuti, come per tradizione, gli svarioni dei pre-
cedenti: di vere e proprie definizioni e dichiarazioni, nulla o quasi,
ma uso ed abuso di corrispondenti italiani, e spesso di quali corri-
spondenti, e di che lingua! di modo che io non dubito di mettere,
per lunga esperienza che ho avuto della scuola, cosiffatti libri tra
- 105 -
i principali impedimenti airapprendimento della vera e buona lingua
italiana nelle scuole di latino >. Quantunque un tal giudizio, veris-
simo per certi vocabolari, ci sembri un pò* esagerato per quelli di
data più recente, tuttavia tanti e così gravi sono i difetti che anche
a questi ultimi si possono apporre, che non senza grande soddisfa-
zione abbiam veduto essersi in Italia trovato chi si sobbarcasse al-
l'ardua ed ingrata fatica di dotare i nostri studi latini d'un buon vo-
cabolario scolastico. E non ci parve tempo né fatica gittata l'esaminar
seriamente, né sarà forse discaro ai nostri col leghi il conoscere, se e
come l'egregio A. sia riuscito in questa sua commendevolissima in-
tenzione.
Anzitutto osserveremo che i limiti, entro cui fu fatta la scelta del
materiale, non ci sembrano i più opportuni. Un vocabolario compi-
lato per uso delle scuole — cioè delle scuole classiche secondarie —
non dovrebbe, o ben poco , uscire dalla cerchia di quegli scrittori
che si leggono in esse scuole. Così ha fatto lo Schenkl pel suo voca-
bolario greco-italiano,, in cui, limitata opportunamente la scelta dei
vocaboli, ha potuto largheggiare nelle frasi con grande vantaggio degli
studiosi: e non altrimenti si governarono T Heinichen e T Ingerslew
nei loro vocabolari latini. Per contrario il prof. Rigutini ha voluto
abbracciare tutta la letteratura da Nevio a Svetonio, cioè quasi dalle
origini sino al così detto periodo di ferro (iH8d. C.) comprendendo
nel suo lavoro una serie di scrittori arcaici (Nevio, Ennio, Catone
Censorio, Lucilio, Pacuvio) e del periodo d'argento (Columella, i due
Seneca, Persio, Lucano, Silio Italico, i due Plinii, Stazio, Giovenale,
Marziale, Svetonio) che al nostro insegnamento mezzano sono total-
mente estranei. Che se il prof. Rigutini ci obbiettasse non essere il
.suo lavoro destinato solamente alle scuole secondarie , ma a tutte
quante le scuole di latino, allora non sappiamo comprendere Tesclu-
sione degli autori posteriori al i38 d. C, massime di Gelilo e Giu-
stino. Anzi circa quest'ultimo si può dire che avrebbe dovuto trovar
luogo anche in un Vocabolario scolastico pi^priamente detto, essendo
noto che da molti insegnanti questo scrittore é stimato acconcio alle
prime classi del Ginnasio, e che non pochi sogliono cavarne temi
pei compiti domestici di versione dal latino in italiano. Ciò non
ostante, atteso che, se bene il materiale del Vocabolario riesca so-
verchio per gli alunni delle scuole secondarie, tuttavia questa mag-
giore ampiezza del libro fa che si possa utilmente consultarlo in
molti altri casi , noi ci sentiremmo disposti a non farne carico al
- 106-
compilatore, se non avessimo con nostra grande meraviglia verifìcato
che nel suo lavoro si desiderano moltissimi vocaboli usati da quegli
scrittori appunto che egli ci ha designati come fonti del suo lessico. E
tra gli infìniti esempi che ci sarebbe facile arrecare, vogliamo, per
non abusare dello spazio e della pazienza di chi legge, restringerci a
quelli che seguono. Anacoenetus (Giovenale], abnocto (Seneca), abnodo
(Columella) , abolla (Giovenale e Marziale) , abrotonites (Columella) ,
absinthites (id.), conseptus ^ us (Q. Curzio), concuro (Plauto), concu-
bium, sost. (id.), diffulmino (Silio Italico), eluacrus (Catone Censorio),
elutrio (Plinio il vecchio), elumbis (Tacito), emacio (Columella), etna-
cresco (Celso), emaneo (Stazio), edento (Plauto), edentulus (id.), edicto
(id.), interplico (Stazio), interpolatio (Plinio), interpolis o interpolus
(Plauto), interrasilis (Plinio), interrado (Plinio e Columella), inter-
neco (Plauto) , internidifico (Plinio) , intemigro (Stazio) , praefloreo
(Plinio), praefulguro (Val. Fiacco), praefrigidus (Celso), praefumium
(Catone) , praefuro (Stazio) , praelargus (Persio) , praepedimentum
(V\2M\.o),profatus, us {Seneca) y proflatus ^ m5 (Stazio), riscws (Terenzio),
risio (Plauto), robiginosus (Plauto e Marziale), rubricosus (Catone,
Columella e Plinio), ructatrix (Marziale), rudicula (Cat. Col. e Plinio),
sortioy verbo (Plauto , Ennio), sospitalis (Plauto) , soteria (Marziale).
Così essendo le cose, e non avendo TA. esposto in alcun luogo della
sua Prefazione, con qual criterio sia proceduto in queste esclusioni
di vocaboli, il suo lavoro ci appare una cosa ibrida ed inclassifi-
cabile, come quello che troppe cose contiene per le scuole e troppo
poche per chi volesse colla sua scorta leggere tutti gli scrittori latini
da Nevio alla fine del periodo d'argento. E poco sarebbe ancora il
male, se queste omissioni risguardassero soltanto scrittori di minor
conto, come sarebbero Catone, Columella, Marziale, ma pur troppo
tante sono le voci di Plauto e di Plinio il vecchio che non si rin-
vengono nel Vocabolario Rigutini , che chi volesse leggere; loro
scritti col solo suo sussidio, darebbe opera all'impossibile. Questo per
ciò che riguarda la scelta del materiale. Quanto alla, parte etimolo-
gica, richiesta, come dice TA., dalla nuova qualità degli studi lessi-
cografici, egli si è governato con lodevole prudenza, non soggiungendo
— son sue parole — l'etimologia d'un vocabolo se non quando essa
è cena, o almeno assai probabile. In questa categoria noi non avremmo
però messo l'etimologia di QuiriSj itisy dato come derivante da CureSy
città Sabina, etimologia, che, come è noto , risale a Varrone, ma la
cui autenticità è ben lungi dall'esser fuor d'ogni dubbio, tanto che,
— 107 —
come dice il Corssen (Aussprache, Vocalismus und Betonung der la-
teinischen Sprache , II Band, Seite 357), ^^ tradizione, sulla quale
ossa riposa, non è più attendibile di qualsivoglia altro fatto dell'anti-
chissima storia Romana. E Pott, Becker e Lange vorrebbero derivare
questo vocabolo da curia, ed altri dotti gli assegnano origine diversa;
£ insomma la questione non è peranco risoluta. Ancor più dubbiosa
di questa è la genesi del vocabolo abdomen, di cui il Rigutini dice :
Sembra una sincope dì adipomen, da adeps. Così pareva veramente
ad alcuni filologi , tra i quali al Klotz {HandwÓrterbuch der latei-
nischen SprachCy Braunschweig, 1866, s. v. abdomen), ma questa con-
gettura, che ripugna alle leggi fonetiche, è stata dai più moderni ab-
t^aadonata affatto, e il Georges nel suo Ausjuhrliches Lat. — Deutsch,
HandwMerbuch non accenna ad etimologia alcuna, e il Vanicek nel
stio Etymologisches WÓrterbuch der lat, Sprache (Leipzig, 1874) la
comprende nell'elenco di quelle voci, di cui non fu ancora trovata una
derivazione sicura. Cosi, contro il suo stesso proposito, TA. esita tra
le due etimologie di abdo, scrivendo: Tema do, sebbene altri lo de-
rivi dal greco Q€, onde Tifimi. Lasciamo, che oramai nessuno più du-
bita che ab'dOj insieme con condo , credo , perdo e forse con obdo e
subdo, sì debba riferire alla radice dha , onde naturalmente anche
Tiei)M^ ^^ ^c* (c^r. Vanicek, op. cit., pag. 76, e Metcr, Lessico delle
raàici indo-italico- greche y trad. da Pezzi, pag. 20); mai non doveva
l'A. confondere le menti dei giovanetti lasciando lor credere che il
vocabolo latino derivi dal greco, mentre fra Tuno e l'altro non corre
che un legame di affinità, o, se la parola è lecita, di fraternità. Così
si riesce unicamente a perpetuare il vieto pregiudizio che la lingua
latina derivi dalla greca , opinione alla quale non crediamo che il
prof. Rigatini consentirebbe a sottoscrivere. Né meno incerta di questa
ci sembra la derivazione di alces dal greco d\ìd\ — come vorrebbe
Vk. — mentre dai più così fatta voce vien riferita alla radice ark o
vark e messo insieme con XOko^ , con ulcus , ulcisci ecc. Disforme
poi dalle buone discipline linguistiche ci pare che sia stato l'avere
supposto — seguendo, se non andiamo errati, il Georges — un tema
temum, e postolo a base di abstemius, temetum , temulentus e simil.
E p^io fece l'A. aggiungendo di suo che temum si è voce antiquata,
significante vino, cosa che non ci ricordiamo d'aver veduta né udita
mai, ma solo che temetum vuol dire bevanda inebriante e che con
abstemius, temulentus ecc. ripete la sua origine dalla radice tam (oscu-
rare) donde tenebrae (pel tramite di tam-e-brae, mediante dissimila-
- 108 -
zione), e temere e forse timeo. Né son queste le sole etimologie ,
su cui potrebbesi trovare a ridire: chi, per esempio, vorrebbe ora
accettare che Tawerbio alibi discende da alius e ubi} Sarebbe come
ammettere che ibi derivi da is e ubi, mentre è notissimo che amendue
risultano dai temi di alius e di is più il suffisso locativo bi, appunto
come ubi proviene alla sua volta dal tema del pronome relativo e
dal predetto suffisso [ubi per cubi^ e questo per quobi^ come uter per
cuter, e questo per quoterus). Altre imperfezioni etimologiche abbiamo
qua e colà osservato: nullus j anziché da ne e ullus , è fatto derivare
da non e ullus\ disciplina, al dir dell* A., deriva immediatamente da
disco^ anziché da discipulus (sincope di discipulina\\ disjicio da dis e
icio, nel che vorremmo credere che avesse più che altro colpa un
errore di stampa, e fosse cioè stato impresso icio per iacio, se T or-
tografìa adottata dall'A. non lo rendesse inverosimile. Alcune deriva-
zioni sono superflue, p. e. nobiscum da nobis e cum\ anzi in questo
proposito aggiungeremo che non sappiamo intendere come mai VA.
abbia creduto di dover citare fra le voci latine questa che non é un
vocabolo a sé, ma una composizione enclitica, la cui spiegazione ap-
partiene propriamente alla grammatica. E circa tutta questa parte
dell'Etimologia siaq;i forzati a concludere, che l'egregio A. ha troppo
scarsamente profìttato delle nuove ricerche, e che quella parte di esse
di cui s*è giovato, non Tha per avventura riprodotta colla desidera-
bile esattezza. L*aver testé nominato l'ortografìa, discorrendo del verbo
disjicio, ci provoca a far passaggio a quest'altro importantissimo
punto. Uno dei vizi più giustamente lamentati nei vocabolari latini
sin qui in uso nelle nostre scuole si era appunto che in essi non rin-
venivano gli alunni alcuna di quelle forme ortografìche che la mo-
derna critica ha fatto introdurre nelle più recenti edizioni. Da questo
disaccordo dei testi coi lessici nascono inestimabili inconvenienti ,
come a dire perdita grandissima di tempo, impossibilità per gli alunni
che incominciano lo studio di raccapezzarcisi da sé medesimi , e in
tutti confusione somma nelle idee ortografìche e quindi incertezza
perpetua nel modo di scrivere. Non arriviamo certo fìno a soste-
nere che un nuovo lessico debba dare il bando a tutte le forme
dell' ortografìa antica ; troppe sono ancora le edizioni vecchie o cat-
tive che si tollerano nelle nostre scuole perché ciò possa farsi senza
gravi inconvenienti; diciamo soltanto che se v* era una via da far
•
peggio di così, questa é appunto quella nella quale s' è messo l'A.
accogliendo tutte, o quasi, le forme vecchie, e omettendo pressoché
* 1*
-109 —
tutte le moderne. Noi non pretendiamo dimostrargli che le investiga-
zioni dei tedeschi sono arrivate a risultamenti così irrefragabili da
render necessaria la completa abolizione di alcune forme; solo di-
ciamo che , poiché la maggior parte delle edizioni che ora s' ado-
perano nelle nostre s:uole le han seguitate, il non trascurarle era de-
bito di chi compilava un vocabolario scolastico. Invece, sin dalla
prima pagina del Vocabolario si scorgono lacune, mancandovi a
interiezione (in luogo di ah), come più innanzi non è registrato em
per /rem. La forma neglego, certificata dal noto passo di Festo
(II, 285, Ed. Bip.), non solo non è, come dovrebbe, preferita all'altra
negligo^ ma è data, contrariamente al vero, come un arcaismo. Non
si fa neppure cenno dell'ortografia ohoedio, che ha per sé non sola-
mente r etimologia, ma anche V uso, e si conserva obedio , scrittura
oramai abbandonata. 1 composti di iacio sono registrati con i con-
sonante (j) e t vocale [abjicio ecc.), mentre nella massima parte delle
moderne stampe, secondo l'uso, che nelle questioni ortografiche deve
prevalere alle ragioni etimologiche, si trovano tutti con 1 semplice.
Anche nelle forme dei perfetti, l'A. o non si pronunzia (come in
absum) tra le diverse scritture, o (come in abeo) ne riporta una sola,
e non la migliore. Noteremo in ultimo che nel Vocabolario non c'è •
traccia alcuna della distinzione oramai universalmente ammessa tra
le forme derigo e dirigo , designo e dissigno , describo e discribo , e
che le regole ortografiche date circa i mutamenti, a cui vanno sog-
gette le preposizioni nei composti verbali, non sempre sono esalta-
mente esposte, come lo prova ciò che si legge di a^ , dove manife-
stamente l'A. é caduto in equivoco, avvegnaché le regole ivi proposte
risguardino propriamente l'incontro della preposizione ab con altra
parola, e non la sua intima composizione con un tema verbale.
Quanto ai significati italiani, come non ci dispiace il metodo sto-
rico seguito dair A. neir ordinarli, così dobbiam dire che essi sono
in generale accuratamente scelti e di buona lega italiana, talché per
questa parte il Vocabolario, di cui discorriamo, segna un reale e no-
tevole progresso. Ma non possiamo dire invece troppo bene del me-
todo seguito nel citare le autorità e nello arrecare i costrutti, e spiegar
le frasi. Talvolta (ma questo inconveniente si limitò, come avverte
l'A. stesso nella prefazione, a poche pagine) le parole sono arrecate
senza autorità alcuna, anche quando non s' incontrano che presso i
poeti (p. e. abnormis)\ tal altra le autorità sono tali da far dubitare
che il vocabolo sia particolarmente ed esclusivamente adoperato da
- 110 -
ceni scrittori, p. e. in nimirum, che è dato per voce di Nipote e Te-
renzio, mentre è comune a moltissimi altri e usitatissimo anche da
Cicerone. Nei costrutti, massime verbali, VA. non segue un sistema
costante né esatto molto; talora è incompleto, come in abalienOy dove
dovevasi dire che Vab (almeno nella buona prosa) non si può sottin-
tendere se si parla di persona, e come in abdo , dove da quel che
arreca l'A. é impossibile farsi un* idea esatta e sicura della co-
struzione. Alcune volte sono introdotte frasi (come abducere in senso
osceno) che in un dizionario scolastico potevano omettersi senza in-
convenienti; altre fiate ne mancano di quelle che vi starebbero assai
bene, come sotto abeo non vediam citata la frase assoluta e molto
frequente ne longius abeam, né quella di Nipote: res a Consilio ad
vires abierunt. Leggendo T articolo abhorreo parrebbe che questo
verbo potesse stare anche coU'accusativo, mentre ciò non è vero che
allorquando si tratta di persona; e il participio abkorrens^ di cui si
dice che non regge il caso dativo se non presso gli scrittori poste-
riori ad Augusto, trovasi così costrutto anche in Livio (Ab. u. e. II,
14, i). Della costruzione di abiudicOy verbo non molto frequente, si
dice per avventura più del necessario; non si parla punto invece di
• abicio^ che è pure vocabolo di uso tanto comune. Parlando delle frasi
impersonali, a cui dà luogo il verbo abesse^ TA. è caduto, non sap-
piamo comprender come, in una deplorevole svista, scrivendo : « Co-
struito con u/, e preceduto da tantum^ forma una maniera impersonale,
corrispondente ai modi nostri : Tanto è lontano... che, Tanto manca...
che e sim. Id tantum abest ab officio, ut nihil magis ecc. (Cic.) ».
Or chi non vede che questa frase, avendo per soggetto il pronome
idj è tutt'aUro che impersonale, anzi potrebbe proporsi per esempio
dell'uso personale di tantum abest, nel qual caso tantum abest non si
costruisce con due ut , ma in luogo del primo ut deve usarsi (come
nell'esempio citato) un sostantivo. Esempio vero di costruzione im-
personale sarebbe : tantum abest, ut eum reprehendam, ut alii setiam
prae/eram, e cangiato in personale: tantum absum ab eius reprehen-
sione, ut ecc. Né più felice è stato TA. soggiungendo poco dopo che
la frase impersonale formata col doppio ut può anche avere per sog-
getto una persona, citando a sostegno della sua asserzione Tesempio:
Milites tantum abfuerunt, ut ,perturbarentur. ut incensi potius ecc., e
attribuendo questo passo a Livio, mentre per lo contrario si legge
ntWAuct. Belli Alex., cap. 22, e nessun grammatico gli dà peso, come
ad esempio unico di uno scrittore per nulla autorevole. E per non
- Ili -
uscire da questo verbo, noi, senza pretendere di pronunziare un giu-
dizio assoluto, Siam forte inclinati a credere che la costruzione di
abesse colla preposizione de non abbia per sé alcun buono 'esempio;
almeno avremmo desiderato vederla confortata da qualche autorità ,
come cosa appresso i grammatici inaudita. In abripio mancano i com-
pimenti di provenienza, e la frase Ciceroniana: a similitudine parentis
aliquem abripere non ci sembra resa molto felicemente colle parole :
Rimuovere alcuno da, ecc., che, a parer nostro , ricalcano il latino
troppo servilmente, si che la frase italiana non riesce molto chiara.
In ahorior il significato di nascere avanti il tempo^ abortire^ è posto
innanzi agli altri, quasi fosse il primitivo, e il vero senso fondamen-
tale di venir meno, perire è detto invece poetico e figurato, e a so-
stegno di questa erronea asserzione è citato l'esempio: ubi omnia
oriuntur , ubi aboriuntur che viene attribuito a Lucrezio , mentre si
legge in Varrone , de Lingua Latina, ^^ ^7) nia in altra forma : ubi
omnia ut oriuntur^ ita aboriuntur. Anche in abuti il senso fondamen-
tale e primitivo (usar completamente) non ci sembra indovinato; in
abusus poi dovevasi avvertire che questa voce è termine tecnico di
giurisprudenza (Cfr. Cic, Top., 3, 17). In abundo dell'uso assoluto
non si cita che un esempio di Lucrezio, mentre lo troviamo adope-
rato da Quintiliano (lib. VII, proem., quare abundabant et praemia et
opera vitae) e in Cic. (De Div., i, 29, 61). Di absumo dovevasi dire
che in prosa non s'adopera se non in senso cattivo ; di abrupte non si
può asserire che in Quintiliano voglia dire: all'improvviso, senza pre-
parazione , riferendosi al parlare , perchè parlare all' improvviso , b
senza preparazione vale comunemente : improvvisare un discorso ,
mentre abrupte incipere o cadere in narrationem , significa : (troppo)
bruscamente, cioè senza opportuno preambolo o introduzione. Questo
forse avrà voluto dire anche TA., ma scelse una frase che troppo fa-
cilmente può essere intesa in altro modo. In absolute ci pare che tra
i varii significati avrebbe potuto aver luogo anche quello di : senz'altro
(Plinio); in absque non avremmo omesso di notare che il senso pri-
mitivo è locale, e che nel periodo d'argento questa voce si usò spesso
anche nel senso di praeter, mentre nell'età classica ricorre solo ra-
rissime volte. Volendo uscire dalle prime sei pagine noi potremmo
moltiplicare gli esempi di queste inesattezze; ma per non abusare
della pazienza di chi legge, noteremo solo che periculum non è sen-
ten:^ay ma protocollo del processo^ e che l'esempio di Nipote addotto
é assai incerto ; e che in praescriptio non è registrato il senso di au-
- 112 -
ctoritates praescriptae che ha in Cic, Leg. Agr.y li, 9, 22. Non cre-
diamo infine di poter tacere, che alle volte le frasi citate, o sono
arrecate in un modo che ne altera il vero carattere, o son tradotte
in maniera affatto erronea. Così, per esempio, la frase di Orazio ci-
tata sotto abnego: nec comitem abnegai (Oii, lib. I, 35, 22) non con-
tiene il riflessivo se del testo. Ammettiamo che ciò possa essere di-
peso da errore tipografico (e la versione della frase lo indicherebbe);
è certo nondimeno che una siffatta svista altera profondamente Tori-
ginale e facilmente può confonder la mente dello studioso. Sotto
abjuro , la frase Virgiliana abjurataeque rapinae {Eneide , 8, 263] è
tradotta per: rapine commesse contro ogni diritto^ mentre da tutti i
nioderni interpreti si conviene che debbasi tradurre : e quella preda
(i buoi), della quale (Caco) aveva con giuramento affermato ad Ercole
di nulla sapere. Sotto aboleo in senso di purificare è citata Taltra frase
Virgiliana: nec viscera quisquam Aut undis abolere potesi, aut ecc.
{Georg. y 3, SSg), e qui la citazione ci pare incompleta e la spiega-
zione insufficiente, perchè così a prima vista l'allievo può credere che
abolere (in senso di purificare) abbia per oggetto viscera^ mentre da
quel che precede nel testo si vede che bisogna interpretare : nec vi-
scera abolere a coriis, cioè purgare affatto le pelli dalla carne. Questo,
senza uscire dalle prime sei pagine del libro; pel resto noteremo
solo che la dicitura: in beneficiis ad aerarium deferri, non significa
punto: scrivere in appositi registri per cagion d'onore, ma: esser dato
in nota alla tesoreria fra quelli a cui si deve pagare una gratificazione;
che della frase re/erre cum aliquo = confabulare, data come frase di
Cicerone abbiamo inutilmente cercato esempio negli scrittori latini ;
che finalmente non sappiamo comprendere come mai si possa suffra-
gare l'uso di ufi coiraccusativo mediante l'esempio di Cicerone {Ep,
ad Alt., XII, 22): Ne Silius quidem quidquam utitur, traducendolo:
Neppur Silio si servì (sic) d'alcuna cosa, mentre basta un'occhiata
alla lettera in discorso per convincersi che quidquam è accusativo di
estensione e che l'oggetto di cosa è sottinteso all'ablativo (/ior/15 s:ii5),
rimanendo la costruzione di utor coli' accusativo di cosa limitata al
periodo anteclassico ed alla lìngua popolare, tranne il caso del ge-
rundivo che si trova coll'acc. anche negli autori del periodo aureo.
Bergamo, giugno 1881.
Carlo Fumagalli.
Pietro U ssello, gerente responsabile.
D'UNA ISCRIZIONE LATINA ANTICHISSIMA
L^anno passato in Roma, tra il Quirinale e il Viminale,
furono scopene parecchie stoviglie, unite ad oggetti votivi;
e, probabilmente nello stesso punto, fu trovato un vasel-
lino di terracotta a tre recipienti, con una duplice iscrizione
grafita. Il eh. signor Enrico Drbssel con la solita diligenza
ed abilità sMnteressò di codeste scopene, e pubblicò la iscri-
zione con ottime illustrazioni e con bei facsimili (i). Ci si
conceda di riassumere la bella memoria del Dressel, e di
farvi qualche osservazione e qualche giunta.
La duplice iscrizione consta di 1 28 lettere, graffite intorno
al vaso capovolto. L'una iscrizione, più lunga, cinge
il margine de^ tre recipienti , presso agli orifizi , e compie
tutto il giro , anzi lo oltrepassa , poiché le ultime lettere
salgono e s'arrampicano sopra al principio della iscrizione.
L'altra, più breve, graffila più in mezzo, sulla pancia del
vaso, non compie che mezzo giro. Alcune poi delle lettere
di questa iscrizione più breve si prolungano troppo in giù,
(i) Negli Annali delV Istituto di corrispondenza archeologica, anno
1880, p. 1 58-195.
Kf vista di filologia ecc., X. K
- 114 -
sino ad intersecare la sommità delle lettere della iscrizione
più lunga (bisogna ricordarsi che si scrisse sul vaso capo-
volto) ; e siccome sulPargilla molle si vede chiaro qual è il
frego che si è sovrapposto alP altro, così si scorge qui be-
nissimo che riscrizione più breve e più centrale fu scrìtta
dopo dell'altra. Di che si ha anche un altro indizio. Dopo
la prima parola della iscrizione più lunga c^è un segno di
interpunzione (i), il quale non c^è poi più nel resto della
detta iscrizione e manca affatto in tutta la iscrizione più
breve. Evidentemente , lo scrittore cominciò col voler ben
dividere le parole Tuna dall'altra, ma dopo se ne pentì su-
bito ; ed altrettanto evidentemente, quindi, la prima parola
ch^egli scrisse su tutto il vaso fu quella s^uita dalP inter-
punzione, cioè la prima della iscrizione più lunga (2).
La doppia epigrafe è scritta da destra a sinistra.
E il primo caso che ce ne presenti V epigrafia latina (3) ;
ed è perciò indizio di grande arcaismo.
La scrittura non è quadrata : è ad angoli acuti e a linee
r^olarmente oblique, come di solito nelle arcaiche greche
ed italiche, e come finora s^era trovato appena in pochis-
\
(i) È una linea verticale. Cfr. Corssen, Die Sprache der Strusker,
1,43'
(2) Dicendo che Tiscrizione più lunga è stata scritta p r i m a , il
Dressel intende certamente parlare di una priorità affatto grafica e
momentanea ; non vuol certo dire che la prima sia più arcaica
dell'altra. Che anzi, se qui fosse il caso di far questione di più o
meno arcaismo, l'assoluta indivisione delle parole nella iscrizione più
breve, sarebbe un cert' indizio di maggior arcaismo per quest'ultima
(cfr. Corssen, Op. cit.y 1, 42, e Ritschl, Prisc. Lat, Man, Ep,, 119).
E appunto Tindivisione quasi assoluta delle parole su tutto il vaso è
uno degli indizi , sebbene il più lieve, dell'arcaismo della duplice
epigrafe.
(3) V. Corssen, Aussprache ecc., I*, 5, e Dressel in questo scritto,
a p. 190, sebbene a p. ijS abbia un'espressione poco felice che può
essere fraintesa.
- 115 -.
simi monumenti latini antichissimi. Ma rappresenta lo stadio
immediatamente anteriore a quello in cui prevalse la scrittura
quadrata , ad angoli retti e a linee orizzontali. Che già^ la
scrittura quadrata albeggia in questo vaso. L^ S vi si trova
bensì angoloso (simile a una nostra zeta), ma vi si trova
pure serpeggiante, e vi si trova ancor più in una forma in-
termedia -, il D e r O vi occorrono più in forma curva che
neli^angolosa ; il C è sempre curvo. Solo il P è sempre
angoloso; forse per non confondersi con R. Il quale qui
non è il solito R romano, ma ha la forma P del p greca;
il che importa che il latino è passato anch^esso per la fase
9
degli altri alfabeti italici e devono cadere tutte le argomen-
trioni che si fecero sul presupposto che non ci fosse pas-
sato.
L^ O e il C son qui più piccoli delle lettere attigue ; che
è un altro indizio di arcaismo.
Dapprima l'alfabeto latino dovè essere del tutto conforme
al greco nelF usare il C o < (= greco Q per indicare la
gutturale media (^) e il K per la tenue (e). Di poi il K a
poco a poco andò quasi totalmente in disuso, ed il C con
l'ufficio originario di rappresentare la media cumulò anche
quello di rappresentare la tenue, ossia di sostituire il K!.
Ma questo cumulo apparve poi, com^ è naturale , penoso ;
€ dal C fu cavato , mercè una lieve appendice , un altro
segno un pò* diverso (G) ; e a questo fu afi&dato V ufficio
che era originario nel C, l'indicare cioè la gutturale media,
rimanendo il C per la sola tenue, quindi come del tutto
pari al K. L'innovazione, che fu già attribuita ad altri, ora
si crede che fosse opera di Appio Claudio Ceco (cons. 11
447 ed il 468 ab U. C). Orbene, nel nostro vaso il C
vale ancora come e e come g (in virco = virgo) ; e il K
non è interamente disusato, ma due volte v'è scritto e poi
corretto, pare, in C.
- 116-
Si trova qui il q^ nella forma del dorico coppa, O ; ed
è questo il quarto esempio che n^ abbiamo nel campo la-
tine. Vale esso solo per qu , come anche si trova poi in^
epoca assai posteriore, quando alcuni scrissero qis per quis
e simili. — Ci si trova pure T M a cinque aste al modo ita-
lico, e con le forme varie di tale M (i). — Il Dressel vi tro-
verebbe pure la vecchia Z italica, su che tra poco tome-
remo.
Dal lato paleografico insomma, che il Dressel ha studiata
da par suo, si può dire che questo monumento latino sia
il più arcaico di quanti finora ne vennero a luce, e dà piena
ragione a coloro i quali credono che V alfabeto latino sia
stato in origine molto più simile agli alfabeti italici e greci
di quello che altri vorrebber desumere dalle condizioni ìa
cui ce lo mostran ridotto i più antichi monumenti la-
tini (2).
(i) Dell* M a cinque aste non s'aveva finora esempio nel latino^
salvochè un'eco n'appariva nel M\ iniziale ed abbreviazione del pre-
nome Manius (nelle abbrevianire dei prenomi si trovano facilmente
tracce d'arcaismo grafico: C. = Gaius ecc.)* E v'era chi n^ava che^
in latino vi fosse dovuta mai essere.
(2} E tra coloro ai quali questa bella pubblicazione del Dressel
riuscirà gradita conferma dell'opinione loro deve essere ricordato un
erudito russo, il prof. Modestow, autore di un libro egregio, rimasto
forse ignoto al Dressel, intitolato Der Gebrauch der Schrift unter den
rdmischen Kdnigen (Berlino, Calvary, 1871). Egli si oppone con molta
giustezza alla tendenza troppo scettica di alcuni eruditi tedeschi, che
vollero portare l'origine dell'alfabeto romano ed i primordi del latino
scrìtto ad epoca troppo recente; e passa in rassegna tutte le antiche
testimonianze circa l'esistenza e il contenuto dei più antichi testi la-
tini (leges regiae y foedera regum^ libri pontificum ecc.) e riferisce
quelli che son giunti fino a noi (carme degli Arvali, carme saliare)
con le interpretazioni più plausibili. Non diciamo che nella scelta di
queste sia stato sempre felicissimo, né che manchino in tutto il libro
affermazioni poco accettabili, e dati poco esatti. Delle prime, p. es.,
ci pare essere quella che è a p. 17, che 1' 1 pingue osco (h) sonasse
come il greco u. Come un'inesattezza di fatto è certamente quella di
- 117 -
Per r interpretazione, il Dressel s' è rivolto al prof. BU-
cheler. Ed ecco in breve quel che quest^ ultimo gli ha co-
municato.
La prima iscrizione, che suona : love Sat deivos
qoi med mitat, nei ted endo cosmis virco
sied asted, noi^i Ope Toitesiai pacari
V o i s ; dovrebbe equivalere a questo : lavi Sat{umo) divis
qui me mittaty ne te indù comes virgo sity astet ; nisi Opi
Tutesiae pacari vis; cioè il vaso istesso direbbe : « Agli
dei Giove e Saturno chi mi offrirà, né ti sia compagna là
entro (nel sacro recinto) una vergine né sia presente; se
non quando vuoi si sacrifichi ad Ope Tutesia ». Dove,
oltre il costrutto libero te comes sit per tibi e. s. o te co*
mitetuvj s'avrebbe anche un grave anacoluto fondamentale :
a rigore dovrebbe dire o a a te che m'ofirirai non sia com-
pagna ecc. »,o € chi mi offrirà non prenda a compagna ecc.»
e via via. Il Dressel ricorda un anacoluto alquanto con-
simile dtlVIliade (XVII, 248 segg.), e dal canto mio io mi
permetterò di ricordare un altro anacoluto di una iscrizione
osca pompeiana, la quale tuttavia costituisce il più bello
forse ed il più tondo periodo osco giunto sino a noi : V.
Aadirans V. eitiuvam paam vereiiai Pom-
paiianaì tristamentud deded, eìsak ei-
tiuvad V, Viìnìkiìs Mr. kvaisstur Pom-
paiians trìibom ekak kombennieis tangi-
nud opsannam deded, isìdum profatted=^
p. 16, che nelle tavole eugubine s'incontri spesso il 6 col va-
lore di T| quando questo non accade in verità che due volte sole.
Con tutti però gli appunti, speciali o generici, che io, o altri di me
più esperti, possa trovar da fare al libro del Modestow, esso é di
certo giudizioso ed utile; e soprattutto la pag. 22 non potevo non
ricordarla ora, a proposito di questa bella scoperta del Dressel che
pienamente la conferma.
— 118 -
Vibius Adiranu$ Vibii filius pecuniam quam civitati Pom-
pfijjinae testamento dedit, ea pecunia Vibius Vinicius
Marae filius quaestor Pompeianus aedificium hic, conventus
scito, operandum dedit; idem probavìt.
SoffermiaiTioci a considerare un momento quanto di
nuovo, rispetto alU lingua, ci offra la nostra iscrizione la-
tip^. l-.e forme di dativo in -e di Jave, Ope ; le forme pro-
nominali med^ ted ; V ei di nei e di deivos ; il -^ per - /
nelle forme sied, asted\ la forma sied (=€lii) con* Te an-
cora ben conservato; la consonante doppia scritta cooie
scempia in mitat \ son tutte cose già note come più o meno
usuali nel latino arcaico (i). Nuova per contrario è le forma
deivos di dativo plur., parallela alla .forma già nota della
I* declinazione devas (2), e la fornia quoi di nominativo
singolare, la quale vien dunque a dare piena ragione al
Corssen, che già Taveva teoricamente ricostruita come fase
anteriore di quei , qui (3). Nome nuovo è Toitesia di cui
è evidente la relazione col verbo tutari ; e una piccola no-
vità è pure Tuso avverbiale di endo^ )a qu^le voce sipora
s^era trovata solo come preposizione, al più in tmesi (4).
Nuova e alquanto sorprendente è la forma noisi per *neisi,
nisi. Perfino Tosco, più arcaico nei suoi dittonghi, ha già
(i) Si può intanto vedere Corssen, Ausspraske*^ 1 , 727 seg., 201
ecc., 785, 38i, 195; II, 35i ecc.
(2) Il GoRssEN (l*, 764-5, nota) si serviva della mancanza d*ogni
forma di dativo pi. in -os di 2^ deci, quasi come un argomento
contro il B&cheler, che sosteneva V -as di i* deci, dover rappresene
ts^re la fase originaria donde sarebbe poi derivato r*-tfi5, -eis , -is ^
mediante l'inserzione di un -t- congiuntivo. Oggi il Corssen non si
potrebbe più servire di quel quasi argomento ; il che però non vuol
4ire che egli non avesse ragione contro il Bucheler.
(3) I«, 784 ecc.
(4) Vedi Klotz , Handwdrterbuch der lateinischen Sprache , sotto
ili , e CoRssEN, 11% 397.
- 119-
neisuae. C'è bensì Tumbro nosve a cui il Dressel (p. 180)
rimanda, ma che è esso stesso alquanto singolare (i). Lo
^ic^gano come non-sve pur riconoscendo che del resto
Tumbro non ci mostra punto un non fiiorì composizione;
Ola e per questo e per altro è una spiegazione non del tutto
soddisfacente. Mentre d^ahro lato, se nel no di nosve s^ha
a riconoscere un no(i) = ìax. net= ne, ni ^ resta sempre
più singolare che il dittongo più arcaico si mantenesse tanto
vivo giusto neir umbro , che quanto a sostituzione di et e
ad ci o^ h più inoltrato dello stesso latino (cfr. dativo :
umbro Ikupincy lat. Romano, osco Abellanoì). Sennonché,
per quanto ciò sia vero in massima, egli è pur da consi-
derare che Tumbro ha poet, poe, poi di rincontro al latino
qmij che è fuoi sola oeUa nostra iscrizione Dresseliana ; e
a questo caso pare possa andare perfettamente parallelo
Taltro dell^ umbro no{i)sve rispondente al latino nisi che è
noisi solo nella iscrizione medesima. Insomma questa forma
latina arcaica, che ora esce a luce, ci conduce a met-
tere noisi come fase prisca del nisi latino^ e ci consiglia
una dichiarazione tale delPumbrico nosve che non im-
plichi esseme non il primo elemento, bensì un noi con
r f eliso. Infine, se è da accettare Inequazione cosmis = co^
mes proposta dal Bùcheler, che ricorda la glossa di Pesto :
• antiqui... dicebant cosmi i fere prò commi t fere », si ver-
rebbe cosi a stabilire che la preposizione cum sonasse nella
(i) Occorre una sola volta nella tavola Vlb, il che vuol dire che
non abbiam per esso quel beneficio che per altre voci abbiamo, cioè
o di vedere la stessa forma ripetuta più volte tal quale, cosi da non
potersene materialmente dubitare, o di vederla riprodotta con pie*
cole differenze in modo da arguirne più facilmente, mediante il
confronto, la forma originaria. Intanto , si noti curiosa vicenda : il
Bngge, attirato dalla forma latina e osca, voleva correggere nosve in
nesve ; e ora il Dressel, o il Biìchelcr che sia , spiega questo inatteso
110151 latino col nosve umbro, che cosi torna in onore!
' t
- 120-
sua fase anteriore cosm. Finché si stava col solo cosmi t--
tere era facile supporre che s^avesse a dividere co-smittere
e che IV spettasse alla radice verbale; e così difatti sup-
pose il Miklosich (i). Ma cosmis non potrebb* essere che
cosm-is. Ora io, considerando che Euv è ritenuto da più di
un etimologo come derivato da uno ^oicuv, per effetto di
quello stesso invertimento tra la sibilante e la gutturale che
è nel greco comune E((po^ rispetto alla forma rappresentata
dair eolico (TKfcpo^, e nel gr. ii6^ rispetto al latino viscum
'US ecc., e considerando che il prototipo a cui lo Edv e il
coniy cum^ mettano capo è ritenuto essere uno ^^coiti (2),
sono troppo naturalmente tentato a vedere nel cosm della
nostra iscrizione la fase intermedia attraverso la quale
^scorn si sarebbe ridotto a com, cum. Da cÓsm^ forma me-
tatetica di ^scóm, si sarebbe assai semplicemente passato a
cUrn^ come da Càsmena ecc. si passò a Càmena ecc. Certo,
parrebbe più ovvio passare da ^scom a com con la diretta
soppressione della sibilante iniziale, poiché d^ esempi di se
iniziale ridotto a e ve n^ ha parecchi e in latino (3) e in
greco (4). Giova però avvertire che son quasi tutti esempi
comuni al greco e al latino insieme, e alcuni anche alle
altre o a quasi tutte le altre lingue indoeuropee; mentre
lo {s)com latino non avrebbe riscontro che nel ciprioto idv,
essendosi V s del resto ben conservato nel greco comune
EOv, (Tuv. Si potrebbe anche dire che uno se- iniziale era
troppo ovvio e gradito al latino {scabere^ sculpere, scire ecc.
ecc. ecc.), perchè questo dovesse sentir voglia di sciogliere
(i) Vedi Vanicer , Griechùch-lateinisches etymologisches WÓrter-
huchj p. 692.
(2) Vedi id., tbid., p. 981, 984.
(3) CoRssEN, Aussprache ecc. I*, 277, 809.
(4) Curtius, GrundiUgt^y 429.
- 121: -
il gruppo mediante la metatesi. Ma anche in greco, si può
replicare , lo ok- è ovvio e gradito ((rKéirrojyuxt, oicaiós ecc.
ecc. ecc.), eppur questo non toglie che alcuni oic- vi s^ in-
vertano in S (i). Certo che questo cosmisy se per un qua-
lunque rispetto non è illusoria la sua equazione con comesj
non pud non esser preso in considerazione nella storia della
preposizione greco-latina ; e difficilmente potrebbe, mi pare,
essere inteso altrimenti da quel ch'io propongo.— Finalmente,
deir altra voce nuova della nostra iserizione , vois (per vis
Tuoi), dice il Dressel che vi si ha « la variazione più di-
retta da polis )> . Ma l'equazione vois = volis , che par cosi
semplice, urta contro una difficoltà assai grave ; poiché essa
importerebbe una caduta di -/- tra vocali, di cui il latino
classico, non che l'arcaico, non dà mai esempio. Gli esempi
addotti dal Corssen per la caduta di / {l\ 228) si riferi-
scono, già, a tutt'altra epoca; eppoi, presentano condizioni
speciali (tipo^/fa, ciótjilja, p. es.; tipo dulcis ecc.). Né
Coverebbe il ricorrere al paragone dell' ital. vuoi zn vuoli \
poiché il nostro vuoij e con esso puoi =puoti, hai= habes,
fpas =vadis, ^ai=sapis non sono che forme apocopate
(cfr. vo' = voglio , può = puote , ha = habet , va = vadit ,
sa = sapit) con aggiuntovi quell' -f che dall' analogia degli
altri verbi {dai^ stai ecc.) risulta come esponente della se-
conda persona singolare : che certo a nessun romanista
verrebbe in mente di ammettere che vuoi, puoi ecc., im-
portino una caduta di solo -/- o di solo -/- ecc., in ita-
liano! Tutt'al più la caduta di -/- si sarebbe potuta conce-
dere allo Schweizer-Sidler, che poneva vis = *vilis, = ^volis,
poiché il trovarsi cosi T / , tra due vocali tutt' e due 1 , ne
(1) Curtius, Op. cit.y p. 522 e 699 (non 688, secondo l'erroneo ri-
mando che il Curtius stesso fa nella p. 322).
— 122 —
rendeva possibile la caduta per semplice abbre-
viazione (cfr. sis = sivis, che si tirò appresso il sultis
= si vultis ; che però son sempre casi un po^ diversi, non
solo perchè il -v- cade davvero facilmente, ma perchè son
formule fìsse di complimento , di conversazione , piii sog-
gette perciò ad una abbreviazione volontaria che non una
forma grammaticale vivente ricorrente in casi svariatissimi).
Insomma, in questo voisj se si può subito riconoscere vo»
lentieri il padre di vis (i), essendovi altri casi di ot=i (2),
e due anzi essendoci offerti da questa stessa iscrizione
{guoi , noisi) , non vi si può però con altrettanta spensie-
ratezza riconoscere il figlio di *volis.
Passiamo alPaltra iscrizione più breve, che dice: Dveaos
med feced en manon», einom d(z)e noine
m ed m a (n) o s t a t o d. Ossia : Dvenus me fecit in
mortuumj et die nano me mortuo sistito. Cioè: «Dveno»
(il figolo, oppure Toblatore) « mi fece per il defunto, e nel
nono giorno al defunto ponimi ».
Quel che qui si trova di nuovo per la lingua (che del
resto pure T e n era già noto : Corsssn, 11% 268) è mdnus,
buono, usato eufemisticamente per ' mortuus * (cfr. Mànes)y
il verbo stare (s t a t o d} usato in senso transitivo (3) ,
r e i n o m {enim) nel senso di *et ' come in umbro {enom)
e in osco {ìnìm) (4) ; e più, di tutto quel d (z) e noine.
(i) Ne anelerebbero così in soqquadro tanto la spiegazione surrife-
rita dello Schweizer-SIdler, quanto quella del Corssen : vis = ^ves =
*vels (CoRssENy II', 246-7, in nota).
(2) Corssen, I*, 710, 711.
(3) Se pur non è già, come il Dressel ricorda, nel carme degli Ar-
vali, dove sta berber è inteso dal BUcheler come « siste flagellum > .
Altre interpretazioni di codesta frase si possono vedere anche in
MoDESTOw, op. cit., p. 121.
(4) Sarebbe il secondo esempio, nella latinità, di questo uso pura-
mente paratattico dell* entm, se fosse certamente romana T iscrizione
- 123 -
Il quale par certo che risponda al die noni, locativo arcaico
citato da Gelilo oltre die quinti o quinte^ die quarte^ die
crostini, proxtmi, pristini (i) ; quadrando anche benissimo
per il sensOy giacché, come dice il Dressel, « dopo estuile
a le cerimonie richieste per la sepoltura dell'estinto, i membri
« superstiti della famiglia osservavano il lutto durante nove
K giorni: questo periodo di tristezza e di rimpianto chia-
« masi nùpendiale e terminava con solenne sacrifizio ofierto
« ai mani,., con una cena e talvolta anche con ludi funebri
« e gladiatorii ». — Sennonché, v'è qualche difficoltà quanto
aUe forme fonetiche. In primo luogo V oi di noi ne riesce
nuovo, se non strano. Certo, d' oi che finisca ad o, ahneno
un altro esempio l'abbiamo, in non -= noenum zzzne-oinom
cioè 'ne unum' (2). Ma che un oi potesse aver luogo nella
fi^e anteriore di nùnus , nessuno , eh' io sappia , ci aveva
pensato finora. Né so se ora questa forma ep^afica venga
ad accrescere o a scemare le difficoltà che si trovano nella
dichiarazione di questo numerale ordinativo. — Quanto poi
al dze, a me pare che presenti gravi difficoltà. Chi
tracciò il graffito sembra scrivesse dapprima de, e poi ci
inserisse tra mezzo un' altra lettera *, la quale il Dressel ,
con un ragionamento correttissimo dal lato paleografico,
dimostrerebbe essere uno Z: non quello Z posteriore che
il latino riprese dal greco, assieme all'Y, per trascrivere le
parole greche, e collocò alla fine dell'alfabeto, bensì lo Z
antichissimo italico, che aveva il settimo posto nell'alfabeto,
dopo r F, e che poi cadde in disuso , lasciando libero un
riferita dal Momusen (Unt, DiaL, 364 segg.) contenente un inom =
*et*. Ma il Dressel conviene anch'egli che la romanità di quell'iscri-
zlone non è certa. •
(1) Cfr. postri-die ecc., e vedi Corssen, 1*, 775*, II*, 855.
(1) Curiosa che il Corssen, che pure accetta questa etimologia
(II, 594), non dia poi, trattando dell' oi^ nessun caso di 01 in 0.
- 124 -
posto neiralfabeto, che fu occupato dalla nuova lettera G.
Cosi questa iscrizione, presentandoci in un monumento ro^
mano lo Z italico, di cui finora non s^aveano che due in-
certissimi esempi nel latino provinciale, mostrerebbe ancora
un altro carattere d'arcaismo. E dal lato paleografico, lo
ripeto, la cosa si potrebbe ritenere come perfettamente di-
mostrata. Però, quando il Dressel vien poi a dire che lo
d z e = die, ch'egli ha cosi ottenuto, sia una forma giustis-
sima e preziosa anche sotto il rispetto fonologico, io credo
ch'egli s'immagini di trovare un nuovo appoggio là dove
invece dovrebbe riconoscere il più grave degli ostacoli.
Rimanda egli al Corssbn, P , 2i5 e segg.; ma questi
non gli dà che esempi della latinità assai tar-
diva, di cui poi nessuno presenta mai la grafia d^ per
di + voc, bensì o \i o \. Quanto al \icolom = Mieculum,
dell' osco, non so se sia un mero caso che esso e gli altri
certi esempi di assibilazione osca si trovino solamente sulla
tavola di Bantia, cioè nell'osco più meridionale e più tardivo.
Un ^icolom, per es., sul bronzo d'Agnone proverebbe un
po' di più a favore dell' assibilazione nel latino arcaico E
vero che alcune forme latine pajono supporre l'assibilazione
della dentale sin da epoca antichissima nel latino, ma si
tratta di /, e non di d. Come nell'umbro si tratta di ^ e
non d'altro. Piuttosto nell'etrusco v'è esempio d'assibilazioni
d'ogni genere. Ma rimandando ad altro luogo la trattazione
di questo argomento, qui concludiamo che d' assibilazione
di dj {ì) lì latino classico, non che l'arcaico, non dà alcun
esempio; e che inoltre la compiacenza con cui il Dressel
vede nello d:{e la conferma che « la fase di passaggio fra
(i) Dico così, perchè in una forinola come dienone il <ii> veniva ad
essere pronunziato come atono, e quindi può ben considerarsi , vo-
lendo, come un ^djenóne.
- l25-.
4; e f è appunto d^ ìt h una compiacenza tutt^ altro che
legittima, dappoiché quella trafila di dj\ di, \, che da molti
si vuole, non è punto vera, e la vera è invece (quando ha
lu<^o) dj, \j^ \. Il Dressel potrebbe chiedere se io pretenda
dunque che si debba leggere dit nel suo graffito. Io me ne
rimetto a lui, perchè giudichi se, nonostante in questa du-
plice iscrizione F I sia sempre una semplice linea, si possa
pur ammettere che in questo caso Io scrittore ci apponesse
in cima e al piede qualche trasversale (i), tanto più che
codesto scrittore si mostra pur un po^ sbadato , chi con-
sideri le parecchie cancellature ch^ei dovè fare e la indeci-
fralnle terza lettera di mano. Ma comunque si sia , ia
non assevero altro se non che la fonologia, lungi dalFap-
pelare la forma d\e^ la contrasta, per le ragioni sud-
dette.
La duplice iscrizione viene insomma a dire nel complesso:
« questo vaso (trìplice forse, giustamente sospetta il Dressel^
perchè da offrire a triplice divinità) fu fatto per un defunto,
a cui sarà posto vicino nel nono giorno ; neiroffrirlo a Giove
e Saturno non ci sia presente una vergine , nell* offrirlo a
Ope ci sia per contrario una vergine appunto )>. E il nostra
autore opportunamente ricorda che il culto di Ope si facea
dalle sole vergini vestali (oltre il sacerdos publicus)^ e che
pure dal culto della Bona Dea, spesso identificata con Ope^
erano esclusi gli uomini. Inoltre, che Saturno e Ope ap-
pagano qui come divinità dei morti non gli fa punto specie,,
essendo esse deità rurali , e quindi anche ipoctonie , dap-
poiché la terra « accoglie nel suo seno materno, non solo
le semenze dei frutti, ma anche i morti » (quindi, pare, il
(i) Di altri 1 con trasversali (com'è in sostanza pure nell'alfabeto
maiuscolo dei tempi nostri] si possono vedere nelle tre tavole dei
CoRssEN nel libro suiretnisco, e tìì\V Aussffrache ecc., 1*, p. 5.
- 126 —
nome di Tutesia dato a Ope) ; ed infatti già da tempi an-
tichissimi a pie del Campidoglio esbteva il tempio in cui
erano venerati Saturno e Ope, ed « accanto air aitare di
Sacamo trovavasi un^ edicola consacrata a Dis Pater , il
principe deir inferno n . Gli fa invece specie che assieme a
Saturno ed Ope trovisi Giove, divinità luminosa per ecce!-*
lenza e tutt^ altro che ipoctonia; e cerca di rendersene ra-
gione col considerare che, quando Tinfiuenza greca si fece
sentire sulla religione romana, e Saturno ed Ope furono
identificati con Kronos e Rea , i\x naturalmente attribuita
alla prima coppia Giove per figlio, compera certo figlio della
seconda. Così può trovarsi qui Giove come il figlio accanto
ai suoi genitori , e naturalmente preposto ad essi , come
iddio massimo ch^egli era.
Dalle qualità estremamente arcaiche, sia paleografiche sia
linguistiche, del nostro graffito, delle quali non occorre più
parlare, argomenta il Dressel che esso sia non solo il più
vetusto monumento latino, ma ancora molto più antico di
tutti i più antichi monumenti fin qui conosciuti. Egli lo fa-
rebbe risalire alla fine del IV o al principio del V secolo
di Roma ; e credo gli si possa pienamente concedere questa
data, anche se uno degli argomenti su cui la si appoggia,
la presenza dello Z italico nel graffito, dovesse, come s^è più
sopra detto, esser messo in questione.
Siccome però fra i tanti caratteri d^arcaismo, alcune forme
pajono stonare per il loro aspetto piuttosto moderno, come
il S a t (u r n o) , il p a e a r i , anziché Saeturrto e pacasi
o pacasievj e siccome vi son due K corretti in C ed altre
tre correzioni, cosi il Dressel penserebbe che il nostro graf-
fito sia una copia di più antica iscrizione preesistente. Di
questa supposizione io non vedo la necessità, come d'altro
canto riconosco eh' essa non ha nulla d' inverosimile. Er-
rori se ne trovano facilmente, nessuno lo sa meglio diel
- 127-
Dressely in molte iscrizioni anche senza che sieno copiate, né
la correzione di essi fatta dalFantico scrittore del graffito ci
rende sicuri d^altro se non della sua postuma diligenza. Né
la mescolanza di forme linguistiche più moderne con le ar^
caiche deve sempre necessariamente dipendere dal sovrap-
pcMTsi alla lingua deir autore la lingua del copista : nei
limiti che ha qui una tal mesco la n za può
ben provenire dal fatto generico che nell'uso glottico d^ogni
epoca, d'ogni paese, d'ogni individuo, v'è sempre, accanto
alle forme antiche e sempre vegete, qualche forma arcaica
ch'è in via di sparire, qualche forma nuova ch'è in via di
stabilirsi.
Se poi lo scrittore del graffito scrisse prima Set(umo),
correggendolo dopo in Sat{umo)^ è affatto arbitraria la
spiegazione che di tutto ciò dà il I^essel, che cioè nel pre-
tese originale fosse scritto Saei(umo)j che il voluto copista
lo pronunziasse Set{umo) , che perciò lo scrivesse così e
dopo lo correggesse in Sat{umo) come si diceva ai suoi
tempi. Che in epoca cosi arcaica V ae fosse pronunziato
e, non è cosa così naturale come il Dressel mostrerebbe di
tenerla, e se il Corssen pare gli serva d'appoggio (P, 325,
417), in realtà il Corssen stesso più avanti (a p. 687-693,
sopratmtto nella nota a p. 690) ritira poi ogni supposizione
arrischiata, e si mostra convinto che nell'antico latino Vae
non sonasse punto e. Può essere dunque che 1' e per a fosse
uno sbaglio semplicemente casuale. Ma volendo tentar di
spiegarlo, terrei per non men verosimile questo : che ai tempi
dello scrittore del graffito si oscillasse nell'uso tra Saetumo
e Saturno, e che egli volendo scrivere nel primo modo scri-
vesse dapprima Set dimenticando 1' a, e dopo, poiché per
ficcare im a tra S ed e non aveva spazio , e d'altronde la
formai Sat{umo) era pure nell'uso, se la cavasse correggendo
Set in Sat.
- 128-
Finalmente , il Biicheler trova che V iscrizione nostra è
ritmica; e fa tre satumj della iscrizione più lunga^ uno
della più breve, sottraendo però da questa la prima parola
Dvenos che resterebbe fuori del metro. Il Dressel non ci
dice come tripartisce il Biicheler la iscrizione lunga ; ma
mostra, ad ogni modo, pienissima fede in questa ritmicità
saturnia del graffito; a segno che avendo dapprima inteso
dvenos come bonus (cfr. duonuSy bene ecc.) quasi dicesse
<c un devoto », s^è persuaso di poi che debba essere un
nome proprio, del figolo ó delfoblatore, perchè solo un tal
nome poteva restar fuori del ritmo rituale. Io, nelP incerta
varietà degli schemi che i dotti propongono e caldeggiano
per (( queirorrìdo numero saturnio », non ho coraggio di
riconoscere dei satumj in questa o in quella sentenza o
frase, che potrebb'anch^essere prosa belile buona ; come da
altro lato non intendo di affermare che i satumj non ci
siano. Per far tanto a confidenza col saturnio ci vuol molta
fede: sola Jides sufficit. Ed a me, come al Corssen (11%
962-3, nota), manca la fede.
Napoli, maggio 1881.
Francbsco d' Ovroio.
P. S. — Mi capitano in questo momento (per cortesia
del prof. A . Sogliano) alcune osservazioncelle di Jordan nel
Bullettino dell Istituto ecc. del maggio 1881 (p. 84-85), in--
torno al graffito di cui abbiamo qui trattato. Si riducono a
poche cose. — Piuttosto che chi mi offrirà vorrebbe in-
tendere chiunque sia che mi voglia offrire ecc. — Nel-
r a s t e d , per evitare Tasyndeton che importerebbe l'inter-
pretazione ne Comes sit {neve) adstet^ il Jordan vedrebbe una
congiunzione ast da unirsi al nisi ecc. che segue e da inten-
dersi come un però. A lui par naturale che ast fosse antica-
mente astid asted, come post fu postid posted (non ricordo
esempi di postedy ma circa Taltemanza tra -id e -ed vedi
CoBSSBN, 1% 734). E se fosse da accogliere codesto asted=
ast vi si potrebbe, credo, vedere una conferma deir eti-
mologia del CoBSSEN (11% 604, 85 1) di ast da at sedi solo
che invece del processo fonetico escogitato dal Corssen
{^ats^df ^assdy *asst)y bisognerebbe supporre un invertimento
di ts in st^ seguito poi da apocope deir -ed. Ma io dubito,
e di tutti codesti processi fonetici, e dell^etimologia del Cor-
ssen, e della equazione del Jordan asted = a^/. Trovo
sempre più plausibile Tintenderlo come verbo , né V asyn-
deton mi pare tanto duro quanto pare al Jordan-, e duro
invece mi pare V ast nisi ecc. — Intenderebbe m a n u m
per sacrum — E T e i n o m per ideo — E la scrittura si-
nistrorsa gli pare indizio che P iscrizione sia di origine e-
stema anziché urbana.
Alle osservazioni del Jordan seguono ivi stesso (p. 85-6)
due dei Gamurrini. — Questi intende qoi non come un
quoi , ma come una vera fase anteriore di qui , con V o
non ancora diventato u\ e V o avrebbe chiamato il coppa
alla dorica. Sennonché il Gamurrini non troverà un sol glot-
tologo, il quale gli voglia menar buono che V u di qui sia
originariamente un 0/ — Inoltre fa di T o i t e s i a i una
fase anteriore di Tutoriae , con V oi =zu^ V -s- = -r- (fin
qui nulla di male), e con e = o che è secondo lui « raro
sì, ma non nuovo », ma che secondo noi è più che nuovo,
trattandosi di un o lungo tra vocali (cfr. Corssbn, IP, 214).
Kivista di filologia ecc., X. 9
— 130 —
Perchè il chiaro archeologo non cita quegli esempi che dice
di conoscere di e = o ?
P. S. bis. — Nell'atto che correggiamo le bozze, arriva
il Rheinisches Museum (fase. 2** del 1881) con un articolo
di BUcheler (p. 235-44) dove sono svolte un po' più lar-
gamente le note da lui comunicate al Dressel. Ecco quello
che ci troviamo di più importante. — Conviene anch' egli
che dze è una grafìa a senza esempio », e solo ricorda
Martses del bronzo del Fucino, come forma intermedia
tra Martjes e Marses. Gli farebbe meno specie de , come
forma popolare collaterale al dje de' comici, e che starebbe
a dÌ2 come la prima parte di dudum a din ; e ricorda che
de quarte, de quinte si trova negli Hermeneutica di Mont-
pellier. — Crede che noi ne supponga una base *«cwine.
— A Tu tesi a confronta Ocresia^ Mimesia. — Crede che
r u. nosve sia "noisve , e vede nel noi di questo e del la-
tino noisi una forma locativale — Fa vois = Vo/5, ma
conviene che la riduzione di / complicato in i , al modo
neolatino, è cosa « senza esempio » in latino. Solo s' at-
tenta a ricordare l'umbro Voisiener confrontandolo al la-
tino Volsienus. Crede che a determinare un v o i s abbia
potuto contribuire l'analogia di edis accanto a e^, di legis
ecc. — All' e i n o m dice poter convenire il valore d' un
' itaque \ — Per lo * stare' transitivo ricorda praestato , e
l'umbro restatu, e il perf. di *sisto' stiti^ variante di stetiy
e status {dies). — Per * pacare* nel senso sacrificale ricorda
il futu pacer, sii propizio, delle tav. eug., ed esempi latini,
tra cui bello questo plautino {Poen.y I, 2, 48) a quae ad
deum pacem oportet adesse » = l'occorrente per il sacrificio.
— A proposito di * te comes sit * ricorda il venerabundus
aliquem ecc. [Cfr. il plaut. tactio istunc j hanc\. — La
forma cosmi s lo induce a convincersi che comes non sia
- 131 -
da cum-^ire^ come s'era sempre creduto, ma da cosmi t-
tere = comtniitere. Questa nuova etimologia non mi par
punto felice. E il trovarsi nel graflSto cosmi s come in
rapporto con mitat non ha quel valore, mi pare, che il
chiaro filologo gli attribuisce. Egli non ha badato che,
stando ivi mittere nel senso di 'offrire*, non ci può essere
nessuna congruenza tra il senso del verbo in mitat e
quello che avrebbe la radice smit in cosmis comes (che
<lel resto non si sa bene qual sarebbe, ma certo non quello
d'offrire). — Finalmente, egli qui ci dà quella tal divisione
in saturnj; e sarebbero cinque in tutto, non quattro come
sembrava dalle parole del Dressel, cioè :
« love Sa(e)tiimo — deivos qoi med mitat
tt nei téd éndo cósmis — virco sied àsted,
« noisi Ope Toitésiài — pàcari vois.
« Retus Gabiniùs] med — féced én mànom,
« einóm dzé nome — méd mano stàtod ».
Al posto di D V e n o s , che guasta il metro, ci vorreb-
bero e ci devono essere state in origine sei sillabe: questo
crede il B., e solo questo ha voluto indicare mettendo quel
Retùs Gabfnius per comparsa. Infelice mortale però questi,
se per caso aveva comune col Dio di Moisè la ripugnanza
ad esser nominato in vano !
F. D' O.
-132-
A%ISTOFAU<iE
I.
Della fama di Aristofane presso gli Antichi.
I. Investigare fra le testimonianze, sincrone e poste-
riori, la fama di uno scrittore, vale quanto studiare i cri-
teri! con cui contemporanei e posteri sentenziarono del va-
lore delle sue opere, e porgere i veri elementi per un retto
giudizio di esso. E questo studio dei criteri! , meglio che
qualunque altro, giova a svelarci l'indole e il carattere spe-
ciale della cultura di un popolo , ad addentrarci , per cosi
dire, nelle sue intime ed essenziali ragioni. Noi ci propo-
niamo di fare siffatte ricerche per riguardo ad Aristofane.
Fin qui la crìtica tedesca, tanto benemerita degli studi ari-
stofaneschi , non si è occupata de ir argomento : e solo il
Roetscher ed il Ranke ne' loro lavori giovanili, già antiquati^
toccarono brevemente o incidentemente dei giudizi degli an-
tichi sul Comico ateniese (i).
(i) Roetscher , ludicia veterum et recentiorutn de Aristoph. bre-
viter in conspectu posita^ Bromb., 1841. Id.y Disquisitio de Aristoph,
ingenii principio , Berol., xSiS. Ranke, De Aristoph. vita Commen-
tatiOy Lipsiae, i83o.
- 133 -
Eppure Io studio non è privo di speciali attrattive: por-
gendo altresì occasione ad esamina di questioni varie e con-
troverse, nonché alla determinazione più esatta del concetto
che sin qui si è avuto sulle vicende del nome aristofanesco.
Questo grande comico ateniese , che ha tanta parte nella
vita politica e letteraria del suo tempo ; che si pone in una
recisa e consapevole opposizione col suo secolo stesso ; e
che della sua arte fa potente strumento contro i mali che
minacciano di turbare o dissolvere l'antico ordine di cose e
di idee; che nella difesa del suo patriottico ideale mette
tutta la fierezza e la potenza della sua invettiva : — questo
uomo, che non teme di cimentarsi co^ temuti demagoghi, e
porre in ridicolo personalità , come Socrate ed Euripide ,
doveva certo provare nell'estimazione dei posteri tutti i ca-
prìcci e le stranezze degli umani giudizi. A ciò conduce
anche la qualità stessa della sua comedia, colle aperte ed
equivoche allusioni, coll'arditezza degli scherzi, co' varii in-
tenti, politici, religiosi, letterari, che propugna e combatte.
Si aggiunga infine l'instabilità delle norme con cui un po-
polo talora giudica o sente: regolate da predominio di
gusto, di tradizioni, di tendenze. Noi vedremo Aristo-
fane or applaudito ed or disconosciuto dai contemporanei;
motteggiato dai rivali, ammirato dal sommo Platone , ca-
lunniato dai retori e dai sofisti, mal inteso e giudicato da
Plutarco, e quasi n^letto dalla letteratura latina. E noi
da^i accenni dedotti dalle sue comedie; dalle vaghe tra-
dizioni riferiteci dai bic^afi ; dalle testimonianze sparse;
dai giudizi e raffronti ; dai commenti e dalle imitazioni ;
dalle rappresentazioni dell'arte figurata tenteremo di deter-
minare la varia considerazione in cui l'antichità lo tenne.
E insieme alla fortuna della rinomanza, noi vogliamo ve-*
dere quali sieno le sorti della sua comedia, quale l'eredità
che ne viene alla cultura successiva, e quale ne sia il va-
- 134 -
lore nella storia dello spirito umano. Noi accompagneremo
questa grandiosa figura dal punto stesso in cui viva osa al-
zarsi sdegnosa contro i potenti demagoghi dello stato, o i
funesti corruttori delFarte e della sapienza, sino al pallido
tramonto delPantica civiltà : quando , decaduto ogni ordine
sociale e civile, col sopraggiungere dei barbari e coir inno-
varsi delle idee politiche e religiose, il .mondo antico ro-
vina per dar luogo ad un nuovo periodo della storia. Ne
ci verrà taccia di abusare deirai^omento, se alla compiuta
trattazione di esso faremo seguire un breve epilogo in cui
si ragguagli della fama di Aristofane nel medio evo e nei
tempi moderni.
2. L* acquistarsi buona rinomanza di poeta comico in
Atene nei tempi in cui Aristofane viveva, in mezzo a quella
feconda e singolare produzione di opere letterarie e al ri-
goglioso svolgimento delle nuove idee e delle nuove dottrine^
non era certo facile cosa : né ci volea di meno delFingegno
e deir attività del nostro poeta, per afiermarvisi e distin-
guersi. Pare sua speciale preoccupazione, questa di levar
grido e di procacciarsi la lode dei contemporanei : tanto è
Tamore che egli pone nel perfezionamento delFarte sua, e
la fermezza di proposito con cui vi si esercita. Aristofane^
senza essere un pensatore molto elevato né un critico molto
profondo , senti i nuovi bisogni del^arte comica ; ebbe co-
scienza delle sue grandi difficoltà, e dovette convincersi del
poco valore intrinseco, che aveva la maggior parte di quelle
produzioni contemporanee. Le condizioni speciali della po-
litica d^ allora e di quella società e di quella cultura acui-
scono e sviluppano le natie qualità del poeta ; il quale eser-
cita così la finezza e Tacutezza delPosservazione, e raccoglie
le forze per combattere. Con queste ottime prerogative egli
riesce infatti ad ottenere sin dalle prime il favore dei con-
cittadini. Però anche nel periodo contemporaneo, che è il
- 135 -
più splendido per il suo nome, Aristofane non godette una
fama piena ed incontrastata. Noi lo vediamo costreuo a
muovere acerbi rimbrotti agli Ateniesi (i), a palesare i suoi
meriti e servigi (2), e talora a chiedere il favore degli spet-
tatori (3). Forse questi suoi lamenti ed irrequietezze pro-
cedono più da una piena consapevolezza della propria va-
lentia, che da una ritrosa disposizione in altri a riconoscerla.
Scegli proclama i suoi diritti alla riconoscenza (4) ; se osa
affermare la peregrina originalità de^ suoi concetti (5) ; e
può gloriarsi dinanzi agli spettatori d'aver fatto torreggiare
rarte drammatica (6) ; se non teme di schiudere Tanimo al
lusinghiero presentimento deirìmmortalità (7), bisogna cre-
dere che l'ammirazione pubblica non gli mancasse, ma che
egli dovesse bensì assicurarsela dagli attacchi degli invidi
e dei detrattori. E le rivalità e le persecuzioni non gli man-
cano^ a cominciare da quel tremendo Cleone, che lo trasse
in giudizio, e lo calunniò e lo sputacchiò di menzogne (8)-,
per venir sino a quel poderoso suo competitore, ad Eupoli,
che lo accusa di ambiziose peregrinazioni nelle palestre dopo
la vittoria (9). Ma c'è un passo importante nella parabasi
delle VespCy in cui il poeta si dice « innalzato grandemente
quanto niun altro in mezzo ai suoi concittadini (10) ».
(1) Acam.yV. 632. Cav.y v. 5i8, 519.
(a) Acarn.y v. 633.
(3) Cflv.,v. 545, 546. Nubi, V. 56i, 562. Pace^ v. 768.
(4) Acam.jW, 633. Nubi y v. 5i2-5!7; SiS , SSy. Vespe ^ v. 1017,
1018; 1037; 1043. Pacey V. 738; 759-761 ; 764; 773.
(5) Nubiy V. 546-548; 56 1. Vespe, v. 1022; 1044-, 1046; 1047; 1054.
(6) Pace, V. 749.
(7) Vespe y V. io5i-io59.
(8) Acarn.y v. 378-382.
(9) Vespe y scoi. 102 5.
(10) Vespe y V. 1023 :
- 186-
Noi non dimentichiamo certo che abbiamo da fare con un
poeta comico j il quale si vale naturalmente della libertà o
della licenza, che alla scena è concessa; e non prendiamo
alla lettera le sue orgogliose attestazioni. Per ridurre le quali
ad un giusto valore approssimativo ci conviene confrontarle
o controllarle colle altre testimonianze contemporanee più
attendibili. I frannnenti dei comici e le notizie didascaliche
servono egregiamente alFuopo. Nel primo caso le stesse in-
vide allusioni dei rivali contro il nostro comico, sono un
omaggio alla gloria di lui. Eupoli s'indispettisce del favore
che gli Ateniesi concedono a poeti stranieri : e, continuando
Tallusione ad Aristofane, si meraviglia, che sia da loro te-
nuto in concetto di uomo sapiente (i). Questa è preziosa
testimonianza alla riputazione contemporanea del nostro
poeta, ed è tanto più sicura, in quanto la dobbiamo ad un
emulo. Gratino lo deride, come un arguto, un cavillosettx),
uno sputasenno (2). Ambedue, Gratino ed Eupoli, lo ac*
Cusano di plagio (3). Platone, insieme a quest'ultimo, lo
burla per avere nella Pace innalzato dinanzi agli spettatori
la colossale imagine della dea (4). I cattivi poeti del tempo
imitano le graziose creazioni del nostro comico, però ma-
lamente trattandole e riproducendole (5). Golia prima edi*
zione delle Nubi egli è rigettato nella gara tentata con Gra-
tino ed Amipsia (6) ; nella rappresentazione dei Babilonesi
il corego Antimaco lo esclude dal banchetto che lo Stato
somministra ai poeti vincitori, e lo licenza a corpo vuoto (7).
(i) KocK , Com. Attic, fragm.f Lipsiae, 1880, 1 (Eupolis), fr. SSy.
(2) Id., I (Cratinus), fr. 307.
(3) Id., I (Eupolis), fr. 78.
(4) Id., 1 (Platon), fr. 81. (Eupolis), fr. 54.
(5) Nubiy V. 559.
(6) Nubi, V. 525.
(7) Acam,^ V. ii5o-ii55.
- 437 ~
Queste traversie sono poca cosa dinanzi air entusiastica
ammirazione, che attira ad Atene gli alleati , desiderosi di
▼edere il preclarissimo poeta (ròv tioir)Tf|v tòv dpiOTov (i)).
In generale, nella comedia aristofanesca c^è un sentimento
della propria serietà ed importanza : c^ è come un tono di
superiorità, che ce la fa collocare in alto, sopra le altre
produzioni contemporanee dello stesso genere. E la supe-
riorità di Aristofane acquista maggior valore , se si pensa
da quali valenti competitori nel poetico agone gli è contesa
ed invidiata. Antiche testimonianze , fra le quali gli stessi
scherzi aristofaneschi, ci fanno fede dell'ingegno fecondisi
SUDO e felicissimo di Gratino, che il Meineke , citando un
passo antico, dice quasi antesignano dei comici (2). Etqf>oli
sappiamo che fu ingegnosissimo nell'invenzione e trattazione
della iiavola : e ambedue contesero qualche volta la palma
ad Aristofane. Amipsia lo vinse due volte, ci dicono le di*
dascalte. Di Platone si loda in special modo Ineleganza ed
il candore della dizione. Perdute le loro opere, noi non
possiamo giudicarti , e tanto meno istituirne un confronto
con Aristofane , dal quale verrebbe meglio determinato il
valore e T importanza di lai fra i comici del suo tempo.
Certo non si deve attribuire al solo caso il fatto della con-
servazione di una parte de' suoi drammi attraverso airim-
mensa perdita delle opere antiche. Di essi c'è dato di con-
statare il favore con che furono accolti dal pubblico. Le
andche didascalie ci dicono coU'eloquente brevità delle loro
notizie, che Aristc^ne non riportò mai il terzo premio;
die un solo insuccesso turbò la serie regolare delle sue vit-
torie, nelle quali ebbe un egual numero di primi e di se-
(1) Acam.y V. 643-645.
(2) Meinbcke , Hist. Critica f p. 56o. Prolegg. de Comoed., IX b,
69. KocK, Op, cit,j (Cratinus), 186.
- 138 —
condi onori ; che infine sortì V onore di una seconda rap-
presentazione delle Rane. Anche quel che sappiamo della
attività letteraria degli antichi comici ci porterebbe alla stessa
determinazione favorevole ad. Aristofane , il quale avrebbe
quasi emulato la produttività dei ^ poeti tragici. Nel vario e
periglioso avvicendarsi degli eventi della guerra peloponne-
siaca Atene perde Sofocle, Euripide, Gratino, Eupoli.....:
Aristofane sopravvive, e per molti anni ancora offre ai con-
cittadini i geniali prodotti della sua ricca fantasia. Otto co-
medie scrisse Cratete, 21 Gratino, Ferecrate i3, Teleclide 5,
Eupoli i5, Frinico io, Platone 28, Amipsia g (i); Ari-
stofane ne compose certo 44 (2). Si è potuto così tracciare
quasi una storia della sua attività letteraria, di cui i capi,
pei drammi giunti sino a noi, sono gli Acamest ed il Pluto.
Quanta via si è percorso in questo breve intervallo! La
virtuosità del poeta si è svolta, ha toccato Tapice, e si è già
quasi esaurita, seguendo in ciò le sorti della potenza di
Atene. A leggere il Pluto^ bene osserva il Deschanel, non
si può difendere da una specie di tristezza : si sente , che
Atene è umiliata, rovinata : non più libertà, non più ric-
chezza, non più gioia nelle feste di Bacco ! (3).
Fu sventura per lui il sopravvivere ai destini miserevoli
della sua patria. Non solo era svanito Tideale della Grecia
florida e pacifica ; non era soltanto perduta la speranza del
ritorno del buon tempo antico^ al quale il poeta era pur
sempre rimasto ligio; ma si doveva assistere alla grande
innovazione che il nuovo spirito del tempo andava intro-
(i) Cfr. Meinecke. Hist, Crit,, p. 64 sgg.
(2) Vedi il catalogo recentemente scoperto da F. Novati in un co-
dice ambrosiano (L, 39 sup.) e da lui pubblicato ncìVHennes^ 1B79,
p. 461.
(3) Vedi Études sur AristophanCy Paris, 1867, p. 222.
- 139 -
ducendo in tutte le istituzioni della vita ateniese. Le pub-
bliche sventure, lo sparire delle illusioni dovettero amareg-
giare gli ultimi anni del misero poeta. Politica, letteratura,
ane, tutto prende altra via : fin la comedia, autore inconscio
Aristofane stesso, segue già un nuovo indirizzo. Cosictiè ,
ben osservava il Ranke, la comedia aristofanesca, pretta-
mente greca, è quasi V ultimo sprazzo di luce nella storia
dell'arte poetica : — « lux fuit fere ultima , qua Graecia
orbem terrarum ornavi t (i).
3. Alla morte di Aristofane si rende tributo di omaggio
con un noto epigramma, il quale sotto Tallegoria delle Grazie
vaganti in cerca di un tempio immortale, magnifica la gra-
ziosa leggiadria come prerogativa delle creazioni aristofa-
nesche. E per noi un^importante documento, sia che se ne
veglia ascrivere la paternità al Platone comico, o al filosofo
omonimo (2).
Al XàptT€^ Té)i€vó^ TI Xa^eiv, óncp oùx^ tiecexTax
lr\TO\}aa\, hiux^v evìpov 'ApMTTOtpdvou^.
Pochi anni dopo, la memoria ne è celebrata da Platone,
che Io introduce interlocutore nel Simposio. Si può dire,
che questo è il suo monumento , splendido davvero e per
arte e per concetto. C^ è il ritratto vivo del nostro poeta,
in tutta la sua lepida e giaconda natura : non idealizzato ,
ma coi tratti che a noi sembra lo caratterizzino. La sua
(i) Ranke, De vita Aristophanis Comm,^^ i3 (ediz. del Meinekb).
(2) Primo ad opporsi alla tradizione comune, che il noto epi-
gramma attribuisce al filosofo Platone fu lo Zimmermanm {De Aristoph.
et Platonis amicitia aut simultate , Marburg , 1834). Ma egli rimase
senza seguaci : se si eccettua appena il Bernhardy, che pone la cosa
in dubbio. Del resto i suoi argomenti non dimostrano nulla, e pos-
sono essere facilmente confutati.
— 140 -
ìndole gioviale e T abito intemperante è in modo reali-
stico significato da quel Comico incidente del singhiozzo y
per cui gli vien tolta la facoltà di ragionare alla sua volta:
quando poi si fa a parlare, ogni parola sembra avvivata
da quello spirito faceto e fantastico che anima la sua
comedia. Che v^ ha di più grazioso e buffonesco di quella
storia immaginaria delP origine della specie umana, colla
quale egli vuol spiegare la natura dell'amore? Dopoché
Fedro ha dimostrato per mezzo delle antiche tradizioni poe-
tiche e mitologiche , che V amore è il più antico ed il mi-
gliore degli dei ; dopo che Pausania ne ha distinto le specie,
in volgare e celeste; dopo che Erisimaco medico ne ha di-
chiarato la potenza con argomenti tratti dall' arte sua , è
curioso il sentire Aristofane parlare di una primitiva razza
umana , dotata di un corpo fornito di più membra; casti-
gata per la sua empietà colla scissione di esso in due, e
costretta a generare al modo delle cicale. Così ogni metà
desiderava Taltra metà, ma non potevano congiungersi, e la
razza umana deperiva. Allora Giove, compassionando, prov-
vide perchè T amore potesse meglio soddisfare le sue ten-
denze sessuali.
Si è voluto cercare la ragione deirintroduzione di Aristo-
fane nel Simposio platonico. Certo non è ammissibile T opi-
nione dello Zimmermann , che ciò Platone facesse , giudi-
cando poter Aristofane meglio di tutti tener tal discorso ,
quale richiedeva la natura ed il disegno della sua opera (i);
né ben s'appose^ a nostro giudizio, lo Schnitzer, quando
volle vedere un ordine progressivo nella serie dei varii di-
scorsi suirfro^, e credette, che a comprendere il significato
deir Aristofane platonico, convenisse riscontrarlo con So-
(i) Op. cit.y cap. I.
-141 -
crate (i). Non bisogna dimenticare, ehe Platone rappre-
senta anch^esso un^ opposizione nel mondo greco d^ Atene.
Ha un ideale anch^esso, e in molti punti le sue idee colli-
mano con quelle del grande comico (2). Egli , che poeta
nella giovinezza, rimase pur sempre artista : che pure so-
gnava un nuovo ideale di repubblica, e che da essa cacciava
i poeti come corruttori : egli che venerava in Socrate il suo
sommo maestro : poteva avere ed ebbe simpatie per Ari-
stofane, che non fioceva buon viso alle nuove dottrine della
sofistica e della speculazione; che portava sulla scena le
scurrili ed oscene tresche delle Lisistrate, e irrideva alle pas-
sioni umane degli dei, e versava il ridicolo sul più grande
savio della Grecia (3). Anzi volle celebrarne la memoria y
e lo addusse nelFallegra comitiva, degno di trovarsi in mezzo
a quelle grandi figure , a rappresentare con esse la varia
indole e pieghevolezza del genio greco.
I tempi che seguono alla morte del poeta sono assai di-
sastrosi per la sua fama. Le sorti della comedia , come
quelle della politica ateniese, sono violentemente decise dalle
mutate condizioni sociali. Una grande rinomanza consacra
le opere dei tre grandi tragici ateniesi, ai quali con publico
decreto vengono dedicate statue onorifiche. Lo Stato stesso
provvede, perchè i loro drammi siano rappresentati, e
perchè rimangano immuni dalle interpolazioni o variazioni
(i) ScHNiTZBR, Ueber die Person des Aristoph, in Plat&s SympO'
sium, NUrnberg, i838.
(2) Vedi ZiMMERMANN, Of, ctt,, cap. II, ove si esamina la relazione
fra le Ecclesia^use e il li b. V della Politica, Marxsen , Ueber die
Verwandtschaft des piatoti. Symposiums mit d, Thesmoph, de Aristo-
phanes y Rendsburg, i853. Teuffel , Studien und Characteristikerij
p. i33 sgg.
(3) Olimpiodoro, Vita Platonis: (< ...^xotpc ^^ 'vrdvu xai *AptaToq>dv€i
tQ^ iciu|yiiKi|i ». V
- 142 —
che r arbitrio degli attori potesse in quelli introdurre col
tempo (i). Ma della comedia antica nessuna menzione nella
tradizione posteriore. Del resto si capisce bene, come quello
stesso genere comico portasse in sé il destino di una breve
durata. Mancate le Ione, dalle quali la comedia politica
attingeva il suo vital nutrimento; svaniti gli ideali di cui
essa si era fatta magnanima propugnatrice : essa, che aveva
SI fervorosamente schiamazzato nel turbinio degrinteresst e
nei disordini della democrazia , perde tosto ogni attualità ,
ogni ragion d' essere, e illanguidisce. Aristofane era stato
l'ultimo poeta di quella forte generazione che s'era trava-
gliata e logorata nella conquista delle glorie politiche e cit-
tadine. Dal momento che egli lascia la scena, non sappiamo
più nulla di lui, neppure quando morisse. Il suo nome le-
gato alla comedia antica, ne segue fedelmente le sorti. Ven-
gono ora in campo la comedia mezzana e la nuova, tanto
dissimili da quella. E questa la nuova forma drammatica,
che i tempi richieggono e producono, e che il gusto domi-
nante predilige. Menandro sorge a rendere sempre più sfa-
vorevoli le condizioni della fama, aristofanesca. Egli pare
prescelto da natura a ricevere tutti gli omaggi, che la po-
sterità avrebbe consacrato al poeta, che avesse saputo scru-
tare nel più profondo dell'umana natura, e indi trarre i
motivi della creazione artistica. Si disse, che le api stesse,
le quali si pascono nei floridi giardini delle muse, avevano
versato sulle labbra di lui il loro miele (2). Egli sarà detto
il più grande dei poeti e quasi un oracolo (3); egli, ingegno
senza rivale, dalla natura formato a tutte le delicatezze delle
(i) Vedi il passo di Plutarco, X, Orai. vif. (Lycurgus, io, ii) e
la dotta illustrazione del Sommerbrodt, Rhein, Mus,, XIX, p. i3osgg.
(2) Anth. PaLylX, 187.
(3) Seneca, De brevit, vitae^ Dial. X, e. 9.
- 143 -
lettere (i); egli, scrittore perfetto (2).! padri della Chiesa
nelle loro fanatiche persecuzioni risparmieranno lui ed i
suoi ammiratori (3). La sua grande rinomanza oscura quella
dei comici precedenti : i quali tanto più rimangono dimen-
ticati, quanto è più viva Tammirazione che si prodiga alla
nuova arte. La quale, rotta T angusta cerchia del dramma
politico y mitologico o letterario, si è messa per la grande
via delle passioni umane a rappresentarne le caratteristiche
essenziali e costanti : base Tuomo nelle sue più varie e ti-
piche manifestazioni. Per questo fu giustamente osservato,
che r arte di Menandro vive ancora nelParte moderna : e
mentre Aristofane ed Antifane ci fanno mutar paese , ri-
conducendoci ad un mondo lontano e diverso dal nostro,
Menandro ci sembra un poeta del giorno, e in lui Tanima
umana riconosce e sente la perenne identità della sua na-
tura.
4. Se vogliamo oltre indagare la sorte della fama ari-
stofanesca, ci conviene seguire le vicissitudini della lettera-
tura greca, e trasportarci con essa ad Alessandria ed a
Pergamo , divenute sedi del nuovo moto intellettuale favo-
rito dalla liberale protezione dei Tolomei e degli Attali.
Dobbiamo ricercare con quale interesse e con qual metodo
le opere di Aristofane sono studiate e illustrate in questo
periodo deirerudizione.- Questi studi sono il testimonio più
bello ed efficace alla fama del poeta: provvedono alle mi-
gliori sorti di essa nei tempi che seguono. Ciò facendo, in
mezzo alla congerie confusa dei commenti , ci verrà forse
dato di rintracciare qualche testimonianza diretta , che ci
(1) Plinio, H, N., XXX, i.
(a) QuiNTiL., Inst. Orat.j X, i.
(3) Vedi GuizoT , Menandre (Étude historique et littéraire sur la
comédie et la société grecques), Paris, i855.
- 144-
chiarisca della riputazione di lui anche in questo nuovo pe-
riodo della storia.
Se airinaugurar^i delle ricerche erudite le menti dsi dotti
si sentono potentemente attratte dalla memoria dd divino
poeta, che primo aveva cantato le eroiche tradizioni della
Gdrecia : quando si rivolge Tattenzione anche ,alle altre pro«>
duzioni dell* ingegno greco, e si ricercano le opere dram-
matiche, possiamo dire col Bernbardy, che P interesse dei
grammatici pe^ comici trova in Aristofane il suo centro (i).
Già Aristotile nelle sue grandi ricerche dell^antichici, s^era
occupato anche della letteratura comica, raccogliendo i testi
dei monumenti didascalici e illustrandone le storiche me-
morie (2). Dopoché Licofrone Calcidense alla corte di Pto-
lomeo Filadelfo ebbe raccolto e rivisto le opere comiche (3),
un buon numero di quei grammatici attende m special
modo airillustrazione delle comedie d^ Aristofane. Callimaco
pel primo ne determina la cronologia. Non pare però, che
scrivesse un commento speciale ai drammi. Due scolii ci
auestano i suoi studi sulle didascalie (4); nelle altre cita-
zioni le note s^ hanno a ritenere tratte dalle stesse sue o-
pere (5). Di Eratostene si menziona in uno scolio il suo
terzo libro : 7t€p\ Kuifiqibidiv (6). Egli cerca di chiarire i luoghi
(1) Vedi Grundriss d. griech. Litteraty li, p. 669.
(2) La grande perdita delle opere aristoteliche ci toglie di cono-
scere quale speciale concetto egli avesse del comico ateniese. Lo cita
una sola volta nella Poetica (e. Ili) parlando dell* imitazione; nella
Rettorica (e. Ili) si ricordano i Babilonesi; e l'Aristofane Platonico
è menzionalo nella Politica, II, 4. Cfr. Prolegg, de Comoed,, IX a
p. XIX, 49.
(3) Prole gg. de Comoed., X a, 4.
(4) Nubi, scoi. 552. i/cc, scoi. 1242.
(5) Ad es., le illustrazioni degli scolii a parecchi versi degli Uc-
celli possono esser derivate dal suo libro ir€pi 6pv€uiv.
(6) Ran,, scoi., 1028.
— 145 -
oscuri delle comedie aristofanesche, e in parecchi scolii si
ricordano le sue cure critiche ed esegetiche (i). Ad Aristo-
fane da Bisanzio si ascrivono gli argomenti in versi pre-
posti ai drammi: più , una recensione di essi (2). Inoltre,
negli scolii si hanno tracce delle sue fatiche critiche e pro-
sodiache (3). Né minori cure prodigò al nostro comico il
grande Aristarco: intento a dichiarare versi o frasi diffi-
cili (4) o il significato di espressioni proverbiali (5) o il va-
lore di parole comiche (6): nonché ad assegnare giustamente
i versi ai varii interlocutori del dialogo (7), o a fare note
critiche, storiche e prosodiache (8), Si può credere, che si
occupasse più particolarmente delle Rane^ intorno alle quali
abbiamo di lui un maggior numero di scolii. In essi non
troviamo soltanto illustrazioni storiche ed esegetiche , ma
congetture critiche sul testo (9) , dichiarazioni delle pa-
rodie (io) e note metriche (i 1). Callistrato, che in uno scolio
è detto r èSnTOu^evo^ ( 1 2), fa commenti varii ad Aristofane.
Negli scolii troviamo di lui note dichiarative (i3), illustra-
li P/ii/., scoi. 797, 1 194. Vedi Argum. Pacis; e Pac.,scol. 48,
70, 199, 702, 735. Nubi, scoi., 552 , 967. Rane, scoi. i263. Cav.y
scoi. 963. VespCy scoi. 239, 5o2, io32. Ucc, scoi, 11, 122. Tesmof.,
scoi. 5 16.
(2) Cfr. Fritzsche, Comm. ad Thesmof. secundas, Rostock, i83i,
p. 52.
(3) Nub,, scoi. 1007, ii5o. Ran. yscoì, i53, 1142, "1541.
(4) Ran., scoi. 990, 1144. Pac, scoi. 1159. Ucc, scoi. 76.
(5) Ran„ scoi. 970. Cav.^ scoi. 1279.
(6) Vesp,, scoi. 220. Ran., scoi. 357. Nub,, scoi. 109.
(7) Ran., scoi. 1149, 3o8.
(8) Plut., scoi,, 3. Ucc, scoi. 76. Ran., scoi. 191, 320 , 1422. Tes-
ino/,, scoi. 3i. Cav., scoi. 487, 3 18.
{9) Ran., scoi, 191, 1400, I4i3, 1437.
(10) Ran., scoi. 1206, layo.
(11) Ran,, scoi. 354, ^7^ > 1124. Ved. O. Gerhard, De Aristarco
Aristophanis interprete, Bonnae, i85o.
(12) Vesp., scoi. 772.
(i3) Acarn., scoi. 654. Plut., scoi. 718, ino. /?aw., scoi. 92, 223,
Idvista di floìogia ecc.,X. io
- 146 —
zioni grammaticali (i), letterarie (2), storiche e geogra-
fiche (3). Anche Eufronio fu valente interprete di Aristo-
fane ; e mentre segue il metodo d^Àristarco nella esegesi di
cose grammaticali (4) , letterarie (5) e prosodiache (6), lo
supera in molte illustrazioni storiche od antiquarie (7). Più
innanzi troviamo Didimo , che fa pregevoli commenti ad
Aristofane, e più specialmente agli Uccelli ed alle Rane.
Anch'esso dichiara frasi e luoghi oscuri (8), tratta cose let-
terarie con riscontri di versi o spiegazione di parodie (9) ;
né tralascia le questioni grammaticali e metriche (10). Tanta
copiosa messe di illustrazioni e di commenti doveva far
sentire il bisogno di una raccolta : e si vuole che Simmaco
intendesse a questo lavoro, compilando un esteso commen-
tario ai drammi d'Aristofane (11). Egli ne pare piuttosto
critico letterario : discute, qualche volta corregge le inter-
790, 826. Vesp., scoi., 772, 804, 604, 675. Pac, j'scoU 344, ii65. Ucc,
scoi. 436, 440, 933, 1378.
(i) Ran., scoi. 270, 567, 694. Vesp.y scoi. 2i3. Ucc.y scoi. 33o.
(2) Pluf. y scoi. 385. Pac.y scoi. 1060. Ucc^ scoi, i^ìj,
(3) Ran., scoi. 588, 791 , 1422. Vesp., scoi. 157. Ucc, scoi. 997.
Pac.y scoi. 1126.
(4) Vesp.y scoi. 604, 674, 675, 696, ioo5 , 1144, ii5o. Plut.y scoi.
904. iVii^., scoi. 1264. Ran., scoi. 1093. C/cc, scoi. 266 , ^99» 358,
765, 798, 933, 1378, 1745.
(5) P/m/., scoi.' 385. Vesp.y scoi. 606. Ucc.y scoi. i536, i563.
(6) Vesp., scoi. 1086.
(7) Vesp.y scoi. 675. Ucc.y scoi. 873, 997, 1379.
(8) Pluf., scoi. 101 1, 1129. Ran. y scoi. 55, 104, 186,223,230,775,
965, 970, 990, i3o5. Acarn. ySCoL 1076, noi. Vesp., scoi. io38, 1178,
i3o9, i388. Pac, scoi. 758, 83i, 932, 1254. Ucc. (frequentissime ci-
tazioni); Tesmof.y scoi. 162. L15., scoi. 3i3.
(9) Ran., scoi. i3, 704. Vesp.y scoi. io63.
(io) Ran.y scoi. 41, Vesp. scoi. 772. Ucc, scoi. 58. Ran., scoi. 1028.
Pac, scoi. 932.
(11) Lo ScHNEiDER ncl SUO pregiato lavoro De veterum in Aristoph.
scoliorum fontibus, Sundìae, i838) dimostra che quello fu la principal
fonte dei nostri scolii.
- 147 -
pretazioni dei commentatori che lo precedettero. Senza tra-
lasciare di chiarire il senso di parole o frasi (i), con qualche
riguardo anche alle osservazioni grammaticali e prosodia-
che (2), egli intende particolarmente ad illustrare cose let-
terarie^ con richiami e riscontri di versi (3). Chi infine si
occupò deirillustrazione metrica delle comedie aristofanesche,
fu Eliodoro ; il quale, sebbene citato ' due sole volte negli
scolii (4) j pure devesi credere autore degli anonimi com-
menti metrici alle parti corali (5). Commentatori minori di
Aristofane, o meno diretti o dei quali meno sappiamo, sono :
Apollonio Discolo, Asclepiade, Dicearco, Demetrio, Cratete
da Mallo, Feno (6). Né devesi qui omettere di accennare
resistenza di commentarii anonimi (Ó7tO)ivr)fiaTa), di cui si
fa menzione più d'una volta negli scolii (7). Aristofane poi
doveva essere illustrato e giudicato nelle molte opere lette-
rarie generali, che gli Alessandrini e gli eruditi posteriori
scrissero sulla drammatica greca.
Ci siamo alquanto trattenuti su questo proposito, perchè
lo studio accurato e diligente delle opere del nostro comico
(i) Plut., scoi. 683. Nub.y scoi. 8Ó4. Ran.y scoi. 1227. (7av., scoi.
755, 979, 1126, 1256. Vesp., scoi. 2. Pac. y scoi. 916. L^cc, scoi. 17,
3o3, 704, 877, 994, looi, 1121, 1273, 1283, 1681. Tesmof.y scoi. 393,
710.
(2) Ran,y scoi. 745. Ucc. scoi. 58, i363. Nub.^ scoi. 817.
(3) P/m/., scoi. lou. Cav.y scoi. 84 , 963. iécarn., scoi. 472 , 877 ,
I 128. Vesp,j scoi. i3o2. i/cc, scoi. 168, 440, 988, 1294, 1297, 1379,
1705.
(4) Vesp.y scoi, 1282. Pac, scoi. i353.
(5) Ved. scolii passim.
(6) Cfr. J. Stoecker, De Sophoclis et Aristophanis interpretibus
graeciSy Amxnonae, 1826.
{7} Plut.y scoi., io38 : èv hk Tip OiTO)jiW))jiaTt. Pac.y scoi., 757 : oOtujc;
cOpov év ÙTTofiv^iLiaTi. Ved. la fine degli scolii agli Uccelli (Adn. in
sch.;, alle Nubi ed alla Pace. Vesp.^ scoi. 542 , 962. Ucc.y scoi. 283,
557, 1242.
— 148 —
nella tradizione letteraria ci prova indirettamente il concetta
in cui esse erano tenute presso i critici e gli eruditi , in
tempi difficili per le tradizioni greche. Le sue comedie, an-
cora superstiti, sono lette, commentate, trascritte. E i. com-
mentatori delle altre opere della greca letteratura ricorrono
spesso al testo aristofanesco per trovare la conferma di un
fatto, e più spesso per attestare Tatticismo di qualche espres-
sione. È singolare per noi l'espressione antonomastica colla
quale esso è sovente citato dagli antichi commentatori. L'ó
KuifitKÓ^ ci dice, che egli era considerato come il comico
per eccellenza, noto a tutti, T antesignano degli antichi co-
mediografi (i). Di lui si cerca ricomporre la biografia, il ca-
talogo dei drammi, e determinare la caratteristica della sua
poetica. Naturalmente questo studio riesce più difficile e
meno sicuro, quanto più ci allontaniamo dai tempi che die-
dero la comedia antica; e mano mano che si perdono le
opere dei primi commentatori. Si giunge cosi ad un periodo,
in cui, e per mancanza delle fonti autentiche e per difetto
di buon metodo, la comedia aristofanesca è male intesa, e
falsamente illustrata. Tutto riesce oscuro : allusioni, ricordi
storici, tradizioni : l'interpretazione che si tenta è incerta,
insulsa o erronea. Così si formarono le inette compilazioni
sulla comedia attica e sulla vita di Aristofane; così ebbero
origine alcune leggende sul comico ateniese, che noi esami-
neremo in appresso.
(i) Ved. Aesch., Prome/., scoi. 365: irapà ti?) kuj|jiikCP ; Soph. , AiaXy
scoi. io3, idem. Euripid., Ores/., scoi. 167, id. /on.,scol. 55o: ...oO
)jié)ivTiTai Kol ó KuijitKÓ^. Aristofane è citato inoltre negli scolii ai dia-
loghi di Platone, alle orazioni dei retori, ai poemi di Omero, alle
opere di Luciano, Teocrito, Apollonio Rodio, ecc. Merita qui di
essere menzionato il commentario omerico di Eustazio , ove in più
di 600 passi si ricorda Aristofane coirespressione ó kuiiìikó^, oppure:
irapà TCb ku)|hikCù. Cfr. Bernhardt, Grundriss ecc., 11, p. 624.
- 149 -
E nullameno necessario pel nostro assunto I' esaminare
brevemente questi anonimi documenti e rintracciarvi indizi
a determinare la riputazione di Aristofane nella tradizione
letteraria. Né saranno semplici indizi. Vi ritroveremo te-
stimonianze dirette, e formali giudizi, espressioni non dubbie
sul valore e sulla fama del grande comico.
L^'espressione di àpiaioq t€xvìtti?, che spesso incontriamo
negli anonimi compilatori delle notizie intorno alla comedia,
ci attesta Paltò concetto in cui egli è comunemente te-
nuto (i); come le frasi èvéXa|jii|i6v e èv &7raaiv èmcrniJio? ci
affermano la sua superiorità fra gli altri comici contempo-
ranei (2). In un articolo di Andronico Trepì làHeu)^ ttoitìtuiv
Aristofane è evidentemente preposto a Gratino ed a Eupoli
nell'enumerazione che si fa dei poeti éTricniiJiot della comedia
antica (3). La grazia ed urbanità negli scherzi (f| x^pi? (èv)
ToT^ (jKib^iixaCx) è rilevata come il carattere speciale della sua
arte (4), e serve a chiarire il rapporto in che egli sta cogli
altri comici, Gratino ed Eupoli: w 6 òè 'Apicrrocpàvii?
TÒv fiéaov èXrjXttKe tuiv àvòpwv xapoKTf^pa* oCie fàp TriKpò^
Xiotv èatlv «SlaTrep 6 Kparivo^ , oCte x«Pi€i? ujaTtep 6 EfiTto-
X15 M (5). I suoi biografi ammirano in lui V urbano ed
ingegnoso poeta (eucpun^) (6), che alla comedia vagante in
una forma incerta dà V impronta di un carattere severo e
maestoso (7). Lo chiamano )iaKpoXoTU)TaTO^ 'AGnvaiuiv Kal
€u(put(ji Travia? ÙTrcpaipuiv (8) ; e gli danno merito di avere
(i) Prolegg, de Comoed., IV, 20; IX a, 5i.
(2) Prolegg, de Comoed.y V, 26.
(3) Id. id., X, 5.
<4) Id. id., II. 4.
(5) Id. id., II, 19.
(6) Vcd. Biot; 'Apiarocp., IV, edid. Meinskc.
(7) Id. id.
(8) Ex anonymo ir€pl KUj|yiqjò(ou;, I, ed. Meineke. Io ho letto secondo
- 150-
pel primo mostrato nel Cacalo la forma della nuova co-
media , da cui prenderanno le mosse Menandro e File-
mone (i). Fra le comedie aristofanesche le Nubi sono giu-
dicate le più belle ed artistiche (tò bè bpfifia ifl? fiXns iroi-
r|(y€u)^ KdXXi(TTÓv cpoai Kai TCxviKiiiTaiov) ; vengono quindi
gli Uccelli (tò òpfi|Lia toOto tOùv Stov òuvatui? 7re7roinMévu)v),
i Cavalieri (tò bè òpclMa tujv Stov KaXuù^ TreTroiiméviwv) è gli
Acàrnesi (tò òè òpfifia ti&v eu acpófepa TrcTronméviwv). Nel giu-
dizio delle Rane, pure favorevolissimo, si indica più spe-
cialmente il carattere del dramma (tò bk bpà\xa tOjv eC ttóvu
Ka\ cpiXoXÓTU)^ 7r€7toni)iévuiv), e si nota come esso fosse
tanto ammirato per la sua parabasi, da meritare Tonore di
una seconda rappresentazione (2). La proporzione in cui
gli antichi scolii ci sono tramandati dimostra però come le
comedie politiche, le quali dovevano sempre più riuscire
difficili ed oscure, sieno meno studiate delle altre: e come
invece il Pluto^ le Nubi e le Rane fossero le più lette ed
ammirate da tutta Tantichità (3). Anche l'ordine in cui le
comedie sono tramandate nella tradizione manoscritta, es-
sendo fondato , come osserva il Nicolai , su un principio
pedagogico-estetico , ci può chiarire del concetto relativo
che di esse ebbero gli antichi commentatori, ed è per noi
indizio del loro particolar modo di giudicare. Essi pone-
vano il Pluto air apice dell' arte aristofanesca, e vicino ad
esso le Nubi e le Rane , ordinando le altre nel seguente
modo : Cavalieri, Acàrnesi^ Vespe, Pace^ Uccelli, Tesmofo-
ria\use,Ecclesia:{use^ Lisistrata. Gli Ateniesi contemporanei
la correzione, che il Bentley ha giustamente fatto alla lezione dei ma-
noscritti : liaxpijp XoTiii()TaTO(;.
(i) Ved. Bio<;cit., IV.
(2) Vedi gli argomenti alle comedie.
(3) Nello stesso rapporto stanno i manoscritti delle comedie. Cfr.
Bamberg, De ravenn, et yenet. Aristoph. codd., Bonn, i865.
- 151-
non avevano portato egual giudizio circa il valore relativo
dei drammi dei loro comico , e neppure noi moderni ab-
biamo potuto accettare la regola stabilita dai commentatori
alessandrini. Per noi la comedia degli Uccelli è il parto
più felice della mente aristofanesca; e di essa giustamente
sentenziava il Meinecke: « Perfecti autem poetae divinitas
« in nulla alia comoedia tam dare enitet, quam in AvibuSj
« in qua quidem comoedia nescio an omnis omnino ars
(« comicorum sit consumata )> (i).
Resta ora di determinare, dopo avere dimostrata la su-
periorità del Comico ateniese fra i comici delPantica co-
media, in quale rapporto la critica antica lo ponesse fra i
poeti in genere. A giudizio del Ranke, Aristofane avrebbe
uguagliata la gloria dei grandi poeti, e sarebbe stato pos-
posto soltanto al sommo Omero (2). Siffatta affermazione
è assolutamente smentita da tuue le antiche testimonianze ;
le quali , affermata Y incontrastata superiorità del divino
Cieco, sono mirabilmente concordi a concedere a Menandro
la palma fra i comici , e a far seguire ad esso , dei poeti
drammatici , Euripide. Aristofane da Bisanzio , che studiò
con tanto amore il poeta omonimo, rivela palesemente la
sua preferenza per Menandro, pel quale ha Un entusiasmo
che sembra follia ; sicché non teme di collocarlo a fianco
di Omero, il divino poeta dell'antichità (3). E pensando a
lui, arrivava a dire: \h Mévavbpe kqI pie, Trórepo^ Sp' ò\xSìv
nÓTcpov èfii^ifiaoTo ; (4). Il poeta dell'antica comedia avrà pò-
tuto essere l'interprete delle aspirazioni e dei bisogni del
suo tempo, il descrittore geniale della società fra cui visse;
(i) Ved. Comic, graec, fragm,y II, p. 897.
(2) Ved. De Aristoph, vita comniy, p. LUI.
(3) Ved. Ant, Pai. (Append.), 286.
(4) Ved. Nauck, Aristophanis By^antii gramm. alex.fragm. Halis,
1848, p. 249.
- 152 -
ma Menandro appariva il grande rivelatore degli istinti e
dei caratteri invariabili delP umana natura. E poi : già Io
dicemmo; era destino, che la fama d^ Aristofane non po-
tesse accrescersi o acquistar splendore nella posterità. Chec-
ché affermi il Ranke, opponendosi in ciò al Roetscher , il
quale meglio di lui indagò la fortuna della fama aristofa-
nesca , la comedia del nostro poeta si disconosce sempre
più , quanto più s^ allontana dai tempi che la produssero ;
talché verrà tempo, che se ne fraintenderanno gli intenti e
la natura, né si capiranno più neppure gli scherzi, le fa-
cete invenzioni , per tacere delle allusioni politiche o dei
fatti storici; e si ammirerà di essa, quello che era soltanto
possibile, la forma. Tatticismo (i). Ciò verrà anche meglio
in chiaro col seguito della trattazione; nel tentare la quale
noi fummo ben lontani, indotti da un falso amore delFar-
gomento, dal proporci di dimostrare più di quello che i
fatti, le testimonianze stesse ci avrebbero constatato.
5. É questo il luogo di trattare di alcune tradizioni
leggendarie, le quali hanno stretta attinenza colla fama ari-
stofanesca, sia che riescano a magnificarla o a denigrarla.
Dopo ciò che fin qui abbiamo esposto , giova appena no-
tare, come essa non abbia mai avuto, né potuto avere leg-
gende vere e proprie. Le nostre tradizioni favolose nascono
e si formano nella cerchia ristretta dei commentatori , i
quali o fraintendono il testo, o non avvertono chiara la ra-
gione di certi fatti , o sono indotti facilmente dalla magra
ed incompiuta tradizione letteraria ad ampliarla ed abbel-
lirla. I documenti stessi, che ce le tramandano, sono incerti
e vaghi nella loro forma ((pa(Tl bè ), e giustificano i so-
spetti sulla veridicità del racconto.
(i) Ranke, Or. cz7., p. LIV. Del pari inesatta è la sentenza del
_ • •
Bahr, Aristophanes (nella Enciclopedia dei Pauly),
-153-
Noi sappiamo, per esempio, che la comedia delle Rane
piacque tanto agli Ateniesi, da meritare l'onore di una se-
conda rappresentazione. La notizia era data da Dicearco ,
e il grammatico che prepose V argomento alla comedia , ne
cita la fonte. Aristofane avrebbe dovuto questo felice suc-
cesso al fatto d'aver posto l'arte sua a servigio dello Stato,
cercando per essa di riuscir utile alla città col consigliarle
il buono ed il decoroso. Nei biografi c'è una naturale ten-
denza ad amplificare, specialmente quando si tratta di dar
lode e di abbellire così il proprio soggetto ; l'onore di una
seconda rappresentazione non parve bastevole : si accettò
quindi ben volentieri la voce che diceva , esser egli stato
incoronato di un ramo d'olivo. Nel testo primitivo della
biografia anonima d' Aristofane si diceva soltanto, che per
questi servigi patriottici egli aveva raccolto molta lode (iid-
XicTTa òè èTnjv^en). L' r^tcì^Sn che segue colla oziosa dichia-
razione dei motivi e la più che inetta ripetizione del toutou
Xàpiv èirrivéSn mostrano chiaro il carattere della interpola-
zione, e come tale il Bergk la escluse dal testo. Ma in essa e
nel (Tqpóòpa aggiunta in un altro codice si tradisce già la ten-
denza all'amplificazione. La notizia dell' incoronazione poi
(è(rr€<pava»en 6aXX«?i rq^ Upa^ èXaia^) ha una curiosa apposi-
zione, della cui inopportunità e ridicolezza occorre appena
far menzione (...6^ vevó^KTTai Ictótiiìo^ XP^^^^^ (Txeqxivui) ; né
in modo meno grottesco si dà ragione del fatto, ascrivendolo
ad alcune parole pronunziate dal poeta nella parabasi (et-
Tidiv éK6iva ). Quello che con maggior certezza sappiamo
del favore degli Ateniesi pel nostro comico non combina
colle entusiastiche simpatie, di cui egli, secondo questo rac-
conto , sarebbe stato fatto segno. Essi non riconobbero
sempre i generosi fini del poeta , quando appunto propu-
gnava, secondo il suo modo di vedere, la salute e la pro-
sperità della patria. Del resto, non può non sembrar strano.
-. 154 -
che il commentatore , il quale volle conservata la notizia
della seconda rappresentazione delle Rane^ non avesse anche
ricordato Taltra tradizione (se vi era da aggiustar fede) più
lusinghiera ed importante, quella delPincoronazione.
Alle stesse fonti molto incerte dobbiamo un'altra leg-
genda, la quale mostra più palesi le tracce deirinvenzione,
e meglio permette d'investigarne la genesi. La lepida fan-
tasia del poeta aveva fìnto, parlando di sé agli Ateniesi^
che la sua fama fosse giunta sino al re di Persia, il quale
avrebbe chiesto agli ambasciatori spartani notizia di lui
magnificando V efficacia polìtica de' suoi consigli (^Acarn.y
V. 646-651). Questa finzione dinanzi al pubblico ateniese
non potea far nascere equivoco, né poteva illudere i com-
mentatori più antichi, i quali perciò non hanno bisogno di
notare che il fatto è pura invenzione comica. Quando l'e-
quivoco può nascere , uno scoliasta avverte l'inganno e lo
scopre: toOto bè x^picvreCóiievo? i^ieubd»^ Xétei {Acam.^ scoi.
649). Ma come vengon tempi, che non si vede più chiaro
nelle allusioni della comedia aristofanesca, il lavoro fanta-
stico del poeta è accettato come un fatto vero. Allora con-
viene spogliare il racconto di ciò che in esso appariva meno
verosimile. Come poteva il re di Persia, senza conoscere se
il poeta fosse spartano od ateniese, e contro qual parte ri-
volgesse i suoi sarcasmi, dire, che quella parte nella guerra
avrebbe vinto, che avesse avuto un tal consigliere ? Cosi la
leggenda , accomodata , riporterà soltanto il fatto , che la
fama di lui penetrò in Persia, ove il re avrebbe chiesto di
qual parte egli fosse (i).
Più confusa ed incerta si è la tradizione che troviamo
(i) È curioso, che un filologo moderno, lo Stoecker [Op. ci7.),
abbia potuto prendere sul serio la storiella, e trarne argomento della
diffusione della fama contemporanea di Aristofane anche ali* estero.
- 155 -
nella stessa vita d'anonimo, e che riguarda le relazioni della
politica ateniese col governo tirannico della Sicilia. Essa
narra, che Platone a Dionisio re di Siracusa, desideroso di
conoscere lo stato d^ Atene , mandò le opere di Aristofane.
Questa è una prima versione. Un'altra dice, che mandò le
Nubi^ le quali hanno l'accusa contro Socrate. Non si vede
chiaro l'intento che deve aver dato occasione alla leggenda,
né lo spìrito che la anima. Volle Platone con quest'atto dar
valore o riprovare l'operato del comico ateniese ? Ma poi :
perchè mandò proprio le Nubi ? Potevano esse giovare agli
studi di Dionisio? Potevano ciò le altre comedie? Osserva
giustamente lo Zimmermann : esse giovano assai a noi ,
tardi nepoti e lontani da quei tempi; ma allora, a che a-
vrcbbero servito? S'aggiunga, che il grande filosofo, pur
ammirando l' ingegno del poeta, disapprovò I' animosità di
lui contro Socrate, il suo venerato maestro (i). Nella forma
in cui ci è giunta, questa tradizione giustifica tutti i nostri
dubbi e sospetti. Il testo primitivo dovea soltanto riferire il
fatto della richiesta di Dionisio e dell' invio per parte di
Platone dei drammi (-rfiv TtoincTiv) d' Aristofane. L'interpo-
lazione posteriore, Tf|v Karà ZuiKpàTOu? èv NcqpdXai? KarriTo-
piav, avendo inteso in senso ristretto il termine generico di
iT0ÌTi<yi^, rese quindi necessaria l'altra aggiunta, che ristaura
il significato generale del vocabolo, riuscendo però prolissa
ed oziosa nel suo contenuto : Ka\ (Tu^pouXeOaai t à ò p d-
nara aÙToO àdKnOévTa ^laBeiv aùiOùv t#|v TroXiieCav. Può
non parer strano, che della leggenda non si faccia menzione
nelle vite platoniche di Olimpiodoro e di Diogene Laerzio?
Essa ha forse il suo fondamento nella qualità e nel carat-
tere dei drammi aristofaneschi , e può avere il significato
(i) Ved. Ayolog. di Socrate, e. 111.
- 156 -
di designarli come il più vivo e fedele ritratto della politica
del loro tempo.
In Olimpiodoro troviamo l'altra tradizione, che alla morte
di Platone furono trovate sul suo letto le opere di Aristo-
fane. Il motivo leggendario di designare cosi Tammirazione
che taluno ha sentito per uno scrittore è assai comune. Ma
quello che giova notare , si è che le più antiche testimo-
nianze , riferentisi a Platone , ricordano soltanto il suo a-
more per i mimi di Sofrone (i). Il nome di Aristofane
appare per la prima volta in Olimpiodoro, ove è aggiunto
arbitrariamente , ed ha unico fondamento di fatto il favo-
revole giudizio del filosofo verso il nostro comico, e il par-
ticolare d'averlo introdotto interlocutore nel Simposio.
Ci restano ancora da esaminare due tradizioni, forse più
recenti delle surrecate, ma delle quali sostanzialmente dif-
feriscono pel loro effetto di porre il poeta in una luce in-
grata e sfavorevole. Partono anch'esse da qualche dato reale,
o da accenni non espliciti^ e la fantasia vi lavora sopra.
Riferisce Ateneo , che Aristofane scrisse ebbro i suoi
drammi. Ciò si diceva di Eschilo ed anche di Alceo. Pro-
babilmente simili leggende si formano su di uno stesso tipo,
ripetendolo, e muovono primieramente dall'idea di magni-
ficare il soggetto. Si vuol spiegare l'eccellenza di quelle o-
pere poetiche, coU'assegnarne l'ispirazione ad uno stato di
eccitazione e di insolita esaltazione dello spirito. Possono
anche derivare da una ristretta e materiale interpretazione
di una frase alquanto equivoca, come pare sia il caso nostro.
Aristofane avevo detto di sé: vf| tòv Aióvucjov tòv èK6pé-
t|iavT<i jie {Nubiy v. 5 19), volendo accennare alla sua giovi-
nezza interamente consacrata alla musa comica, agli agoni
(1) Ved. QuiNTiL., 1, IO, 17. Val. Mass., Vili, 7. Ateneo, XI, ib.
Cfr. anche Esichio, Vit. Sophr,, e Suida, ItlHppuiv.
- 157 -
poetici j ai quali presiedeva il dio Dioniso. Ma il senso
grossolano dei commentatori prende la frase nella sua si-
gnificazione materiale, deteriorata e ne forma una falsa tra-
dizione. Se si pensa poi, che Platone nel Simposio lo aveva
piacevolmente ritratto sotto un carattere di gioviale smode-
ratezza o intemperanza, e gli aveva fatto dire, che anch^egli
era stato di quelli che il giorno avanti avevano solenne-
mente cioncato; e aveva accennato, per bocca di Socrate,
alle sue occupazioni tutte dedite a Dioniso e ad Afrodite
(...iji irepl AióvucTov Kaì *Aq)pobiTTiv i\ biarpiPn), si avranno
tutti gli elementi per giudicare della genesi e della esplica-
zione della leggenda.
Non era sempre facile anche agli antichi stessi il com-
prendere e l'apprezzare rettamente gli intenti, che il poeta
comico aveva nascosto sotto il velo allegorico o fantastico
delle sue invenzioni. Persino co' suoi contemporanei egli
aveva dovuto spesso fare dichiarazioni insieme a lagnanze.
In seguito la cosa riesce più comune e quasi naturale. Ad
esempio, quasi tutta l'antichità restò colpita dall'irreverente
persecuzione di cui Aristofane aveva fatto segno Socrate
nelle Nubi. Quella comedia pregiudicò tanto la fama di
lui nella posterità! Non gli si seppe perdonare d'aver de-
riso il più grande savio della Grecia. Né, quando i tempi
si fanno più lontani ed oscuri, riesce facile il riconoscere o
il credere che il Comico ateniese avesse perseguitato in So-
crate i sofisti, e che la sua guerra ardita indetta contro dr
lui , non meno che contro Euripide , tendesse soltanto a
scongiurare la rovina imminente di Atene. Si vuol cercare
un motivo materiale che dia ragione del fatto. Aristofane
doveva esser stato corrotto dall' oro dei nemici di Socrate.
Eliano, grande ammiratore della filosofia socratica, non si
perita di fare un omaggio al suo maestro, coli' accettare e
divulgare la calunnia contro Aristofane. Gli par naturale
- 158 -
che egli ricevesse una ricompensa per V opera sua : Eìkò^
òè Kaì xpnM<XTÌ(Ta(T6ai uirèp toutuiv 'ApKTTOcpàvìiv. Ma biso-
gnava anche rivendicare l' onore del grande filosofo , e la
leggenda è sempre proclive a queste rivincite. Essa vuol
quasi ristaurare la moralità dei fatti , compiendo in nome
della rettitudine, quello che la realtà e la storia non adem-
pirono. Si disse , che Socrate andò alla rappresentazione
delle Nubi, pur sapendo di esservi fatto oggetto di ridicolo,
e sedette in luogo cospicuo. Il pubblico si divertiva; gli
stranieri , quasi meravigliando , chiedevano chi fosse quel
Socrate che essi vedevano così deriso sulla scena. Allora
egli, a togliere ogni dubbio o sospetto , si levò in piedi, e
durante la rappresentazione èavh^ èpXéTrexo. Come è bella
la leggenda ! In questo sguardo austero e dignitoso c^è tutta
una condanna dei poeti e di Atene (i).
La leggenda ama pure di collegare i fatti, di connettere
cause ed effetti. Non importa , se fra le une e gli altri vi
sono grandi lacune ; essa le colma. Così essa divulgò, che
la condanna del filosofo era stata conseguenza della comedia
delle Nubi, Aristofane avrebbe dovuto avere questo grande
rimorso d' avere sacrificato a' suoi scherzi una vittima sì
cara. Uno scolio molto importante ci dice come fosse opi-
nione divulgata, che nessun odio personale avesse mosso
Aristofane a scrivere la sua comedia (2) ; e la storia ci
mostra, che un intervallo di 23 anni corse fra la rappre-
sentazione e la condanna. Che questi fatti non fossero un
ostacolo alla formazione, della leggenda, non v'è chi possa
maravigliarsene. Fa piuttosto meraviglia il vedere critici
moderni accettare e dar peso alla favola, non altrimenti che
(i) Eli ANO, Var, Hist.^ II, i3.
(2) Nuhi^ scoi. 96.
- 150-
fosse un fatto accertato (i). Il racconto di Eliano , così
ricco di particolari tendenti a dargli un colorito omogeneo
e naturale; ispirato da tanta manifesta animosità contro il
nostro comico, di più in opposizione colle antiche testimo-
nianze, non dovrebbe poter illudere alcuno.
Tutte queste tradizioni riflettono per così dire la storia
della varia fortuna della fama aristofanesca. Dall'apoteosi
essa scende giù giù sino airinfamazione. Aristofane è dap-
prima il generoso cittadino, che provvede al bene della città,
la quale riconoscente lo fregia di quelPalloro, di che onora
i grandi liberatori dello Stato; poscia è il vile mercenario,
che Toro di due abietti accusatori induce a diffamare un
nome, che è gloria della patria stessa.
6. Giova continuare le ricerche, seguendo il corso sto-
rico della tradizione letteraria. La Grecia è decaduta, è
vero, ma la ricca eredità della sua cultura non si smarrisce
o si sperde; passa bensì dairoriente all'occidente, senza che
s'interrompa il 61o della continuità. Le due correnti, greca
e romana, si mescono, si confondono, e proseguono così il
loro cammino nel più vasto corso della civiltà. Studiamo
attraverso ad esse le vicende del nome aristofanesco.
Scnonchè a prima vista, sembra che pel caso nostro spe-
ciale si sia rotto e perduto ogni filo di tradizione. Le let-
tere latine al loro apparire ci si mostrano bensì adorne del
coturno e del socco. Ma sulla scena romana troviamo Eu-
ripide e Menandro, non già Sofocle ed Aristofane. E in
seguito, anche fuori del teatro , nel recesso tranquillo dei
cultori delle muse , Menandro è quello che ne occupa le
menti. E Menandro, che Orazio si prescieglie a compagno
del viaggio, quando chiede air ameno soggiorno della sua
(i) Ved., ad es., Deschanel, Etudes sur Aristophane, p. iSi, i54 sgg.
- 160 -
villetta di Tivoli il riposo e lo svago dalle clamorose brighe
della città (i); a Menandro si rivolge Properzio, per averne
refrigerio all'ardente passione, che Pingratitudine di Cinzia
rende infelice (2). Lo stesso Orazio, quando vuol pungere
i depravati costumi dei suo tempo , e pensa ai poeti casti-
gatori dell'antica comedia attica^ non alla musa aristofa-
nesca , ma air eupolidea chiede V invettiva per la sua sa-
tira (3). Menandro ha una folla di successori nel teatro
latino: Nevio, Cecilio, Plauto, Terenzio, Trabea, Afranio;
Svetonio ci dice, che Augusto si dilettava molto del teatro,
anche della comedia antica, che egli spesso offrì ai pubblfci
spettacoli (4). Ma bisogna credere col Welcker, che proba-
bilmente colla denominazione di comoedia vetus sia desi-
gnata la comedia antica greca, specialmente di Menandro,
in contrapposto alla comedia romana posteriore (5). Nello
stesso senso va intesa la denominazione di àpxaia Kui^ipòia
di cui era attore l'ateniese Aristomene, che, a quanto ri-
ferisce Ateneo, Adriano teneva sempre presso di sé, chia-
mandolo pernice attica ('AmKOTTépòi£) (6). Anche più tardi,
i drammi che generalmente si leggono, sono quelli imitati
o tradotti dalla nuova od anche dalla mezzana comedia.
Gellio parla chiaro in proposito: « Comoedias lectitamus
« nostrorum poetarum sumptas ac versas de Graecis, Me-
u nandro aut Posidippo aut Apollodoro aut Alexide et qui-
(( busdam item aliis comicis (7) ». Si può dire in generale,
(i) 5/2/., II, 3, V. II.
(2) Eleg.y III, 21, V. 26-28.
(3) Sat., II, 3, V. 12.
(4) SvET., e. 43 e 89.
(5) Welcker, Die Griechisch. TragÓdien , Bonn, [839-1841, HI,
p. 1409.
(6) Aten., Ili, e. 78. Cfr. Welcker, Op. cit,
(7) Gell., Noct, Att,, li, 23.
- 161 -
che i Romani hanno poco interesse per la grande lettera-
tura greca del buon tempo, fatta una sola eccezione per
Euripide. La comedia antica poi è rimasta un fossile del
vecchio strato terroso, in cui Tha collocata la storia. Le-
gata al tempo che la produsse, non poteva infatti trasmet-
tersi od essere imitata. La sua sorte è dunque fatale, in-
dipendente dal suo valore intrinseco e reale. E con questo
criterio, che va giudicata la sfavorevole condizione della
fama aristofanesca nella posterità. Qualche po' dell'eredità
deir antica comedia si può appena dire trasmessa ai sa-
tirici romani; a Lucilio (i), ad Orazio (2), Persio, Gio-
venale Le nostre ricerche ci dimostrano, che in tutto il
perìodo romano Aristofane è poco letto, poco studiato, né
sempre inteso. Si ricorda un Aristophanes ^ che fu poeta
veteris comoediae; ma da queste stesse denominazioni di-
chiarative, dalle scarse e magre citazioni si vede, che poco
lo si conosce. Nelle opere di Cicerone troviamo appena
cinque luoghi in cui o si cita Aristofane o si allude alla
sua comedia. Orazio lo nomina una sola volta insieme agli
altri poeti, quorum comoedia prisca.., est. Dionigi d' Ali-
camasso cita più d'una volta il tetrametro anapestico ari-
stofaneo, poi riporta un vocabolo aristofanico, e lo giudica
brevemente, citandolo insieme a Gratino e ad Eupoli. Una
sola volta è citato da Diodoro Siculo, da Vitruvio, da Vel-
lejo Patercolo , da Persio. Seneca fa parlare Socrate , il
quale dice di avere una volta offerto materia di scherzo ad
Aristofane, e di essere stato mordacemente assalito da tutti
i comici di quel tempo. Asserisce altrove Seneca, che il fi-
losofo prese quelle facezie in buona parte e ne rise. Plinio
nella sua Storia Naturale, a proposito del baccar^ radice
(1) HOBAT., 5j/., I, 4, 6.
(2) Sai,, I, IO, 16-17.
Idvista di filologia ecc. , X. 1 1
- 162-
da cui si traeva unguento, cita la testimonianza di Aristo-
fane, priscae comoediae poeta ; e a proposito dello scandix
ricorda lo scherzo aristofanesco contro Euripide, quale figlio
di un' ortolana, che non vendette mai un buon cavolo. La
sola volta che Valerio Massimo lo menziona, lo fa inesat-
tamente, attribuendo a Pericle una sentenza , che è invece
pronunziata da Eschilo nelle Rane, Quintiliano si vale due
volte della testimonianza di Aristofane, e lo giudica nelle
sue Istituzioni. Plinio Cecilio allude indirettamente in una
sua lettera alla qualità della comedia attica antica con spe-
ciale riguardo ad Aristofane ; e in un^ altra , citati alcuni
versi di Eupoli, riporta il noto verso degli Acarnesi che si
riferisce a Pericle. Copiose menzioni d' Aristofane e cita-
zioni di versi delle sue comedie troviamo in Plutarco, il
quale inoltre scrisse un confronto fra i due rappresentanti
dell'antica e della nuova comedia, che considereremo a suo
luogo. Né sempre quelle citazioni sono accompagnate dal
nome del comico o del dramma da cui sono tratte, ma per
lo più fatte in generale e colla denominazione generica :
ib? o\ KiufAiKOÌ XétoucJi, oppure : Kaxd fé xcù? rn^ àpxaia^ kuj-
^ujòia^ TTOirìTà^. Due citazioni riscontriamo in Dione Criso-
stomo, in una delle quali si dà un sommario giudizio dei
comici dell' antica comedia. Elio Aristide menziona due
sentenze aristofanesche, una riguardante Pericle, l'altra la
garrulità dei poeti contemporanei del nostro comico. Zenobio
ci conserva tre proverbii tratti dalle comedie. Appiano ri-
porta la sentenza, che prima bisogna saper trattare il remo,
e poi reggere il timone. Aulo Gelilo cita le *OXKdÒ€^, e in
quattro luoghi riporta versi delle Rane, e delle Tesmoforia-
:{use. Galeno ha tre citazioni aristofanee -, assai più se ne tro-
vano in Erodiano. Pausania una sola volta ricorda Aristo-
fane, come autorità. Luciano in più passi allude a lui ed ai
comici del tempo; in un viaggio aereo ricorda Nubicuculiay
- 163 -
e altrove riporta versi degli Uccelli. In quattro capitoli della
Storia degli animali di Eliano , a proposito delle varie
specie di uccelli, si ricorre airautòrità o alla menzione ari-
stofanesca nel dramma che da essi s' intitola. Nella Varia
Istoria invece si cita Aristofane per le sue rappresentazioni
di tresche muliebri, e si parla a lungo della persecuzione
contro Socrate e della comedia delie Nubi. Ateneo ha quasi
duecento citazioni di Aristofane, con versi dei varii drammi ;
ricorda V Aristofane platonico , e dà al nostro poeta V ap-
pellativo di ^òi(TTO^. Nella copiosa messe epigrammatica
df\V Antologia abbiamo, tolto il platonico, due soli epi-
grammi dedicati ad Aristofane : V uno di Diodoro , l' altro
di Antipatro di Tessalonica. Diogene Laerzio accetta la trfidi-
zione di Anito istigatore di Aristofane contro Socrate, e in
due luoghi cita versi delle comedie. In Sesto Empirico è
citato una volta sola. Clemente Alessandrino di tre citazioni
ne ha una preziosissima, la quale ci conserva un lungo
frammento delle seconde Tesmoforia^use . Longino ascrive
il nostro comico nel numero di quei poeti, che non disposti
da natura ad elevarsi nella creazione sino al sublime, rie-
scono nuUameno non di rado a raggiungerlo. Giuliano im-
peratore ricorda i tipi degli schiavi e dei vecchi taccagni,
introdotti sulla scena dalla comedia antica , e parodia il
primo verso degli Acamesi nel seguente modo :
€ òdKVOfAai bè Ka\ bébriTMOti Tf|v è^auToC Kapbiuv jo.
Anche Libanio sofista menziona nelle sue epistole le mal-
dicenze aristofanesche contro Socrate, e più volte allude
celatamente agli scherzi del nostro poeta, senza riportare
versi delle comedie. S. Girolamo nel Chronicon determina
il periodo deir attività del nostro comico sulla scena. Eu-
napio s^accorda anch'esso con Eliano per ciò che riguarda
— 164-
la persecuzione di Socrate. Per questioni metriche due volte
lo citano Marco Vittorino e Attilio Fortunaziano ; mentre
Terenziano Mauro celebra in tre versi latini la fecondità e
varietà dei metri, pei quali Aristofane parve emulare la
musa archilocbca :
(( Aristophanis ingens emicat soUertia,
Qui saepe metris multiformìbus novus
Archilochon arcte est aemulatus musica ».
Achille Tazio commemora le salse arguzie aristofanesche,
introducendo un sacerdote, che egli ne dice felice imitatore.
E Olimpiodoro, scrivendo la vita di Platone, ne fa un as-
siduo lettore di Aristofane, le cui opere. si sarebbero tro-
vate sul letto del filosofo alla sua morte. Nel suo Flori-
legio Stobeo accoglie un discreto numero di luoghi delle
comedie, sebbene assai più abbondante sia la parte £&tta a
Menandro e ad Euripide. Infine, Aristofane è messo a pro-
fitto dai grammatici e dai lessicografi; da Polluce, Ero-
diano, Esichio, Macrobio, Arpocrazione e Prisciano.
Aristofane dunque vive in tutta la lunga tradizione greco-
romana. Il periodo, in cui la sua memoria è più viva , è
quello dei retori e dei sofisti. Comunemente lo si ricorda,
come quegli che fu l'accusatore di Socrate, e il persecutore
dì Euripide e delle donne. Le Nubi e le Rane sono quindi
le comedie di lui più spesso menzionate; il Pluto è la più
facile e la più intesa. Il contenuto dei drammi per lo più
resta oscuro; la forma invece è costantemente ammirata e
celebrata; grazia e purezza d'atticismo, varietà di forme
ritmiche e metriche. Uno dei tratti che resta famoso e che
si cita spesso è quello in cui il poeta ha rappresentato Pe-
ricle VolimpicOy che della sua eloquenza folgora, rintuona,
sonimove tutta l'Eliade (Acarn.^ v. 53 1):
165 —
ficTTpaTiT'. èppóvTa, Huv€KÙKa Tf|v *EXXàba.
Di imitazioni aristofanesche, nel senso ampio e speciale
in cui va presa questa espressione, possiamo citare due soli
esempi : la comedia di Vergilio Romano, di cui ci ha ser-
bato memoria Plinio il Giovane, e il Timone di Luciano,
esemplato sul Pluto. Nelle altre opere dì questo scrittore
si possono trovare molti riscontri colle comedie aristofa-
nesche ; imitazioni di parole o locuzioni, di invenzioni e di
pensieri. Anche Luciano deride gli dei forestieri, e intro-
duce barbari e peregrini che parlano nel loro gergo, e de-
scrive nelPorco una gara fra Alessandro ed Annibale per
il trono da assegnarsi al più forte (i). Infine Cicerone parla
di una lettera di suo fratello Quinto: n Aristophaneo modo
valde mehercule et suavem et gravem {Epist. Ili, i, 6).
Esaminata la tradizione, dobbiamo ora occuparci parti-
colarmente dei giudizi, che sono per noi la parte più impor-
tante. Chiediamo ai critici del r antichità la determinazione
del concetto e del valore poetico di Aristofane; ci dicano
essi qual grande poeta sia stato Aristofane fra i comici
greci.
7. Cicerone (De Le^., II , i5) cita Aristofane e lo
chmmai facetissimiis poeta veteris comoediae. Egli lo leg-
geva e lo preferiva ad Eupoli {Ad Att.^ XII, 4). Un altro
«
suo giudizio possiamo riconoscere nelle parole sopra citate,
con cui qualifica la lettera scrittagli dal fratello Quinto :
Aristophaneo modo valde mehercule et suavem et gravem.
Senza citare Aristofane, egli determina altrove (De Off,, I,
29) assai esplicitamente il carattere dell'antica comedia,
(i) Ved. ZiEGELER, De Luciano poetarutn indice et imitatore^ Gol-
tingae, 1872.
- 166 -
quando dice che quel genus iocandi è elegans , urbanuniy
ingeniosunty facetum.
Un epigramma di Diodoro assegna al poeta il titolo di
divino, e lo celebra come il maggiore rappresentante della
antica comedia (i):
eeio? *Api(JTO<pdv€u? un è^ol véKu^* et riva tt€Ù6ij
Kiu)iiKÒv, àpxain^ ^voi^a xopo(TTa(TiriC.
Naturalmente, se un epigramma non si può prendere per
un formale giudizio, possiamo però riconoscervi l'espres-
sione d'un determinato concetto.
Dionigi d' Alicarnasso , parlando della comedia antica
{Ars Ret.y XI) cita insieme ad Aristofane Gratino ed Eu-
poli, e ne riconosce sotto la forma comica e faceta, la se-
rietà e TeflScacia : uf| òè Kujmjjibia òri TroXiTeùerai èv róxq bpd-
^aal Kaì qpiXocroqpei) f) irepl tòv KpaTivov Kal 'ApKTToqpóvnv xal
EOttoXiv , TI bei Kal X^yeiv ; i\ fàp toi KiufAnibia aùxfi , tò t€-
Xoiov npoovfiaaixévì], (piXocroqpei )>. Nella Censura veterum
scriptoruniy là ove giudica dei tragici , di Eschilo, di So-
focle e di Euripide, si può dire, che sfrutta la critica ari-
stofanesca delle Rane: sebbene già vi si riveli il nuovo in-
dirizzo dei tempi, e il predominio del gusto, che preferiva
Euripide fra i tragici, e Menandro fra i comici (2). Ivi
parla pure dei comici in generale, ma con molta determi-
natezza di espressione: « cleri t€ Kal toT^ voifiiiacji Ka6apol
Kttl (Tapei^ Kai ppaxei^ Kal ^etaXcirpeTreì^ Kal beivol Kal t^Gikoì ».
Antipatro di Tessalonica, come Diodoro, celebra in un epi-
gramma, ma con maggior enfasi, l'opera aristofanesca, che
esso pure chiama divina (SeTo^ Tióvotì'- e nella cui lettura
(i) Aiiih, Pj/., VII, 38.
(2) Ved. l'op. cii. sotto questi nomi: Aeschylus, Sophocles et Eu-
ripides.
— 107 —
gli par di sentire ancor viva la voce fiera del poeta , ab-
bellita dalle grazie (i):
BipXoi 'ApiOTOcpàveuq, 6€To^ iróvcq, alcTiv 'Axapveug
Ki(T(Tò^ iiA xXo€pf|v TTouXùg laeiae kójuiiiv.
i^viò'6(Tov Aióvu(Tov Ix^i (T€\\^, ola òè |LiG6oi
i^X^<^iv, q)opepuùv TrXTi6ó|Lievoi xcipÌTU)V.
uj kqì 6u^òv «ipiore, Kal fi6e(Tiv *EXXdòo^ Taa
Ku))LiiKè, Kal (TTuHaq fiSio Ka\ T^Xóaaq.
Notevole PaUusione delle grazie, di cui repigramma plato-
nico rappresentava Timagine personificata, e che è la qua-
lità caratteristica avvertita concordemente dagli ammiratori
del nostro comico.
Due versi di Persio, nei quali egli ricorda i poeti antesi-
gnani dell'antica comedia, possono dimostrarci che anche
il satirico romano avvertiva la profonda serietà deir opera
di Aristofane , il cui nome accompagna della qualifica di
praegrandis distinguendolo così a preferenza deir audace
Gratino e dello sdegnoso Eupoli (2).
ce Audaci quicumque afflate Gratino,
Iratum Eupolidem praegrandi cum sene palles ».
Delle tre menzioni che riscontriamo in Quintiliano, una
sola ci dà un esplicito giudizio della comedia aristofanesca,
sebbene subordinato al criterio con cui nel decimo libro
delle Institu\ioni giudica delle opere antiche : consideran-
dole cioè sotto il rappono della maggiore o minore loro
opportunità a formare il vero oratore. Ad ogni modo, quello
.'!) Anth, Pai, IX, 186.
(2) Sat., 1.
— 168 —
che egli dice della comedia antica, è giusto, e concorda col
sentimento di Cicerone: <( Antiqua comoedia cum sinceram
(( illam sermonis Attici gratiam prope sola retinet, tum fa-
(( cundissimae libertatis, etsi est insectandis vitiis praecipua,
(( plurimum tamen virium etiam in ceteris partibus habet.
« Nam et grandis et elegans et venusta, et nescio an uUa...
(( aut similior sit oratoribus aut ad oratores faciendos aptior.
(( Plures eius auctores ; Aristophanes tamen et Eupolis Cra-
« tinusque praecipui (i) ».
Altrimenti deir opera aristofanesca ebbe a sentenziare
Plutarco, il quale del resto dimostra di conoscere diffusa-
mente le produzioni della comedia antica. In generale, egli
non vede di buon occhio questi poeti, appunto perchè non
si sa far ragione del carattere e della natura di essi (2). Egli
ci può esser testimonio del come a quel tempo già si fra-
intendessero o mal si apprezzassero le tradizioni greche,
delle quali sfugge il vero senso. Egli giudica Aristofane da
un falso punto di vista; non tien conto delle ragioni sto-
riche, e lo raffronta con Menandro, che dalPetà sua era te-
nuto per il più gran poeta comico. Posto in tal modo , il
confronto non reggeva, e il risultato non poteva essere che
erroneo ed ingiusto. Ma alla lor volta questi attacchi Plu-
tarchiani ci attestano vieppiù la rinomanza di Aristofane ,
il quale si poteva dunque in certo modo creder degno di
esser paragonato a Menandro. La critica di Plutarco ci è
conservata soltanto in un' epitome , ma pure giova esami-
minarla brevemente (3). Essa riguarda quattro capi prin-
(1) Inst. Orai , X, i, 65.
(2) Tracce deiranimosità di Plutarco contro i comici si possono
vedere: Vii. Perici., e. i3; Themist., e. 19; De Herod. malign.,
e. 6; De Gloria Ath., e. G.
(3) De Comparatione Aristoph. et Menandri epitome (Opere morali,
II, 1039).
— 169 —
cipali. Primo, Tespressione di Aristofane è inetta (cpopTiKri),
scurrile (eu^eXiKrj) e rustica (pàvaucrog); piena di antitesi e
di omoioteleuti e di epiteti; priva di un carattere peculiare
(I, 2-3). Secondo : il suo dialogo è sconveniente, e non ac-
comodato ai singoli caratteri, che il poeta vuol rappresen-
tare (I, 6). Terzo : in ragione di questi difetti il poeta non
potè piacere ne al popolo , né essere tollerato dai saggi.
Giacché la sua poesia, a mo' d'un'etéra invecchiata e senza
vigore, che poi vuol far da matrona, non riesce per la sua
insolenza accetta ai più, ed è abbominata dagli uomini gravi
per la sua impudicizia e malizia (III, 3). Infine: mentre i
sali comici di Menandro sono vivaci e graziosi e quasi nati
dallo stesso mare, da cui sorse Venere; quelli di Aristo-
fane sono amari ed aspri, acri, mordenti, esulceranti (IV,
2). Poiché l'astuzia ei non la ritrae urbana^ ma maliziosa
(tò... iravoOpTOv, ov ttcXitikòv, àXXà KaKÓiiGe^) ; la rustichezza,
non semplice, ma stolta (tò firpoiKov, oùk àqpeXèg, dXXà i^Xi-
Otov) ; gli scherzi non suscitano il riso , ma son degni di
essere derisi (tò t^Xciov, où Traiirviujòeg, àXXà KaTaT^XacTTOv);
infine , la passione amorosa non é dipinta nella sua gaia
ilarità, ma nella sua libidinosa intemperanza (tò èpujTiKÒv,
oux Uapòv, àXX' àKÓXacTTOv). Talché conclude: oilòevi... 6 fiv-
Gpumo^ ?oiK€ jui€Tpiii) Tf|v TTOiiiaiv T^TPO^^vai, dXXà Tà jiièv al-
CXPà Kai àaekv] toi^ àKoXócTTOi^, Tà ^\àaq>r\ix(x òè Kaì iriKpà
ToT^ PaOKÓvoig Kttì KaKorjOecTiv (IV, 4).
E curiosa la difesa che del giudizio plutarchiano fece
nel secolo XVI Nicodemo Frischlino (1). Egli ne ribatte
capo per capo le accuse , con molta indipendenza di giu-
dizio e con un tono giocondo e quasi scherzoso. Rico-
nosce, che nel linguaggio aristofanesco c'è l'elemento scur-
(i) Defensio Aristophanis cantra Plutarchi criminationes (neirediz.
di Aristofane, Francf. ad M., i586).
— 170 -
rile ed osceno; ma lo trova opportuno e conveniente al
carattere del personaggio che il poeta vuol rappresentare.
E s^adaua del pari alFindole dell'antica comedia, la quale
. tende a destare ilarità e piacevolezza. Di piò osserva, che
quello stesso Menandro tanto glorificato dal suo ammira-
tore, non va esente dalla taccia di poeta scurrile, come lo
prova la sentenza di Plinio , che lo chiama omnis lu-
xuriae interpretem. Plutarco avrebbe notato che la di-
zione aristofanesca è insieme tragica, comica, fastosa, pe-
destre, oscura, volgare, verbosa ed inetta. Il Frischlino non
si spaventa di questa atroce conclusione {atrocem in illum
clausulam)y né la confuta seriamente, ma soggiunge : Bona
verbay Plutarche; nam talem esse dictionem Artstophanis
nunquam probabis. Plutarco aveva rinfacciato ad Aristo-
fane la sconvenienza dei caratteri da lui attribuiti ai varii
personaggi; notando, doversi il re rappresentare fastoso e
superbo; l'oratore facondo; la donna, semplice; l'uomo vol-
gare, umile; il mercante, protervo ed insolente. Ma il Fri-
schlino confuta r assolutezza eccessiva della sentenza con
queste parole: Primum prò Aristophane respondeo, non
omnibus regibus affingendum in comoedia fastunt , cum
multi sunt mansueti, dementes; sed illis tantum qui tales
sunt Deinde simplicitatem in mulierum orationibus
ree te neglexit Aristophanes, cum foeminae sua natura non
sint simplices, sed duplicesy callidae et versutissimae. Poi
gli contende, che Aristofane non godesse favore al suo
tempo. Anche il figurare carattere volgari era l'intento del
poeta stesso, il quale li ritraeva secondo la realtà che avea
dinanzi. Aristophanes veras ^ non Jictas {sicut Menander)
personas in scenam producebat.
Una migliore confutazione della critica di Plutarco si po-
trebbe facilmente fare coi veri argomenti tratti dalla diver-
sità di tempi, di tradizioni, di criterii. Ma non mette conto
- 171 ~
rintrattenervisi maggiormente. Notiamo piuttosto, come di
qui incominci a formarsi nella tradizione un sinistro con-
cetto sulla natura e sulF operato del nostro poeta. Dione
Crisostomo già non vede in questi comici antichi , che
vili adulatori del popolo, costretti a nascondere i loro detti
mordaci sotto forme ridicole-, a quel modo, che le balie
aspergono di miele la tazza , per far tranguggiare V amara
bevanda ai fanciulli (i). Di tal guisa essi riescono a re-
care più danno che utile alla città : ToiTapoOv f^Xairrov
odx T^TTOV fiirep dbqiéXouv, àTepiuxioi^ Kal (TKUDjuijuidTuiv Kai Pudjlig-
Xoxia^ àvamiLiTrXàvTe^ ifjv iróXiv (2). Anch'egli ha delle sim-
patie per Menandrq, la cui grazia e la cui pittura univer-
sale dei costumi dice assai più degna della terribilità dei
comici antichi (3). Eliano riuscirà ad infamare il nome
di Aristofane, divulgando l'opinione, che egli sia stato un
prezzolato di Anito e di Melito (4). Lo chiama PujjmoXóxov
fivòpa Km TcXoiov 6vTa Kaì elvai (TTreubovia: e si persuade,
che ricevesse una mercede per Tempia accusa, aùiòv òè
ir^VT]Ta fi^a koì KaTapaiov 6vTa.
Presso gli scrittori latini prevale un miglior concetto.
Plinio il giovane ci dà notizia d'un poeta, amico suo, Ver-
gilio Romano, imitatore dell'antica comedia attica: e indi-
rettamente ci mostra come egli ne apprezzasse la forza, la
grandezza, il lepore. <r Atque adeo nuper audivi Vergilium
« Romanum paucis legentem comoediam ad exemplar ve-
ti teris comoediae scriptam tam bene, ut esset quandoque
« possit exemplar Non illi vis, non granditas, non su-
cc blimitas, non amaritudo, non dulcedo, non lepos defuit »
(£>. VI, 21).
(1) Orai., XXXill, 9.
(2) Loc. cit.
(3) Orai,, XVill, 35.
(4) Var. Hist., II, i3
- 172 -
Aulo Gellio s'accorda pienamente con Cicerone, e in due
passi segnala la vena faceta del comico ateniese, chiaman-
dolo facetissimus poeta (I, 1 5), e facetissimus comicorum
(XIII, 25).
Fin in Luciano, ammiratore non dubbio della poesia ari-
stofanesca, si trova traccia di quella tradizione che aveva
messo in mala luce l'operato di lui, là ove chiama Eupoli
ed Aristofane òeivoù^ fivòpa^ èmKepTOfifiaat rà (T€fivà Kal
xXeudaai là òpGtùg ?xovTa (i). Ma ne differisce essenzial-
mente nel giudicare il valore intrinseco di quelle comedie,
le cui fantasie dovevano così favorevolmente acconciarsi
alla sua indole vivace ed immaginosa. In quel fanta-
stico viaggio attraverso ad ignote regioni esso si trova un
giorno trasportato vicino alle nubi: dove egli ed i suoi
compagni si meravigliano di vedere la città di Nubicuculia.
A quella vista si ricorda di Aristofane, poeta saggio e ve-
ritiero, di cui temerariamente si disconoscono le veraci pa-
role : àvòpò^ (ToqpoO xal àXnOoO^ Kal juwìttìv èq)' ol^ ^Tpotip^v
<Ì7ri(TTou)Liévou (2). Veramente egli qui non parla in sua per-
sona, né quelle parole sono scevre da un senso faceto, il
quale peraltro non ci pare infirmi la sostanza del concetto.
Né l'avere il poeta derìso Socrate è argomento che presso
lui valga a metterlo in mala parte*, che anzi ne lo scusa,
notando aver esso fatto ciò nelle feste dionisiache, quando
lo scherzo era lecito, e lo stesso dio della comedia si com-
piaceva di ridicole rappresentazioni (3). Gli Uccelli ed il
Pluto sono le comedie che egli mostra di prediligere -, e
altrove vedemmo come ne traesse materia d'imitazione.
Se si richiamano qui i fuggevoli giudizi che altrove ac-
(i) Bis Acc. 33. Cfr. Verae Hist., 1, 29.
(2) Ver. Itisi. ^ 1» 29-
(3) Pise, 25.
- 173 -
cennammo, di Ateneo, di Longino e di Terenziano Mauro,
nonché le vaghe espressioni dei grammatici, che encomiano
neiropera aristofanesca la grazia attica e la purezza della
locuzione, avremo dinanzi tutti i giudizi che la critica an-
tica in diversi tempi e per diversi scrittori e sotto forme
diverse portò sul comico ateniese. A dir vero, non abbiamo
una messe ricca, né in tutto buona. Quei giudizi sono su-
perficiali, parziali, contradditori. Ci dicono, che Aristofane
fu poeta grave, facetissimo , che ebbe rette intenzioni, o fu
terribile derisore d' ogni cosa sacra; che fece male a per-
seguitare Socrate ed Euripide. Sono giudizi regolati da vari
criteri, che non sempre penetrano le intime ragioni dell'an-
tica comedia, né sempre fanno ragione dei tempi, o si sot-
traggono airinfluenza del gusto dominante. Quintiliano con-
sidera Aristofane sotto un rapporto troppo speciale e ri-
stretto; Plutarco lo giudica in un raffronto che di per sé
non regge ; Eliano si rivela animato da sentimenti perso-
nali in suo disfavore. Chi lo comprese meglio fu Luciano;
e i giudizi più equi sono forse quelli di Cicerone e di Plinio.
VIIL Esaurita la ricerca delle fonti letterarie, resta a
vedere ciò che nel campo dei monumenti dell'arte possiamo
raccogliere per la fama di Aristofane. Tanto le opere pla-
stiche che a lui fossero dedicate , quanto quelle che da lui
avessero tratto ispirazione o motivo della creazione artistica,
formano materia che riguarda da vicino il nostro argo-
mento.
Se non che anche qui la scarsità dei nuovi documenti ci
dimostra, concorde in ciò colla tradizione letteraria, la sfa-
vorevole condizione della rinomanza del nostro comico. Né
vale il dire , che cotesti sono argomenti negativi ; poiché,
come già bene avvertiva il Leopardi , sebbene essi « siano
per lo più di scarso peso, ove si tratti di rinomanza non é
- m-
COSI )>. Mentre sappiamo, che ai tre grandi tragici ed ai
rappresentanti della nuova comedia furono con decreto pub-
blico dedicate statue nel teatro ateniese ; mentre ancora am-
miriamo, salvate dalle rovine del tempo e degli uomini, le
grandiose eflBgie di Sofocle e di Euripide, di Menandro e
di Posidippo; di Aristofane né abbiamo notizia di monu-
menti a lui consacrati, né fino a questi ultimi anni si co-
nosceva di lui ritratto alcuno. Che non vale la pena di ri-
cordare la gemma raflBgurante un uomo calvo incoronato
d^edera e con ape in bocca, nella quale arbitrariamente si
volle riconoscere IMmagine del nostro comico (i). Invece
con qualche fondamento si credette dì avere T eflBgie di lui
neir erma medicea, che nel plinto ha scolpita in tre righe
riscrizione :
APIITOcDANHI
cWAinniAOY
A0HNAIOI
Senonchè, né l'epigrafe parve autentica , e la testa senza
dubbio non apparteneva alPerma, essendovi evidentemente
sovrapposta. Fu quindi respinta dal Winckelmann ; e tut-
toché il Welcker abbia poscia voluto riconoscerla per buona,
conviene annoverarla fra le erme ancora dubbie. Il Dììt-
scHE(^fi/. Marmorbildìv.^ Ili, n^ 420) la chiama Erme des
sogennanten Aristophanes^ senza punto accennare alla proba-
bilità di quella denominazione. Anche nel museo Capitolino
(n® 3o) trovasi un busto , che é falsamente attribuito ad
Aristofane. Lo stesso devesi dire dell'erma di Villa Albani
(n° 85) , nella quale il Welcker, pur riconoscendo la poca
(i) Cfr. Winckelmann , Alte Denkm, d, Kunst,, II, p. 114, tav. 191^
- 175 —
espressione del ritratto, volle trovare una rassomiglianza
generale ad Aristofane (i). Ma il Welcker stesso fu poi il
felice scopritore di un' erma bicipite proveniente dal Tu-
sculo, la quale ci presenta le effigie di Aristofane e di Me-
nandro, congiunti assieme, quali maggiori rappresentanti di
due diversi generi di poesia comica. Egli stesso la pubblicò
e la illustrò negli Annali dell' Instituto archeologico di
Roma (a. i853, p. 25o-265, mon. V, tav. 55), e nelle Alte
Denkmàler (V, p. 4o-55). Trovasi nel museo di Bonna ,
ed è così descritta dal Kekulé nel relativo catalogo [Das
Akad, Kunstmus, \u Bonn, Bonn, 1872) sotto il n° 688:
« Erma di Aristofane e Menandro. Dono di Fr. G. Wel-
« cker, marmo greco, alto 0,26 m., trovato a* Tusculo.
« Restaurati sono ambedue i nasi e parte dell'erma » .
Alla determinazione welckeriana dell' erma si oppose lo
Starck , il quale prendendo argomento dalP avere V artista
male ritratta la calvizie di Aristofane, e citando alcuni passi
antichi riferibili a Gratino, volle vedere l'effigie di quest'ul-
timo nel busto contrapposto a Menandro (2). Ma all'ob-
biezione dello Starck si rispose facilmente, dimostrando,
come l'epiteto di cpaXaKpóq, che Aristofane, scherzando, dà
a sé stesso, non dovesse prendersi in un significato assoluto
e proprio, ma nel senso d'uno, che ha pochi capelli sulla
fronte , e che già incomincia a diventar calvo (àvacpàXav-
TO^ (3). Se poi si osserva, che l'artista non si occupò molto
di riprodurre accuratamente i capelli di quelle due teste, e
forse nell'una volle anzi coprire il difetto naturale, si vedrà
quanto ancor più scemi il peso dell'obbiezione di quell'ar-
(i) Vcd. Morcelli-Fea- Visconti, La Villa Albani descritta, Roraa,
1869,0* 85 (incognito).
(2) Archdol. Zeitungy 1859, P- ^7«
(3) Vcd. la risposta stessa del Welcker, ArchHol. Zeitung^ 1860,
p. IO sgg.; Alt, Denkm.y V, p. 55 sgg.
- 176 —
cheologo. Ma poi si domanda il Friedrichs : con chi meglio
poteva Menandro, principe della nuova comedia, esser con-
giunto che col rappresentante della comedia antica ? (i). Le
ricerche che noi abbiamo tentato nella tradizione letteraria,
ci hanno chiaramente dimostrato che fu Aristofane quello
che l'antichità concorde denominò Vò k{x)\xik6<; per eccel-
lenza.
L'espressione del nostro busto ben si addice all'aristocra-
tico oppositore della politica ateniese. C'è una certa fierezza
temperata, addolcita; ci si rivela l'ingegno grande, l'osser-
vatore serio e profondo, e in tutta la fisonomia, come no-
tava già il Welcker, domina un tratto di dolore morale,
pieno di presentimenti. Non dobbiamo già credere d'avere
dinanzi a noi i lineamenti reali del comico ateniese , sib-
bene una concezione ideale, quale si formò 1* artista nella
lettura e nello studio delle sue opere. La piccola tenia che
ha sul capo non s' ha a ritenere distintivo di superiorità,
come vogliono i più, ma, come dichiarava il Friederichs,
un semplice ornamento. Quel concetto infatti non avrebbe
fondamento di verità ; i due poeti appartengono a diversi
generi di poesia, non potevano essere oggetto di raffronto,
né, qualora lo fossero stato, si sarebbe aggiudicata ad Ari-
stofane la preminenza.
Dopo la scoperta dei Welcker, il Braun credè di vedere
un altro ritratto di Asistofane in un'erma bicipite del Museo
di Napoli , nella quale, secondo lui, è meglio significato il
carattere aristocratico e sdegnoso del sommo poeta. Era già
pubblicato nel Museo Borbonico (voi. VI, tav. 43); ed il
Pinati che la descrisse, la dichiarò incognita, né avventurò
congettura alcuna. Notava però che le teste erano addossate.
(i) Berlins antike Bildwerke, 1, n« Sog.
— m -
essendo sensibilissima la connessura. E singolare , che il
Braun, dopo la scoperta welckeriana, abbia potuto ricono-
scere in questi busti i ritratti di Aristofane e di Menandro,
e come tali pubblicarli negli Annali dell Instituto (a. 1854,
con tavola). Trova che V effigie aristofanesca è oltre ogni
dire nobile e grandiosa, e Tespressione davvero imponente.
Ma, per noi, manca ogni trauo di somiglianza coi ritratti
che ora conosciamo dei due poeti, e nella pretesa imagine
aristofanesca è facile riconoscervi una riproduzione delle
belle teste tucididee (1). E dunque questo monumento da
porsi nel novero di quelli che sono falsamente ascritti al
comico ateniese.
Dopo la trattazione deiriconografia, noi passiamo ad esa-
minare quei monumenti che si possono credere ispirati dai
drammi di Aristofane. La difficoltà di determinare con pre-
cisione il riscontro fra una rappresentazione figurata ed una
data scena di comedia, può spiegare lo scarso risultato che
in questo campo di ricerche abbiamo potuto ottenere. Noi
possediamo vasi e terrecotte con comiche rappresentazioni;
ma Tascriverne il motivo ad un poeta più che ad un altro,
o il riferirle ad una determinata scena della comedia an-
tica, nell'immensa perdita di quelle opere, è impresa non
meno arrischiata che pericolosa. Abbiamo, ad esempio, nel
Museo di Berlino (Armadio XIX, n® 1960) un cratere ru-
vese, nel cui dipinto il Panofka vide una scena della Pu-
Une di Gratino; mentre al Wieseler fa venire in mente la
scena di Filocleone e la venditrice di pane nelle Vespe di
Aristofane, o quella dell'ostessa nelle Rane (2). Lo stesso
'1) Vcd. MiCHAELis, Die Bild. d, Thukydides^ Strassburg, 1877.
(2) Panofka, Gherard^s Denkm. u, Forsch., 1849, P- ^4» ^^v. IV, i.
WxESELERy Mon, Scenici (Ann, deWInst., 1859, p. 38, tav. d'agg. A-B,
n» 5).
Tiivista di filologia ecc., X. 12
- 178 -
Panofka riscontra una terracotta dello stesso museo (Armadio
XVII, B, 323) e proveniente da Vulci, col Cleone dei Ca-
valieri (riproducendo quella maschera un KuvoKé<paXo^) ; —
mentre per noi altro non è che un attore, nel suo costume
comico (i). In un altro vaso, di Parigi, è raflBgurato un
attore in atto di studiare la parte d^Ercole dinanzi ad una
statua di quel Dio. Porta T iscrizione osca flITHfli (Santia)
e il MuUer lo crede senz'altro appartenere alle Rane ari-
stofanesche (2). Ma il solo monumento che con qualche
certezza si possa qui allegare, è il vaso berlinese, a figure
gialle su fondo nero (Armadio XIX, n^ 1 949) in cui si vede
riprodotta la prima scena delle Rane. Vi è Dioniso, seguito
dal servo Zantia a cavallo dì un asino, nudo e portante in
spalla le (Tk€uii {Ran.,v. i3). Il dio è in atto di bussare
KcvraupiKA^ alla porta della casa d*Ercol^, da cui desidera in-
formazioni sul modo di scendere alPÀverno in cerca d'Eu-
ripide. Pare che stia gridando:
iraiòiov, irai, TÌ^l, irai (v. 37).
intanto che la pelle leonina (Xeovifì) per l'impeto del battere
gli è caduta di dosso. Il vaso proviene dalla Magna Grecia,
ed è assai imponante. Lo illustrò da prima il Panofka (3),
poi il Wieseler (4). Che nel rovescio di esso sia rappresen-
tato Filonìde ed Aristofane, come crede il Panofka, o che
vi si abbia a vedere un' altra scena delle Rane , le figure
cioè di Pluto e di Eschilo nella casa infernale, come opi-
nerebbe il Wieseler, noi non osiamo di asserire. E nem-
(i) Panofka, Arch. Zeit,, 1854, p. 249, tav. LXIX, 3, 4 (Komikcr
und KomÓdienscenen).
(2) MuLLER, GÓtting. An^eig.j i835, n® 176.
(3) Panofka, Gherard's Denkm. u, Forsch., 1849, P* ^^> ^*v- ^^^» *•
(4) Wieseler, Denkm. d, Buhnenw., p. no sgg., tav. A, 25.
— 179 -
meno consentiamo col Welcker nel significato che egli pare
vorrebbe annettere al fatto della rappresentazione di una
scena di Aristofane su un vaso, di provenienza non greca,
'ina italica. E davvero; non gli può non parer strano il
fatto, che n'indurrebbe : che cioè in un dato periodo le co-
medie del nostro comico fossero così lette e diffuse in Italia
da offrire argomenti alle artistiche creazioni dei pittori o
vasellai. L'esempio è unico ed isolato, e per noi ci mostra
soltanto, come un artista da una riminiscenza della lettura
dei drammi aristofaneschi traesse motivo di una rappresen-
tazione vascolare. Veggasi, come riprodusse alquanto libe-
ramente r originale, e quanto poco carattere tomico seppe
dare alle sue figure.
Lo studio di questi monumenti figurati non ci conduce a
conclusioni diverse da quelle ottenute nell'esame delle testi-
monianze storiche e letterarie. Si può anzi dire che con-
ferma le deduzioni a cui ci condussero quelle ricerche, at-
testandoci anch'esso e la preminenza di Aristofane su gli
altri comici della comedia antica e la poca diffusione della
sua fama nella posterità.
IX. Tale, quale tentammo descriverla, è la varia fortuna
del nome di Aristofane durante il lungo periodo della storia
antica. Il supremo grado della rinomanza fu raggiunto nel-
Tetà contemporanea, vivo ancora il poeta, quando ad am-
mirarlo e ad applaudirlo sulla scena accorrevano insieme
agli Ateniesi i forestieri delle altre parti della Grecia. Le-
gata intimamente a quel tempo, la sua memoria si trasmette
bensì nella tradizione letteraria, ma senza diffondersi o svol-
gersi, senza abbellirsi dei vivaci colori della leggenda po-
polare. Egli rimane là sul limite che divìde la grande let-
teratura del periodo florido della Grecia; ultimo grande
poeta, perfezionatore del genere comico antico, mentre già
- 180-
schiude la via alla forma nuova del dramma. Raffigurato
dalla satira contemporanea come un cavillosetto ed un pe-
dante, è da Platone ritratto nella sua indole vivace e gio-
viale; mentre Fetà successiva se lo immagina per lo più
come un burbero e licenzioso partigiano, o come un buf-
fone scurrile. Al suo nome però e alle sue opere resta le-
gata la rinomanza e Pesempio delPantica comedia. La na-
tura e il carattere peculiare della quale non gli permette di
rivivere sotto le forme delPimitazione, e di ricomparire così
sul teatro latino. Retori e grammatici, che della sua attica
e pura espressione ne faccian tesoro, ne trova in ogni tempo
e in ogni paese. Caduto il mondo pagano , la sua opera
subisce i danni del tempo e degli uomini. Va perduto il
maggior numero delle sue comedie: delle poche salvate, le
politiche non si leggono molto, e intorno a tre si ristringe
e si raccoglie Pammirazione concorde della tarda posterità.
Il periodo medioevale è disastroso per4ui, come in generale
per le tradizioni delPantica civiltà. E singolare però il fa-
vore, che egli incontra già presso i padri della Chiesa. Una
leggenda gli dà per assiduo lettore S. Giovanni Crisostomo^
il quale di notte avrebbe avuto sotto il capezzale le opere
aristofanesche, dal cui studio gli sarebbe venuto Telegànza
attica della parola, e Tinvettiva acre e fiera contro il sesso
muliebre. I grammatici bizantini raccolgono le sparse e varie
notizie sulla biografia del poeta, insieme alle reliquie degli
studt che r età erudita alessandrina gli aveva consacrato ;
noti, e appena degni d'essere menzionati, Giovanni Tzetze,
Toma Magistro, e Demetrio Triclinio. Quando col Rina-
scimento si ridesta negli umanisti Tamore e la ricerca delle
opere antiche, le salvate comedie di Aristofane sono studiate
e trascritte. Il numero e l'estensione dei manoscritti è in
rapporto dell'interesse che si trova in quella lettura ; abbiamo
molti codici con alcune comedie, pochi che le comprendano
- 181 -
tutte. Sona fra le prime opere che Tinvenzione della stampa
divulga; e poiché sono molto difficili a intendersi, sono la
prima opera greca pubblicata con un ampio corredo di note. Le
Tesmqforia^use e la Lisistrata non compariscono in quelle
prime edizioni ; e sono stampate, a parte, per la prima volta
nel i5i5 da Bernardo Giunta. Anche nel secolo che segue
egli è male studiato e male inteso ; si applica a quei drammi
la divisione in atti e scene, propria del teatro latino, Io si
purga dalle oscenità, e lo si interpreta coir imitazione di
Plauto e di Terenzio. La tradizione letteraria antica am-
mirava più particolarmente i pregi della forma aristofanesca;
i moderni invece hanno utilizzato la vis comica^ le fan-
tasie, la satira viva e mordace. Imitazioni e reminiscenze
della comedia o dell'arte di Aristofane riscontriamo nei sa-
tirici francesi , in Rabelais , La Bruyère , Balzac , poi in
Erckmann-Chatrian, in Goethe Alla critica moderna si
deve il retto apprezzamento del poeta e della sua opera ;
studiato e giudicato coi criteri speciali che si richieggono
per le produzioni di quella civiltà e di quel tempo. Molto
si deve airHegel per ciò che riguarda il metodo di questa
ricerca storica. E notevole, che anche nella critica moderna
si abbia traccia di quella discrepanza di giudizi che tro-
vammo nella tradizione antica. Bisogna dire , che nessun
poeta antico è cosi difficile a giudicarsi^ non tanto per ciò
che riguarda il suo valore poetico, quanto per la sua im-
portanza storica e sociale. Il Voltaire è, fra i critici dissi-
denti e sfavorevoli ad Aristofane, il più severo; egli ne di-
sconosce sifiattamente ogni merito artistico, da sentenziare
non esser egli né poeta né comico. Il giudizio del Grote è
più moderato, restringendosi a notare nelP opera aristofa-
nesca la mancanza di ogni serio e verace proposito. In questa
critica negativa THartung ha toccato il limite estremo; non
coDtento di aver biasimato il poeta , ha calunniato V uomo
r-
- 182 -
ed il cittadino; taciandolo di adulatore e di mentitore, e
chiamandolo omnibus sui saeculi vitiis inquinatissimus ^
In generale però la critica tedesca, come quella che di Ari-
stofane ha fatto uno studio più ampio, profondo ed accurato^
è riuscita a darne un giudizio equo t sicuro. Lo ha quali-
ficato grande poeta, osservatore acuto e geniale, sebbene
privo di elevatezza e di senso filosofico. Essa ha ammirato
quella comedia come la più viva e fedele imagine del suo
tempo; ed era giusto, che questa lode, la quale ha in sé
la ragione della condizione sfavorevole di Aristofane nella
tradizione letteraria, fosse poi adoperata dai filologi moderni
per far giustizia al suo nome e per attestare i suoi meriti
presso la civiltà successiva. ^
Berlino, 19 marzo 1881.
Giovanni Setti.
"BIBLIOGRAFIA
Giacomo De Franceschi, Lo Staio degli Ateniesi^ studio e versione^
Verona 1881.
Nella Cronaca liceale dell'anno scolastico 1879-80 il prof. De Fran-
ceschi pubblicò questo lavoretto che, come dice il titolo, si divide in^
due parti, cioè a dire uno studio, a modo di prefazione, in cui si
discutono varie questioni toccanti il libretto dello Stato degli Ateniesiy
che va sotto il nome di Senofonte, e la versione del libretto stesso.
Lo studio o prefazione si divide in quattro capitoli. Condizione
attuale del libro. Tempo della sua composizione. — Della sua au-
tenticità. — Della sua forma primitiva.
— 183 -
L' opuscolo senofonteo abbraccia tre capitoli : il primo ed il se-
condo si suddividono in venti paragrafi ciascuno, e in tredici il terzo.
Se non che questa, nella condizione in cui il libro è a noi pervenuto,
non è che una divisione materiale, poiché in fatto non vi si riscontra
nessun ordine; si passa da un argomento all'altro a caso, e senza
alcun filo che colleghi le diverse parti tra loro; vi sono interruzioni
brusche, e poi ritorni impreveduti. Insomma sì ha da fare con un
compendio malamente abborracciato. L'A. cerca di ordinare i brani
staccati, e di dar loro una ragionevole, o almeno una men repu-
gnante disposizione. Se non che T argomento è diffìcile, e la cosa,
per sua natura, resta sempre incerta (p. 1 1 ed Errata-Corrige, dove
si propone qualche modificazione nuova).
Per quel che spetta al tempo della composizione di questo libretto,
FA- dopo accennate le opinioni di parecchi valenti critici, come il
Fuchs, il Sauppe, il Bake, il Werske , il Roscher , ecc., s'attiene al
Kirchhoff, secondo il quale sarebbe dimostrato che questo scritto fu
composto tra Tautunno dell'ol. 88, 4 e l'estate dell'ol. 89, i ; in altri
termini nella prima metà del 424 av. Cr.
Chi è l'autore dell'opuscolo in questione ? Tre soli degli antichi lo
ricordano, Polluce, Diogene Laerzio e Stobeo, e tutti e tre lo ascri*
▼ono a Senofonte. È importantissimo per altro il fatto che Diogene
Laerzio ricorda che Demetrio Magnete, contemporaneo di Cicerone,
non ammetteva che fosse di Senofonte. Tra i critici moderni alcuni
lo vollero rivendicare a Senofonte, ma la massima parte tengono
contraria sentenza. Il De Franceschi fa osservare che V epoca stessa
in cui il Kirchhoff ha dimostrato essere stato scritto l'opuscolo, esclude
che Senofonte ne sia l'autore, poiché Senofonte, nato circa nel 445
av. Cr., ha cominciato a pubblicare i suoi lavori molto più tardi del
424. Ma anche senza questo abbondano, secondo il nostro A., le
prove per cui si deve ritenere che questo libretto, nemmeno nella
sua forma primitiva, non può essere stato scritto da Senofonte. Così,
p. e., Senofonte, al quale era certamente nota la felice marcia di
Brasida, Senofonte, che guidò i diecimila dal centro dell'impero per-
siano fino al Mar Nero, Senofonte, che accompagnò Agesilao nella
sua marcia gloriosa dall'Asia Minore a Coronea non avrebbe scritto
il § 5 del capo II, dove è detto che « ai signori del mare è dato di
navigar lontano dal proprio territorio per un tratto di via lungo
quanto tu vuoi, mentre quelli di terra non possono allontanarsi dal loro
- 184 -
patscipief an caminina di. mohi giorni ». Se l'opuscoio non è di Se-
nofoxitéi idi chi è dunque? De* moderni critici, ^ chi l'attribuisce ad
Alcibiade,. chi 3' Crizia^ chi ad altri; ma' le sona mite ipotesi cam-
pate in aria. Forse, dice il De Franceschi, per cessare le noie^che gli
potevana venire. dai suoi concittadini, KA; stimò bene: di conservare
ranonimo;.come dunque pretendere. noi di scoprirlo?
Qual era ila forma primitiva del libro? Non è facile la risposta :
certo, se la ^i volesse prendere per una scrittura continuata si tro-
verebbe grave difficoltà in una perpetua contradizione , per cui lo
Stato ateniese viene a vicenda, sotto l medesimi aspetti , biasimato
insieme e lodato. Il Cobet venne nella felice idea che in origine
questo scritto fosse un dialogo in cui i due interlocutori, com*è na-
turale, opponevano ragioni a ragioni. Il Cobet trovò anche nel testo
molti innegabili vestigi della forma dialogica primitiva. Il Pankow
ed il Wachsmuth s'accordarono col Cobet, e quest'ultimo credette di
poter ripartire il testo tra l'avversario, l'apologista e il compilatore.
A vero dire questa ipotesi del dialogo, còme osserva il De Franceschi,
non iscioglie a pieno tutte le difficoltà^ che presenta il testo : ciò non
pertanto sembra la sola ammissibile perchè essa: < ha il merito in-
contestabile di svelarci il perchè del disordine radicale del libro y di
mostrarci il vero valore di certe congiunzioni, che altrimenti o non
hanno senso, o avendolo,, recano imbarazzo; dispiegarci il fenomeno
delle tracce dialogìche, insolubile (almeno pienamente) per altra via ;
di renderci soprattutto ragione di quella, dirò cosi, duplicità d'in-
tento che spicca nel corso di tutto V opuscolo, e che, seguendo ogni
altra congettura, è fonte perpetua d* ambiguità e di contradizioni » .
Venendo alla versione, il De Franceschi merita un elogio speciale,
perchè le difficoltà del testo sono ben gravi. Per amore di chiarezza
egli distingue con carattere corsivo le obiezioni, con carattere tondo
le risposte, e con carattere nor mando le parole introdotte dal com-
pilatore. Nell'assegnare le dette parti, egli s^ue quasi costantemente
il Wachsmuth.
Mi permetto qualche osservazione :
1,2. Sono ommesse per inavvertenza le parole leal ot trévi^rc^.
Ivi. ol TEwaloi Kaf ol xpr]aToi Trad. « i nobili e gli egregi citta-
dini > . Pare che l'epiteto egregi non sia il vero, perchè sembra troppo
accennare a qualità morale, piuttosto che a condizione di casta.
I, 5. Non ci sembra giustificato l'emendamento dello Zeune, se-
- 185-
guito dal De Franceschi, il quale ad évioK Tdrv àvep«(»iruiv sostituisce
Ivt TOH TToXXotq.
I, 7. Il Kaicdvoia del testo, che sta in opposizione del precedente
€(hfoia non ci piace parafrasato in avversione verso il partito popolare.
Si perde l'antitesi e l'energia.
I, 8. < Il popolo non desidera di servire in una città bene co-
stituita » . Qui s'è perduta la chiarezza e l'energia insieme del testo :
ò T^ òf)^o^ oò poùXcTot còvofiouM^vf)^ rf^ iròX€<K aÒTÒ^ òouXc(ienr, dove
spicca l'antitesi ironica tra la città bene costituita e la servitù , anti-
tesi che aquista spicco dall'oÙTò^ in opposizione alla città.
I, 10. « Se l'uso comportasse che lo schiavo fosse battuto dal
libero o l'inquilino o il liberto dal cittadino (óirò toO daroO), spesso
alcuno percoterebbe Tateniese scambiandolo per inquilino o per schiavo
(f^ 6«GlU>v)9 giacché, ecc. > .
Le parole 6irò toO doroO e fi òoOXov sono aggiunte dal Wachsmuth
al testo del Dindorf e accettate dal Trad., ma parmi senza motivo
plausibile; dibatti, nel primo luogo basta lo ùtrò toO èXcu6épou, e nel
secondo luogo, se per il parallelismo si vuol introdurre il boOXo^,
bisogna introdurvi anche l'dirEXcOdepo^; or chi non vede che queste
sono pedanterie?
f, 14. 11 De Franceschi s'attenne allo SchrSder, che invece di
^100001 legge ^etoOo^ e traduce : « La moltitudine calunnia e abbassa
i buoni >. Io, per me, non vedo nessun bisogno di questo muta-
mento, anzi il MiooOm lo credo assicurato dal seguente liiadoeoi-
II, 12. Il Trad.: « Oltre di ciò ai nostri avversari non permet-
teremo d'esportar altrove questi materiali (legname, ferro, rame, ecc.),
0 vieteremo loro l'uso del mare > . Questa versione è condotta sulla
lezione del Wachsmuth, che cambia lo èdaouotv in èdao^cv. Non trovo
necessaria questa emendazione. Infatti qvii si parla di legname, ferro,
rame e altri materiali, che i Barbari non potevano smerciare, se non
si tenevano amici i padroni del mare ; epperò, dice, gli Ateniesi erano
quelli che godevano di questo commercio. Facevano però gli Ate-
niesi che i loro stessi rivali, o si contentassero di non permettere
che le dette merci venissero condotte altrove, che ad Atene, ovvero
minacciavano di toglier loro l'uso del mare. Intendendo il testo così,
mi pare che il dilemma riesca piano, mentre nella versione del De-
Franoeschi non lo si afferra.
I, 14. Il Trad.: « Se gli Ateniesi abitassero un' isola e avessero
- 186 —
il primato del mare ». Qui si sono fatte due proposizioni, mentre il
testo ne ha una, e così mi sembra perduta l'evidenza del senso, che
è questo: se gli Ateniesi fossero padroni del mare, abitando un'isola,
ecc.
Ivi. Il brano: « Ora poi gli agricoltori davanti a loro si
piega > che qui è scritto in corsivo, mi sembra che deva scriversi in
carattere rotondo , essendo parole di chi difende la democrazia. —
Avendone fatto cenno al eh. traduttore, egli non sarebbe lontano dal
consentir meco.
11, 17. La traduzione di questo paragrafo, chi bene la meditale
esatta: tuttavia non è chiara.
II, 19. « E al contrario alcuni che appartengono veramente al
popolo, non sono popolari di natura ». Queste righe sono scritte in
carattere rotondo. A me pare che possano essere scritte in corsivo,
come quelle che precedono e quelle che seguono immediatamente.
Oltracciò quel di natura, rfyf 9Ù(nv va riferito a ciò che precede , e
non al seguente òimoTucof, nel che ho meco consenziente il eh. trad.
Del resto questo è un luogo molto oscuro.
Ili, 4. Nei novero delle feste ateniesi, per inavvertenza si om-
misero le Prometee, TTpo|uiy)6€ia.
Ili, 5. Legge il Dindorf : oòk oteoOc XP^<x> òiaòncd^Cciv Airavra, Il
Wachsmuth congettura: oòk oteodai XP^ XP^W^^^ òiKdZeiv. Il nostro tra-
duttore segue questa congettura, ma, a dir vero, non posso adat-
tarmi ad un greco così cattivo. Né mi fa difficoltà lo oleaec che è un
plurale oratorio.
III, 7. L'obiettante dice: « I giudizi si devono tenere per tutte
le cause, ma sarebbe desiderabile che i Giudici fossero in minor nu-
mero ». A cui r altro risponde: < quando i tribunali fossero molti,
pochi sarebbero in ciascuno i giudici; gli affari si sbrigherebbero
più presto, ma ne perderebbe la giustizia ». Ora il Kirchhoff vede
qui una lacuna, e rafEazona il testo di suo capo così: dvdincq toìvuv,
kàv |Jièv òXita TTOiOLtvTQi òiKa(TTnpia }xi\ èTrapK€lv, èdv òè ttoXkà iroi(£rvTat
òtKaaTf)pia, ÓXCyoi ecc. Questa correzione non ha senso, perchè nega
che i tribunali possano essere molti, ma nega anche che possano es-
sere pochi. Ci pare quindi che il nostro traduttore non abbia fatto
bene ad attenersr al Kirchhoff.
III, 12, i3. Questi due paragrafi sono molto difficili. La ver-
sione, chi ben la consideri, è esatta ; tuttavia convien confessare che
si desidererebbe maggior chiarezza.
-. 187 -
Con questo ho terminata la mia rivista. Ho notato semplicemente
ogni cosa che mi parve meno esatta; e, a dir vero, le sono minuzie,
e forse forse pedanterie. Del resto è una buona versione, massime,
per noi Italiani, che, si può dire, non ne avevamo nessuna. Si abbia
l'egregio A. le nostre congratulazioni, e ci regali spesso di questi in-
teressanti lavori.
Verona, luglio 1881.
Francesco Cipolla.
Commento metrico a XIX odi di Orazio Fiacco
pel Dott. Ettore Stampini. — Torino, E. Loescher, 1881.
La triade delle arti musicali, a cui appartiene la metrica, forma,
giusta la teoria dei Greci, è un gruppo in perfetta contraddizione a
quello delle arti imitative. Di queste caratteristica è la quiete; di
quelle in vece il moto. I rapporti delle prime sono temporali; delle
altre locali: e la legge, seguendo la quale le arti della musica pos-
sono esser regolate e corrispondere all'idea del bello, è il ritmo, ana-
logo alla simmetria delle arti imitative. Senza il ritmo la metrica non
è comprensibile. Chi volesse limitar il ritmo al solo apparato termi-
nologico ed a schemi sillabici, vuoti d'anima e di senso, mostrerebbe
d'ignorare in lutto il concetto della metrica. Nella storia di questa
troviamo in fatti un' epoca , in cui quel concetto si smarrisce total-
mente. La disciplina quindi si riduce a una meccanica di segni e di
nomi; talché a ripristinare in essa il senso della ritmica, a rifarla a
scienza, ci volle non poco. 1 fortunati tedeschi quasi da un secolo si
trovano nella buona via grazie a G. Hermann, ingegno che non senza
ragione il Lehrs ed il Westphal portano alle stelle. Noi troppo alteri,
o forse troppo negligenti, ci siamo sin qui acconciati con gli empirici
e scolastici tratta telli dei padri Barnabiti. Qual meraviglia quindi se
in fatto di metrica restammo tanto indietro? E saremmo ancora, se
la comparsa dei nuovi metri nella poesia nostra non ci avesse destati.
11 movente fu questo, lo sanno tutti ; ma a che avrebbe giovato se la
cosa non si fosse presa sul serio? De' metri classici chi avrebbe co-
— 188 -
ftoscenza, se Jion ci fossimo messi nella via che altri avevano già per-
corsa? Gran merito, anzi il p ri nei pai merito di ciò è dovuto al dottor
Stampini per la pubblicazione di tre lavori metrici, e peculiarmente
4eì sopra annunziato. .
Non sono però con l'egregio autore quando ci vorrebbe inetti alla
metrica anche se al pari dei Tedeschi avessimo dei buoni trattati. O
che in Germania soltanto si nasce col bernoccolo della metrica ? Non
credo. 11 Miiller (i), che è tedesco, mi dice che in Germania si è
Delle stesse condizioni che in Italia e in tutto il mondo; che ci vuole
perseveranza di studio e fermezza nel sostenere le prime noie : che
scopo delle scuole anche là è di sviluppare gl'ingegni, infondere
amore ed intelligenza delPantichità classica e non far unicamente dei
filologi o specialisti di metrica. La metrica s'impara seriamente perchè
giova alle lettere; e se è vergogna per un colto tedesco, come vuole
lo Stampini, non averne almeno un' infarinatura ; vergogna è , state
pur certi, anche per noi — specie pei nuovi metri italiani.
Ma la proposizione dello Stampini non è senza un fine. Conveniva
dar ragione del nuovo metodo da lui usato; ed eccola: Noi non sa-
remmo in grado di trarre utile da un completo trattato di metrica;
onde, per ora almeno, lasciamo la regola, contentiamoci dell'esempio.
— Lo scopo di agevolare cosi i principi d*uao studio, che si ritenne
quasi paradossale, non può esser altrimenti che commendevole. Ma la
scienza metrica richiede molto e ben ordinato studio ; essa è un edi-
ficio nella costruzione del quale la seconda pietra non sta, se non hai
ben fermata la prima — e l'esempio non basta. Me lo dice lo Stam-
pini stesso col premettere al Commento alcune nozioni di metrica in
generale; senza di che non so quanto avrebbero giovato ai princi-
pianti tutte le buone notizie sparse nei diciannove commenti. Nelle
prenozioni il nostro autore, seguendo i risultati ultimi nella disci-
plina, ci dà in succinto tutte le regole elementari di essa. Ma sarei
stato meno succinto, meno avaro in questa parte. Chi per schiari-
menti delle note ricorre alle regole, non sempre n'esce soddisfatto*
Con poca fatica di più, l'egregio autore ci avrebbe dato quel tratta-
tello di elementi metrici, che ancora si desidera nelle nostre scuole.
Il ritmo e il metro, si sa, sono parti integranti della metrica , e
(1) V. Metrih der Griechen u. Rómer, Leipzig, 1880, p.V.
- 180 -
come tali vogliono essere spiegati bene; vogliono essere intesi. La
definizione che l'autore dà del ritmo — un'ordinata continuità di
tempi — è ottima; ma non mi dice niente della durata, ed in questa,
dello scambio, della varietà dei tempuscoli, onde veramente il ritmo
— se pure a ciò non intende nella seconda definizione. Ma non è
chiaro. 11 ritmo non si trova naturalmente improntato nella materia
linguistica, né in quella della musica. Esso è ideale , spirituale ; lo
dice pure lo Stampini e qui e nelle Odi barbare di G, Carducci. 11
poeta, o in generale il ^uOjjioitoió^, lo crea nella sua mente prima an-
cora di aver la materia, nella quale introdurlo. Ora , come questo
ritmo diventi percettibile, in qual maniera entri, e come debba en-
trare nell'orazione sciolta per dare il ^u0^lZÒ^€vov^ ecco le. domande
principali, a cui deve rispondere la metrica. Di conseguenza allora
trarrei il concetto del metro « discorso ritmicamente informato -XéEi(;
^uBMiZo^évii > . E questo bisognava far capire a fine di dare una volta
per sempre una giusta idea del ritmo, del ritmizomeno e del metro.
Della intentio degli accenti, deiric/ti5 e della chiusa di verso, Tdiró-
6€(nc ToO M^Tpou, come V addimandano gli antichi , in tutto il libro
non se ne fa motto. E pure sono cose importantissime. Anche sui
rapporti delle diverse battute metriche, e sul tempo nei versi, rdrurr^t
la diversità ne* momenti temporali un breve cenno non sarebbe stato
inopportuno. Anzi a proposito di quest' àtuit^^ mi piacerebbe che ad
essa soltanto fosse serbato il termine tempus che l'autore e parecchi
altri danno al XP^OC ispCISTot^s
Dei versi logaedici il prof. Stampini dice pochissimo nella intro-
duzione; qualche cosa qua e là nei commento. Pure trattando di
metri oraziani, stante la natura, in gran parte di essi logaedica, una
più ampia trattazione, ed in principio sarebbe stata opportunissima.
L'apparente irregolarità ed arritmia di questi versi può di leggieri ti-
rare il principiante in errore. Conveniva dunque spiegargliela; accen-
nare agli elementi che compongono tali versi, e dire alcunché dei
iróòe^ dXoifoi , delle battute irrazionali (corèo irraz.) , i rapporti delle
quali, sendo semplici, non si possono definire per l'unità, ma è me-
stieri ricorrere ad una frazione del xpdvo^ irptiìiTo^; onde a distinguerli
Io Schmidt trovò bene introdurre un altro segno >. Ed il dattilo
trisemo ciclico (-^^ "^ì, e la sincope trocaica, per cui la sillaba lunga
accresciuta d'un tempuscolo tien luogo d'un intera battuta i"— - - ^)r
ed altri fenomeni ancora del logaedo sono indispensabili a conoscere
per avere di lui un'idea più giusta.
- 190 -
Per ^éTpa dcnivdpOiiTa intende lo Stampini con Efestione i versi che
constano di due ordini ritmici. L'Hermann che procedette così libero
riguardo a tradizione di antichi da cambiar affatto i loro termini, ed
a parecchi dar arbitrariamente un significato in tutto nuovo, dice in
vece asinarteto quel verso, nel cui mezzo stia sillaba ancipite o iato.
Ora, si sa che l'influenza di G. Hermann fu tanta nella disciplina da
lui risuscitata, che la sua terminologia prese il sopravento, ed è quella,
a cui per evitar confusione dobbiamo attenerci. Quanto ad asinarteti
trovo infatti che i più dei trattatisti sono coH'Hermann.
Nel Commento il nostro autore distingue composizioni monostiche^
distiche^ tristiche e tetrastiche. Egli vede nel sistema monocolo sempre
la composizione monostica. Pure ricordo nei carmi oraziani essersi
stabilito da autorità competenti il sistema tetrastico.^ Perchè non ac-
cettare questa maniera? Il periodo di quattro versi è una preferenza,
un istinto, direi quasi, di canzonieri antichi e moderni. Nei carmi
d'Orazio poi è tanto caratteristico e distinguibile spesso a prima vista
dall'interpunzione, che la critica, coli' aiuto dei ritrovati sulle inter-
polazioni oraziane, volle il riordinamento in quartine anche là dove
la tradizione del testo s'opponeva. Ma lo Stampini afferma questo
< errore gravissimo di una metrica preconcetta » (i). Non saprei
perchè. La sua distinzione anzi in un libro, dove tutto tende a sno-
dare rintelligenza del principiante, e a non confonderlo colla farrag-
gine dei termini, mi pare superflua. Coll'accettare il sistema anzidetto
sarebbe stata permessa la riunione di metri d'eguale natura e d'egual
nome, con che, pel sinottico confronto il principiante meglio li avrebbe
distinti e ritenuti loro schemi.
Nel commento del saffico minore ^ giusta il Trezza, saffico (a), mi
occorse più che altrove notare il difetto d'una migliore trattazione
degli accenti, opportuna tanto anche per la nuova metrica italiana.
Nello schema di questi versi vedrà il lettore segnati cinque accenti ,
dove gli conviene alzare la voce. Ma chi gli dice poi che tre sono i
principali ; che la intentio maggiore deve posare sul quinto , e però
dell'indifferenza di quella cesura maschile^ da Orazio stesso di fre-
quente trascurata per amore dell'accento ? La qual cosa quanto giova
(1) Le Odi barbare di G. Carducci e la Metrica latina^W edizione,
p. 6, DOta 3.
- 19] -
avvertire, dimostra il tentativo del metrico saffico in italiano del Ca-
vallotti (i), che per avere più facile la cesura, dopo Tarsi del dattilo
conservò costantemente l'accento primario sulla quarta. Vedasi infatti
la versione della prima strofe dell'ode seconda di Saffo :
Pari agli Idii || sembrami l'uom che a fronte
Siedati, e 'lguar||do entro lo sguardo fiso
Dolce parlar || t*oda vicin, soave-
mente ridendo.
Ho notati, naturalmente, quelli che parvero a me difetti nell'opera
dello Stampini e nel suo metodo. I pregi, il merito di lui e la rico-
noscenza somma che gli dobbiamo per aver iniziato fra noi uno
studio, a cui gli stranieri ci credevano inetti, mi pare debba ricono-
scersi anche dai profani nelle discipline metriche. Del resto il suo
libro potrà essere adottato assai utilmente nei licei dove si devono
impartire agli studiosi i principii della metrica oraziana.
Le odi barbare di G. Carducci e la metrica latina. Studio compara-
tivo del Dott. Ettore Stampini , seconda edizione. Torino , E.
Loescher, 1881.
Il Cavallotti, scherzando sui nuovi metri, disse che a comporli la
ricetta era semplicissima, né e* era da rompersi il capo sulla Regia
Parnassi. Poi, a provare che le adi barbare non sono alla latina,
dettò — € esercizio di pazienza » — come ei dice, quei sette saggi
di metri all'antica (2). Ma ciò fece, se non m'inganno, senza pensare
ai diversi caratteri, che la metrica ha nelle diverse lingue ; talché un
medesimo sistema mentre a questa ripugna, all'altra è naturale.
Solo ne' popoli dell' Asia troviamo una metrica originariamente
quantitativa. In Europa, fin ne' primi monumenti di poesie germa-
niche, tutto il ritmo si basa sull'accento: la metrica è accentuativa.
(1) Y. Anticaglie, Roma, 1879, a p. 216, 226 e 269.
(2) V. Anticaglie, Roma, 1879, p. 73 e 74.
- 198 -
E prima che Ennio introducesse 1' esametro greco, anche nel Lazio
era in uso un verso nazionale accentuativo (i), ed un altro, il sa^
turnio, sul carattere del quale sarebbe ancora da discutere (2). Anche
i Greci) prima di una poesia artistica quantitativa avevano dei versi
popolari ad accenti. Ne sia prova il verso così detto politico, Vippo-
natteo antico ed il coliambo di Babrio , che segna il punto di pas-
saggio da un sistema all'altro.
Il sistema quantitativo sì nella poesia dei Greci che in quella dei
Romani, non è originale; e se, introdotto, potè attecchire, fu per il
senso finissimo che quei popoli ebbero della quantità. Ma, domando:
sarebbe possibile a noi, come a' rapsodi greci, declamare o recitare
quei versi in modo, che accenti ritmici e grammaticali vengan fuori
a un tempo? No certo. Noi abbiamo tutt'altra idea dell'accento; né
possiamo badare alla quantità delle sillabe. Perciò nella poesia ita-
liana introdurre un sistema quantitativo riescirebbe difficile, e per la
natura dei vocaboli, e per la struttura del periodo; senza dire, che
per noi sarebbe opera inutile ed insulsa. Di fatto , ricordiamo quei
ben noti distici dell'Alberti:
e Quésta pSr estremi WmtsSr Abile epistola mindS
i ti chi spr9gi\\miséràmints n^ ».
Ebbe ragione davvero l'autore delle Anticaglie (p. 233) di chiamarli
distici ostrogoti.
La metrica italiana, come in genere tutte le moderne europee , è,
e deve essere accentuativa. Ma non di meno Tindole de' nuovi metri
resta sempre latina. E a comprova di questo fatto viene opportuno
lo studio comparativo su le odi barbare di G. Carducci e la metrica
latina del Dott. Ettore Stampini. — È il ritmo , è quella musica
ideale, da se esistente, che dà il verso, che dà l'armonia. E come
cosa tutta spirituale, possiamo benissimo far nostro ciò, che era pro-
prio de' Latini, de' Greci, degli Indiani e, se volete, de' Turani an-
cora. Sarà un'altra orchestra, per dirla collo Stampini, che eseguirà
(1) Wbstphal, Metr,, II, 2, p. 36.
(2) Wbstphal, 0. e, 41 ; Chbist., Metr, d, Gr. u. Rdm.^ Leipzig, 1874,
p. 396; E. Stampini^ Prolusione^ Torino, 1881, p. 14.
- 193 —
il loro pezzo musicale; ma ciò non dice, che debba mutarsi la sua
armonia. — Ad esprìmere il rìtmo de' loro versi, i Latini ed i Greci
ebbero la quantità. Noi di quantità non ne vogliamo sapere ; abbiamo
l'accentuazione, che ce la riproduce egualmente. Se non che qui con-
viene osservare : i rapporti d'accentuazione nel verso latino sono tali,
che spesso gli ictus ritmici concordano con gli accenti ; sicché è fa-
cile esprimere in una entrambi. Ed anche a leggere il verso latino a
soli accenti grammaticali sentiamo armonia. 11 Carducci, profittando
di questa circostanza, informò i suoi versi al semplice ritmo, che si
ha dai soli accenti linguistici. Ma quel ritmo è accidentale. Di fatto,
che versi sarebbero usciti, se V illustre poeta , invece di prendere a
modello i Latini, con egual sistema, avesse imitato i Greci? E pure
la difficoltà, seguendo la vera ritmica del verso romano, sarebbe stata
presso che uguale. Lo Stampini, con una semplice proposizione, ci
dà il bandolo della matassa. Ei dice (p. XV) : e Le sillabe accentuate
si facciano corrispondere alle arsi dei metri classici, le non accentuate
alle tesi. In questa maniera il verso italiano riprodurrà l'armonia del
metro classico letto ad arsi, e non la barbara armonia di quello letto
ad accenti » .
Anche il Cavallotti vide dove conveniva modificare i versi carduc-
ciani per poterli dire fatti alla latina ; se non che, sconoscendo la ri-
produzione d'una relativa immagine del modello, stimò assolutamente
necessario ristabilire ciò, che il carattere dell'italiana favella non po-
teva comportare. Però giudica i nuovi metri, come fossero un accozzo
di versi comuni italiani, e rimprovera una novità meno novità. Lo
Stampini, che prima di lui s'occupò in quest'argomento, vide diver-
samente, e gli sembra anzi gratissimo quel verso, che risulti dalla
combinazione di più versi de' nostri (p. XV). Lascio giudicare dalle
cose anzi esposte, se il nostro A. abbia ragione. Dice il Cavallotti
(/. e, 74): « Volete un endecasillabo saffico? Subito fatto! Recipe:
pausa sulla 5', accento sulla 4*, e se volete essere scrupolosi, anche
sull*8' ». Per lo Stampini in vece la cosa non è tanto spiccia (p. 7,
8, 9). Egli ci mostra del saffico carducciano quattro diverse maniere
circa l'accentuazione, tutte col loro corrispondente latino, e delle
quali nessuna si contenta del solo accento sulla 4*, come vuole il Ca-
vallotti. Peraltro, sostiene il nostro A., che soltanto il saffico catul-
liano si può riprodurre giusta Victus ritmico : quello d'Orazio, a ri-
durlo diversamente da come fece il Carducci, non darebbe una bella
*ì(f vista di filologia ecc. y X. i3
- 194 -
armonia. Questo non mi va. O, perchè la bella cadenza de' versi ora-
ziani non può continuare anche nella veste italiana? Come, dunque,
s*ha a intendere il semplicissimo processo accennato a pagina XV?
Nella proposta dello Stampini su la rima ne* nuovi sistemi (p. XV),
checché ne dica V Hegel, non vedo niente di paradossale. Or Indiani,
benché possessori d'una metrica quantitativa armoniosissima, fin dai
medio evo introdussero col pracrito la rima , e l' usano tuttora. La
rima, senza dubbio, non diminuisce l'armonia; e giova da altra
parte a tener in certo modo uniti i varii periodi d'una strofe. Su-
perflua riuscirebbe ne' nuovi metri unicamente per la ragione , che
con essa perderebbero la perfetta somiglianza co' metri latini.
Circa la tetrastichia ne' carmi d'Orazio, e l'avversione, che lo Stam-
pini mostra per essa, tanto da negarla subito nella seconda saffica ,
non dirò altro dopo l'accenno fatto nella rassegna del suo Commento
metrico a XIX odi di Orapo, Perchè poi egli l'approvi, anzi la con-
sigli ne' sistemi carducciani, anche quando questi , per loro natura
epodica, sono distici come V elegiaco ^ non so darmi ragione.
Nella alcaica, degli schemi, che ci presenta l'A. per T endecasillabo
(p. i6), sceglie il terzo, senza anacrusi, formato da dipod, giamb.
ipercat. + dattilo + dipod. troc. cat., mentre adottato dai più, e dai
migliori trattatisti vedo il primo, che più esattamente segnerei così :
dipod. troc. (di- cui il secondo trocheo spesso irrazionale) + dattilo
trisemo + dipod. troc. caf., premessa al tutto una battuta in levare.
Lo stesso dell' enneasillabo alcaico (pag. 19) dirò coi Grysar (1):
« Alii autem rectius fonasse hunc versum dicunt esse ditrochaeum,
praeposita anacrusi > (2). Il quale riprodotto in italiano, darebbe la
composizione di un quinario piano, accentato regolarmente sulla 2*
e 4*, con un quadrisillabo pure piano cogli accenti sulla i* e 3^.
(1) De metr. hor, nella sua ediz. di Orazio, VienDa, 1879, p. XLII.
(2) Sulla necessilà di ordinare le battute in modo, che la tesi segua
sempre V arsi, dunque di giovarsi delle * battute in levara ', v. Sghmidt,
Die ani, Compositionslehre^ Lpzg.^ 1869, § 2.
- 195-
Essendo V alcaica una strofe delle più belle, delle più armoniose,
delle più espressiye che la poesia classica ci abbia lasciato, avrei vo-
luto dal nostro A. più severità nello stabilire, dirò col Cavallotti, il
recipe per la riproduzione in italiano. Perchè il suo carattere fosse
al possibile conservato, bisognerebbe seguire senz'altro l'accentuazione
ritmica, e tenersi ad uno schema quale è questo :
«-)ÌL' V.U5IIIV. V.U .Il Al
f-)|- v^USIUv. V.U V.I
L'v^ v^
corrispondente a
i) quinario piano, accentato sulla 2* e 4^ j pausa j settenario tronco,
acc. 1*, 4' e 6«.
2) » » »
3] quinario piano, acc. sulla 2* e 4* | pausa j quadrisillabo piano,
-acc. I* e 3*.
4) [un verso di dieci sillabe cogli accenti sulla i', 4% 7* e 9*].
« Insigne moéstis \\ praesidium reis
Et consulènti \\ Pàllio curiaé
Cui laùrus aéter\\nós honóres
Dalmatico peperit triùmpho ». (Or., c. 11, i).
•
Se noi di fatto confrontiamo nel Carducci e in altri nostri poeti
gli alcaici modellati su questo ritmo con quelli, in cui si segue la
semplice armonia linguistica del latino, sarà facile avvederci di quanto
differenziano tra loro nell'espressione. Il guaio, seguendo Tarsi, sa-
rebbe nel quarto verso della strofe. Per questo converrebbe adottare
un nuovo decasillabo, accentuato sulla i«, 4*, 7* e 9»; verso, che non
abbiamo nella poesia italiana. Ma che c'impedisce di farlo? Sarà una
creazione, e non brutta davvero. Ne sia prova il seguente verso del
Chiarini:
e Càndidi, lucidi a me fantasmi >.
- 196 -
Un decasillabo nuovo, non esistente nella poesia nostra, lo avremmo
anche modellandolo sugli accenti grammaticali déiV alcaico latino.
Perchè non preferire il più giusto e, senza dubbio, il più bello ?
L'A., a ragione, disapprova il Carducci nell'uso, ch'ei fa del de»
casillabo comune italiano néìValcaicat alterando così tutto il carattere
di quella strofe. Il qual carattere, a parer mio, meglio si sarebbe
conservato, se il poeta si fosse servito più tosto della composizione
di due semplici adonii. — Non v'ha dubbio, accordare negli alcaiciy
com^ in ogni altro verso V arsi colFaccento « segnerebbe, come dice
lo Stampini, la perfezione d*ogni metro moderno composto sul metro
antico >. Ai tedeschi è riuscita, è vero, questa maniera, e al Carducci
pure in alcuni esametri come questo :
« Surge nel chiaro inverno la fosca j turrita Bologna »
ma seguirla poi sempre, non mi pare possibile co' nostri mezzi lin-
guistici.
A lungo, e con sennato studio si trattiene il nostro A. sulT esa-
metro, come il più notevole, e il più popolar verso, che l'antichità
classica ci abbia tramandato, e come quello, che portato in italiano
nella varietà de' suoi accidenti può arricchire di molti e bellissimi
versi la nostra poesia. È certo però, che tornerebbe meglio assai con-
siderare ed istudiare il vario stile di questo verso, e le sue molte-
plici costruzioni ne' poeti greci anzi che nei soli romani. Onde, penso,
avrebbero giovato forse non poco al nostro A. le notevoli opere del-
l'Hermann [De .aetate scriptoris argonauticòn) e di Arturo Ludwig
(De hexam. spond.). Né affatto inopportuno per uno studio di com-
parazione sarebbe stato tener dietro alla storia di questo verso, e alle
varie congetture degli antichi e dei moderni circa la formazione del
medesimo.
Gli ultimi metri di cui parla l'A. sono i due epodici di Archiloco:
il sistema giambico y ed il quadruplice sistema archilochio. Il Car-
ducci riproducendo il giambico^ lo ordina a quartine ; ed è qui, che
non so perchè l'A. meni buono tal cambiamento. Io trovo che me-
trici antichi e moderni concordano sulla distichia degli epodi ; e una
leggera discrepanza c'è solo riguardo oXV archilochio secondo^ che al-
cuni vorrebbero tristico :
- 197 -
il ^ \ 1 ::c \ ^W zz ì iW cz \ ^ t:ì \ -^ - \
if t ^' ^ I ^ ^^M 1 w I i. A I
dividendo il giambelego in una tetrapd. giamh, e in un dimet. datt.y
come nella traduzione dell'epodo XII d'Orazio di G. E. Voss (i) :
« Schaudriges Ungewitter umschlos\ den Himmel; herab steigt
In Regengus^ und Flocken Zeus;
Meer nun. und Waldungen nun » —
Di questa seconda edizione parte importantissima sono le svariate
note. In esse ci si rivela lo studio vasto e paziente del giovane au-
tore, e una profonda conoscenza del campo che percorre. L'accennare,
come ei fa, con fine discernimento, una quantità di ottime fonti an-
tiche e moderne, non può non riescire utilissimo agli studiosi. Mi
permetta nondimeno l'egregio A., ch'io gli osservi (per quel che a
me sembra) una certa predilezione per le dottrine degli antichi gram-
matici. La qual cosa non posso giudicar sempre opportuna in fatto
di scienze metriche.
Frosolone, 8 settembre i88i.
Arturo Pasdera.
(1) D«# Horaz sdmtl. Wevke, ubera, v. I. H. V., Ili Th., WienTriest,
1810.
- 198 -
Le parole greche usate in italiano, — Memoria del prof. Francesco
Zambaldi, inserita nella Cronaca del Liceo Ennio Quirino Visconti
di Roma, anno 1881.
È un bel contributo alla lessicografia delle tre lingue, greca, latina
e italiana, ricco di notizie e di riscontri esatti, importanti anche per
la storia letteraria, e per l'etnografìa e dialettologia italica.
I vocaboli, che o direttamente, o indirettamente con Tintermediario
del latino, passarono nella nostra lingua dal greco, formano ormai
una suppellettile così ampia e svariata di materiale linguistico, che
valeva bene la pena che uno studioso così attento e coscienzioso come
lo Zambaldi vi richiamasse sopra l'attenzione de' lessicografi e dei
grammatici, fissando con qualche sicura norma le vicende storiche,
e le leggi morfologiche e prosodiche, che regolano questa parte im-
portante del nostro lessico.
La Memoria contiene due parti, nella prima delle quali si espon-
gono a larghi tratti la fonologia e la morfologia delle parole greche
nell'uso italiano (pagg. 1-18) ; nella seconda si riassumono gli studi
e le ricerche fatte dall'egregio autore sull'accentuazione greco-latina,
e delle conseguenti norme seguite dall'uso italiano (pagg. i9-36]. La
natura delle alterazioni fonetiche e storiche è studiata al cap. II del
lavoro (pagg. 10 segg.).
Nel § I della Memoria, che serve come d'introduzione, l'A. di-
stingue quattro grandi periodi, nei quali si può repartire la storia
del diverso modo, in cui le parole greche furono trattate in Italia da
più di venticinque secoli.
II P periodo incomincia dai più antichi contatti dei Greci Italioti
coi popoli italici e principalmente coi Latini.
Il II* comincia con Azzio, e fu il periodo, nel quale la coltura
greca andò diffondendosi fra i Romani e con essa un rispetto mag-
giore della forma.
Il IIP è il periodo dell'influenza del Cristianesimo e della Chiesa
orientale ; ed è notevole in esso il progredire dello iotacismo.
Il IV« è il periodo degli Umanisti , nel quale sono da distinguere
due età, l'una popolare e l'altra erudita.
L'A. insiste su questa repartizione, perchè egli crede essere ufficio
- 199 ~
del filologo il rispondere al quesito: Data una parola con determinate
(dteraffioni, in qual tempo entrò essa nelVuso latino o italiano? E, in-
vertendo i termini della domanda : In un dato secolo qual forma do-
veva prendere una parola greca entrando in Italia ?
Questo studio del prof. Zambaldi non è che l'abbozzo di studi più
ampi e profondi, che dall* egregio collega vorremmo vedere svolti e
classificati sistematicamente, con evidente utilità della lessicografia
italiana.
Firenze, ottobre 1881.
Gaetano Oliva.
Historische Syntax der lateinischen Sprache von F. A. Draeger ;
zweite Aufiage, Leipzig, 1878; 1881.
La « Sintassi storica della lingua latina > del DrSger fu cominciata
a pubblicare nel 1877 a Lipsia, e già nel 1878 usciva la seconda edi-
zione del primo volume; la seconda edizione del secondo volume è
comparsa quest'anno.
Non voglio nemmeno ammettere il dubbio che questo importan-
^ssimo libro non sia conosciuto e studiato come merita anche in
Italia; ad ogni modo non credo che se ne possa parlare mai abba-
stanza, anche per attestare, non foss'altro, la nostra riconoscenza al-
l'autore, il quale ha avuto il coraggio di condurre a felice compi-
mento una tale opera, che a concepirla solo ci vuole ingegno non
comune. E che il coraggio non gli sia mancato, lo dimostrano i ven-
ticinque anni di assiduo ed eroico lavoro ch'egli vi ha spesi intorno.
Ma quando venticinque anni sono stati tanto fecondamente spesi si
riesce a fare un di quei libri che collocano un professore fra i più
grandi filologi odierni.
Era la metà del presente secolo, quando il DrSger si accorse che
non era troppo a fidarsi delle sintassi che comunemente si trovavano
tra mano, e concepì fin da allora il disegno di preparare i materiali
per una nuova sintassi, con un metodo diverso dagli usati, facendo
cioè lo spoglio uno per uno degli autori latini maggiormente letti
nelle scuole, e di ognuno raccogliendo la sintassi in brevi ma esatte
monografie. E cominciò col raccogliere la sintassi di Tito Livio ; ma
— 200 -
per poter comprendere in che rapporto stava la sintassi di Livio con
quella degli scrittori che lo precedettero bisognava far lo spoglio
anche di Cesare e Sallustio, e questo fece il DrSger; indi intraprese
io studio di Cicerone e si accorse che aveva avuto pur troppo ra-
gione rOrelli di dire che la sintassi ciceroniana non era stata che
appena tentata da qualche guastamestieri. Poi esaminò Cornifìcio, che
va sotto il. nome di auctor ad Herennium^ e in questo modo aveva
compita la sintassi dei prosatori classici e di Livio. Da Livio allora
estese le sue ricerche al periodo d'argento, e studiata Tinfluenza che
ebbero i poeti classici sugli autori dell'età d'argento, fece lo spoglio
di Velleio, Valerio Massimo, Curzio e Seneca il giovane , e cosi ar-
rivò a Tacito. Intorno a Tacito raccolse i due Plinii, Svetonio e
Quintiliano. Si volse quindi ad Apuleio e a Gellio e compì questo
periodo cogli scrittori minori, come Nepote, Floro, Giustino, Eu-
tropio, Sesto Rufo, Aurelio Vittore, i sei scrittori dell'istoria augusta
e alcuni santi Padri, Lattanzio, Tertulliano e Agostino. Era per tal
guisa compita la sintassi di tre periodi : del periodo aureo, del pe-
riodo d'argento e del periodo di ferro ; mancava l'arcaico, e a questo
studio il DrSger pose per base la Syntaxis priscorutn scriptorum la-
tinorum di F. HoLTZE (1861 -1862). — 11 libro, che raccoglie in una
grande e compatta unità tutti questi lavori preparatori , si intitola
pertanto , a buon diritto , sintassi storica della lingua latina, e in
quell'appellativo di storica consiste appunto la novità dell'opera; e
veramente oggidì che si è condotta a buon punto la storia delie forme
delle lingue classiche era da stspettarsi anche una storia della sintassi.
Chi crede ancora all' immobilità di una lingua inarcherà le ciglia a
quell'appellativo di storica; ma chi sappia come oggidì tutto va trat-
tato col metodo storico, nel che è riposta la novità degli studi mo-
derni, darà il benvenuto a questa sintassi. Non è però a dire che il
Dr^er solo si sia messo a un simile lavoro ; contemporaneamente a
lui molti altri filologi hanno ricercata la sintassi dei singoli autori
latini, e su questo argomento furono pubblicate in Germania nume-
rose e lodate monografie ; il libro del Drager poi ha dato maggior
impulso ancora a questo genere di studi, e una delle bellissime mo-
nografìe, che potrebbe servire come esemplare , è quella del Ringe ,
Zum Sprachgebrauch des Caesar^ 1880, in cui esamina l'uso delle
congiunzioni copulative (e/, qucy atque, ac) in Cesare.
Il latino fu lingua viva e letteraria per otto secoli circa , dal 25o
- 201 -
av. Cristo al 3oo dopo Cristo ; in questo tempo 1* organismo gram-
maticale del latino ha subito poche mutazioni , se si eccettuino al-
cune terminazioni nei nomi e nei verbi, che erano usate nel periodo
arcaico e che scomparvero nel periodo classico, e alcune modifica-
zioni nella fonologia, le quali non riuscirono però mai a una vera e
compiuta trasformazione. Altrimenti si deve dire del vocabolario,
giacché in ogni tempo della letteratura latina, e specialmente nel pe-
riodo postclassico, si scorge lo sforzo continuo di arricchire il tesoro
dei vocaboli.
1 primi tentativi di prosa letteraria vanno attribuiti al celebre Appio
Claudio Cieco, la cui attività politica arrivò fino al 280 av. Cristo.
Però ne* due secoli che corrono dalla fondazione della repubblica fino
ad Appio Claudio, tanto le forme della lingua latina quanto la sin-
tassi si devono essere nella loro sostanza fissate, e un gran progresso
deve aver avuto luogo nel secolo terzo, se già Catone nella prima
metà dei secolo secondo seppe dar sì splendidi saggi nell'arte ora-
toria, come risulta dai frammenti dei suoi discorsi. Grande fu poi la
influenza dei poeti, e già il materiale linguistico di Ennio non dif-
ferisce che per poche forme da quello del periodo classico ; quanto
a Plauto , mostrò egli coi suoi arditi neologismi , massimamente nei
composti, come potesse esser feconda la lingua latina, la quale però
fu impedita di svilupparsi liberamente dall' influenza greca. Molto
tornito ed elegante, ad eccezione di pochi costrutti e forme antiche,
è già Terenzio, l'ultimo rappresentante del periodo antico.
Ma il suo apice toccò la prosa latina nel primo secolo per opera
di Cicerone, il quale però non potè arricchirla quanto da lui s'aspet-
tava, perchè la trovò già stabilmente costituita; ad ogni modo dob-
biamo a lui un buon numero di nomi verbali e astratti e molti di-
minutivi ; e aggettivi e avverbi rinforzati con la preposizione per.
Con Cicerone, con Cesare, Comifìcio e Sallustio si fissa il vero clas-
sicismo latino; la latinità da allora in poi si viene corrompendo e
v' ha una gran parte di poeti , i quali introducono molti grecismi
nella sintassi latina, e il primo prosatore a risentirne la azione ma-
lefica fu Livio, su cui influì grandissimamente Vergilio. La latinità
d'argento da allora in poi piegò verso i costrutti greci ; parchi sono
in questo Velleio, Valerio Massimo e i due Seneca, più ancora Quin-
tiliano, ma per nulla parco Tacito ; parco tuttavia in confronto di
Apuleio, il quale creò una strana sintassi, che fortunatamente non
ebbe serie conseguenze, giacché finì, si può dire, con lui la maniera
grecizzante. Negli scrittori più tardivi la sintassi va sempre più sco-
standosi dal classicismo e accostandosi air uso volgare, e già nel
quinto secolo cominciano ad entrarvi grossolani errori. — Ci fìi
dunque un periodo di preparazione, un periodo di perfezione, uno di
corruzione e finalmente di dissoluzione; e questa è storia.
Per maggior chiarezza recherò tre esempi. Il primo riguarda le
proposizioni interrogative indirette e Tuso del ctim. Le proposizioni
nel periodo arcaico tendono più alla fórma coordinata che alla su-
bordinata, e cosi avviene delle interrogative indirette , le quali in
Plauto, a mo* d'esempio, quantunque si trovino pure al congiuntivo,
pure vengono usate solitamente all' indicativo; e chi voglia vedere
quanto lo stile di Plauto abbia infinito sullo stile dei nostri umanisti
del quattrocento, deve esaminare la frequenza in loro delle interro-
gative indirette all' indicativo. Nel periodo classico di Roma invece
le interrogative indirette vengono adoperate sempre e assolutamente
al congiuntivo, eccettuato col nescio qui e qualche altro caso più spe-
ciale. La stessa differenza è press*a poco nell'uso del cum temporale.
In Plauto esso cum si trova 229 volte airindicativo, e 9 volte al con-
giuntivo; in Terenzio 72 volte all'indicativo e 5 volte al congiuntivo ;
in Cesare invece 383 volte al congiuntivo e 35 all'indicativo ; in Livio
2864 ^1 congiuntivo e 272 all'indicativo. E questo basti per dimostrare
qual differenza corra tra la sintassi arcaica e la classica.
Il secondo esempio si riferisce all'uso dell' infinito cogli aggettivi,
come indoctuSy docilis, patiens, potens^ cautuSy laetus, bonus e via via,
il quale è raro assai presso gli arcaici , ma frequentissimo nei poeti
classici e posteriori, sotto l'influenza, naturalmente, della sintassi
greca, e quest'uso passò nei prosatori del periodo argenteo e poste-
riori.
11 terzo esempio vale per le proposizioni sostantive, rispetto alle
quali va notato che da Vergilio e Orazio in poi , sempre per l' in-
fluenza greca, molti verbi indicanti un atto della volontà si costrui-
scono coU'infìnito, i quali fino allora erano stati costruiti con Vut e
un verbo Anito. Parimenti dopo i verbi dicendi et sentiendi prevalse
nel secondo secolo dell'era volgare la costruzione col quod ^ anziché
con l'infìnito, come Ano a quel tempo si era adoperato ; e anche qui
chi voglia vedere quanto abbiano influito gli scrittori posteriori di
Roma, anziché i classici, sui nostri umanisti del quattrocento non
- 203-
ha che a por mente alla frequenza in loro della costruzione col quod,
— E anche questa, se non m'inganno, è storia.
Prendo un altro fatto d'ordine diverso. Nessuno ignora che una
delie differenze fondamentali tra la lingua latina e l'italiana e tra le
moderne in genere è nei nomi astratti. I nomi astratti della lingua
latina sono in tutti 3814; ora se altri vuol levarsi la curiosità di per-
correre con rocchio la lettera a di un vocabolario italiano anche pic-
colo, vi trova senza difficoltà un migliaio di nomi astratti. Questa
gran discrepanza forma una delle difficoltà delT insegnamento della
lingua latina , nella quale bisogna saper accortamente trovare quei
nomi concreti e quelle forme di aggettivi, participi e pronomi , che
corrispondano all'astratto italiano, come speriamo verrà lodevolmente
fatto dal dottor Cima, il quale sta pubblicando per le stampe un
libro di stilistica latina^ che sarebbe il primo di tal genere stampato
in Italia. Tornando agli astratti latini, dei 3814 soli 1348 si trovano
usati nel singolare e plurale e vanno distribuiti in modo che di quelli
188 appartengono esclusivamente al periodo arcaico e per la massima
parte a Plauto; altri 52o sono del periodo classico e per la massima
parte di Cicerone; gli altri 640 sono usati esclusivamente dai poeti
classici e posteriori e dai prosatori postclassici, compreso Livio. Ri-
sulta da queste cifre il bisogno che sentivano i Romani di accrescere
il loro patrimonio di nomi astratti, e come in questa parte i più fe-
condi siano stati Plauto e Cicerone. — E questa pure è storia. Ma
lascio di seguitare con gli esempi, se no dovrei citare tutta l'opera
del Dr^er.
So bene quel che fu obiettato, e si obietterà contro questo me-
todo. Si disse che una tale statistica manca di base, perchè non
Tutti gli scrittori antichi ci son pervenuti , ed è probabile che
quella parola, che noi troviamo per la prima volta usata nel secolo
argenteo, fosse in uso anche presso uno scrittore aureo, ma perduto.
Si può rispondere che la stessa probabilità vale anche per il caso
contrario, mancandoci ogni documento. Si può rispondere che rite-
nendo valida e seria 1' obiezione, non ci è dato di far la storia del-
l'arte, perchè solo una piccolissima parte, e nemmeno la migliore
dei monumenti antichi ci è rimasta. Eppure noi facciamo egualmente
la storia dell'arte, pronti domani a modificare il nostro giudizio, se
un nuovo monumento verrà in luce. Così la lingua latina in tanto ha
per noi valore, in tanto esiste per noi, in quanto 'la troviamo nei
- 204 —
libri e nei monumenti che il tempo ci ha risparmiati e a quelle leggi
che dal loro esame risultano dobbiamo attenerci, sia che di essa
lingua vogliamo narrare la storia, sia che la scriviamo e la inse-
gniamo nella scuola. E quanto alla storia chi ci impedisce di ten-
tarla, solo perchè ci manca la facoltà di indovinare quello che non
possediamo? quantunque però le leggi storiche della sintassi latina
sono tutt* altro che parto di mera fantasia; e io vorrei supporre che si
scoprisse una intera letteratura perduta del periodo romano, ma quelle
leggi verrebbero luminosamente confermate ; se se ne scapiterebbe,
sarebbe forse qualche caso particolare. Quanto poi ^llo scriverla e
insegnarla questa lingua latina, il libro del DrSger porge , indiretta-
mente, preziosi ammaestramenti, e primo di tutti, che il classicismo
vero latino comprende soli Cicerone, Cesare, Sallustio e Cornifìcio
(parlo della prosa) e che è indiscutibilmente dimostrato che in
Livio abbiamo i principi della decadenza della sintassi latina e
che Cornelio Nepote appartiene alla decadenza, il quale perciò deve
credersi sia presentemente non inculcato, ma tollerato nelle scuole ;
chi sa che non venga il giorno in cui la scuola possa far senza di
esso ! ce lo auguriamo. E della decadenza, molto inoltrata, sono pa-
rimenti Floro e Giustino; i quali due nomi non a caso ho qui
ricordati, ma per uno scopo ben altro che biasimevole, come io al-
meno credo. Molti professori e più d'uno scolaro sapranno benissimo
che ci è un corso di temi di versione dall' italiano in latino cavati
dalla storia antica da Saverio Baldini, per uso della quarta e quinta
ginnasiale. Fin qui non c'è nulla di male, anzi tutto bene ; il male
incomincia quando si aggiunga che di questi temi lo stesso Baldini
ha pubblicato la traduzione < per comodo degli insegnanti > . Poveri
insegnanti, che vengono abbassati al livello dei loro scolari, i quali,
naturalmente, cercano, in nome dell'eguaglianza, di elevarsi all'altezza
dei professori e comperano anch'essi per altra mano la traduzione
« fuori di commercio». Ma qui alla fìn fine si tratterebbe di moralità
e di dignità: cose di cui si può anche non tener conto! Il più brutto
si è che quella traduzione è cavata da Floro e da Giustino e che
questi autori vi son chiamati classici. Io confesso schiettamente che
non so più allora come chiamar Cicerone e Sallustio ; bisognerà
perciò insegnare agli alunni di quarta non più la sintassi e la lingua
di Cesare e di Cicerone, ma quella di Floro e Giustino. Il Baldini
non ha soggiunto che di quando in quando delle spruzzate di Cor-
- 205 -
nelio Nepote , o , per non affibbiare a questo grande scrittore ciò
che non gli appartiene, del cosi detto Cornelio Nepote.
La sintassi storica del Drager è compresa in due volumi, ognuno
dei quali abbraccia due parti ; perciò la sua sintassi consta di quattro
parti. Nella prima esamina le parti del discorso, facendo la storia
non della loro forma, ma del loro uso sintattico; e questa si può
considerare V introduzione dell' opera. La seconda parte tratta della
proposizione semplice, in cui si esamina l'uso del soggetto, del pre-
dicato in tutte le sue forme e dell' attributo. La terza parte tratta
della coordinazione, la quarta della subordinazione, dove le propo-
sizioni subordinate vengono divise in tre categorie : sostantive, attri-
butive e avverbiali. D'ogni fatto sintattico che viene esaminato vi si
trova la storia, seguendo i periodi della letteratura e gli scrittori che
a ciascuno di quelli appartengono.
Il libro del Dr3ger non è elementare, ma presuppone in chi lo usa
la sicura conoscenza di una sintassi latina, che sia informata ai nuovi
studi, come io potrei citare quella del Vanicek e quella di un nostro
italiano, il Baroni. Però anche per chi conosca profondamente la
sintassi latina, per chi abbia digerito, ammettiamo anche, tutta la
sintassi del Madvig, il libro del Drager serba delle stupende sorprese ;
anzi di quando in quando rettifica quello che fu asserito dal Madvig;
non parliamo poi di altre sintassi, che pure vanno per le mani degli
studiosi. Né vi ha dubbio che chi voglia oggi scrivere una sintassi
latina, per quel rispetto che si deve alla lingua e alla scienza, abbia
da far capo al libro del DrSger. Il quale è in piena regola con la
critica dei testi, e lo sa il Klotz, il cui vocabolario latino, reputato
il migliore o fra i migliori che si abbiano in Germania, è tante volte
dal Drager colto in fallo.
Non è a dire che nulla si desideri nel libro del DrSger; vi si de-
sidera una più ampia e sistematica trattazione dei poeti classici, ma
non gli se ne può far rimprovero, perchè è questa una conseguenza
del piano di studi propostosi dall'autore. E quindi non è da meravi-
gliare se nel toccar, secondo l'occasione, della sintassi di essi poeti,
fa qualche asserzione non corrispondente al vero, come qualche volta
io potrei constatare per Vergilio. — Al § 2 5, dove si trova una serie
di sostantivi che si possono sottintendere a certi aggettivi adoperati
sostantivamente, avrei voluto che si fosse notato anche il nome tnensis.
Vcntimiglia, 18 giugno 1881. Remigio Sabbadini.
— 206 ~
Antonio Cima. Principii della stilistica latina, xMilano, D. Briola e C,
1881.
11 giovane prof. Cima, già conosciuto favorevolmente ai lettori di
questa Rivista, ha avuto l'ottimo divisamento di esporre agli Italiani
i principii della stilistica latina, servendosi a quest'uopo delle recenti
pubblicazioni tedesche e in particolare delle lodate opere del NSgels-
bach e del Klotz. Diciamo subito eh' egli non poteva far cosa più
utile e più savia; perchè niente giova meglio a conoscere nella sua
vera essenza la lingua latina, e insieme ad approfondire lo studio
della nostra, che il paragonarle indagandone le analogie e le diffe-
renze; paragone tanto più profìcuo ai dì nostri, quanto che, essendo
quasi del tutto caduta in discredito Tabitudine dello scrivere latino, si
vanno perdendo quei vantaggi incontestabili che da tale abitudine
derivavano. Le osservazioni che fa il Cima nella Prefazione per di-
mostrare Tutilità di uno studio diligente e profondo della lingua la-
tina sono veramente giudiziose, e otterranno, credo , 1' approvazione
dei ben pensanti. Né egli si scosta dal vero quando afferma che ad
una notizia precisa del latino, una serie di proposizioni, le quali
mettano in rilievo V indole sua peculiare, non è meno utile e meno
necessaria che la pratica conoscenza degli scrittori.
Venendo alla trattazione della materia, VA, comincia a far notare
tra lo stile latino e V italiano tre specie di differenze : materiali , lo-
giche e logico-materiali; le fa vedere mettendo a riscontro un periodo
di Cicerone e la sua traduzione in istile moderno. Poi in cinque ca-
pitoli tratta delle differenze logiche consistenti : ^a) nella sostituzione
di concetti specifìci o individuali a concetti generici o specifìci, e vi-
ceversa; b) nella sostituzione di espressioni astratte o concrete ; e) nello
scambio di concetti subiettivi e obiettivi, attivi e passivi ; d) nell'uso
della circoscrizione o lessicale o logica o retorica. Il 7* capitolo è
dedicato alla proposizione ed all'analisi delle sue parti; V 8** all'analisi
del periodo; il 9° allo studio dell'interno organismo della proposi-
zione e del periodo. Per ultimo discorre degli arcaismi, dei grecismi,
dei neologismi, i quali guastando la purità e proprietà della lingua
lasciano traccia anche nello stile.
-207-
Come si vede da questo breve sunto , e come dice V A. medesimo
(pag. XIX-XX della prefaz.], egli si scosta nel determinare l'ambito
della sua materia dalle vedute del Klotz, e s'accosta di preferenza al
NSgelsbach ; esclude infatti dalla trattazione della stilistica le teorie
della purità^ della chiare^^^a, della varietà del discorso , e deir altre
onde il Klotz parla nel suo manuale , stimandole oggetto della re-
torica anziché della stilistica, e questa volendo limitata a mettere in
rilievo la special maniera di concepir le cose ed esprimersi dei La-
tini. Ma alla sua volta si allontana dal NSgelsbach nella distribuzione
della materia; e cioè in vece di dividerla secondo le parti del di-
scorso, divisione ch'egli stima più da grammatica che da stilistica, ei
s' ingegna di raggruppare le principali differenze fra le due lingue
sotto certe classi caratterizzate da quelle particolarità nel f atteggia-
mento del pensiero, per es., la classe dei concetti generici e specifici^
quella dei concetti astratti e concreti ecc., discorrendo poi in ciascuno
di quei nomi, aggettivi, verbi, in cui tale differente atteggiamento del
pensiero si manifesta. In questo, pare a me, il Cima ha adoperato
giudiziosamente, e la materia riesce così più logicamente ordinata,
in guisa da far capire subito al lettore l'intima natura dello stile la-
tino ed italiano.
Dubito se si possa dire altrettanto per avere escluso dalla stilistica
ogni considerazione relativa alla chiarezza, alla varietà , all' armonia
del discorso latino ; perchè sebbene questa trattazione sembri cadere
nel dominio della retorica, pure tali qualità danno anch'esse uno
stampo particolare al latino e lo caratterizzano non meno delle sue
specialità logiche. Per es., niuno negherà che il rotondamento del
periodo e il numerus richiesto da Cicerone anche nella prosa sia un
carattere divenuto costante nella latinità, sebbene con molta varietà
di forme. Considerazioni di questo genere non vanno ommesse sicu-
ramente, chi voglia, oltre a dei principii teoretici, dare pratici pre-
cetti per tradurre o scrivere in buon latino ; e questo era anche uno
degli scopi che il Cima s'era proposto col suo libro. Ma anche pre-
scindendo dall'utilità pratica, se per istile si deve intendere la ma-
niera speciale di concepire le cose e conseguentemente d'esprimerle,
una teoria dello stile mi sembra dovrebbre abbracciare tutto quello
che a tale atteggiamento del pensiero e della parola presso un popolo
si riferisce, anche la parte ornamentale, dato che questa non sia una
manifestazione sporadica, ma proprio una forma costante e per^ ***
L
- 208 -
ti ma del pensiero di quel ptopolo ; come un libro d'architettura trat-
tando della maniera di far le case o gli altri edilizi non è ragionevole
che escluda i principi dell'ornamentazione che il buon gusto comune
esige omai in qualsiasi costruzione architettonica.
Ma lasciando stare tutto ciò, e limitandoci a quello che il Cima ci
ha dato nel suo libro , si può dire in generale che le teorie vi sono
esposte con chiarezza e corredate di buon numero d'esempi che ser-
vono a spiegarle e imprimerle meglio nella memoria di chi l^ge.
In una nuova edizione TA. avrà forse da migliorare qua e là qualche
espressione; per es.» il § i, ove si parla dello stile, nella sua forma
presente è un po' oscuro, e un giovane lettore difficilmente ne può
trarre un concetto preciso. Sarà poi poco meno che indispensabile
corredar l'opera con un index rerum et verborum che agevoli la ri-
cerca delle singole cose.
'Conchiudendo, noi ci rallegriamo di cuore col prof. Cima della
sua pubblicazione, la quale stimiamo che potrà divenire e un eccel-
lente manuale per gli studenti delle scuole secondarie, e una buona
guida per gli insegnanti.
Palermo, giugno 1881.
Felice Ramorino.
Ersilia Caetani Lovatfxli. Di una testa marmorea di fanciullo au-
riga^ Roma, 1880. — -Di una antica base marmorea con rappre-
sentante del Nilo y Roma, 1880. — Di' un antico musaico a colori
rappresentante le quattro faponi del circo. Roma, 1881.
Allo scritto sul cratere dell'Esquilino con la rappresentazione delle
nozze di Elena e Paride, del quale ho dato ragguaglio ai lettori della
Rivista (i), la contessa Lovatelli ha fatto seguire in poco tempo tre
altri lavori, di cui due uscirono come il precedente ed altri della
(1) Anno IX, p 147-151.
- 209 -
egregia autrice, nel Bullettino della commissione archeologica comu-
nale di Roma^ e il terzo fa parte delle Memorie dell' Accademia de'
Lincei.
Nel primo di questi lavori è descritta una testa marmorea scoperta
nel marzo t88o suir Esquii ino , neir antica vigna del monastero di
Sant'Antonio. La testa è di un fanciullo sui quattordici anni con un
elmetto, da cui escono capelli ricciuti ed originariamente dorati se-
condo un uso noto della plastica antica. La forma delT elmetto in-
cSuce a ravvisare in questa testa 1* imagine di un agitatore circense,
f»er il quale non è sconveniente V età fanciullesca ; giacché si cono-
scono altri esempii di agitatori, che in teneri anni incominciarono la
*«rita del circo. Rarissime sono le figure iconiche dì agitatori; onde
angolare pregio possiede questa testa finamente e maestrevolmente
1 avorata, nella quale è notevole la verità delPespressione. La contessa
Muovateli! reputa sì fatta scultura non posteriore al secondo secolo
<^eiréra volgare, nel qual tempo appunto i giuochi del circo erano
mn grande voga, e destavano una vera smania , per la quale agitatori
^ cavalli vincitori con imagini ed iscrizioni erano onorati.
Una base cilindrica di marmo pario, trovata nell'ottobre dell'anno
^scorso negli scavi per le fondamenta del nuovo palazzo deir Esposi-
.sione di Belle Arti è il soggetto del secondo scritto. Su questa base,
bell'altezza di m. 0,37 e del diametro di m. o,33, sono scolpiti all'in-
dirò basfiirilievi, i quali, sebbene assai consumati, mostrano però di
essere stati poco accuratamente lavorati, ed accennano, col loro stile,
2illa fine dei secondo secolo dell'era volgare. Vi è effigiato il Nilo
barbuto, semigiacente, col cornucopia ed appoggiato alla Sfinge, quale
si trova rappresentato in altri antichi monumenti. A tale proposito
é degna di osservazione la congettura della contessa Lovatelli che
l'ignoto oggetto di forma piramidale, che tra fiori e frutti s' inalza
nel cornucopia del Nilo in questo rilievo e in quello di altre divinità
in altri monumenti, e che talora è anche figurato rappresentante offerte
votive, sia il vomere significante che l'agricoltura debbe venire in
aiuto alla ricchezza ed alla fertilità, simboleggiate dal corno dell'ab-
bondanza. Quattro dei genietti soliti ad accompagnare -le figure del
Nilo stanno intorno alla imagine descritta, la quale, come altre
rappresentazioni del fiume egizio, tra cui la colossale del museo Pio
dlementino, sono, senza dubbio, riprodotte da un qualche bello ed
ammirato simulacro, probabilmente da quello, che Plinio descrive
Kivista di filologia ecc., X 14
— 210 -
esistente a* suoi giorni a Roma nel tempio della Pace (i). Alla sinistra
del Nilo stanno in diverso atteggiamento due giovanette, di cut Tuna
è pressoché ignuda e Taltra appena da sottili vesti coperta. Esse sono
due ninfe nilotiche, e, come suppone la illustratrice, probabilmente
Menfìde e Anchirroe, figliuole del fiume. Alla destra del Nilo poi
un barcaiuolo nudo, salvo il ventrale a* fianchi e la causia sul capo,
r uno e Taltra indumenti proprii de' barcaiuoli, marinai e pescatori,
se ne sta seduto entro una barchetta con timone munito del manico
(ansa) e della manovella (clavus). Con la sinistra egli si appoggia
alla barchetta, e con la destra tiene una canna per la pesca {arundó).
L' intiera scena sembra imitata da qualche opera anteriore di più
valente artefice, forse da qualche pittura. La base poi pare fosse de-
stinata a sostenere un candelabro; ed è probabilissima la supposi-
zione della contessa Lovatelli che questo avesse appartenuto a qualche
tempio, dove si celebravano le misteriose cerimonie del culto egizio,
così in fiore a Roma, specialmente nell'età degli Antonini.
Come il primo dei lavori accennati e come due altri scritti della
egregia contessa (2) , la terza ed ultima delle illustrazioni da lei ora
date in luce concerne un soggetto circense. Fra le rovine di una villa,
edificata sul principio del terzo secolo, al decimosettimo miglio della
via Cassia non distante dalla stazione di Baccanas (Baccano), fra altri
musaici se ne rinvenne, alcuni anni addietro, uno diviso in quattro
quadretti , in ciascuno de* quali è rappresentato un auriga in piedi
tenente per il freno un cavallo sauro. Questi aurighi hanno il solito
abito circense , la tunica quadrigaria (xitUjv i^vioxikó^) stretta al to-
race da strisele di cuoio. In capo hanno un elmetto con un piccolo
pennacchio ad un lato ; le braccia sono coperte da lunghe maniche e
le gambe da brache e cnemidi. 11 colore della tunica é diverso in
ciascuno degli aurighi: bianco, verde, azzurro e rosso. Sono quindi
rappresentate le quattro fazioni del circo, albata , prasina , veneta e
russata, le quali, sul finire del secolo terzo, si ridussero a due sol-
tanto, fondendosi V albata con la prasina e la russata con la veneta^
e tali si mantennero a Roma e poi nella nuova capitale, Costantino-
poli, finché furono celebrati i ludi del circo. 11 musaico, ora illu-
strato, è certamente contemporaneo alla edificazione della villa; ri-
fi) Nat. Hist., XXXVI, 11.
(2) Vedi Rivista, anno VII, p. 399-400, Vili, p. 295.
— 211-
sale cioè al tempo, in cui fiorenti erano gli spettacoli circensi, e a
celebrare i loro campioni si destinavano monumenti d'ogni maniera.
Occorre però osservare con la contessa Lovalelli come dall'assenza
de* nomi presso gli aurighi e i cavalli (evidentemente i sinistri fu-
nales di ogni quadriga, cioè quelli meglio addestrati epperò più sti-
mati e ai quali si attribuiva in gran parte la vittoria) sì deve dedurre
che nel musaico non si vollero effigiare figure iconiche, ma soltanto
rappresentare le quattro fazioni contendcntisi la palma ne* ludi. Le
quattro figure del musaico, confrontate ira di loro e con altri monu-
menti, in cui sono rappresentati agitatori, mostrano ancora qualche
leggera differenza nei modo di vestire; perciò si può conchiudere
che se uno solo era il modo di vestire circense, i particolari però po-
tevano essere modificati.
In principio del suo nuovo lavoro l'egregia autrice ci manifesta
aver ella « spesse volte vagheggiato V idea di raccogliere un giorno
€ insieme ed illustrare ogni sorta di monumenti che ai giuochi del
< circo si riferissero ) ed offrire così ai cultori delle archeologiche
< discipline una compiuta e generale monografia circense ». Tale la-
voro, fatto da chi dimostrò, come 'la eh. contessa, di conoscere così
bene T archeologia circense, sarebbe un graditissimo dono agii stu-
diosi, che per si fatto argomento non posseggono una compiuta mo-
nografìa oltre a quella antica di Onofrio Panvinio (i). Se non che la
egregia autrice lasciandoci indovinare il suo animo da gravi cure
amareggiato, mestamente soggiunge: « Se tale mio desiderio verrà
€ mai recato ad effetto, lo ignoro, imperocché pur troppo :
Vitae summa brevis spem nos vetat inchoare longam *.
Ma noi soggiungeremo con lo stesso Venosino e in più nobile senso
interpretando le sue parole:
(\) De ludis circensibus libri 11^ Venetiis, 1600, ristampati cum notis
Joannis Argoli et additamento Nicolai Pinelli nel volume IX del The-
saurus antiquitatum Romanarum del Orsvio , p. 1-576, nel quale vo-
lume 8i legge pure dopo questa la dissertazione di Giulio Cesare Bu-
i.KNGBR, De circo Romano, ludisque circensibus, etc.
Una trattazione di questo soggetto, breve, quale la richiedeva 1* eco.
nomia deir opera, e in relazione col disegno delP intero lavoro, ai ha nel
volume III della Rotnische Stantsvertoaltunff M Marquardt, pag. 484
e segg.
- 212 -
Quid sit futurum cras, fuge quaerere, et
Quem Fors dierum cunque dabitj lucro
Appone.
E non v' ha , crediamo, per gli uomini di studio, mezzo migliore
di adoperare utilmente il tempo quando il cuore sanguina per pro-
fonde ferite che dedicare tutto sé stesso ad un lavoro di lunga lena,
il quale, trasportandoci nelle serene regioni della scienza, ci sollevi
dai nostri dolori, ce il faccia per un poco obliare. Tali lavori di
lunga durata diventano amici e compagni per alcuni anni della vita,
sono fonte di consolazione, in cui l'animo affranto si ritempra; e,
quando si ha la ventura di possedere l'ingegno della contessa Leva-
telli, sono quasi un obbligo verso la scienza e i suoi cultori, i quali
hanno diritto di attendere da colui , che può darli, maturi e con-
siderevoli frutti del suo sapere.
Torino, i6 luglio 1881.
Ermanno Ferrerò.
Victoris episcopi Vitensis historia persecutionis Africanae provinciaé
recensuit Michael Petschenig. Vindobonae, 1881.
Questa nuova edizione della storia, scritta da Vittore vescovo di
Vita, della persecuzione contro i cattolici d'Africa fatta nel secolo
quinto dai re vandali Genserico e Unerico, costituisce il volume set-
timo del Corpus scriptorum ecclesiasticorum Latinorum pubblicato per
cara dell'Accademia delle Scienze di Vienna (i). Stampata per la
prima volta a Colonia da Beato Renano nel iSSy, la storia del ve-
scovo di Vita fu ripubblicata più volte^ e fra le antiche edizioni si
citano quella del Lorichs e quella di D. Ruinart (Parigi , 1694).
Recentemente uscì per cura dell'Halm né' Monumenta Germaniae
(1) Il volume primo del detto Corpus comprende Salpi ciò Severo secondo
la recensione di Carlo Halm, che curò pure il volume secondo contenente
Minucio Felice e Giulio Firmico Materno. Nel volume terzo si hanno
le opere di San Cipriano (comprese le spurie) edite da Guglielmo Hartel,
e nel quarto Arnobio, secondo la recensione di A. Reifferscheid . I volumi
quinto e sesto sono sotto i torchi.
— 213 -
historica (\), Il prof. Michele Petschenig, che attese airultima edi-
zione nel Corpus menzionato , aveva già ragionato dei manoscritti
della storia di Vittore in un accurato lavoro inserito negli Atti del-
TAccademia viennese (2). Per compiere questa sua recensione egli si.
giovò di nove manoscritti, de' quali il più antico e migliore è un co-
dice della biblioteca di Bamberga del secolo IX. De' rimanenti co-
dici parte deriva dalT archetipo, con cui si connette il bambergense,
parte da un'altra fonte men buona. Alla storia della persecuzione
segue la Passio septem monachorum^ che soffrirono il martirio sotto
Hnerico, attribuita a Vittore, a cui però non appartiene, e la cosi
detta Notitia provinciarum et civitatum Africae, la quale contiene i
nomi de* vescovi qui Carthagine ex praecepto regali venerunt prò
reddenda ratione fidei die Kl. Februarias anno sexto regis Hunerici,
e che furono coinvolti nella persecuzione.
Torino. 11 settembre 1881.
Ermanno Ferrerò.
Institutes de Gaius — 6» cdition (i^*» fran^aise) A'^XivksVapographum
de Studemund par Ernest Dubois. Paris, 1881.
È noto come nel 1816 il Niebuhr, venuto per visitare T Italia, al-
lorché meditava di scrivere la sua storia romana , abbia tosto avuto
la singolare fortuna di scoprire in un palinsesto della biblioteca ca-
pitolare di Verona il testo delle perdute Istituzioni di Gaio. 11 co-
dice, secondochè lo stesso Niebuhr ed altri poscia affermarono, non
potè essere scritto dopo Giustiniano ; ma si deve aggiungere che non
pare scritto molto tempo innanzi, laonde conviene assegnarlo fra il
quinto secolo ed il sesto. Più tardi, sembra verso l'ottavo secolo, sul
lesto primitivo se ne scrisse un altro, quello delle lettere di San Gi-
rolamo; anzi un quarto circa delle pagine dell* intero codice porta
tre diverse scritture. Se la grafìa del codice, come quella in generale
(1) Auetorum antiquissimorum t. Ili, pars prior, Berolini, 1878.
^2) Die handschriftUche Ueberlieferung des Victor von Vita {Si-
tzungsber, der phiL-hist. Classe, XCVI Band. 1880, p. 637 e segg.).
- 214 -
del tempo, a cui appartiene non presenta grande difficoltà di lettura,
al contrario, la sovrapposizione di altra scrittura con la necessaria
cancellazione o sbiadimento della prima rende ardua la trascrizione
esattissima delle Istituzioni , interrotte altresì da lacune, più o meno
lunghe; onde non pochi i luoghi dubbii, che aprono quindi il campo
alle congetture ed alle differenti interpretazioni degli eruditi.
La prima edizione di Gaio comparve nell'anno seguente alla sco-
perta del Niebuhr, e fu opera del Goeschen, del Bekker e del Be-
thmann-Hollweg , da cui fu copiato il codice. La trascrizione del
Goeschen fu riveduta dal Bluhme, e, giusta questa revisione, uscì nel
1824 la seconda edizione dello stesso Goeschen, alla quale tennero
dietro parecchie altre, tra cui la terza del Goeschen pubblicata dal
Lachmann nel 1842, le cinque del Boecking dal 1837 al t866, le due
prime dell'Huschke ecc. 11 Bluhme, servendosi di più energici mezzi
chimici, lesse, è vero, non pochi luoghi, che il Goeschen non aveva
potuto leggere, ma la lettura di quello non è sempre esatta, più di
una volta essa è arbitraria. Si deve poi inoltre lamentare che i mezzi
chimici dal Bluhme adoperati abbiano in qualche luogo gravemente
danneggiato il manoscritto.
Ma r inesattezza della trascrizione del Bluhme non poteva essere
conosciuta se altri non avesse assunto la grave fatica di una nuova
e compiuta revisione delT intero palintesto. Alcuni tentativi erano
stati fatti dopo il Bluhme ; ma la loro inutilità faceva giudicare di-
sperata impresa quella, a cui nel 1866 si accingeva un giovane filo-
logo tedesco, Guglielmo Studemund. Se non che questi, non lascian-
dosi perdere di coraggio dairaffermazione del Bethmann- HoUweg
che niuna utilità avrebbe avuto questa revisione, la proseguì con co-
raggio ed alacrità, ottenendo importanti risultamenti. Piccole lacune
furono colmate , lezioni dubbie furono confermate, altre respinte ;
in una parola, si potè avere Un testo di Gaio non solo esatto, ma
meno manchevole di quelli dati dalle trascrizioni del Goeschen e del
Bluhme.
Abbiam detto un testo meno manchevole , poiché pur troppo di
queir insigne monumento della romana giurisprudenza, che si è il
libro di Gaio, noi non abbiamo che il solo palinsesto veronese, il
quale, oltre a piccole lacune, ha circa trenta pagine o interamente o
in massima parte illeggibili, ed è privo di sei pagine. Tuttavia la tra-
scrizione studemundiana ha procurato il modo di rettificare alcuni
punti notevolissimi non solo per la restituzione del testo di Gaio,
ma per la conoscenza del diritto romano. Alla comunicazione, fatta
nel 1869 al congresso de' filologi tedeschi a Wurzburg, lo Studemund
-215 —
fece seguire nel 1874 la pubblicazione del suo apografo (1), e nel 1877
col sussidio del Kriigcr una nuova edizione delPopera del giurecon-
sulto romano. Già un dotto olandese, il Polenaar, l'aveva preceduto,
pubblicando a Leida, secondo il nuovo apografo, un'edizione di Gaio.
Seguirono poi nel 1878 redizione dell' Huschke a Lipsia, nel 1880
quella pure lipsiense dello Gneist e la edimburghese del Muirhead e
in principio di quest'anno la parigina del sig. Ernesto Dubois, pro-
fessore nella facoltà di diritto di Nancy , noto per altri lodevoli la-
vori di diritto romano e moderno (2).
Questa nuova edizione è supcriore alle precedenti, perchè ripro-
duce esattamente l'apografo studemundiano e in pari tempo adempie
all'ufficio di una buona edizione critica con la correzione cioè e i sup-
plementi, ma lasciando interamente separato ciò che è riproduzione
del codice da quanto è restituzione o congettura. Nelle edizioni an-
tecedenti i supplementi erano bensì segnati in diversa maniera ; ma
non erano sempre indicate le soppressioni e le correzioni in modo
da far tosto spiccare ciò che era scrittura del codice da ciò che era
congettura del moderno editore.
Provvide pertanto il prof. Dubois a tor di mezzo questo incon-
veniente, dando una riproduzione dell'apografo dello Studemund e
riunendo nelle note, a pie di pagina, le restituzioni, che furono pro-
poste a cominciare dal tempo del Niebuhr sino agli ultimi lavori,
aggiungendovi ancora, ma parcamente, proprie congetture. Così lo
studioso ad ogni luogo guasto ha la serie cronologica delle emenda-
zioni fatte dai diversi editori ed anche da altri dotti , come dal Sa-
vigny, Rudorff, Mommsen, ecc.
La riproduzione dello apografo è fatta coi caratteri di stampa con-
sueti; ma l'editore ebbe sempre cura d'indicare dove finiscono le
linee e le pagine nel codice (indicando in nota lo stato attuale delle
pagine, sotto l'aspetto della facilità o difficoltà della lettura), segnando
i tratti bianchi nel codice, sottolineando con punti le parole ancor
dubbie secondo lo Studemund, e, giusta il medesimo trascrittore, in-
(1) Gaii Institutionum commentarii quatuor codicis Veronensis
denuo collati apograpbum confecit et iussu Academiae regiae scìentia-
ram Berolinensis edidit Guilblmds Studemund, Lipsiae, 1874.
(2) Tra i primi: Le Sénatus-consulte Velléien en droit romain et
Vincapacité de la femme mariée en droit frangais^ Paris, 1880 ; La
tahle de Cles, édit, de Claude de l* an 46^ Paris, 1872; La saisine he-
reditaire en droit romain, Paris, 1880.
- 216 -
dicando con lettere più piccole sulle ordinarie quelle, che in luoghi
di dubbia lettura si possono forse porre in luogo di queste.
Il prof. Dubois ha voluto pertanto riprodurre fedelissimaniente la
trascrizione dello Studemund, introducendovi soltanto la punteggia-
tura necessaria per la lettura; sciogliendo le sigle e le note, ma in-
dicando però in corsivo le lettere aggiunte per lo scioglimento. Sopra
un punto ci pare di non poter consentire con Tcgregio editore; cioè
sulle restituzioni, ch'egli chiama antiche e che da lui sono inserite nel
testo, e sulla correzione di errori di copisti. Quanto alle prime, fon-
date o sui frammenti di Gaio conservati nelle Pandette ^ o sui passi
delle Istituzioni di Giustiniano, riprodotti senza dubbio da quelle di
Gaio, o suìVEpitome di Gaio, o sulla Mosaicarum et Romanarum legum
collatiOy o sulla parafrasi di Teofìlo, sebbene indicate tra parentesi (i),
tuttavia ci sembrano che più acconcio luogo avrebbero potuto avere
in nota. È vero che sono passi di Gaio; ma qualche lieve alterazione
non può essere stata dai copisti introdotta ?
Nelle correzioni poi di errori di lingua è difficilissimo stabilire un
limite esatto. Non conveniva meglio lasciare il testo qual era, anche
con le sue scorrezioni, le quali poi non sono sì gravi da impedire di
comprenderne il senso ? (2).
Questo punto, su cui noi dissentiamo dall'editore, è picciolissima
cosa rispetto alta intera opera. A noi è grato unirci a coloro, che ac-
colsero con lode questa diligente e dotta edizione del grande giure-
consulto.
Torino, 9 novembre 1881.
Ermanno Ferrerò.
(1) Semplici per i passi del Digesto^ doppie per le Istituzioni giusti-
nianec, triple per le altre opere.
(2) È scambiata , per esempio , sovente \sl v in b ^ come serbus per
servus^ sibe per sive\ ma questo scambio che la latinità ammise (veg-
gansi le iscrizioni, specialmente le cristiane) non si può davvero consi-
derare siccome un errore.
Pietro Ussello, gerènte responsabile.
^ALLA "BATTAGLIA ^ELLA TREBBIA
q4 quella ^EL TRASIMENO
QUESTIONI DI STORIA ROMANA (l).
CAPITOLO SECONDO
Sulla parten:{a di C. Flaminio console-
designato per Vanno 637/217.
Livio racconta che C. Flaminio, designato console per
Tanno 637/217, invece di rimanere a Roma almeno fino
alle Idi di marzo che era il giorno in cui i nuovi consoli
entravano in carica, se ne andò quasi di nascosto a Rimini
e assunse Tufficio colà. Cagione di questa più fuga che par-
tenza del console romano per la sua provincia era, secondo
lo stesso Livio , la seguente : Tutta la carriera politica di
Flaminio era stata una lotta continua col Senato e colla
fazione aristocratica, quindi temendo che i suoi avversari
meditassero vendicarsi di lui trattenendolo in Roma e
cercando di spogliarlo del consolato, egli pensò bene di al-
lontanarsi il più presto possibile. Né i legati del Senato
andati per farlo ritornare a Roma a compiervi i doveri re-
ligiosi e civili che incombevano ai nuovi consoli, riuscirono
(1) Vedi Rivista di Filologia, Brino IX, fase. 10-12, p. 481-512.
l^ivista di filologia ecc., X. 1 5
- 218 -
a persuaderlo. « Consulum designatorum alter Flaminius y
« cui eae legiones, quae Placentiae hibernabant, sorte eve-
« nerant, edictum et litteras ad consulem misit, ut is exer-
« citus Idibus Martiis Arimini adesset in castris. Hic in
« provincia consulatum inire consilium erat memori vete-
<f rum certaminum cum patribus, quae trìbunus plebis et
(( quae postea consul prius de consulatu qui abrogabatur,
(( dein de triumpho habuerat, invisus etiam patribus ob
» novam legem, quam Q. Claudius tribunus plebis adversus
(( senatum atque uno patrum adiuvante C. Flaminio tu-
te lerat, ne quis senator cuive senator pater fuisset mariti-
« mam navem, quae plus quam trecentarum amphorarum
« esset , haberet. Id satis habitum ad fructus ex agris vec-
ce tandos; quaestus omnis patribus indecorus visus. Res per
« summam contentionem acta invidia apud nobilitatem sua-
« sori legis Flaminio, favorem apud plebem alterumque inde
« consulatum peperit. Ob haec ratus auspiciis ementiendis
(( Latinarumque feriarum mora et consularibus aliis impedi-
ti mentis retenturos se in urbe, simulato itinere privatus clam
« in provinciam abiit. Ea res ubi palam facta est, novam in-
« super iram infestis iam ante patribus movit : non cum se-
te natu modo sed iam cum diis immortalibus C. Flami-
« nium bellum gerere. Consulem ante inauspicato factum
(( revocantibus ex ipsa acie diis atque hominibus non pa-
« ruisse-, nunc conscientia spretorum et Capitolium et sol-
« lemnem votorum nuncupationem fugisse, ne die initi
« magistratus lovis optimi maximi templum adiret; ne
« senatum invisus ipse et sibi unum invisum videret con-
ti suleretque; ne Latinas indiceret lovique Latiari sol-
t( lemne sacrum in monte faceret; ne auspicato profe-
ti ctus in Capitolium ad vota nuncupanda, paludatus inde
t( cum lictoribus in provinciam iret. Lixae modo sine in-
(i signibus , sine lictoribus profectum clam , furtim , haud
- 219-
« aliter quam si exilii causa solum vertisset. Magis prò ifia-
« iestate videlicet imperii Arimini quam Romae magistra-
« tum initurum, et in deversorio hospital! quam apud pe-
« nates suos praetextam sumpturum. Revocandum universi
« retrahendumque censuerunt et cogendum omnibus prius
« praesentem in deos hominesque fungi officiis, quam ad
« exerciturfl et in provinciam iret. In eam iegationem (le-
« gatos enim mitti placuit) Q. Terentius et M. Antistius
« profecti nihilo magis eum moverunt, quam priore consu-
mi latu litterae moverant ab senatu missae. Paucos post dies
a magistratum iniit, inmolantìque ei vitulus iam ictus e ma-
« nibus sacrificantium se se cum proripuisset, multos cir-
" cumstantes cruore respersit; fuga procul etiam maior
« apud ìgnaros, quid trepidaretur, et concursatio fuìt. Id a
« plerisque in omen magni terroris acceptum. Legionibus
a inde duabus a Sempronio prioris anni consule, duabus a
« C. Atilio praetore acceptis, in Etruriam per Appennini
« tramites exercitus duci est coeptus )) (i).
(1} Livio, 11. 63.
Occorre che facciamo tre osservazioni a proposito di questo passo
di Livio. I* Nelle parole di Livio de consulatu qui abrogabatur il
verbo è usato in senso lato, non in senso rigoroso^ perchè abrogare
voleva dire togliere un ufficio mediante una legge (rogatio) ; ma nel
53 1/223 Flaminio e il suo collega nel consolalo non vennero privati
dell'ufficio direttamente nei comizi del popolo per mezzo d*una ro-
gazione, essi furono soltanto invitati a deporlo, coiT annunziar loro
ufficialmente che essi erano stati vitio creati^ cioè che la loro elezione
era viziosa e imperfetta. Questo sia detto a scanso d'equivoci. —
2* Le parole di Livio ratus reienturus se in urbe secondo me non
possono significare, se non che Flaminio credeva che lo avrebbero
spogliato del consolato, se egli fosse rimasto a Roma, intendiamoci
bene, dico che questa è Tidea di Livio, non che questa ragione ad-
dotta da Livio per spiegare la partenza prematura di Flaminio sia la
vera ; cf. § 4^ di questo capitolo. Ma che Livio scrivendo come scrisse,
credesse come io spiego, non c'è dubbio : che un retinere in urbe cosi
temuto dal nuovo console da indurlo a fuggire da Roma di nascosto
- 220 -
Tale è il fatto che imprendiamo ad esaminare, e tale è il
modo con cui Livio lo narra.
L'esame della quistione relativa alle Fonti superstiti di
esso, lo faremo, naturalmente, nel corso del capitolo, non
però in principio, contrariamente alla consuetudine generale
di aprire le investigazioni storiche colla disamina delle te-
stimonianze; tali disamine infatti, mirando a sceverare dal
vero delle notizie ogni aggiunta arbitraria frammischiatasi
in processo di tempo alla verità, stanno bene in principio,
generalmente parlando; ma il nostro caso è eccezionale; la
moltitudine delle cose da dire e la fisonomia speciale che
la questione , come vedremo , viene questa volta ad assu-
mere, richiedono un ordine diverso dal solito ; diverso nei
mezzi, non nel fine che è sempre la chiarezza del disegno
e della disposizione delle parti. Ma veniamo senz'altro alla
cosa.
Qual è il motivo per cui vogliamo esaminare la partenza
prematura di Flaminio? Il motivo Tabbiam detto nell'in-
troduzione notando che cotesta partenza è un fatto pieno d'in-
teresse dal punto di vista del diritto pubblico dei Romani,
essendo quella la prima volta, a quanto sappiamo, che un
m
console lasciava Roma, mentre era semplice console desi-
gnato, senza aspettare d'essere entrato effettivamente in carica,
per recarsi nella propria provincia. Due sono poi le parti
del nostro compito in questo proposito : nella prima fa mestieri
discutere la verità storica del fatto, per metterla in sodo, o
viceversa per metterla in dubbio; nella seconda, che natu-
doveva essere evidentemente non soltanto un farne indugiare la par-
tenza, ma un impedirgliela del tutto, cioè dunque una spogliazione
deirufficio. — 3° Dissi che tutta la carriera politica di Flaminio era
stata una lotta col Senato; si eccettui però la sua censura; cf. più
innanzi.
-221 -
Talmente può aver luogo soltanto nel caso che la verità del
fatto sia stata riconosciuta incontestabile, occorre meditare
sul fatto stesso neirintento di indagare meglio e quasi svi-
scerare lo stato interno della Repubblica in quel momento.
Un esame così largamente concepito del fatto manca tuttora;
però non mancano alcune ricerche parziali ; ma esse sono
inadeguate neir estensione e nel metodo, e paionmi errate
nella conchiusione a cui pervengono (negando la verità della
partenza anticipata di Flaminio), come si vedrà a suo luogo,
quando passeremo in rassegna ciò che in sostanza esse con-
tengono. Le molte cose che dobbiamo dire sull'argomento
di questo capitolo si possono acconciamente dividere in
quattro parti che formeranno dunque quattro paragrafi :
nel primo ricercheremo, se in tesi generale Tassenza da Roma
di uno dei nuovi consoli, nel giorno in cui questi assume-
vano l'ufficio e nel giorni seguenti, fosse una cosa possibile
0 impossibile nelF età della seconda guerra punica; e tro-
veremo che era possibile. (Son queste le considerazioni che
devono essere la base di tutta la. trattazione ; eppure esse
mancano totalmente nelle ricerche parziali alle quali accen-
navo ora). Nel secondo paragrafo indagheremo, se la cosa,
possibile in genere, paia probabile e vera nel caso concreto
di Flaminio ; e molte considerazioni di più sorta, non fatte
da coloro che la negano , ci porteranno a credere di sì.
Così accertata la verità del fatto, passeremo in rassegna, nel
terzo paragrafo , le obbiezioni sollevate contro di esso. In
fine, nel quarto paragrafo, ci serviremo del fatto per spin-
gere lo sguardo un po' addentro nella storia interna di
Roma in que' giorni calamitosi.
^ l. Se, e per me:[\o di quali spedienti , fosse possibile
permettere V assenna da Roma ad uno dei nuovi consoli
nel giorno in cui questi ultimi assumevano l'ufficio e nei
— 222 —
giorni susseguenti. Badiamo bene che parliamo dell^assenza
di un solo dei due consoli, e non delPassenza di ambedue.
La quistione che qui sollevo è importante, e nondimeno
intentata finora (i). Certo Tavranno trattata quegli antichi
scrittori romani che discorsero del loro diritto pubblico y
quali furono, ad esempio, C. Sempronio Tuditano (2), M.
Giunio Gracchano (3), e Cincio (4) \ ma le loro opere son
perdute; né i critici moderni istituirono indagini di sorta
su questo argomento (5). Ora è chiaro che la risposta alla
(i) Il MoMMSEN (Staatsrecht, 1, 594, seconda edizione) dice soltanto
che Tentrare in carica fuori di Roma era bensì procedimento irrego-
lare, ma tuttavia possibile; ma egli del tempo della Repubblica non
cita che T esempio di C. Flaminio, esempio di cui egli altrove [RÓ-
mische Forschungen, 2, 99) contesta la verità storica. Il Flange poi
parlando della cosa (RÓmische Alterthumery i, 622 segg., seconda edi-
zione) non nota nemmeno se T ufficio si dovesse assumere in Roma
o si potesse assumere anche .altrove. A questo proposito aggiungerò
che il Lange, discorrendo delle formalità incombenti ai nuovi consoli,
dice troppo recisamente che il trascurarle era illegale e tuttavia non
cagionava la perdita dell* ufficio. Vogliono essere sempre evitate tali
asserzioni generiche, quando esse non sono la conclusione di un'ana-
lisi; l'autore poi enumerando le formalità dimenticò il giuramento
delle leggi, formalità tanto essenziale che trascurandola si perdeva
l'ufficio ; l'autore, inoltre, badò poco bene alla legge curiata, senza la
quale il console non poteva comandare gli eserciti come ci mostrano
le testimonianze degli scrittori e le questioni di diritto sorte in pro-
posito di essa; anche il dire ch'egli fa {RÓm. Alterthum., i\ 35i, 596,
seconda edizione), che nei tempi posteriori la legge curiata non avea
più importanza è troppo.
(2) Nell'opera intitolata Libri magistratum,
(3) Nell'opera De potestatibus.
(4) Nell'opera De consulum potestate.
(3) In prova di consolati assunti lungi da Roma i critici citano gli
esempi di C. Giulio Cesare (Dione Cassio, 41, 39; Appiano, Bell.
civ.y 2, 48 ; cf. Drumann, Geschichte RomSy voi. 3, 475 ; Seeck, Hermes,
8, 164), di Cesare Augusto (Suetonio Auc, 26; cf. Mommsen, 5faaf 5-
rechty i, 594 seconda edizione) e dell'imperatore Pertinace {Vita Per-
tinaciSy 3 ; cf. Mommsrn, ivi). Ma questi esempi, desunti da epoche
siffatte, non provano nulla per quanto concerne la buona età della
Repubblica.
— 223 —
questione, se c'è, si deve trovare nelle istituzioni dei Romani
e nei fatti storici. Certo le consuetudini romane presuppo-
nevano la presenza dei due nuovi consoli in Roma , do-
vendo essi, prima di partire per la guerra, compiere molte
cerimonie e spedire molti affari che non soffrivano dilazione;
ma d'altra parte è naturale che, occorrendo, si lasciasse
partire un console designato, e che in certe contingenze spe-
ciali si permettesse che chi era stato eletto console mentre
era lontano da Roma, non vi facesse ritorno pel giorno in
cui diventava console effettivo. Sembrandomi anzi impossi-
bile che, in tanti secoli e per serie si lunga di guerre, a
Roma non sia mai accaduto, fino al tempo di Giulio Ce-
sare, un fatto eccezionale di questo genere, e persuaso di
trovare esempi molto più antichi , ho percorso le storie di
Livio, e la mia supposizione ebbe piena conferma. Proprio
durante la seconda guerra punica^ a distanza di qualche
anno appena dal secondo consolato di C. Flaminio, ho rin-
venuto tre esempi; questi esempi riguardano uno dei con-
soli designati d^li anni 540/214, 544/210, 546/208, e sono
i seguenti :
a) Sul finire del 539/215 i comizi centuriati elessero
consoli pel 540/214 M. Claudio Marcello e Q. Fabio Mas-
simo. Ma Marcello, eletto mentre era assente ( i ), non venne
poi nemmeno a Roma, perchè parlando degli arruolamenti
che incombevano ad ambedue ì consoli, Livio menziona
Fabio Massimo e non menziona Marcello (2), e perchè
narrando al solito la partenza dei consoli per la guerra,
(i) Lrvio, 24, 9, 9 : « Absens Marcellus consul creatus quum ad
exercitum esset, praesenti Fabio atque ipso comitia habente consulafus
continuatus >.
(2) Livio, 24, 11, 6: « Dilectu habito ei centum navibus novis de-
ductis, Q. Fabius comitia censoribus creandis habuit *.
- 224 —
parla bensì di Fabio, ma tace di Marcello (i). La cosa mi
pare chiarissima, sebbene i critici^ anche più illustri , siano
stati tratti in errore (2).
p) M. Valerio Levino fii creato console pel 544/210
mentre era lontano da Roma , dove egli non era ancor
giunto il 1 5 marzo, nel qual giorno nondimeno assunse Taf ^
Scio di console. (Livio, 26, 26, 5): « M. Marcellus quum
Idibus Martiis consulatum inisset, senatum eo die moris
modo causa habuit, professus nihil se absente collega neque
de re publica neque de provinciis acturum » . Dunque entrò
in carica non in Roma ma fuori di Roma.
t) Lo stesso Marcello, dopo essere stato designato al
suo quinto consolato per Tanno 546/208, venne spedito in
Etruria dove erano scoppiati moti di ribellione (3). Livio
dice che bastò il solo ordine dato a Marcello perchè gli
Etruschi posassero, donde parrebbe inferirsene che Mar-
cello ritornò subito a Roma. Ma Plutarco scrive che Mar-
cello sedò i moti percorrendo il paese (èv TuppT]v(a jnéra
Kivrijia TTpòq ÓTTÓaTacTiv Éirauac koi KaT€TTpàuv€v èTTcAGujv xoq
TTÓX€i^, Marcello, c. 28) : quindi è difficile credere che egli
siasi potuto trovare a Roma pel i5 marzo a prendervi il
(i) Livio, 24, 12, 5 : « Fabius Maximus , postquam Hannibalem
Arpis profectum et regredì in Campaniam allatum est, nec die nec
nocte interna isso itinere ad exercitum redit >.
(2) Alludo ai Rubino e al Mommsen, dei quali il primo asserisce
che in principio del 540/214 ambedue i nuovi consoli trovavansi a
Roma, e il secondo che trovavansi ambedue lontani da Roma. Ma di
ciò diremo fra poco.
(3) Livio, 27, 21, 6: « Comitiorum ipsorum diebus sollicita civitas
de Etruriae defectione fuit. Principium eius rei ab Arretinis fieri C.
Calpurnius scripserat, qui eam provinciam prò praetore obtinebat.
Itàque confestim eo missus Marcellus consul designatus, qui rem in-
spiceret ac, si digna videretur , exercitu accito bellum ex Apulia in
Etruriam transferret. Eo metu compressi Etrusci quieverunt >. Cf.
Plutarco, Marceli., 27.
- 225 -
consolato. Ad ogni modo però , col mandarlo in Etruria
nella qualità di console designato (i), il Senato consentiva
implicitamente a lasciargli assumere Tufficio fuori di Roma,
non potendosi sapere se la ribellione degli Etruschi sarebbe
stata condotta tanto prontamente a fine, che Marcello po-
tesse essere di ritorno pel i5 marzo.
Dunque, nelPetà della seconda guerra punica al più tardi,
si cominciò a permettere Tassenza in questione di un con-
sole designato. La cosa mi par certa e molto importante.
Ora procediamo innanzi e vediamo gli spedienti che in tali
congiunture si dovettero adottare per dar luogo a questo
fatto eccezionale. In Roma, prima di partire e mettersi alla
testa degli eserciti , i nuovi consoli avevano più sorta di
faccende da spedire e più sorta di cerimonie religiose e non
religiose da compiere; importa quindi investigare come può
e deve essere avvenuta la dispensa da siffatte faccende e da
siffatte cerimonie , accordata , nei tre casi ora enumerati e
in tutti i casi simili a questi, a quel nuovo console che non
(i) L'invio di Marcello in Etruria sullo scorcio del 545^209 nella
qualità di console designato non venne mai rilevato; quindi non fu
nemmeno sollevata una questione che necessariamente ne scaturisce,
ed è la seguente. Al suo partire per TEtruria Marcello non possedeva
ancora T imperio consolare, perchè era semplicemente console desi-
gnato ; d'altra parte però egli non possedeva più l'imperio proconso-
lare di cui era stato investito per l' anno 545/209, perchè gì' imperii
fondati sopra semplice proroga cessavano al varcar del pomerio per
rientrare in Roma. Con che imperio andò dunque Marcello in Etruria?
È poco probabile che gli fosse restituito Timperio proconsolare per-
duto rientrando in Roma, perchè al promagistrato non era lecito ri-
petere gli auspici di guerra, e senza tali auspici non si prendeva il
comando d*un esercito. Più probabile è che gli sia stato consentito
in anticipazione, come console designato, l'esercizio dell'imperio con-
solare. Se questa mia ipotesi è vera , siccome il console designato
possedeva ed esercitava più sorta di diritti (dei quali discorre Mom-
SEN, Staatsrechty i, 571, seconda edizione), a questi diritti sarebbe da
aggiungere questo ch'io dissi.
- 226 -
si sarebbe trovato a Roma in principio deli^ anno. Questa
investigazione non solo è utile, ma è altresì necessaria perchè
in essa ritroveremo confermato che T eccezione della quale
parliamo non è una semplice ipotesi. Per ciò che concerne
adunque le faccende da spedire mi pare che nulla dovesse
tornar più facile che lo stabilire che il console presente in
Roma vi attendesse da solo a nome proprio e a nome del
collega nello stesso tempo : stabilire ciò nella metà del sesto
secolo era nient'altro che ripristinare provvisoriamente una
istituzione antica , durata molto tempo e poi cessata. Nei
primi secoli della Repubblica non furono soliti i consoli
esercitare per turno il loro potere, comandando un mese
ciascuno? (i). Per tacere che accadendo che un con-
fi) Ci vollero più secoli prima che i Romani, avvezzi, air uscire
dalla forma monarchica di governo , a vedere un solo uomo al
comando , si penetrassero appieno della natura del governo conso-
lare , secondo la quale , in teoria almeno , ogni cosa doveva esser
fatta da ambedue i consoli fungenti insieme in forma di collegio. In
tutto quel frattempo i consoli preferirono avere il potere alternata-
mente un mese per uno (parlo naturalmente del principio dell'anno,
durante il loro soggiorno in Roma prima di partire per la guerra ,
parlo cioè della sfera d'azione circoscritta in Roma, domi). Il con-
sole a cui, secondo il turno, toccava il comando, era quello che avea
i fasci che erano il simbolo e l' insegna dell* autorità, ed era proba-
bilmente quello che chiamavasi perciò console maggiore (Festo ed.
MtjLLER, i6i : < maìorem consulem L. Caesar putat dici vel evm
penes quem fasces sint, vel eum qui prior factus sit > ; cf. Becker ,
AntiquitUten, 2, 2, ii3; Lance, RÓm. AlterthUm.j 2, 617, seconda
edizione; Mommsen, Staatsrecht, i, 38, seconda edizione). Del resto
non per ogni funzione troviamo ricordato negli antichi Tesercizio al-
terno del potere fra i due consoli, anzi lo troviamo ricordato sol-
tanto, oltre che nell'amministrazione della giustizia, nella convoca-
zione e presidenza del Senato durante i secoli quarto e quinto di
Roma (Dionigi, 6, Sy; io, 57; Livio, 9, 8, i).
Quando sia caduto in disuso cotesto turno non è noto ; certo era
cessato nel secolo sesto. Una, ma non la sola, delle cagioni che fe-
cero cessare il turno e fecero nascere l'operare collegialmente dei
consoli fu evidentemente il sentimento delFindole medesima dell' uf-
sole fosse morto in principio dell' anno sarebbe toccato al
collega superstite Ìl fungere da solo fino alla nomina d'un
altro console che prendesse ìl luogo del console morto (i),
fido: due erano i consoli, e di pari potere, e dovevano quindi ope-
rare insieme. Il Momuss.v {Slaalsrechl, 1,41, seconda edizione), vede
poi un'altra cagione, anzi la precipua, nel bisogno che ogni console
avea di evitare l'opposizione del collega, perchè, com'è nolo, anche
al console privo dì fasci e di potere competeva però ìl potere nega-
tivo, cioè il diritto del veto ; secondo quest'ipotesi ebbe line il sistema
del turno quando i consoli dissero : operiamo in comune afBnchè non
accada che uno di noi impedisca quello che l'altro voleva fare, lo
non so se i! Mommsen abbia ragione qui ; il diritto del veto e quindi
l'inconveniente dell'opposizione è antico quanto il consolalo, e perciò
te questo inconveniente fosse dispiaciuto a segno da far abbandonare
il sistema del turno, cotesto turno non sarebbe durato quanto è du-
rato. Quindi la cagione precipua per cui cessò il turno nell'esercizio
del potere consolare fu un'altra; e fra le varie che riflettendo sulla
cosa mi vennero in mente, la più probabile parmi la seguente, che
forse t la vera. È noto che i Romani mandavano ogni anno gli eser-
citi in campo; queste campagne, comandate naturalmente dai consoli,
per alcuni secoli furono circoscritte ai popoli abitanti a breve disianza
da Roma ; per tutto questo tempo adunque esse furono di breve du-
rata, tanto che i consoli potevano sempre passare plU mesi in Roma
prima di incominciarle, e, ritornatine, di nuovo passare altri mesi
prima che l'anno del loro ufficio fosse finito; in tale condizione di
cose tornava possibile ai consoli comandare un mese per uno, il loro
Mggiomo a Roma essendo di più mesi tanto in principio quanto alla
fine dell'anno. Ma 11 teatro delle guerre andò sempre più allonta-
nandosi da Roma, la partenza dei consoli si andò sempre maggior-
mente anticipando, e viceversa differendo il ritorno loro; troppo
spesso il loro soggiorno a Roma non si protraeva nemmeno a due
mesi né in principio né ìn fine dell'anno; cosi stando le cose era
ÌMpossibile continuare nel sistema dell'imperare per turno, perchè se
l'uno dei consoli risicava di non finire
collega risicava di non poterlo neppure
(t) Moralmente il console superatile e
lega, a convocare incontanente i coniiz
cenore al morto {subrof^are, iufficere
egli indugiava come gli piaceva. —
Livio, dobbiamo credere che la nomina i
console morto appartenesse, appunto cot
conaoli, al popolo raccolto nei coi
— 228 -
e che in caso di infermità, finché durasse ia malattia del-
Tuno, conveniva che Taitro fosse incaricato di far tutto da
solo. Ma anche per ciò che riguarda buona parte delle ce-
rimonie doveva esser cosa molto naturale, in caso d^assenza
di uno dei nuovi consoli, Taffidarne il compimento alFaltro,
perchè le cerimonie in questione si riducono essenzialmente
a sette (i), e di queste, tre mi sembrano tali da potere
non prestar fede al racconto dello storico. Tuttavia il MouMSEv{R6m,
Staatsrechtf ly 209, seconda edizione), partendo dal fatto che quando
nelle elezioni ordinarie accadeva che un solo dei candidati al conso-
lato ottenesse tanti voti da esser eletto a primo scrutinio toccava al
nuovo eletto il convocare i comizi per la nomina dell'altro console,
sospetta che in antico il console superstite non facesse nominare il
collega dal popolo, anzi lo nominasse egli stesso. Ma tra il diritto di
convocare il popolo per la nomina d'un console, e il diritto di no-
minarlo escludendo il popolo, c'è un abisso, pare a me: come con-^
eludere, dal diritto di convocare il popolo, al diritto di escludere il
popolo nella suffezione del collega? In questa cosa il momento es-
senziale è Telemento eleggente ; ma l'elemento eleggente è il popolo
anche nel fatto da cui parte l'autore.
(i) Nelle opere d'antichità romane manca pur sempre un prospetto
razionale di coteste formalità. Le sette cui accenno sono le seguenti :
I* Gli auspici che venivano presi da ciascun console, il mattino
del giorno medesimo in cui entravano in carica. Questi auspici erano,
come a dire, quella sanzione divina della nomina all'ufficio, la quale
ritenevasi sempre necessaria (Dionigi, 2, 5-6). Fra i moderni discorse
ultimamente di questi auspici il Mommsen [RÓm, Staatsrecht y 1, 785
588, seconda edizione).
2* Lo scioglimento, medesimamente nel primo giorno d'ufficio,
dei voti che i consoli dell'anno prima avevano fatti 'per la salute
dello Stato a Giove sul Capitolio, e rinnovamento, per parte dei nuovi
consoli , del medesimi voti. Ciò dicevasi vota nuncupare. La ceri-
monia è ricordata spesso negli scrittori antichi (Ovidio, Fasi.y i, 79
segg. Lo stesso Ex PontOy 4, 4, 25 segg.; Livio, 21, 63, 7; CiCERONe,
De leg.agr.j2, 34, gS). Frai moderni cf. Mommsen, RÓm. Staatsrechty
i, 594, seconda edizione.
3* II giuramento delle leggi {iurare in leges). Quando sia sorta
la consuetudine di deferire ai magistrati romani un giuramento delle
leggi noi sappiamo ; certo essa vìgeva già, come si ricava da un par-
ticolare di storia interna ricordatoci da Livio (3i, 5o, 7) nell'anno
554/200. Sul giuramento deferito ai magistrati e ai senatori vedi, fra
-^229 -
venir paragonate, in un certo senso, alle faccende delle quali
adesso parlavamo. Infatti mi pare che tanto i voti fatti dai
consoli , per la salute della Repubblica , sul Capitolio nel
i moderni, specialmente Mommsen, Staat^rechty i, pag. 398, seconda
edizione.
4* La celebrazione della festa Latina sul monte Albano. Questa
solennità è cosi nota che non occorrono altre parole.
5' Il sacrifizio , in Lavinto , fatto ai Penati e a Vesta. Cf. Ma-
CROBio , Sai., ^9 4) II 9 Servio ad Aen,, 2, 296; Schol. Veron. a
ViRG. ìj 259; MoMMSEN, Staatsreckt, i, 597, seconda edizione.
6* La presentazione dello legge curiata per conseguire rtm/?erii/m,
cioè per conseguire il comando degli eserciti. Cf. Livio, 5, 32, i3:
« Comitia curiata quae rem mìlitarem continent > . Cicerone, De Leg,
^^M 2, 12, 3o: « Consuli, si legem curiatam non habet , attingere
rem militarem non licet». Della legge curiata avremo fra poco l'oc-
casione di discorrere diffusamente.
7* Gli auspici che prendevano e i voti che facevano a Giove sul
Capitolino i due consoli, il mattino del giorno medesimo in cui essi
lasciavano Roma per mettersi a capo degli eserciti. Sugli auspici cf.
Pesto ed. Muller, pag. 241; Livio, 21, 63, 9; 22, i, e fra i mo-
derni MoMMSEN, Staatsrecht, i, 61, 64, 96, seconda edizione. Anche
questi voti chiamavansi vofa nuncupata,
11 passo liviano che esaminiamo, e che biasimando la partenza pre-
matura di Flaminio ricorda i doveri trascurati da lui, non annovera
tutte queste formalità, sia perchè esse erano note, sia perchè, come
spiegherò in appresso, la fonte seguita in questo proposito dallo sto-
rico fu probabilmente una fonte di genere oratorio e non di genere
storico. Le cerimonie accennate nel passo liviano sono queste : gli
auspici e i voti del primo giorno dell* anno (ne die initi Magistratus
Jovis optimi maxi mi templum adirei); la convoca del Senato (ne sena-
tum in visus ipse et sibi uni invisum videret consuleretque] ; le ferie
Latine (ne Latinas indiceret lovique Latiari sollemne sacrum in monte
faceret); gli auspici e i voti del giorno della partenza (ne auspicato
profectus in Capitolium ad vota nuncupanda , paludatus inde cum
lictoribus in provinciam iret). Come si vede, son toccate quasi esclu-
sivamente le formalità religiose.
Ora io vorrei dividere coteste sette formalità in due classi. La se-
conda, quarta e quinta erano , propriamente parlando , esercizio del-
l'ufficio di consoli, dunque funzioni del consolato. Ma la prima,
terza, sesta e settima, più che esercizio d*ufficio, erano, se non isba-
giio, compimento delfelezione al consolato stesso, ossia formalità che
rendevano piena la nomina air ufficio, e senza delle quali essa no-
mina rimaneva più o meno imperfetta.
- 230 -
primo giorno dell'anno, quanto le ferie Latine sul monte
Albano, quanto infine il sacrifizio in Lavinio, fossero al-
trettante attribuzioni dei. consoli, altrettante funzioni del con-
solato, e quindi che anche per queste come per tutte le altre
faccende di pertinenza dei consoli , si potesse agevolmente
ordinare che il console presente in Roma le compiesse da
sé solo, ben inteso a nome di ambedue i colleghi (i), anche
qui colla finzione giuridica necessariamente applicata agli
affari civili , cioè che le cose fatte dal console fungente si
considerassero legalmente come opera del collegio dei su-
premi magistrati. Insomma, nelP assenza di uno dei due
consoli nuovi, parmi cosa che venisse da sé che Taltro con-
sole e facesse i voti pel bene della Repubblica, e celebrasse
le Latine e compiesse il sacrificio a Lavinio a nome dei
Magistrati supremi di Roma, allo stesso modo ch^egli do-
veva convocare il Senato, fare gli arruolamenti, espiare i
prodigi, ecc. ecc. da se solo bensì, ma senza dubbio come
rappresentante del collegio dei consoli. — Solo per ciò che
concerne le quattro rimanenti cerimonie la cosa correrà
(i) Una bella e saldissima prova della mia ipotesi sulla rappresen-
tanza del collegio dei consoli conferita a quel console che fosse ri-
masto solo a Roma in principio delFanno, me l'offrono ì frammenti
dei fasti delle ferie Latine scoperti negli ultimi tempi, e precisamente
quelli riguardanti Tanno 540/214, Dei due consoli di quell'anno ab-
biam visto (e torneremo a vedere) che Marcello fu creato mentre era
lontano da Roma dove non tornò nemmeno quando ebbe intesa la
sua elezione, perchè sarebbe stata follia abbandonare in quel momento
il campo; e nondimeno questi fasti portano all'anno 540/214 il nome
di ambedue i consoli, come se ambedue i consoli fossero stati pre-
senti alla festa Latina in Albano [Corpus Jnscript. Latin,, voi. 6 ,
pag. 456, n. 2012); il che significa che ir console F'abio rappresentò
anche il collega a quella solennità. — Di qui traggo pure la conse-
guenza legittima che errerebbe chi come il Mommsen (RÓmiscke Far-
schungerij 2, 99 segg.) inclinasse a credere che il trovarsi nei fasti
suddetti il nome di ambedue i consoli indichi che ambedue i consoli
parteciparono in persona alla solennità.
- 231-
aitrimenti. Qui non era naturale che il console che trova-
vasi in Roma rappresentasse senz'altro, nel compierle, anche
il collega assente: esse non erano doveri o funzioni dei
Collegio dei consoli, erano anzi doveri personali di ciasche-
duno dei consoli , erano propriamente il compimento e la
sanzione della nomina al consolato e quindi incombevano
ad ognuno di essi: infatti gli auspici del primo giorno del-
Tanno essendo la domanda rivolta dal nuovo magistrato a
Giove nell'intento di sapere se come magistrato egli fosse
gradito alla Divinità , e potendo darsi che dei due consoli
Tuno fosse accetto al Dio e Taltro no, occorreva che tanto
questo quanto quel console facesse la sua domanda a parte dal
collega, e ottenesse similmente una risposta a parte. Medesi-
mamente, quanto al giuramento delle leggi, poiché in via nor-
male chi giura obbliga se stesso, è evidente che se ciascuno
dei consoli doveva obbligarsi, avevano da giurare ambedue
in persona. In terzo luogo la legge curiata equivaleva, in
origine, ad una conferma dell'elezione (i) : quindi, come il
candidato, generalmente parlando, aveva chiesto in persona
i suffragi del popolo nei comizi centuriati per essere eletto,
così doveva poi chiedere in persona Vimperium nei comizi
curiati. Infine cogli auspici presi dal console, nel giorno in
cui lasciava Roma per assumere il comando delle legioni ,
^i impetrava T assenso degli Dei alla sua elezione a duce
d^i eserciti romani, e coi voti fatti nello stesso giorno egli
(i) Cicerone (De leg, agr., 2, 11, 26): « Maiores de singulis ma-
gistratibus bis vos sententiam ferre voluerunt: nam quum centuriata
lez censoribas ferebatur, quum curiata ceteris patriciis magistratibus,
tum iterum de eisdem iudicabatur. Secondo Tautore, il conferimento
dell'imperio per mezzo delia legge centuriata ai censori e per mezzo
della legge curiata agli altri magistrati patrizi equivaleva ad una se-
conda elezione. Il che naturalmente va inteso dell' istituzione nella
sua origine.
— Sì32 —
prometteva, quando il Dio gli avesse concesso di vincere,
di riportar a lui la palma della vittoria — tutte formalità
eminentemente personali. E chiaro che per decretare T as-
senza di uno dei nuovi consoli era neqessario dispensarlo
da queste quattro ultime cerimonie religiose e civili, prov-
vedendo ad un tempo affinchè esse non fossero neglette.
Ma anche qui, così come rispetto al disbrigo degli afiarì e
al compimento delle tre formalità accennate prima, si sarà
ricorso allo spediente di demandare la rappresentanza del
collegio consolare al console presente; colla sola differenza
che qui lo spediente era più nuovo e rinnovazione più im-
portante. Faccio soltanto un^ eccezione per gli auspici del
primo giorno delPanno, i quali potevano forse essere presi
anche fuori di Roma (i) e quindi dal nuovo console as-
sente , senza che per lui li prendesse il collega rimasto a
Roma ; ma non esito ad affermare che per le altre tre for-
malità il Senato e il popolo (2) avranno fatta facoltà espressa,
a quel console che rimaneva in patria, di dar compimento
ad esse non solamente per suo conto ma altresì a nome
del collega, rappresentando in tal modo il collegio. A questa
affermazione mMnduce, per quanto riguarda il giuramento
delle leggi, quello che Livio narra a proposito di C. Valerio
Fiacco, creato edile curule per Panno 555/199, "lentre era
(i) Gli auspici in questione pare fossero presi dal magistrato nella
sua abitazione privata: così abbiam visto che Livio (21, 63, io) par-
lando di Flaminio scrive : « Magis prò maiestate videlicet imperii
Arimini quam Romae magislralum inilurum, et in deversorio hospi-
tali quam apud penates suos praetextam sumpturum >. Quindi pote-
vano forse esser presi in una città qualunque e non esclusivamente in
Roma.
(2) Popolo e Senato erano i poteri competenti per la dispensa dalle
leggi (Asconio in Cornei., Orelli, pag. 67; Kiessling et SchSll, p. 5i;
cf. Livio, 3i, 5o, 7 e nota seguente). Più tardi, nell'onnipotenza sua,
il Senato mise da banda il popolo (Asconio, ivi).
-233-
Flamine Diale (i): come Flamine di Giove non poteva giu-
rare, ma non giurando le leggi, dopo cinque giorni avrebbe
perduto Tufficio ; perciò chiese di venir dispensato dal giu-
ramento, e infatti avendo giurato in suo luogo il fratello di
lui che era pretore designato, il Senato e il popolo gli ac-
cordarono la dispensa ch'egli avea sollecitata. Quindi, dato
che nel 540/2 1 4 vigesse già Tuso di deferire ai nuovi consoli
il giuramento delle leggi, a che spediente crediamo noi che sia
ricorso il Senato, se non a quello di ordinare che il console
Q. Fabio Massimo le giurasse nello stesso tempo per sé e pel
collega M. Claudio Marcello, il quale era lontano da Roma,
dove il giuramento avea luogo ? E ciò che diciamo del giu-
ramento delle leggi va detto a maggior ragione della pre-
sentazione della legge curiata, malgrado il contrario parere
dei dotti (2). In principio del 540/214 cercavasi il modo
di fare che i comizi curiati confermassero V imperium a
Marcello , che fronteggiava Annibale in Campania , senza
tuttavia costringerlo a venire a Roma per questa formalità
della legge curiata. Ebbene, io ho esaminato la storia di
questa formalità, ed ho trovato che la presentazione di essa
per parte della persona interessata aveva sofferto e soffriva
molte eccezioni: in primo luogo, anticamente i re di Roma(3),
e, cacciati i re, i consoli (4), solevano presentare la legge
curiata pei questori; in secondo luogo sulla fine del settimo
secolo trattossi una volta di demandare ad un pretore la
(1) Livio, 3i, 5o, 6 segg.
(2) Per esempio del Mommsen , RÓm. Staatsrecht , 1 , 390 , seconda
edizione.
(3) Tacito (AnnaLy ii, 22) : € Quaestores, regibus etiam tum im-
perantibus, instituti sunt, quod lex curiata ostendit ab L. Bruto re-
petita >. Cf. RuBLNO, Untersuchungen uber rÓmische Verfassung und
GeschichtCy i, 3gS segg.; Mommsen, Staatsrecht , i, 389, seconda edi-
zione.
(4) Vedi la nota precedente.
Svista di filologia ecc., X. i6
- 234 -
presentazione della legge curiata a nome di altri magi-
strati (i); in terzo luogo è probabile che al tempo di Ci-
cerone vigesse la consuetudine di far presentare una sola
legge curiata complessiva per tutti i magistrati dell'anno ad
un tempo (2). Di qui conchiudo che Punico provvedimento
naturale a prendersi in principio del 640/214 era quello di
incaricare Fabio Massimo che presentasse la legge curiata
relativa al comando degli eserciti, non soltanto per sé, ma
nello stesso tempo per sé e per il collega che era assente
in servigio dello stato. Anzi c'è perfino un molto contestato
frammento di Festo, relativo, evidentemente, ad una riforma
introdotta Tanno 540/214 nella procedura della presenta-
zione della legge curiata per parte dei consoli, che forse e
senza forse si riferisce a questo provvedimento eh' io dico
per l'appunto. Il frammento è il seguente (3) :
hominis gratia nunc redintegrari ....
ex curiata fertur quo Hanni —
Romae cum esset nec ex praesidi
Q. Fabius Maximus Verru —
rcellus COS. facere in —
vit Aelius in XII sig — .
risulcum fulgur fu — .
V
E noto che M. Verrio Fiacco, di condizione liberto, e
vissuto sotto Augusto e Tiberio, scrisse un'opera intitolata
De verboriim significatu, nella quale per ordine alfabetico
eran citati e dichiarati dei vocaboli. L'opera fu più tardi
compendiata da Sesto Pompeo Festo ; e il compendio di
(i) Alludo ai decemviri della legge agraria proposta dal tribuno
Servilio Rullo. Cicerone, De Leg. agr,^ *, n, 28.
(2) Dione Cassio, Sq, ii; Mommsen , Staatsrecht, i, SSg , seconda,
edizione.
(3) Festo, ed. Muller, pag. 35 1 -352.
- 235-
Pompeo Pesto fii poi compendiato dal sacerdote Paolo;
fino a noi pervennero tanto il compendio quanto il com-
pendio del compendio ( i ); non però Topera principale. Or
bene, nel nostro frammento è cosa notissima e fuori di
questione che la parola, la quale veniva dopo la parola red-
integrari, era appunto un vocabolo da. spiegare, e che tal
vocabolo principiava colla lettera T (2). Noi ci troviamo
dunque innanzi ad un articolo o glossa in cui ignoriamo
due cose: i** la prima parola, la quale veniva dichiarata
dalle parole che seguivano ; 2** gran parte delle parole che
la dichiaravano. Quanto al dove finisca T articolo , i più
credono che finisca nell'ultima linea e che {t)risulcum sia il
principio di un nuovo articolo ; recentemente lo Scholl (3)
opinò che finisca nella sesta linea colla parola inistitue-
ritnt)^ e il Mommsen (4) aderisce in ciò allo Scholl. Pel
nostro scopo la questione dove finisca Tarticolo è al tutto
indifferente. Ciò posto vengo alle restituzioni del frammento
proposte sinora dai dotti, e poi darò la mia. La restituzione
deirUrsino, già confutata dal Rubino (5) è la seguente :
(Tribuni — )
(eia rogatione l)ex curiata fertur, quo Hanni —
(bai anno in conspectu) Romae cum esset nec ex praesidi —
(is discedere liceret), Q. Fabius Maximus Verru —
(cosus id per tr. pi. et Ma)rcellus cos. facere in —
(siituerunt, ut no)tavit Aelius in XII sig(ni)
(ficationum verborum).
(i) Del nostro frammento nulla passò nel compendio di Paolo.
(2) La seconda lettera della parola non è nota. Cf. Mìjller, praef.,
p. XXVllI.
(3) ScHÓLL, XII tab., p. 28.
(4) Mommsen, RÓm, Forsch,, 2, 411.
(5) UntersucHungen Uber róm. Verfassung und Geschichte^ i, 38i
e scgg.
- 236 -
È superfluo perder tempo a confutare questa restituzione :
basti il dire che il fatto menzionato nel frammento è del-
l'anno 540/214 (cosa certissima, perchè Fabio e Marcello
non furono consoli insieme se non una sola volta, e preci-
samente in quest'anno), mentre l'assalto di Annibale contro
Roma (che PUrsino suppose esser ricordato nel frammento),
è del 543/2 1 1 . Confutato TUrsino, il Rubino stesso restituì
il frammento come segue (i) :
(i) Ma allo stesso Rubino scappò detto, nei confutare TUrsino e il
Dacier suo seguace, un grave errore, che non fu avvertito nemmeno
dal Mommsen, il quale a sua volta confutò, come stiam per vedere,
l'ipotesi tutta quanta del Rubino. Quest'ultimo adunque, combattendo
rUrsino e il Dacier, dice che non occorreva far presentare la legge
curiata dai tribuni della plebe perchè la potevano presentare i consoli
stessi, i quali non trovavansi già al campo, ma bensì in Roma, sul
principio del 540/214: traduco le sue stesse parole. Ma quest'asser-
zione è erronea : Fabio era bensì in Roma, ma Marcello no, perchè
abbiam visto sopra l'oche al tempo dei comizi consolari Fabio trova vasi
a Roma e Marcello all'esercito (Livio, 24, 9, 9], 2° che gli arruolamenti
furon fatti dal console Fabio soltanto, senza che vi prendesse parte
Marcello (Livio, 24, ri, 6), 3® infine, che è bensì narrata da Livio la
partenza di Fabio da Roma, ma non quella di Marcello (Livio, 24,
12, 5). Per trovarsi a Roma Marcello doveva ritornarvi, cosa che
Livio non dice ; se vi fosse tornato avrebbe arruolato gli eserciti in-
sieme con Fabio, cosa che Livio, registrando in proposito soltanto
il nome di Fabio, esclude addirittura ; infine raccontando la partenza
di Fabio, Livio, il quale suole per l'appunto riferire accuratamente
la partenza dei magistrati per le loro provincie, non poteva non rac-
contare anche quella di Marcello, se questi fosse ritornato un po'
prima a Roma. So bene che il plurale consules è usato due volte da
Livio a questo proposito, 24, io, i : « Quo die magistratum inierum
consules, senatus in Capitolio est habitus, decretumque omnium pri-
mum, ut consules soriirentur compararenive Inter se, uter censoribus
creandis comitia haberet >, e 24, 11,1: < Perpetratis quae ad pacem
deum pertinebant, de re publica belloque gerendo et quantum copia-
rum et ubi quaeque esscnt, consules ad senatum rettulerunt »), ma che
vale questa figura del plurale usato invece del singolare, di fronte ai
fatti or ora notati ? Tanto più che quando il Senato era convocato da
un solo console, quest' ultimo parlava naturalmente a nome proprio
e a nome del collega nello stesso tempo, e consules, figura rettorica.
- 237-
(Tri -)
(ginta lictoribus l)ex curiata fertur, quo(d) Hanni —
(bai in propinquitate) Romae cum esset nec ex praesidi —
(is discedere liceret) Q. Fabius Maximus Verru —
(cosus egit per tr, pi. et Ma)rcellus cos. facere in —
(stituit, ut nota)vit Aelius in XII sig(ni)
{ficationum verborum).
Questa restituzione piacque specialmente colla leggiera
modificazione apponatavi da O. Miiller ; ma fu poi confu-
tata, e, credo, a buon diritto, dal Mommsen. Vediamo
perchè essa si raccomandasse all'universale e poi fosse con-
futata. La sola cosa che in essa non incontrava approva-
zione era il supplemento della quinta linea egit pr, tr. pi.
et, supplemento troppo lungo, e poi infelice per altri ri-
spetti ancora; onde O. Miiller soppresse addirittura queste
parole e poi accolse cosi modificata la restituzione del Ru-
bino nella sua edizione di Pesto. Il pregio di cotesta resti-
tuzione consiste specialmente in ciò , che in essa sarebbe
scoperta l'origine di una consuetudine notissima dei tempi
di Cicerone ; è noto infatti che nell'età di Cicerone i citta-
dini non solevano più intervenire ai comizi curiati, e che i
trema littori delle Curie rappresentavano queste ultime (i).
Ora ecco il concetto dal quale partì il Rubino : Fabio Mas-
simo dopo la battaglia di Canne avrebbe previsto un assalto
di Roma per parte d'Annibale, e avrebbe in conseguenza
era più esatto, dal punto di vista del diritto in astratto, che non sa-
rebbe stata i' espressione propria consuL È la stessa fìgura che tro-
vanamo nei fasti delle ferie Latine rispetto ai consoli medesimi.
(i) CiCERONB [De leg. agr,^ 2, 12, 3i): e illis... comitiis curiatis...
ad speciem atque usurpationem vetustatis per XXX lictores auspicio-
rum causa adumbratis >.
- 238 -
provvisto alla difesa facendo che ì cittadini si tenessero
pronti per accorrere alle mura; Fabio avrebbe inoltre pre-
visto che cadrebbero in battaglia dei generali e si dovrebbe
nominarne in tutta fretta degli altri, e avrebbe in conse-
guenza abbreviato le formalità del conferimento dell' impe-
rium ; quindi ecco ogni curia delegare il proprio littore a
rappresentarla nei comizi convocati pel conferimento del-
l' imperio , con che si conseguiva un altro duplice scopo :
i^ dispensati i cittadini dall* intervenire ai comizi curiati,
non sarebbe accaduta quella confusione, che altrimenti l'a-
raldo chiamando i cittadini ai comizi curiati poteva far na-
scere; 2^ i cittadini non avrebbero abbandonata la difesa
delle mura per accorrere ai comizi. I1-Mommsen (i) confutò
il Rubino osservando i^ che i comizi curiati non eran con-
vocati dall'araldo intorno alle mura, ma dal littore delle
curie {lictor curiatus , Lablio Felicb presso Gellio , i 5 ,
27); 2° che non è probabile che al sorgere della consuetu-
dine della rappresentanza , per mezzo dei rispettivi littori,
delle Curie, sia cessata la convocazione dei comizi curiati
addirittura; 3^ che non c'era ragione di abolire la convo-
cazione dei comizi curiati pel solo scopo di non allontanare
i cittadini dalle mura, giacché i cittadini non erano obbli-
gati ad intervenire ai detti comizi; 4^ che non sappiamo
se le trenta Curie avessero facoltà di spogliarsi dei propri
diritti per attribuirli ai loro rispettivi littori; 5*^ che il fatto
del non intervenire più i cittadini, ai comizi curiati , e del
rappresentare i trenta littori le trenta curie , non può es-
sere stato ordinato con un^ legge , ma accadde a poco a
poco di per sé, quando divenendo sempre minore il con-
corso dei cittadini a cotesti comizi convocati per mere for-
(\) Rhein. Mus., i3, 565 seg.; Staatsrecht, i, 592, seconda edizione ;
RÓm. Forschungen^ 2, 407 segg.
- 239 —
malità, ìi magistrato per far votare la sua legge videsì co-
stretto a servirsi dei littori ; né dee far maraviglia cotesto
poco zelo dei cittadini nelPintervenire a comizi d'importanza
puramente formale , accadendo perfino che intervenissero
pochi individui agli stessi comizi tributi (i). Vediamo ora
come il Mommsen stesso supplisce il frammento (2) : la
legge curiata , cosi ragiona il Mommsen , richiedeva la
presenza del magistrato che voleva T imperio; ma in prin-
cipio del 540/214 i nuovi consoli Fabio e Marcello trova-
vansi in campo contro Annibale e sarebbe stato peritoloso e'
irragionevole farli venire a Roma per quella formalità : perciò
cercossì il modo di non richiamarli, e il modo fu questo:
siccome Fabio era stato console nel 539/215 e Marcello pro-
console nello stesso anno e quindi ambedue erano già in pos-
sesso dell'imperio, si stabili che non cessasse il loro imperio
deir anno innanzi , ma continuasse e trapassasse nelPanno
540/214; in questo modo, Timperio che Fabio e Marcello
aveano avuto nel 539/215 lo ebbero anche nel 540/214
senza che fosse stato conferito loro di nuovo nei conìizi cu-
riati; e in questo modo si praticò per l'avvenire in tutti i
casi simili , ed è cotale consuetudine del far di meno , nel
conferimento dell' imperio, della legge curiata, che menzio-
nasi nel frammento di Festo, il quale adunque, continua il
Mommsen, vuol essere supplito nel seguente modo , senza
pretendere però di restituire testualmente la prima parola.
(Transit)
(ipso iure imperium nec I)ex curiata fertur : quo(d), Hanni —
(bai in locis vicinis) Romae cum esset nec ex praesidi —
(i) Cicerone prò Sest,^ 5i, 109.
(2) Vedi i luoghi citati nella nota penultima.
— 240 -
(is tuto decedere possent,) Q. Fabius Maximus Verru —
(cossus et M. Claudius Ma)rcellus cos. facere in —
(stituerunt).
Finora nessuno trovò da ridire in questa interpretazione
e restituzione, ma essa non mi persuade. Tutta Pipotesi dei
Mommsen si fonda sulla supposizione che in principio dei
540/214 i nuovi consoli Fabio e Marcello si fossero trovati
ambedue lontani da Roma; ma qui il Mommsen cadde
nella svista opposta a quella in cui era caduto il Rubino.
Se Marcello era lontano, Fabio però trovavasi in Roma,
come abbiamo sopra ricavato dai tre luoghi liviani : 24, 9,
g ; 24, 1 1, 6; 24, 12, 5, ai quali ora aggiungo 24, 7, 11,
ove è detto che Fabio sul finire del 539/215 venne a Roma
a presiedere i comizi elettorali (i). Mancando così all'ipo-
tesi il suo fondamento essa cade naturalmente senz' altro ;
ma giova notare che anche considerandola in se stessa, in-
dipendentemente dalla base su cui è stata costrutta , essa
non solo non è conforme alle consuetudini romane, le quali,
come spiegammo sopra, nel caso d'assenza di uno dei nuovi
consoli, piuttosto che suggerire T ommissione delia legge
curiata avrebbero consigliato lo spediente della rappresen-
tanza in modo che uno degli altri magistrati (e di prefe-
renza il collega medesimo del console assente) la presentasse
alle Curie in nome del magistrato che era lontano da Roma,
ma è in contraddizione col noto svolgimento delle Magi-
strature romane , perchè fondandosi sopra il conferimento
di più imperi ordinari dati 'ad una medesima persona in
più anni successivi senza interruzione , come se ciò fosse
cosa regolare ed ordinaria , essa presuppone la frequenjwi
(i) e Romam comitiorum causa veniens , in eum quem primum
diem comitialem habuit comitia edixit.
- 241 -
di un fatto che al tempo di cui parliamo era già stato vie-
tato dalle leggi (i). Né Fautore mi persuade quando egli si
(i) Fin dal principio del secolo quinto era stato prescritto che nessuno
potesse concorrere ad un medesimo ufficio una seconda volta, finché non
fossero trascorsi dieci anni dalla prima volta che l'ufficio era stato
da alcuno esercitato. Livio (7, 42, 2 : « aliis plebiscitis cautum ne
quis eundem magistratum intra decem annos caperet >]; e se quindi
innanzi non si lasciarono passare sempre dieci anni giusti fra la presa
e ripresa del medesimo ufficio, si yede però dai fasti che un inter-
vallo di più anni almeno non mancò mai di osservarsi. Di queste
cose discorse ultimamente il Mommsen, RÓm, Staatsrecht^ i, 5oo segg.,
seconda edizione. Ivi son raccolti gli esempi che per amor di brevità
io ommetto). Più tardi, forse un secolo dopo, prendendo in conside-
razione l'ordine successivo dei diversi uffici allo stesso modo che in
principio del secolo quinto Io era stata la presa ripetuta di un me-
desimo ufficio, si andò più oltre e si vietò il passare immediatamente
senza Tintervallo di almeno un anno dall'edilità curule alla pretura,
dairedilità curule al consolato, infìne dalla pretura al consolato. Questo
divieto non lo leggiamo in Livio, ma lo deduciamo dai fasti che si
ricavano dalle storie di lui; infatti, gli esempi mostrano costante-
mente cotesto intervallo a cominciare dal 554/200 (cf. Mommsen,
Staatsrecht, i, 5o8 dove essi sono raccolti). Prima di lui avea di-
scorso delle leges annales della repubblica romana il Nipperdet,
Die leges annales der rómischen Republik , Leipzig , i865 ; tale di-
vieto però non si creda sia stato emanato nel 554 ^^ Roma ; esso fii
emanato molto prima del 554/200; secondo me fu emanato nello
spazio di tempo che corse tra Tanno 462/292 e l'anno 535/219, che
è lo spazio di tempo stato descritto nella seconda decade di Livio ora
perduta; infatti, è impossibile credere che Livio non abbia toccato a suo
luogo di cotesto divieto; per il che, se non lo troviamo ricordato
nelle sue storie, ciò significa che era stato narrato nella decade se-
conda che più non ci rimane. Adunque, come sul cominciare del se-
colo quinto era stato proibito il chiedere due volte lo stesso ufficio
salvo a patto che tra la prima e seconda volta fossero corsi dieci
anni, così prima del 536/2 18 fu proibito il chiedere in due anni di
seguito due uffici curuli ; così tornava omai impossibile che una per-
sona diventasse magistrato curule due anni di seguito ; due anni di
seguito non si poteva più concorrere né ad un medesimo ufficio, né
a due diversi uffici curuli; quindi, se rispettavansi le leggi annali
(annales chiamavansi le leggi che determinavano le norme da osser-
varsi nel chiedere gli uffici, e stabilivano sia il minimum dell'età vo-
luta, sia Tordine in cui essi dovevano conferirsi, sia la durata delTin-
tervallo fra Tuno e l'altro di essi ; per dirla di passaggio, celebre fu
- 242 -
avvisa di scorgere una conferma indiretta della sua ipotesi
sia in quei casi abbastanza frequenti, che troviamo prima
la lex Villia annalis del 674/180 che fissava e quot annos nati quemque
magistratum caperent >, Livio, 40, 44] non poteva più accadere che
una persona si trovasse nel caso di aver bisogno della legge curiata per
due annidi seguito; notisi bene: non dico che era finito il tempo in
cui una persona potesse avere imperio due anni di seguito, cosa sempre
possibile in virtù dell'istituto di proroga delF imperio, nulla, ad
esempio, essendo più facile che diventar ;7r«fore, poi successivamente,
senza intervallo, propretore mediante la proroga dell' imperio , poi
console ; dico bensì che oramai, coU'aver tolto il modo di essere pre-
tore e console in due anni successivi, era tolto anche il bisogno della
legge curiata in due anni successivi, e ciò perchè tutti i dotti sono
d' accordo nel credere che erano soltanto gì' imperi ordinari (cioè
quelli che emanavano dall'elezione popolare nei comizi) che volevano
essere conferiti o sanzionati mediante la legge curiata (dico a bella
posta conferiti o sanzionati per evitare la questione relativa al valore
della legge curiata stessa, la quale, secondo alcuni conferiva vera-
mente al magistrato de* nuovi diritti, secondo altri era cosa di pura
forma e non dava nessun diritto nuovo), non già gl'imperi prorogati.
E così r ipotesi del Mommsen, della quale V autore nella sua opera
sul diritto pubblico dei Romani parla non già come di un'ipotesi
probabile, ma come di cosa indubitata, pare invece a me altamente
improbabile, non solo perchè fabbricata sopra base mal sicura (sulla
supposta , ma non vera assenza di ambedue i consoli del 540}, ma
anche perchè V attuazione di essa suppone che fosse cosa abbastanza
frequente il diventare console o pretore due anni di seguito, o pre-
tore un anno e console l'altro anno, mentre invece queste cose non
succedevano più se non per eccezione, nel tempo al quale si riferisce
il provvedimento ricordato nel frammento di Pesto; or come può
credersi che si fondasse un' istituzione permanente partendo da fatti
meramente ed esclusivamente eccezionali ? So bene che questi fatti
eccezionali non mancarono nei momenti gravi in cui si ebbe bisogno
di lasciar al comando gli uomini provati. (Cosi durante le guerre
Sannitiche L. Papirio Cursore fu console nel 484 e 435 di Roma, e
Q. Fabio Massimo Rulliano lo fu nel 444 e nel 445. Nella guerra di
Pirro M'. Curio Dentato fu console nel 479 e nel 480. Nella seconda
guerra punica Q. Fabio Massimo Verrucoso fu console nel SBg , e
nel 540. M. Pomponio Matho fu pretore nel 537 e nel 538. Q. Fulvio
Fiacco fu pretore nel 539 e nel 540. Taccio dei tempi rivoluzionari
del secolo settimo quando le leggi non eran più leggi e la violenza
avea preso il luogo delle leggi). Ma queste erano eccezioni, ed erano
talmente considerate come eccezioni, che ci vollero altre leggi , le
>- 243 -
del 540/214, di persone che alternavano con una certa re-
golarità la vita pubblica colla vita privata coir essere ma-
gistrati un anno e ritornar privati Tanno dopo, e diventar
di nuovo magistrati Tanno seguente, e così via (i), sia nei
casi di continuazione d'ufficio, congiunta però col ritorno
del magistrato a Roma sulla fine delTjinno (2).
quali sospendessero, in que' momenti gravi, l' applicazione degli or-
dinamenti sulle magistrature. E anche di una di queste leggi, fatte
per dispensare provvisoriamente dall'osservanza di siffatto ordina-
mento, è giunta memoria insino a noi; Livio infatti tocca, sebbene
non a tempo e luogo, ma per mera incidenza, del plebiscito fatto nel
537/217 dopo la battaglia del Trasimeno, col quale veniva sospeso,
durante la seconda guerra punica, l'effetto dei plebisciti portati in
principio del quinto secolo sulla ripresa di un medesimo ufficio. (Livio,
27> 6> 7- « Cn. Servilio consule, cum C. Flaminius alter consul ad
Trasumennum cecidisset, ex auctoritate patrum ad plebem latum, ple-
' bemque scivisse, ut, quoad bellum in Italia esset, ex iis, qui consules
fuissent, quos et quotiens vellet refìciendi consules populo iusesset9.
Son parole dette dal dittatore Q. Fulvio, presidente dei comizi rac-
colti per creare i consoli del 545/209). Anzi eran cosi odiose siffatte
eccezioni, che malgrado che cotesto plebiscito del 537/217 dovesse
aver valore per tutto il tempo che sarebbe durata la seconda guerra
punica, tuttavia i tribuni della plebe s*eran provati ad impedire che
fossero dichiarati consoli, pel 545/209, Fabio Massimo e Fulvio Fiacco,
perchè il primo era stato console l'ultima volta appena quattro anni
innanzi nel 540/214, e il secondo era stato console l'ultima volta ap-
pena due anni innanzi nel 542/212 (Livio, 27, 6). Ci furono adunque
le eccezioni, è vero; ma le eccezioni non servirono mai più che nel
nostro caso a confermare la regola ; e, lo ripeto, non può darsi che
si fondasse un'istituzione sopra fatti eccezionali, rari e odiosi, perchè
le istituzioni, anzi, sogliono piuttosto fondarsi su ciò che è regolare
e succede ogni giorno in via normale.
(1) L'autore suppone che chi fosse stato magistrato due anni di se-
guito, quasi non avrebbe avuto tempo di ritornare a Roma. Tale
supposizione ha poco fondamento, perchè in quell'età le spedizioni
militari duravano poco, e quindi non si vede come il console, o il
tribuno militare con potestà consolare non avrebbero potuto ritornare
a Roma indipendentemente dal bisogno di rinnovare l'imperio per
mezzo della legge curiata. Del resto è noto che le cagioni delTinter-
yallo tra due magistrature sono ben altre.
(2) 11 ritorno a Roma di queste persone, se servisse a provare Tipo-
- 244 -
Quindi non recherà maraviglia che il Mommsen stesso
non trovi un solo esempio che conforti la sua ipotesi, per
tacere poi che essa non giova a spiegare come si procedette
negli altri casi d'assenza di uno dei consoli nuovi. — Tali
sono le interpretazioni e le restituzioni del frammento ten-
tate fino ad oggi, e lutte poco probabili. Invece è probabile
che la riforma introdotta in principio del 640/214 riguardo
al modo di presentare la legge curiata, e ricordata nel fram-
mento, consistesse in nient'altro che in quel provvedimento
che appunto , vista la storia della legge curiata , ci parve
testé che dovesse naturalmente esser preso, se non si vo-
leva, come non si voleva infatti, che la formalità della legge
curiata del console Marcello venisse addirittura trascurata (i);
cioè consistesse nello stabilire che quind' innanzi uno qua-
lunque dei consoli bastasse a presentare la legge curiata per
sé e pel collega nello stesso tempo; ed è dunque probabile "
che il luogo di Festo, a parte la prima parola, che non
saprei indovinare io, come nessuno presunse di indovinarla,
dicesse così :
{ab altero consule (2) l)ex curiata fertur quo(d) Hanni —
tesi del Mommsen servirebbe egualmente a provare la nostra, quindi
questa considerazione è di poco momento pel nostro caso.
(1) L'importanza della legge curiata durava ancora al tempo di Ci-
cerone, quando le altre formalità Taveano perduta, e ne sono prova
le questioni di diritto insorte in questo campo a proposito di Appio
Claudio console nel 700/54 [Cicerone ad fam., 1, 9, 25; Ad Quint.
fraìr.y 3, 2, 3 ; i4i AiX,^ 4, 16, 2), a proposito del trionfo di C. Pora-
ptinio nello stesso anno (Cicerone ad i4/^,4, 16, 2), e a proposito
delle elezioni per V anno 706/48 meditate dagli aderenti di Pompeo
(Dione Cassio, 41, 43; cf. Cesare, De bello civ., i, 6, 6; cf. Rubino,
Untersuchungen uber rÓm. Verfassung und Geschichte, i, 370).
[2) Ho cercato in Livio se si dicesse meglio alter consul oppure
consul alter ed ho trovato che alter consul era da preferirsi. Nel nono
libro sopra otto volte Fautore adopera sei volte quest'ultima forma.
- 245 -
(bai in locis vicinis) Romae cum esset nec ex praesidi —
(is alter consul discedere posset) Q. Fabius Maximus Verru —
(cossus et M. Claudius Ma)rcellus cos. facere in —
(stituerunt.)
»
Questa mia interpretazione e restituzione si fonda sulle
consuetudini antiche dei Romani e serve a spiegare non
solo come si può e si deve esser proceduti in principio del
540/214, ma come si procedette anche in tutti gli altri casi,
che non mancarono per certo e in cui avvenne che dei con-
soli nuovi uno fosse assente e dovesse così ottenere V im-
perio per mezzo della legge curiata senza tuttavia ritornare
per questa ragione a Roma.
Così siamo giunti alla fine del primo paragrafo, giacché
degli auspici e dei voti, che i consoli prendevano e face-
cevano nel giorno in cui essi partivano per la giierra, non
occorre dir altro se non che, stante l'affinità di questa for-
malità con quella della legge curiata, si sarà proceduto per
quelli come per quella (i). Ora riepiloghiamo brevemente
cioè: 9, i3, io; 9, 29, 3; 9, 32, 2; 9, 38, u; 9, 41, 5; 9, 43, 7, e
due volte sole consul alter (9, 16, 2; 9, 38, i). Nel libro decimo,
sopra sette volte Tautore adopera sei volte la forma alter consul : io,
9, 8; IO, (4, 9; IO, i5, 4; IO, 24, 12; IO, 3i, i ; io, 43, i ; e una
volta sola la forma consul alter: io, 37, i.
(1) La relazione tra le due formalità è accennata da Cicerone (De
leg, agr,^2, 11) dicendo che i comizi curiati tantum auspiciorum
causa remanserunt (cf. Mommsen , Staatsrecht, dove parla della legge
curiata, nel luogo già citato). I critici affermano che il console po-
teva trasandare questa formalità (Becker, Handbuch der róm. Ant.,
2y 2,60; Lasge, Róm. Alterthum.j 1,622, seconda edizione; Mommsen,
Staatsrecht^ i, 65, seconda edizione; Weissenborn a Livio, 41, 10,7),
e si fondano sull'esempio del console C. Claudio (Livio, 41, io). Par-
tito senza aver preso gli auspizi e fatti i voti, Claudio non venne ri-
conosciuto nella sua qualità dai Generali suoi predecessori e dai suoi
soldati e subalterni , prima di essere ritornato a Roma a compiere
la formalità trasgredita. A me pare che questo esempio provi tutto
- 246-
questo primo paragrafo: ricavammo da Livio che uno dei
consoli del 540/214 non trovossì in Roma in principio del
suo ufl&cio-, che non vi si trovò nemmeno uno dei consoli
del 544/210; infine che uno dei consoli del 546/208 fu spe-
dito alla guerra mentre era semplice console designato (pro-
prio come leggiamo che fece Flaminio) : poi abbiamo giu-
dicato che in questi e simili casi gli affari e le cerimonie
incombenti ai nuovi consoli si affidassero in generale a quel
console che rimaneva in Roma, uno spediente del quale, per
quanto riguarda la legge curiata, resta aperta testimonianza,
forse, nel frammento di Pesto esaminato.
Ora dopo di avere dimostrato, in tesi generale, che nel-
l'età della seconda guerra punica gli ordini romani non e-
scludevano punto in modo assoluto la lontananza da Roma
per parte di uno dei nuovi consoli in sul bel principio del-
l'anno, passiamo a considerare nel secondo paragrafo il caso
particolare di C. Flaminio e della sua partenza avvenuta,
secondo il testimonio di Livio, mentre egli era designato
console per la seconda volta.
§ IL Se la partenza da Roma di C. Flaminio, mentre
era console designato pel 537/217, sembri vera o no. Se
la nostra ipotesi sul frammento di Festo cogliesse nel segno,
ne potremmo senz'altro inferire che già prima del 540/214
r assenza da Roma di uno dei nuovi consoli in principio
dell' anno non era cosa al tutto nuova , altrimenti non si
il contrario : prima di tutto Claudio dovette ritornare a compiere la
cerimonia, e ciò prova la necessità di essa; in secondo luogo, invece
di dire che egli partì sapendo di poter trasgredire la formalità, io
direi che partì sperando di venirne dispensato, ma siccome la sua
precipitosa partenza proveniva da ambizione personale e non da bi-
sogno dello Stato, la dispensa non fu accordata, donde il suo ritorno
a Roma.
— 247 ~
spiegherebbe come essa sia stata prevista e come si sia
provveduto ad essa. Ad ogni modo però, l'assenza di Mar-
cello in principio del 540/214, quella di M. Valerio Levino
in principio del 544/210, ed infine la partenza di Marcello
console designato per Tanno 546/208, que' tre fatti che noi
siamo stati i primi ad osservare, faran forse cangiar d'av-
viso chi riguardava la partenza di C. Flaminio come inve-
rosimile per la sua novità. Ora procediamo innanzi per
vedere se ci sia ragione di credere che cotesta partenza sia
un'invenzione di qualche scrittore. Io farò brevemente le tre
considerazioni, che meditando sull'argomento mi parvero
necessarie a farsi per trattarlo colla larghezza dovuta, e che
rispondono ai tre dubbi che in questo proposito possono
sorgere in mente. Cotesta partenza è fatto straordinario a
tal segno da doversene naturalmente dubitare ? In secondo
lu(^o: è probabile una falsificazione storica di questo ge-
nere? In terzo luogo: la natura delle antiche fonti super-
stiti favorisce forse l' ipotesi d' una falsificazione ? Rispon-
diamo paratamente ai tre quesiti.
a) Al primo quesito si può dire che fu già risposto nel
paragrafo precedente; infatti gli esempi dei consoli M.
Claudio Macello nel 540/214, di M. Valerio Levino nel
544/210, e infine quello di M. Claudio Marcello console
designato pel 546/208, tolgono alla partenza di Flaminio il
carattere di straordinaria che essa sembra avere agli occhi
di alcuni critici. Forse da questo apparente carattere stra-
ordinario del fatto c'è chi derivò appunto i sospetti che lo
mossero a cercare le circostanze storiche e cronologiche che
parevano porne in dubbio la verità ; noi non solo ripetiamo
che tali sospetti, visti i tre esempi suddetti , non hanno
ombra di fondamento, ma stimiamo di dover notare, inoltre,
che certi fatti della storia antica di Roma non si hanno da
riguardare subito con diffidenza a cagione di qualche ille-
j* ■»
- 248 —
galìtà che essi sembrano supporre. Le illegalità sono sempre
state più o meno possibili dovunque. A Roma poi Tabuso
di potere era cosa molto più facile che non nei tempi mo-
derni , perchè (non faccia velo il nome di Repubblica) i
consoli avevano tanta autorità e tanto prestigio, che, se ca-
pitava che fossero nature arbitrarie, tornava quasi impossi-
bile, nella pratica, tenerli a segno. L'inconveniente avea poi,
ben inteso, il suo correttivo, che consisteva nella facoltà,
e, aggiungiamo pure, nella facilità, colla quale i tribuni della
plebe potevano intentare un processo politico al magistrato
appena fosse scaduto d'ufficio. Quindi nessuno pensò mai
a metter in dubbio, a cagion d' esempio , gli atti tirannici
di Appio Claudio Cieco (i), o di altri che non mancano
nella storia romana.
La maggiore o minore incostituzionalità della partenza in
quistione non prova nulla contro la medesima , sebbene ,
come vedremo poi, essa non sia incostituzionale alla guisa
e nel senso che si crede.
P) Or vediamo se in se stesso sia probabile che gli
scrittori antichi abbiano inventata la panenza di Flami-
nio. Nella storia romana sono forse meno rare che nella
storia di qualunque altro popolo le falsificazioni: parecchi
secoli di dominio esclusivo esercitato da un certo numero
di famiglie patrizie, la lunghezza di vita che ebbe lo Stato
di Roma, e le vicende intestine che lo agitarono, ecco suf-
ficienti cagioni di falsificazioni storiche : dalla prima cagione
ebbero origine quelle che avevano la loro ragion d' essere
nell'ambizione delle famiglie antiche di voler figurare nei
(i) Specialmente la sua censura fu feconda di risultati. Egli fu ri-
belle al Senato e a tutte le istituzioni vigenti. Preziosi cenni ci ser-
barono gli antichi (Diodoro, 20, 36; Livio, 9, 29, 7 segg.; 9, 3o; 9,
33, 4 segg.; 9, 46 segg.). I moderni scrissero molto su di lui; cf. fra
gli altri MoMMSEN, Róm, Forsch., i, 3oi segg.
- 249 -
fasti consolari e nelle memorie dei tempi andati più spesso
e con più lustro del vero ; dalle altre cagioni ebbero origine
quelle che dipendevano dalle convinzioni e dagli intenti po-
litici speciali degli scrittori. Quindi nella storia romana più
che in qualunque altra afBlò le sue armi quella critica
che si chiama moderna, e che in realtà incomincia da Lo-
renzo Valla ; e ad affilarle per estirpare il falso continuò
sempre e continua essa più che mai, ed a ragione; ma se
in tutto ci vuol metodo, qui ce ne vuole moltissimo, ed uno
dei principi più owii non può non esser il seguente ; che
chi, senza argomenti di rigore e di certezza matematica (e
quanto son rari in queste discipline siffatti argomenti !), in-
tende provare agli altri che c^è una determinata falsificazione,
ne deve prima di tutto far vedere il perchè e il come.
Ora in proposito del perchè io non posso consentire col
SsECK (i) nel credere che Livio abbia inventata la partenza
di Flaminio per poterla biasimare, e così poter biasimare
tacitamente e indirettamente anche Giulio Cesare, che, fatto
console la seconda volta per Tanno 706/48, se ne andò da
Roma prima d'esser console effettivo, e si trovò in Brindisi
il primo gennaio, che in quel tempo era il giorno in cui i
consoli entravano in carica. Osservo che prima di tutto non
si potrebbe senza gravi precedenti , e così alla leggiera ,
versar sopra Livio il peso di questa calunnia (2); poi Tir-
(i) Dissertazione citata, Hermes, 8, 166.
(2) È questione di metodo, che nelle ricerche ha somma impor-
tanza, anche indipendentemente dalle conclusioni più o meno felici
t certe di esse. Qualche volta succede che il risultato loro sia errato,
e che nondimeno alcune parti siano svolte con metodo sano e com-
mendevole. Co», ad esempio, il Seeck poteva ritenere per falso il rac-
conto di Livio, senza tuttavia dare a questo storico la taccia di partigiano
menzognero; il che il critico poteva fare colla supposizione bensì di uno
scritto calunnioso, ma non facendone autore il nostro storico, anzi
immaginando piuttosto che quest'ultimo fosse stato vittima di una mi-
'Hfvista di filologia ecc., X. i7
«/.
- 250-
regolarità in cui Cesare era incorso non era tanto grave
(si ricordino gli esempi dei consoli M. Claudio Marcello e
M. Valerio Levino nella metà del secolo sesto di Roma)
stifìcazione, servendosi ingenuamente del medesimo scritto ; questa
ipotesi non sarebbe stata giusta secondo me, ma almeno sarebbe stata
possibile. Ma che Livio, scientemente, abbia alterata la storia, obbe-
dendo ad istinti o ad istigazioni di parte, mi pare, fra le ipotesi, la
meno probabile. — A proposito di mistificazioni letterarie il Mommsek
{Die Scipionenprocesse^ Hermes , i, 212 segg.; RÓm. Forsch., 2, 5o2
segg.) non crede che davvero, durante il celebre processo intentato
dai tribuni della plebe ai due fratelli Scipione l'Africano e Scipione
TAsiatico, il tribuno Tiberio Gracco (padre dei famosi Gracchi) abbia
tenuto il noto discorso in favore degli accusati e specialmente in favore
dell'Africano, anzi crede che il tenore di quel discorso(Liv., 38, 52-53)
sia piuttosto il sunto di un libello pubblicato allo scoppiare della guerra
civile, e precisamente nella primavera del 705/49; in quei tempo,
com'è noto, Cesare fece violenza alla potestà sacrosanta del tribuno che
non voleva permettere che egli aprisse Terario ; allora un tale, secondo
il Mommsen, avrebbe scritto un libello per protestare contro tale vio-
lenza ; questo tale però sarebbe stato un aderente di Cesare, e sarebbe
stato mosso non da ira di parte, ma soltanto dall'amore alla giustizia
e alle istituzioni ; quindi la protesta fatta in forma allegorica col
ricordare una scena del celebre processo, in modo che le cose dette
da Tiberio Gracco all'Africano dovessero intendersi come dette, dal-
l'autore del libello, a Cesare, per ammonir quest'ultimo del rispetto
dovuto alle leggi; e Livio poi, secondo il Mommsen, avrebbe letto
il libello e non si sarebbe accorto delTallegoria. Dirò di questa idea
del Mommsen, che, se non mi par vera, almeno non cade nell'incon-
veniente in cui è caduto il Seeck colla sua, perchè siffatte gherminelle
letterarie, che non ingannano nessuno dei contemporanei, essendo al-
lora la commedia un secreto pubblico, diventano facilmente fonte di
errore pei posteri, uno dei quali era Livio, che nel 705 era fanciullo
di dieci anni e quindi ignaro degli affari pubblici. — L'idea però del
Mommsen non mi par tuttavia vera; in primo luogo non mi sembra
che nel 705/49 si potesse pensare a dittature perpetue e a consolati a
vita presagendoli all'eroe investito dall' oratore. In secondo luogo il
colore misto di Cesariano e' di repubblicano, che il libello avrebbe
avuto, sarebbe un fenomeno poco rispondente alla realtà delle cose,
essendo chiaro che l'autore non poteva essere che o Cesariano, nel
qual caso avrebbe lasciato correre la violenza di Cesare senza far
motto; o contrario ai disegni di Cesare, nel qual caso egli non sa-
rebbe stato profeta di onori' a quest'ultimo. In terzo luogo, siccome
— 251 —
-da porgere giusta occasione di biasimo, anzi sarebbe stato
puerile pretendere che nei momenti decisivi della triste e
gigantesca lotta che allora combattevasi fra Pompeo e Ce-
lare, questi avesse aspettato che fosse venuto il primo di
gennaio prima di muoversi da Roma, invece di correre
prontamente contro il rivale; infine badisi che la somiglianza
fra la partenza di Flaminio e quella di Cesare è soltanto
apparente, perchè Cesare non commise le colpe che si rim-
proverano a Flaminio (che sono specialmente Tommissione
delle ferie Latine e quella delle sedute del Senato), avendo
egli celebrato le Latine (i) e nominato i governatori delle
Provincie (2): come avrebbe quindi potuto il nostro storico
mordere Cesare parlando di Flaminio? L'allusione sarebbe
stata oscura; T allusione dunque non c'è. E non solo mi
pare errata la congettura del Seeck sullo scopo della pretesa
falsificazione dì Livio, ma a me non riesce nemmeno di
imaginarmene un altro qualunque un po' un po' verosimile,
ossia d' indovinare una cagione che potesse aver indotto
Livio o altro storico più antico ad inventare il fatto in que-
stione. Una cagione politica o di parte? ma io non vedo
né a che prò uno storico democratico , celebrando V eroe
della sua fazióne, avrebbe intruso questo particolare non
vero (come suppongono que' tali critici) nella storia dei par-
titi, né viceversa a qual fine uno scrittore di istinti aristo-
cratici avrebbe aggiunto, alla serie degli affronti veri inflitti
da Flaminio al Senato, un affronto meramente immaginario.
Oppure la partenza in discorso, e quindi anche le mancanze
Livio stesso sospettò che l'orazione di T. Gracco non sia genuina
(Livio, 38, b6, 5)^ è chiaro ch'egli si sarà occupato un momento della
cosa; per il che, se l'orazione fosse stata un libello del 705, egli se ne
sarebbe accorto.
' (1) Cesare, De bello ciV., 3, 2, 1.
(2) Appiano, Bell, c/v., 2, 48.
~2S2 -
di Flaminio verso gli Dei (trascuranza delle ferie Latine e
di altre cerimonie religiose), vennero inventate semplice-
mente per dare ad intendere al mondo che la sconfitta toc-
cata dai Romani sul Trasimeno non era se non in appa-
renza r opera degli uomini y mentre in realtà essa era la
meritata ed inevitabile punizione divina di quelle mancanze,
e che quindi ne rimaneva salvo Tonore delle armi romane ?
Neppur questa ipotesi ha valore di sorta nel nostro caso
(per quanto essa sia tale da raccomandarsi altrui, quando
fosse certo il fatto che si tratterebbe di dimostrare, cioè
la falsificazione) ; e valga il vero : se cosi fosse , lo storico
autore della falsificazione avrebbe messo espressamente in
evidenza il nesso fra la cagione e V effetto , avrebbe detto
che la rotta di Flaminio fu la conseguenza necessaria e le-
gittima della costui partenza anticipata, e T asserzione sa-
rebbe poi stata via via ripetuta dagli scrittori venuti dopo;
ma in quella vece, non c^ è autore antico che dica questo,
che anzi tutti gli antichi, al contrario, convengono nelP as-
serire che Flaminio perì per non aver tenuto conto dei si-
nistri prodigi apparsigli in Etruria (i).
Non meno diffìcile sarebbe trovare un come della falsi-
ficazione. I critici che concepirono Tidea della falsificazione
non si diedero la pena di cercarlo, ed io confesso d^averlo
(i) CiceRm De divinai, y i, 35, 77; 2, 8, 21 ; 2, 3i, 67. Lo stesso ,
De natur. ieor.,2, 3, 7-8; Vai-erio Massimo, i, 6, 6; Ovidio, Fast,^
6, 755. Tanto consenso fra i classici è molto osservabile; quindi è
che parmi si diparta molto dal vero il Lance quando afferma [RÓm,
Alterthiim.f 2j i55, seconda edizione) che gli antichi immaginando
quella partenza (secondo l'autore quella partenza è fìnta) intesero a
far manifeste le cagioni secrete della rotta del Trasimeno. Meno
esatto parmi pure il medesimo critico, citando a questo proposito
Plutarco, Fabio, e. 2 ; questo storico menziona certi prodigi tra-
scurati da Flaminio, ma non li mette in relazione alcuna colla scon-
fìtta del Trasimeno.
- 253 -
cercato invano. Distinguo due specie di falsificazioni sto*
rìche. C è 1' alterare i fatti sopprimendo particolari veri e
aggiungendone di non veri, che è sempre possibile. C'è Tin-
ventare dei fatti (come si suppone nel nostro caso) che non
è sempre facile, massime trattandosi di tempi in cui iBori-
scono le lettere (i). Or badisi che la partenza irregolare di
Flaminio (irregolare, come vedremo, solo perchè non de-
cretata dal Senato, e non per altro) sarebbe una di quelle
invenzioni che non vengono in mente che ai contemporanei
a sfogo improvviso di sdegni di parte; or come sarebbe
essa stata possibile? C'erano allora scrittori contemporanei
delle cose di Roma, così fra i Romani come fra gli stra-
nieri , quindi come avrebbero osato e potuto , gli storici ,
affibbiare ad un uomo celebre come Flaminio, un^azione di
quella sorte, che pur si era dovuta compiere alla luce del
giorno ? avrebbero osato e avrebbero potuto dar colpa di una
azione scandalosa ad un uomo morto pur dianzi, mentre
tutti ricordavano benissimo quello che egli avea e quello
ch'egli non avea fatto, se non si fossero fondati sul véro?
Mi par di no. Questo sia detto degli storici contemporanei.
Quanto poi agli storici posteriori, io notava or ora che essi
non potevano avere interesse alcuno ad inventare e propa-
(i) Questo è un criterio che non tanto si esprime a parole, quanto
si applica nella pratica. Infatti i critici scoprono per lo più le falsi-
ficazioni nella storia dei tempi anteriori allo sviluppo delle lettere,
scritta dai posteri ma non dai contemporanei, e quindi capace di es-
sere alterata. Così, ad esempio, sarebbe stata travisata Timmagine di
Sp. Cassio e di M. Manlio (Mommsen, Hermes, 5, 228 segg.; R6m,
Forsch.^^j i53 segg.), sarebbe un'invenzione la storia di Sp. Maelio
aspirante alla monarchia (lo stesso, ivi), sarebbe un'invenzione quella
di Coriolano (Mommsen, Hermes y 4, i segg.; R6m, Forsch,j2j ii3
segg. Ma il Bonghi, Nuova Antologia, voi. 16, p. SgS segg., risguarda
la leggenda di Coriolano come un'amplificazione poetica, archeolo*
gica e letteraria ad un tempo, di un fatto vero).
- 254 —
gare una menzogna di questo genere, ed aggiungerò adessa
che C. Flaminio sarà stato certissimamente ritratto dai con-
temporanei in guisa così precisa, che oramai doveva parere
assunto vano e di esecuzione difficile, l'imprendere ad alte-
rare il quadro che dipingeva quell'uomo alle prese col Se-
nato.
t) Esaminando finalmente il modo in cui ci pervenne
la notizia della cosa, non trovai ragioni che valgano a farla
negare, sebbene a primo aspetto tutto paia concorrere a
metterla per l'appunto in dubbio. Al vedere infatti che Livio
è il solo storico che la racconta di proposito (i), e Valerio
Massimo il solo scrittore che ne tocchi una volta per inci-
denza (2), mentre Polibio, narrando per disteso la storia
romana di quel tempo, la passa sotto silenzio, e mentre
Cicerone non fa mai allusione ad essa nelle dieci volte che
egli parla o di Flaminio o almeno della catastrofe del Tra-
simeno (3), saremmo inclinati a credere che la cosa non si
(i) Naturalmente Livio è poi coerente a se stesso, e tutta la storia
interna dei principio del 537/217, che leggesi sul principio del libro
XXII, conferma il racconto anteriore. Infatti come sulla fìnc del XXI
narra la partenza dei console designato C. Flaminio, così sul prin-
cipio del XXII narra che Servilio fu il solo dei due consoli che sia
entrato in carica a Roma e abbia convocato il Senato (Cw. Servilius
consul Romae Idibus Martiis magistratum iniit. Ibi quum de re pu-
blica retulisset, etc), e abbia espiato i prodigi {consul de religione patres
consuluit),e narra che fu i7 solo Servilio che arruolò le truppe (Dum
consul placandis Romae dis habendoque dilecta dat operam , etc.)*
(2) Val. Massimo, 4,6, 6 : « C. autem Flaminius inauspicato consul
creatuSf cum apud lacum Trasymennum cum Hannibale confìicturus
convelli signa iussisset, etc. «.Osservo di passaggio che fonte di Va-
lerio Massimo, in questo luogo, paionmi essere state le parole Liviane
riferite in principio del capitolo: < consulem ante inauspicato factum
etc. » (21, 63, 7). E se così è notisi il qui prò quo; le parole di Livio
si riferiscono ai primo consolato di Flaminio nel 53 1/223, ma Valerio
Massimo le applica al secondo consolato !
(3) Cicerone parla dieci volte di Flaminio, cioè: Ad Brut,, 14,
^7'ì ^9> 77- ^cad, pr,y2, i5, i3. De invent.,2, 17, 52. De senect.^
-255-
le^esse negli autori conosciuti a Polibio e a Cicerone, e cbe
essa fosse stata inventata più tardi da Livio o almeno al
tempo di Livio. Ma questa conclusione sarebbe precipitata.
La cosa si riguardò come un aneddoto, e quindi , passata
sotto silenzio da qualche storico dei più antichi, essa ebbe
la stessa sorte anche negli storici posteriori. E oltre a questa
ragione generale ci sono ragioni speciali che spiegano il si-
lenzio di ciascheduno scrittore in particolare. Polibio in-
fatti ommìse molte cose anche più importanti (i), le quali
4, II. De divinai. y i, 35, 77; 2, 8, 21 ; 2, 3i, 67. De nat. deor., 2,
3, 7 e 8. />e legg.y 3,9, 20, quando ricordandone Teloquenza che la
fama diceva non comune, quando menzionando la legge agraria di
lui, quando narrando i portenti apparsigli in Etruria , e quasi ad
ogni volta rammentando la catastrofe del Trasimeno.
(i) Ho esaminato il libro terzo di Polibio (in esso vengono esposte
le cose seguite dal principio della seconda guerra punica fino alla
battaglia di Canne), che è parte integrante dell'opera (viceversa sono
semplicemente un*introduzione a tutta l'opera i due primi libri, cf.
Polibio, i, 3 e 3, i) e che ci rimane intero, e Tho confrontato col
libro XXI di Livio ; il risultato di tale esame fu appunto questo, che
gli autori romani o non romani più antichi, i quali descrissero la
seconda guerra punica, furono bensì studiati tutti quanti da Po-
libio, ma senza che egli abbia mai pensato a non ommetter nulla,
nelle sue storie , di quanto lesse nei loro scritti ; in effetto , per
tacere che i fatti avvenuti in Ispagna nei due primi anni della guerra
trovansi esposti più diffusamente presso Livio che non presso Polibio
(del che discorre BÓttcher, Fleckeisens Jahrbucher Supplementband^
5, 427, e WÓLFFLiN, Hermes^ '875, pag. 122 segg.), ci son molle cose,
la cui verità sarebbe ridicolo voler contestare, e la cui importanza
non potrebbe essere maggiore, che vennero per la prima volta narrate
dagli autori contemporanei (altrimenti non ne sarebbe giunta fino a
noi la notizia), e che oggi leggonsi in Livio, le quali tuttavia mancano
in Polibio; tali sono le cose riferite da Livio 21, 3i, 9, dove leggiamo
che Annibale, per andare dal paese degli Allobrogi alle Alpi , passò
per le regioni dei Tricastini, dei Vocontii e dei Tricorii; tali sono
quelle riferite da lui, 21, 49 segg., e che sono la somma degli avve-
nimenti seguiti in Sicilia nel primo anno della guerra ; tali sono so-
pratutto quelle riferite da lui, 21, 19, 6 segg., dove è fatta menzione
di un avvenimento dei più caratteristici, ossia dell'infelice tentativo
che i legati dei Romani fecero, al rompersi della guerra, percorrendo
— 256-
venivano però riferite necessariamente dagli autori ch^egli
consahò (se non le avessero riferite noi non ne avremmo
più contezza alcuna) ; perchè non crederemo elisegli ommet-
tesse anche la partenza di Flaminio o a bella posta, op-
pure per dimenticanza ? Noterò ancora che Polibio e lo sto-
rico che evita per principio gli aneddoti; non avea egli
prima d'allora passato sotto silenzio V insubordinazione di-
mostrata da Flaminio al Senato nel 53 1/223 , quando era
console la prima volta? (i). — Per quanto concerne poi
le Spagne e le Gallie in cerca di alleanze contro i Cartaginesi ; tali
sono infìne tnolte imprese militari di poca importanza, come quelle
narrate da Livio, 21, 37-59, ed esaminate nel capitolo precedente, ed
altre che vedremo nel quarto capitolo; per tacere della storia interna
di Roma, e non solo della storia raterna consueta, ma di qualche
fatto straordinario, quale sarebbe, ad esempio, la primavera sacra vo-
tata dai Romani dopo la battaglia del Trasimeno. Dopo ^iò chi potrà
più dire che sia lecito dubitare della verità di una cosa, solamente
perchè c*è Livio solo a narrarla e la tace Polibio ? Anche nel capitolo
precedente abbiamo avuto i* occasione di sollevare questa quistione.
(i) Polibio potè aver passato sotto silenzio la partenza di Flaminio
per una di quelle ragioni per le quali passò sotto silenzio le cose che
ricordai nella nota precedente, oppure perchè egli la poneva fra gli
aneddoti, dei quali non volle mai curarsi. A proposito del suo stadio
nello scansare gli aneddoti , eccp alcune cose raccolte scorrendo
Topera sua. Durante la prima guerra punica, e precisamente nel 5o5
di Roma, ebbe luogo V infelice battaglia di Trapani (Drepana), de-
scritta minutamente da Polibio (1, 49 segg.); ma per l'aneddoto dei
sacri polli, che non volendo mangiare furono dal console P. Claudio
Palerò gettati in mare a bere, Polibio non ha nemmeno una parola,
e noi l'ignoreremmo, se altri scrittori antidii non lo avessero ricor-
dato. Nel 531/22 3 era console per la prima volta il nostro Flaminio,
che partì col collega contro gli Insubri, e che alle lettere del Senato
che li richiamava, i consoli, a Roma, rispose col dar battaglia al ne-
mico ; ebbene Polibio, che oltre al descrivere a lungo la battaglia si
diffonde perfìno a criticare un pericolosissimo errore strategico di
Flaminio (Polibio, 2, 32 segg.), non fa parola né delle lettere del
Senato né della disobbedienza di Flaminio (Zonaras, 8, 20; Plu-
tarco Fabio, c. 2; Orosio, 4, i3).Cos\ Polibio ommise la menzione
dei prodigi annunziati a Roma dopo la battaglia della Trebbia (dei
quali abbiamo discorso nel capitolo primo), e quella dei sinistri prò-
— 257 —
Cicerone, a me non fa maraviglia che questo autore, {Hir-
landò di Flaminio e del sanguinoso dramma consumato al
lago Trasimeno , non accenni mai alla famosa partenza ^
^li non ebbe T occasione di farlo, almeno nelle opere che
ci rimangono di lui; difatti non trovo che egli sia venuto
per incidenza a discorrere dei principii e delle consuetudini,
che Flaminio avea violato partendo prima del i5 marzo, e
quindi capisco benissimo che l'oratore non parli nemmeno
della partenza, né vedo dunque come sia lecito inferirne che
nessuno degli scrittori letti da lui ne avesse parlato. Ed una
conferma di ciò che dico, spigando il silenzio di Polibio e
di Cicerone, Tabbiamo nel silenzio stesso di Plutarco, di cui
ho aspettato finora a bella posta a far menzione (i). Plu-
tarco, a proposito dell'elezione di Flaminio al secondo con-
solato del 537/217, ricorda gli aneddoti relativi al primo
consolato di lui, e nondimeno non parla della famosa par-
tenza, che era l'aneddoto relativo al secondo (2); si dirà
nostici apparsi a Flaminio in Etruria quando questi stava per ci-
mentarsi con Annibale sul Trasimeno. Altre cose si troverebbero di
certo cercando più minutamente, ma coteste pel nostro scopo pos-
sono bastare.
(i) Poca importarne ha poi il silenzio degli storici latini minori,
dipendenti immediatamente o mediatamente da Livio; il loro si-
lenzio dipese semplicemente dalla loro volontà, avendo essi trovato
in Livio, loro fonte, il racconto della cosa. Poca ne ha parimente
quello di Appiano e di Zonaras essendo essi scrittori compendiosi
anzi che no.
(2) Plutarco [Fahio^ e. 2) ricorda che nel 53 1/223 Flaminio e il suo
collega ricevettero lettere dal Senato che li invitavano a deporre il
consolato , essendo incorso un vizio nella loro elezione ; l' invito fu
vano. Questo aneddoto è narrato da Plutarco ricordando la vittoria
riportata da Flaminio sugli Insubri nel 53 1/223, e questa vittoria, a
sua volta, spiega, secondo Plutarco, la baldanza dimostrata più tardi
da Flaminio, il quale, fatto console di nuovo pel 537/217, non si
lasciò commuovere dai prodigi naturali che vennero annunziati a
Roma dopo la battaglia della Trebbia. Si dirà perciò che il silenzio
— 258 —
perciò che gli scrittori letti da Plutarco non la narrarono?
No, perchè, ad esempio, è cosa certa che Plutarco lesse Livio.
Ciò vuol dire che Plutarco , del pari che Cicerone , non
venne a parlare della cosa o per semplice caso, o piuttosto
per disattenzione nel compilare Topera sua, come vedremo
subito.
Adunque non prova proprio nulla il silenzio degli scrit-
tori, che a primo aspetto parrebbe dimostrare che gli sto-
rici antichi non ebbero notizia della partenza di Flaminio ,
e quindi parrebbe dimostrare che essa è un'invenzione di
Livio o di altro scrittore poco anteriore a Livio. Che se ci
volgiamo airanalisi del racconto liviano riconosceremo forse
che esso deriva, nella sua sostanza, da uno scritto di un
contemporaneo di Flaminio, essendo impossibile che uno
storico novelliere dei tempi posteriori riuscisse a dare al
suo racconto quel colore di realtà che traspare ancora dalla
pagina di Livio e traspariva naturalmente anche meglio dallo
scritto usato da Livio in questo proposito. Ecco le osserva-
zioni che feci a questo riguardo. Nel racconto liviano viene
tessuta per intero, quasi, la vita politica di Flaminio, meno
la censura (i) : ora Tommissione di quell'ufficio altissimo
che era la censura, era bensì necessaria, trattandosi di met-
tere sott'occhio i momenti in cui Flaminio contese col Se-
nato, cosa che egli non pare aver fatto quando fu censore;
ma in ciò io scorgo il fare di un contemporaneo, perchè un
falsario posteriore non avrebbe forse avuto V avvertenza di
distinguere i nfiomenti in cui Flaminio non contese col Se-
sulla partenza di Flaminio significhi che non la narravano nemmeno
gli autori antichi compilati da Plutarco? No, tant'ò vero, che Livio,
letto molto da lui, è appunto quello che la narra ; è dunque per ne-
gligenza o per proposito che Plutarco non lo narrò.
(i) Come avvertii fin dal principio del capitolo. — Fu censore nel
534/220; cf. Livio, epit. 20, e Livio, 23, 22-23; 24, 11, 7.
- 250-
nato, dagli altri momenti. In secondo luogo quando io leggo
che Flaminio andò debitore del secondo consolato all'aver
egli difeso il plebiscito Claudio (cosa che gli rese favorevole
il popolo), io sento Taffermazìone di un avversario politico di
Flaminio (i), che è quanto dire l'asserzione di un contem-
poraneo. In terzo luogo, siccome la provincia di Flaminio
fu r Etruria mentre quella di Servilio fu la Gallia (capo-
luogo Rimini) (2), crediamo noi, se la partenza di Flaminio
fosse mera invenzione, che l'autore dell'invenzione avrebbe
scritto che egli andò a Rimini (3), che era il capoluogo
della provincia di Servilio? L'autore avrebbe detto che Fla-
minio andò in Etruria. Infine nel racconto liviano è fatta
menzione della legge o del plebiscito Claudio , e dei due
legati spediti dal Senato a richiamare Flaminio; or quanto
a questa legge non c'è altro autore antico, per quanto so
vedere, che ne faccia memoria esplicita (4), il che ad ogni
modo prova che negli stessi scritti del settimo secolo , ora
(i) Con ciò non voglio dire che Tasserzione sia giusta. È vero che
i moderni van ripetendo semplicemente quel che Livio scrive, che
cioà Flaminio fu innalzato ai fasci per la seconda volta in compenso
d'avere, unico fra tutti i senatori {uno patrum adiuvante C. FlaminiOy
son le parole di Livio, 21, 63, 3). perorata la causa della proposta
fatta da un tribuno Q. Claudio (cosi Mommsen, R6m. Gesch.y 1,819^
829 della seconda edizione; Lance, RÓm, AlterthUm,^ 2, i5i, seconda
edizione, e tutti gli altri critici), ma l'asserzione è evidentemente par-
tigiana, come è partigiano tutto lo scritto donde deriva Finterò luogo
di Livio.
(2) Delle Provincie consolari parleremo presto.
(3) Naturalmente, oggi che s*è cominciato a negar che sia vera la
partenza idi Flaminio, si nega altresì, nello stesso tempo, Tandata di
lui a Rimini; così la negano, oltre il Seeck nella dissertazione più
volte citata, parecchi altri venuti dopo, e ultimamente Gottlob Ege-
LHAAF, Jahrbucher fUr class, Phil, und Pàdag, Supplementband ^ 10,
5o6. Rispondo però a tutti osservando che lo scrittore che avesse in-
ventata la partenza di P^laminio, avrebbe detto che egli andò in Etruria^
perchè fu questa la sua provincia.
(4) Dico menzione esplicita.
-260 —
periti, non era punto frequente il ricordo di essa ; quindi io
starei quasi per dire che questo significa che il racconto
liviano proviene, qui, da una fonte molto antica, e non da
una falsificazione recente, perchè chi avesse più tardi in-
ventata la cosa, come taluni ora pretendono, non si sarebbe
forse risovvenuto di cotesta legge oggi mai vecchia e poco
nota; e quanto ai legati non esito ad asserire che il nu-
mero di due di cui è fatta parola nella narrazione di Livio
accenna a tradizione genuina, perchè un annalista del set-
timo secolo, che avesse cavato dalla sua fantasia la partenza
straordinaria di Flaminio, e avesse dovuto inventare , ne-
cessariamente , anche V ambasceria del Senato al console ,
avrebbe certamente pensato ad un numero maggiore di am-
basciatori (i). — Tutto, tutto accenna, nel racconto rima-
stoci in Livio, ad una fonte contemporanea, della quale
vai ben la pena di occuparsi un momento, almeno in una
nota (2).
(i) Nei tempi antichi i legati del .Senato solevano essere in numero
di due ; nei secoli posteriori in numero maggiore ; cf. Mommsen ,
Staatsrecht y 2,665, seconda edizione; lo stesso, R6m, Forsch.^ 2,
304.
(2) La quistione è interessante e nuova, ed ecco quello che a me
pare. Livio narra la partenza di Flaminio, poi la biasima acremente,
in un' invettiva di amarezza che non ha riscontro presso questo Ro>
mano generoso, mite e gentile. Or cotesta invettiva guasta un po', a
mio credere, l'economia della storia, sia perchè di molta lunghezza,
sia perchè posta in fìne del libro 21, nel luogo che al solito è desti-
nato a compendiare i fatti principali della storia interna, come a
dire comizi, ludi, morte di sacerdoti, esimili; e badisi che viceversa
queste notizie di fatti interni mancano al tutto questa volta. L'invet-
tiva guasta ancora Tarmonia dell'opera, perchè è messa violentemente
fra due semplici e brevi notizie, vale a dire fra quella dell'andata
di Flaminio da Roma a Rimini, e quella dell'andata di lui da Ri-
mini ad Arezzo. Dall'altra parte poi, guardando all'intrinseco, le pa-
role dello storico sono ancora più osservabili ; sono un'invettiva, in-
vece di essere una serie di gravi e pacate considerazioni quali si
addicono alla storia ; non espongono le cagioni vere, ma soltanto le
— 261 -
Poniamo adunque fine a questo secondo paragrafo con-
chiudendo in favore della verità storica della partenza di
Flaminio nei termini in cui lo storico latino ce la racconta^
e passiamo a dare nel seguente paragrafo uno sguardo a
tutte le obbiezioni mosse dai critici contro la verità storica
del racconto di Livio.
§ III. Le obbiezioni. È utile vederle nel loro insieme,
tanto quelle a cui fu già risposto, quanto le altre a cui do-
vremo rispondere. !• Il Seeck, dopo di avere ripudiata
la notizia data da Livio circa il tempo in cui furono tenuti
i comizi per l'elezione dei consoli del 537/217, accogliendo
invece quella di Polibio, continua dicendo, che la partenza
cagioni apparenti della partenza di Flaminio, come io farò vedere
fra breve; il giudizio, severo e tranquillo, del fatto, manca intera-
mente; infine vi leggiamo uno schizzo della vita politica di quel-
l'uomo, con molto gusto sì, ma senza poterci trattenere dal soggiun-
gere che lo troviamo dove meno ce lo aspettavamo. L'estrinseco e
rintrinseco del racconto iiviano sono dunque molto notevoli, sebbene
nessuno l'abbia mai detto. Ora è evidente che tutto ciò dipende dalla
natura dello scritto, dal quale proviene, immediatamente o mediata-
mente che sia, il racconto medesimo. Secondo me, il modo di capir
bene tutte queste singolarità è un solo, quello cioè di supporre che
noi abbiamo qui il sunto di un discorso tenuto prima nel Senato
romano da un avversario politico di Flaminio nell'occasione della
partenza di questo, e poscia diffuso per iscritto. In tal caso si capi-
rebbe la lunghezza e la violenza dell* invettiva, si spiegherebbe la
mancanza delle vere cagioni del fatto (il libello non ha bisogno di
dire le cagioni , fatto com'è pei contemporanei ai quali esse sono
note; la storia, che guarda ai posteri, sì), e si vedrebbe il perchè
della biografìa di Flaminio, la quale, come sempre in simili casi, è
poi il novero di quelle che all'occhio malato dell'uomo di parte pa-
iono colpe. Poco importa poi che sia difficile cogliere nel segno
quando si tratti di dire il nome dell'oratore ; del resto non andrebbe
forse lungi dal vero chi pensasse a Q. Fabio Massimo antesignano
dei nobili e quindi antagonista di Flaminio, e che, come sappiamo
da Cicerone (Cato Maior^ 4, 12) e da Plutarco (Fabio^ i), era al-
tresì oratore.
- 262 —
di C. Flaminio mentre era semplice console designato, cioè
prima del i5 marzo, era cronologicamente impossibile.
Questa asserzione l'abbiamo già confutata nel capitolo pre-
cedente, dimostrando che qW comizi consolari ebbero luogo
dopo la battaglia della Trebbia, non già prima, e qualche
tempo innanzi al i5 di marzo. — 2* Continua il Seeck
asserendo che, secondo Plutarco {Fabio Mass., e. 3), la
partenza di Flaminio avvenne nel modo consueto, come
sempre erano partiti i consoli, senza incidenti straordinari.
Invece a me pare che Plutarco non tocchi per nulla la par-
tenza del console, e che le parole di lui tòv fièv crtpaTÒv
èEàT€iv èKé\eu(Te toù^ x^^tàpxou^, che sogliono riferirsi alla
partenza da Roma^ s'abbiano a intendere diversamente, che
cioè Flaminio , mentre era già in Etruria , diede ordine
di muovere il campo, non già che abbia ordinato di par-
tire da Roma per V Etruria. Veggasi infatti che a queste
parole tengono dietro quelle altre (i) circa l'impennarsi del
cavallo di Flaminio e il cader rovescione di quest'ultimo,
fatto che parve ai prudenti un prodigio di sinistro augurio,
tale da dover rimuovere il console dalla risoluzione di
combattere, del quale però egli non fece nessunissimo conto;
ma il prodigio avvenne in Etruria, come dicono tutti gli
antichi (2). Dunque le parole citate esprimono il mover del
campo in Etruria, non l'uscire di Roma (3). — 3" Con-
(1) aÙTÒc; ò'é-rrl tòv Vinrov &XXò|Lievo^ èE oùbevòq alriou irpobfjXou irapa-
XÓTw<; èvTpó^ou ToO ViTirou Ycvo^ievou xal TiTupévTo^ lliii^G^ xal xarc-
V6x8€(^ ènl K6q)aXf|v 6mu^ oùòèv ^Tpciye tt^; Tvu»|Lir|q, àXX* ui^ U}p^Tlaev è£
^9X^^ àiravTT^ai Tip 'Avvip<ji, ircpl Tfjv KaXouiiiévTiv Gpaauviav Xi^vnv Tf|^
Tuppr|via(; TiapCTdSaTo.
(2) Livio, 22, 3; Celio Antipatro presso Cicerone, De Divinat,,
I, 35.
(3) Così, e non altrimenti, vuol essere inteso il principio del capo
terzo della vita di Fabio Massimo, che qui esamineremo per intero
per mostrar dove sta la cagione dell* essere esso sialo frainteso. Nel
— 263 —
tinua il Seeck asserendo che Zonaras (8, 25) narra essere
i consoli Flaminio e Servilio parliti insieme. Veramente
l'appellarsi a cotesto scrittore greco, vissuto cosi tardi, per
secondo capo, Plutarco, racconta che i fenomeni straordinari annun-
ziati a Roma dopo la battaglia della Trebbia (di essi trattammo nel
capitolo precedente) non fecero alcuna impressione sull'animo di Fla-
minio, ma commossero grandemente Fabio Massimo, il quale, in con-
seguenza, diede il consiglio di star sulle difese evitando ogni battaglia
campale, e lasciando che il tempo logorasse le forze nemiche, che
erano poche. Or viene il capo terzo : < Tuttavia non persuase Fla-
€ minio, ma dicendo — Flaminio — di non voler aspettare che la
« guerra giungesse alle porte di Roma , né di aver da combattere
« nella città per difendere la città come aveva fatto Camillo antica-
€ mente, ordinò ai tribuni di menar fuori l'esercito » ecc. Sarebbe
facile credere, come si crede, che Flaminio mentre così parlava, si
trovasse in Roma, perchè pare che egli rispondesse a Fabio nel Se-
nato ; ma se c'è cosa certa è questa per Tappunto, che queste parole
sono state dette da Flaminio mentre stava già in Etruria, e che quella
che sembra essere una risposta di Flaminio a Fabio, non è in realtà
che una risposta di Flaminio alle osservazioni di quelli fra il suo
seguito che la pensavano come Fabio, e che esortavano Flaminio a
non venire alle mani con Annibale ; infatti, tutti sanno che Annibale
voleva combattere, e aizzava Flaminio mettendo 1' Etruria a ferro e
fuoco, donde in Flaminio la voglia di venir alle mani , al quale però
resistevano i più prudenti fra i suoi consiglieri (Polibio, 3, 82; Livio,
22, 3). A questi rispose Flaminio adunque esortandoli a considerare
che cosa direbbesi a Roma vedendo devastate le terre quasi fino a
Romay e loro star accampati in Etruria di dietro ai nemici ; così
scrive Polibio, 3, 82, 6 ; secondo Livio, 22, 3, io, Flaminio rispon-
deva ironicamente a que' prudenti consiglieri : € Hannibal emissus e '
€ manibus perpopuletur Italiam^ vastandoque et urendo omnia ad Ro-
€ mana moenia perveniate nec ante nos hinc moverimus quam, sicut
« olim Camillus ab VeiiSy C. Flaminium ab Arretio patres accive-
« rint ». È evidente che anche in Plutarco la risposta di Flaminio
succede in Etruria come presso Polibio e presso Livio ; anzi che
cosa sono le parole di Plutarco se non la ripetizione di quelle di
Livio? Mi par certo che Plutarco attingesse, qui, a Livio, e che l'uno
e l'altro attingesse ad un medesimo storico più antico. Ad ogni modo
resta doppiamente confermato quello che abbiamo esposto nei testo,
che cioè l'ordine di menar fuori l'esercito dato da Flaminio ai tri-
buni, è Tordine di muovere il campo nàentre l'esercito si trovava in
Etruria, e non l' ordine di partire da Roma. — Ed ora un' osserva-
-264 -
ciò che concerne le particolarità della cronaca di Roma, non
si potrebbe gran fatto raccomandare*, ma s^aggiunge che Zq-
naras non narra per nulla \9i ^parien^a da Roma in questione;
ecco infatti le sue parole : u 01 òè èv t% 'Piùfiij tòv <t>Xafiivtov
Kttì TÒV réfiivov ÓTidrou? aOGi^ etXovTO. 'Avvipa^ ò'fipxi toO
{apo^ èTnaràvro^ di^ Èyvuj tòv OXa^iviov fiera Zepout-
Xiou reiLiivou X€ipl TtoXX^ èTt'aÒTÒv lóvia, ktX. Dal
dire che i due consoli marciavano uniti contro Annibale,
al dire che i consoli partirono insieme da Roma, ci corre
molto ; per tacere che Zonaras non è storico che in cotesti
particolari possa far testo. — 4* Il Seeck osserva che se
Flaminio fosse andato a Rimini prima del 1 5 marzo , il
Senato avrebbe poi mandato V altro console Servili© in
Etruria, invece di mandarlo a Rimini e di obbligare così
Flaminio a ritornare in Etruria sua provincia. Rispondo
che Flaminio andò a Rimini soltanto per prendervi il suo
esercito, come racconta Lrvio (i), e che questa sua mossa
zione. È chiaro che nel racconto di Plutarco manca la partenza dei
consoli da Roma. Dal Senato romano, dove sulla fine del capo se-
condo della vita di Fabio Massimo ci troviamo per l'appunto ad
udire i consigli di Fabio, noi siamo trasportati di botto, nel terzo
capo, in Etruria. Questo fatto è molto istruttivo per capire il modo
tenuto da Plutarco nel compilare, perchè noi tocchiamo con mano,
in questo caso, che l'autore servendosi contemporaneamente di più
fonti, finì per lasciar nella sua narrazione una lacuna.
(i) 21,63, i3: « Legionibus inde duabus a Sempronio prioris anni
consule, duabus a C. Atilio praetore acceptis, in Etruriam per Ap-
pennini tramites exercitus duci est coeptus ». Pare che al partire di
Flaminio le nuove legioni non fossero ancora arruolate ; quindi Fla-
minio prese il comando delle vecchie, che allora si trovavano a Pia-
cenza. Come fare per farle venire ? Flaminio diede loro la posta a
Rimini. A chi dicesse che ciò non è probabile, e che Flaminio a-
vrebbe loro data la posta ad Arezzo, risponderei ricordando, che,
anche poco innanzi, Rimini era stato destinato a luogo di convegno
delle legioni; infatti, quando il Senato richiamò dalla Sicilia il con-
sole Sempronio, affinchè si Congiungesse col collega Scipione sulla
Trebbia incontro ad Annibale, Sempronio al suo partire dall' isola
-265 —
adunque non pregiudicava per nulla la questione circa la
divisione delle provincie consolari. — 5* 11 Seeck osserva
ancora che, vista la brevità del tempo, non è credibile che
le legioni, le quali avean combattuto sulla Trebbia, andas-
sero da Piacenza a Rimini, poi da Rimini ad Arezzo. Alla
prima parte di questa obbiezione fu già risposto implicita-
mente nel primo capitolo ; quelle legioni si trovarono a Ri -
mini il i5 marzo, e noi abbiamo visto quanto tempo sia
corso dalla battaglia della Trebbia al i5 marzo. Quanto
poi alla marcia da Rimini ad Arezzo, l'obbiezione non
regge, perchè noi non sappiamo quando le legioni siano
giunte in quest'ultimo luogo. — 6' Finisce il Seeck citando
le parole dì Polibio, secondo le quali Flaminio e Servilio
avrebbero arruolate in comune le legioni, quasi ciò implichi
la presenza di Flaminio in Roma dopo il 1 5 marzo. Potrei
contrapporre, al testimonio di Polibio, il testimonio di Livio,
citato sopra, secondo il quale il console Servilio arruolò da
solo le legioni , ma non lo farò per le ragioni dette nel
capitolo precedente, tanto meno lo farò inquanto l'obbie-
zione non è formidabile se non in apparenza. Le parole di
Polibio son queste: « Gn. Servilio e C. Flaminio y allora
« appunto fatti consoli , raccoglievano le truppe alleate e
« arruolavano le legioni (i) ». Ebbene, o il nome di C.
diede a* suoi soldati la posta a Rimini per condurli poi di là a Pia-
cenza (Polibio, 3, 68, 4; Livio, 21, 5i, 7), che geometricamente par-
lando non era certo il cammino più breve. Questo indica che la via
tra Rimini e Piacenza era comoda, e che quindi i Romani ne apro-
fìttavano sempre; e questa via fu per l'appunto una parte della via
Aemilia costrutta più tardi. È altresì da notare che Ri mini era co-
lonia dei Romani, ed anche piazza forte. Anche queste considera-
zioni servano insieme con quanto fu detto altrove, a confutare coloro
che negano l'andata di Flaminio a Rimini.
(1) 3, 75, 5: fvdio^ òè IcpoutXio? xal Tdio^ OXojiivio^ , otircp ^tuxov
OiraToi KaOcaTaiuévoi, auvf^Tov toù^ aujUMdxou^, xal KQTéTpowpov rà irap* aù-
Tot^ OTpaTÓtr€ba.
'Hjvista di filologi in ecc., X. l8
~ 266 -
Flaminio è messo per mera svista di Polibio, oppure , se
è messo a ragione, io dico che la raccolta dei soci e T ar-
ruolamento dei legionari, a cui avesse preso parte anche
Flaminio, è avvenuto prima del i5 marzo, nel frattempo
corso dair elezione dei consoli alla partenza di Flaminio.
Ecco come può essere stato messo il nome di Flaminio,
per una svista ; in sé era cosa possibilissima Tarruolamento
delle truppe per opera di uno solo dei consoli ; in Livio ne
ricordo tre altri esempi (i); ora siccome gli affari d^ufficio
spediti da un console, formalmente riguardavansi come spe-
diti da tutti e due, ne venne la figura rettorica del plurale
consules adoperato dagli scrittori, anche quando in realtà la
cosa era stata fatta da un solo console ; anche di questa fi-
gura abbiamo trovato più sopra due esempi in Livio(2); or si
supponga che uno storico usato da Polibio avesse detto, allo
stesso modo, che i consoli del 537/217 facevano gli arruola-
menti, e si supponga che Polibio, cogliendo l'occasione di far
conoscere il nome dei consoli nuovi (cosa necessaria, essendo
essi gli eponimi), sostituisse al nome comune consoli il nome
proprio Servilio e Flaminio, e si avrà la spiegazione pro-
babile della svista di Polibio. Se poi le parole di Polibio van
prese alla lettera e anche Flaminio ebbe veramente parte nel
far gli arruolamenti, io dirò che ciò può benissimo riferirsi
al tempo anteriore al 16 marzo, prima che Flaminio par-
tisse (3)-, infatti io mi ricordo che, dieci anni più tardi, gli
apparecchi fatti alla venuta di Asdrubale in Italia furono
fatti appunto in gran parte prima del i5 marzo, e mentre
i nuovi consoli erano semplicemente designati (4), e che la
(i) Livio, io, 3g; 32, i ; 44, 21.
(2) Livio, 24, io, i; 24, 11, i.
(3) In questo caso il KaOcaraiLiévoi di Polibio si riferirebbe ai
consoli designati.
(4) Livio, 27, 35.
— 267 —
Stessa cosa si ripetè più tardi nel fare gli apparecchi della
0
campagna del 586/ 1 68 contro Perseo (i); e nel nostro caso^
se è vero che trascorse quasi un mese dalla battaglia della
Trebbia al 1 5 marzo, era naturale che non si aspettasse il
i5 marzo per incominciare ad arruolare le truppe. — Ri-
mane l'ottava ed ultima obbiezione del Lange (2). Quanto
al peso che questo autore dà al silenzio di Polibio e di
Appiano sulla partenza di Flaminio, mi basti rimandare a
<juel che discorsi in proposito a suo luogo. Ma oltre a ciò,
K]uesto critico, appellandosi alla legge (Fla)minia minus sol-
vendi ricordata da Pesto (3), osserva che se Flaminio fece
fare questa legge, ciò vuol dire che egli trovavasi ancora in
Roma dopo il 1 5 marzo, le leggi essendo fatte dai consoli
effettivi e non dai designati. Io non so se questo ragiona-
mento sia rigoroso : se un console poteva convocare il Se-
nato a nome anche del collega assente, perchè non avrà
potuto proporre una legge ? Ma e' è di peggio : il Lange
suppone che il Flaminio, dal quale questa legge ebbe il
nome, sia il console del 537/217; ora que'sta è un'ipotesi
<he si ritiene indubitata, ma che a me pare senza fonda-
mento addirittura. La questione sta nei seguenti termini :
i dotti si sono accordati nel dire che la legge Flaminia men-
tovata tanto da Pesto colle seguenti parole (quelle fra un-
cini sono un supplemento) : a Idem auctor] est numerum
aeris perduct[um esse ad XVI in denario lege Fla]minia
minus solvendi, cu[m Hannibalis bello premere]tur populus
Romanus », quanto da Plinio colle parole: w Postea Han-
nibale urguente Q. Fabio Maximo dictatore asses unciales
facti placuitque denarium sedecim assibus permutari, qui-
(1) Livio, 44, 17; cf. 44, 21.
(2) Lance, RÓm. Alter thiimer, 2, i55, seconda edizione.
(3) Pesto, ed. Muller, pag. 347.
-268 -
narium octonis, sestertium quaternis, etc. » (i)èuna legge
dei consoli del 637/217 , denominata da Flaminio V un di
essi. Io osservo che le leggi consolari paiono essere state
denominate dal nome di ambedue i consoli (2); e che non
è probabile che una legge fatta dopo la battaglia del Tra-
simeno sotto la dittatura di Fabio, quando Flaminio era
già morto ^ si chiamasse dal nome di quest^ ultimo. E
strano che a nessuno sia venuto in mente che questa legge
deve essere senza dubbio una legge tribunizia, cioè un ple-
biscito, denominata dal nome di un tribuno di quell'anno,*
ignoto a noi come ci sono ignoti tutti gli altri tribuni meno
due, e chiamata dal nome di un solo , come appunto era
la consuetudine vigente (3).
§ IV. Perchè mai uno dei consoli partì prima del
1 5 mar\o , ed an^i parti a dispetto del Senato ? — La
partenza di Flaminio prima del i5 marzo è avvenimento
del quale non è lecito dubitare. È questa la conclusione di
quanto siamo andati discorrendo finora in questo capitolo.
(1) Plinio, Nat. Hist,, 33, 3, 45.
(2) Questo è un fatto già avvertito dai dotti; cf. Mommsen, Staats-
rechty I, 43, seconda edizione. Né si può dire che in Pesto la legge
fosse stata chiamata Servilia Flaminia^ e che la parola Servilia sia
perita come la prima sillaba della parola Flaminia , perchè non si
vede che ci sia stato spazio sufficente per ambedue le parole.
(3) I plebisciti nomavansi , com' è noto , dal nome di uno dei
tribuni. È noto similmente che, nella metà del secolo sesto, anche i
plebisciti aveano omai il nome di leges, È pure noto che, essendo
la gente Flaminia plebea, i suoi membri aveano adito al tribunato
della plebe. Ora, dei dieci tribuni del 537/217 ne conosciamo due, cioè
M. Metello (Livio, 22, 25; cf. Plutarco, Fj^io, 7) e Q. Baebio He-
rennio (Livio, 22, 34), e nulla c'impedisce di credere che fra i rima-
nenti ci fosse un Flaminio, e che questo Flaminio abbia dato il nome
alla legge minus solvendiy che è stata fatta evidentemente in quel-
l'anno, mentre Fabio Massimo copriva Tufficio di dittatore.
- 269 -
Rimane che interroghiamo quel fatto, affinchè ci riveli le
<:ircostanze, in mezzo alle quali esso si svolse e compì.
Prima di tutto quel fatto ne suppone un altro, di cui non
c'è parola nel racconto di Livio : suppone una contesa tra
Flaminio e il Senato, che fini violentemente nella partenza
in questione, e la cui ultima fase fu la protesta del Senato
e la deliberazione di richiamare Flaminio col mezzo di due
ambasciatori. E intendiamoci bene: dal vedere che la serie
dei conflitti tra Flaminio e il Senato, esposta nel racconto,
si riferisce interamente agli anni antecedenti, parrebbe che
si dovesse concludere che quella volta non ce ne fu alcuno;
ma così non è ; dirò anzi che senza questo conflitto , che
allora, a mio giudizio, ebbe luogo, noi non avremmo presso
Livio il racconto nella sua forma presente, e non saremmo
nemmeno informati dei conflitti dei tempi anteriori, perchè
cotesti conflitti vecchi, se ben si guarda, sono ricordati sol-
tanto a proposito dell'ultimo, il quale viceversa, noto come
€sso era a tutti nel tempo in cui fu steso il libello che pro-
babilmente (come spiegai altrove) servì di fonte ai narratori
di questo fatto, non venne nemmeno menzionato. Così la
famosa partenza non è che V espressione o manifestazione
esterna di un altro fatto più rilevante, di un conflitto di
diritto-, quindi, investigare le cagioni di quella, è, propria-
mente parlando, un investigare le cagioni di questo ; e così
è delineato quello che ci resta a fare per finire questo ca-
pitolo.
Ma, prima di investigare queste cagioni, c'è da eliminare
quello che ne dice Livio, e forse ne aveano detto altri sto-
rici prima di lui, e che altrimenti pregiudicherebbe la nostra
ricerca. Livio narra, e noi moderni andiamo ripetendo che
Flaminio scappò da Roma per timore che i nobili ^ susci-
tando difficoltà contro la sua elezione , gli facessero per-
dere V ufficio, o almeno gli togliessero V opportunità , coi
— 270 —
trattenerlo , di misurarsi con Annibale. Fu questa la vera
cagione di quella partenza ? No, perchè le cagioni di essa^
in fondo, sono le cagioni stesse che produssero il conflitto,
che da Livio non è nemmeno accennato ; no , perchè sei
anni innanzi gli avversari di Flaminio erano riusciti, mentre
egli era già partito, a far dichiarare viziosa la sua elezione
al primo consolato, e quindi se egli avesse realmente temuto
un secondo tiro di quella sorte , sarebbe anzi rimasto in
Roma più a lungo, sapendo per esperienza che i suoi ne-
mici avrebbero avuto buon giuoco, una volta eh' egli fosse
stato lontano (i).
Eliminato quanto poteva pregiudicare Tinvestigazione, ve-
niamo a questa.
E nota la lotta che ardeva in que' tempi fra Taristocrazia
e la democrazia. È noto altresì in generale che, come fino
allora, cosi anche in quel momento, Flaminio e il Senato
stavansi di fronte con disposizioni poco benevoli ; ma quale
fu precisamente la questione che li mise di nuovo alle prese,
malgrado la guerra esterna, che avrebbe dovuto acquetare
ogni interna discordia? La risposta scaturirà di per sè.^
Giunta a Roma la notizia della battaglia infelice avvenuta
sulla Trebbia, la fazione democratica, nei prossimi comizi
consolari, diede al suo capo Flaminio, che nel primo con-
solato si era acquistata fama di abile generale vincendo gli
(i) La nostra ipotesi di un libello relativo alla partenza di Flaminio^
serve anche a spiegare la leggerezza delle cagioni che lo storico la-
tino vorrebbe far credere essere state quelle della partenza. L'autore
del libello credette utile pel suo scopo il richiamare alla memoria le
gare anteriori tra Flaminio e il Senato; ma T ultima, che gli avea
fornito roccasione del libello, era troppo conosciuta per poter pen-
sare ad accennarla; e lo stesso dicasi delle cagioni di essa. Più tardi,
gli storici, non trovando in quel libello motivata la partenza di Fla-
minio, immaginarono essi quelle cagioni che parevano loro probabili^
e che noi non riconosciamo per vere.
- 271 -
Insubri, il posto di console plebeo (i), conciò esprimendo
il desiderio e la speranza di veder presto finita la guerra.
Per aprire la campagna imminente, i Romani avean bisogno
di ritrovare tutta la loro energia, e la trovarono (2). Certo
avranno posto mano immediatamente agli arruolamenti delle
truppe e alla discussione del piano di guerra, senza aspet-
tare che fosse venuto il i5 marzo (anche in altre gravi con-
tingenze, come abbiamo fatto vedere altrove, si erano in tal
modo allontanati dalla loro consuetudine) ; e infatti, per te-
stimonianza espressa di Livio, già prima che Flaminio fosse
partito, prima cioè delie Idi di marzo, erano state divise
fra i Generali le truppe o parte delle truppe (3). Quanto
di piano di guerra, le questioni capitali erano tre (4): con-
veniva, o non conveniva, discéndere un'altra volta ad una
1>attaglia campale? era meglio che i due eserciti consolari
operassero separati o uniti contro Annibale? quante legioni
occorrevano in tutto? che siffatte questioni essenziali si agi-
tassero in Senato, è cosa talmente naturale, che non c'è
bisogno, per crederlo, di aver testimonianze antiche; tut-
tavia non mancano neanche queste, nel capo secondo della
Vita di Fabio Massimo lasciataci da Plutarco trovandosi
(i) In virtù delle leggi Licinie uno dei due consoli doveva essere
plebeo, com'è noto. Questa disposizione, delusa spesso dal 388 al 411
di Roma, fu poi applicata regolarmente senza eccezione a cominciare
dal 412/342. Ma ben presto i plebei aspirarono ad aver ambedue i
consolati; non riuscirono nel 339/215, ma riuscirono nel 582/172. Su
questo veggasi, fra i moderni, specialmente Mommsen, Staatsrecht, 2,
76, seconda edizione; RÓm, Forsch,^ i, 94.
(2) Ritratta egregiamente da Polibio, 3, 75, 4 segg.
(3) 21, 63, i: < Consulum designatorum alter Flaminius , cui eae
legiones, quae Placentiae hibernabant, sorte evenerant » ecc.
(4) Che ih principio di ogni anno si discutesse in Senato il piano
dì guerra è cosa che s'indovina senz'altro, e della quale non si po-
teva far di meno. Ma non mancano nemmeno le autorità antiche.
Polibio ci ha tramandato un'immagine della discussione tenuta in
principio del 538/2ió (Polibio, 3, 106-108; cf. Livio, 22, 38, 6 segg.).
- 212 —
appunto, come abbiamo già avuto Toccasione di vedere, il
parere di quell'uomo di Stato circa la prima questione. Di
quelle tre questioni, principalissima era la prima, risolta la
quale il resto veniva da sé; infatti ammessa T opportunità
di condurre la guerra attivamente e di discendere a nuova
battaglia, ne seguitava la necessità di allestire molte forze
e di adoperarle tutte nello stesso tempo contro il nemico,
precisamente come alcuni avean consigliato di fare al rom-
persi della guerra (i), e come s'era fatto testé sulla Trebbia,
e come sì fece V anno dopo a Canne. Noi scopriremo nei
fatti stessi la risoluzione della prima non solo, ma anche
quella della terza questione. La battaglia del Trasimeno di-
mostra che, malgrado l'opposizione della parte aristocratica
condotta da Fabio Massimo, il Senato decise che si venisse
ad una nuova battaglia (2), e il grande numero di legioni
allestite per Tanno 537/217 dimostra che esso decise che la
guerra fosse condotta energicamente (3). Ed eccoci ora al
(i) Livio, 21, 6, 6. Fra gli ordini del giorno presentati, uno por-
tava Tisticuzione di una sola provincia consolare (a/11 totum in His-
paniain atque Africani Hannibalemque intenderant bellum) ; ma fu
adottato quello che ne istituiva due (alii provincias consulibus Hispa-
niam atque Africani decernentes terra marique rem gerendam cense-
bant. Vedi il primo capitolo della mia Memoria sui luoghi liviani
rdativi alle provincie e agli eserciti romani, negli Atti delV Accademia
dei Lincei^ 1881, serie 3*, voi. VI). Però appena s'intese che Annibale
avea varcato le Alpi, fu ordinata la concentrazione dei due eserciti
consolari in Italia, com'è noto.
(2) L'elezione di Flaminio al secondo consolato significava già di
per sé, per quanto stava nella parte democratica, guerra attiva e sfida
al nemico. Ed ora vedesi che anche in Senato la maggioranza la pen-
sava in tal modo. Fabio Massimo (Plutarco, Fabio Mass. ^ e. 2) avea
invece consigliato (ed egli parlava naturalmente a nome dei conser-
vatori in generale), che si evitassero le battaglie finché il tempo non
avesse sciupato le poche forze dei nemici.
(3) L'opinione corrente é che la campagna del 537/217 sia stata
aperta colle quattro legioni consolari dell'anno 3 36/2 18 rifornite di
nuovo. Ma vedremo presto che questo é un grave errore.
— 273-
nodo della cosa. Secondo questo nostro ragionamento ci sa-
remmo aspettati di vedere i Romani ordinare l'azione con-
giunta dei due eserciti consolari, ossia, per adoperare il
linguaggio scientifico, l'istituzione di una sola provincia (i)
(i) Significava compito^ ministerio, ufficio, la parola. Parlandosi poi
di Generali significava la parte della condotta della guerra che afiì-
davasi a ciascuno di essi. Essendo i consoli i generali supremi, le
provinole consolari erano i teatri precipui di guerra. Per esempio ,
quando il Senato deliberò la seconda guerra punica , esso decise di
aprirla contemporaneamente in Ispagna e in Africa, mandando un
console in Ispagna e l'altro in Africa ; questo esprimevasi dicendo
che le Provincie consolari istituite furono due, la Spagna e TAfrica.
Qualche volta c*era un solo teatro di guerra, e allora i consoli com-
l^attevano insieme ; ciò esprimevasi dicendo che e' era una sola pro-
'vincia consolare (così fecesi, ad esempio, in principio del 538).
Manca finora una monografìa sul potere competente nell'istituire le
Provincie consolari, ed io colmerò questa lacuna, cercando di accen-
xiare in breve quello che la ristrettezza dello spazio e la natura di
-«jina nota non mi permettono di svolgere adeguatamente.
Ci fu un tempo antico in cui la facoltà in questione era intera-
fluente dei consoli; ma nel 63i/i23 una legge la diede al Senato. Però
invece di distinguere due periodi di tempo, io credo se ne debbano
«cJistinguere tre; fra il periodo antico e il nuovo ce ne fu un altro,
durante il quale il Senato era andato man mano tirando a sé tale
:^acoltà, finché la legge del Ó3i/i23 sanzionò quanto in pratica era
^ià un fatto compiuto.
1^ Periodo. Questo primo periodo di tempo comincia natural-
:xnente colFistituzione del consolato; ma dire dove precisamente fi-
nisca non si può, perché l'autorità del Senato sorse a poco a poco.
Siccome però la potenza del Senato è un prodotto del plebiscito
Ovinio, che, come vedremo fra poco, pare essere della prima metà
del secolo quinto , è difficile che il Senato abbia avuto molta in-
fluenza prima della fine del secolo quinto. E con questa ipo-
tesi s'accorda Tunica testimonianza di valore che ci resti in questo
proposito; infatti e* è un luogo di Livio relativo alle provincie
consolari del 467/297 , dal quale scorgiamo che la facoltà di isti-
tuirle stava nei consoli. Ecco le parole che leggonsi, io, 14:
« Consules novi Q. Fabius Maximus quartum et P, Decius Mas ter-
tium, quum inter se agitarent, uti alter Samnites hostes, alter Etruscos
deligerety quantaeque in hanc aut in illam provinciam copiae satis ,
et uter ad utrum bellum dux idoneus magis esset » etc. In queste
parole è narrata tanto l'istituzione delle provincie consolari, cioè la
decisione sui teatri di guerra che convenisse creare (furono due :
- 274 -
consolare; come va adunque che un esercito * consolare ,
quello di Flaminio, operò, invece, in Etruria, e quello di
Servilìo operò altrove, nel paese che avea per capoluogo
Etruria e Sannio), quanto la divisione delle medesime fra i due con >
soli. Altro non c*è da dire per ciò che concerne questo primo pe-
riodo, perchè, tutte le altre volte che Livio e Dionigi parlano delle
Provincie consolari, dicono bensì quali esse erano e come i consoli se
le divisero insieme, ma non dicono mai chiaramente chi avesse avuto
autorità nel fare che esse fossero queste piuttosto che quelle ; né si
creda che la questione fosse così semplice, e che le provincie conso-
lari fossero sempre indicate di per se stesse; perchè, ad esempio,
quando Roma trovavasi in guerra con tre popoli vicini mentre i con-
soli erano due soli, e pretori non ce n'erano ancora, bisognava, fra
i tre nemici, sceglierne due da combattere , come appunto avvenne
negli anni di Roma 283 e segg., essendo Roma in guerra coi Volsci,
cogli Aequi e coi Sabini. Nel 283 furono provincie consolari il paese
dei Volsci e quello degli Aequi (Livio, 2, 58, 4}; nel 284 lo furono i
Sabini e gli Aequi (Livio, 2, 62); nel 285 lo furono i Volsci e gli
Aequi (Livio, 2 , 63 , 5), mentre i Sabini, lasciati in pace, presero
essi stessi l'offensiva e corsero fìn sotto le mura di Roma (Livio, 2,
64,7].
Del resto darò qui l'elenco dei luoghi di Dionigi e della prima
decade di Livio relativi alle provincie consolari.
Dionigi menziona le provincie consolari e la loro divisione : 8, 68;
8, 82; 8, 88; 9, 43; 9, 55; 9, 67; 9, 59; 9, 62; lO, 20-21; 10, 22.
Accenna poi vagamente al Senato come al potere competente nel-
ristituirle: 9, 16; 9, 3o; 9, 61 ; 9, 62; io, 43; ma son cenni desti-
tuiti di ogni benché minimo valore.
Livio accenna alle provincie consolari senza dir nulla sul potere
competente nell'istituirle: 2, 33, 3; 2, 53, 5; 2, 54, i; 2, 62; 2,63, 3;
3, 4, 7; 3, 22, 2; 3, 3i, 3; 4, 37, 6; 5, 32; 7, 6, 8; 7, 12, 6; 7, 16;
7, 22, i; 7, 32, 2; 8, i; 8, 22, 9; 9, 12, 9; 9, 3i, i; 9, 43.9,44, 5.
!!• Periodo, il plebiscito Ovinio prescrisse altri criteri per la
nomina dei senatori; quind'innanzì furono senatori non le persone
che piacevano ai consoli, ma gli ex magistrati e altre persone insigni,
gente cioè che era stata onorata dal popolo nei comizi, o che risplen-
deva per meriti conosciuti ; inoltre i senatori furono eletti, quind'in-
nanzi, a vita. Tutto ciò sarà detto meglio in una delle prossime note;
qui basti ricordare i risultati immensi di quel plebiscito , fatto nella
prima metà del secolo quinto.
Risultando adunque, dopo d'allora, composto di persone di grande
dignità, il Senato crebbe naturalmente di potere, in tutte le parti del
reggimento. Fermiamoci alle provincie consolari. È certo che, se ci
— 275-
Ariminum ? (Queste furono infatti le due provincie con-
solari del 537/217, come stiamo per vedere).
rimanesse la seconda decade di Livio, noi vi vedremmo il Senato
acquistare man mano influenza neiristituzione delle medesime. Quindi
sul bel principio della terza ne scorgiamo le traccie più evidenti ;
discutere e proporre vuol dire aver voce in capitolo; ebbene noi sap-
piamo che i senatori discussero ampiamente se la seconda guerra
punica si dovesse aprire soltanto in Ispagna dove trovavasi Annibale,
o in Ispagna e in Africa contemporaneamente, proponendo appunto
gli uni una sola provincia consolare, gli altri due (Livio, 21, 6, 5;
Dione Cassio, Fragm., 55, 1-8; Zonaras, 8, 22. Cito senza riferire
testualmente perchè scrivo una nota, ma chi vuol capir bene legga
questi e gli altri passi che citerò, perchè sono tutti di grande inte-
resse}. — Poscia, per tutto il secolo sesto, c'è una serie di conflitti
di poteri fra il Senato e i consoli circa l'istituzione delle provincie
consolari, prova manifestissima della crescente autorità del Senato in
questo proposito. Nel 549/205 il Senato voleva che le provincie con-
solari fossero Bruttii et Sicilia; il console Scipione voleva l'Africa;
la. contesa finì con un compromesso, in virtù del quale furono pro-
vincie consolari i Bruttii et Sicilia, ma Scipione, al quale toccò Si-
cilia, ebbe facoltà di sbarcare in Africa (Livio, 28, 38, 12; 28, 45, 8).
Il compromesso salvava l'autorità antica del consolato, ma ricono-
sceva il potere del Senato. — Nel 552/202 riuscì ai consoli di far
dichiarare provincie consolari Tltalia e l'Africa, ma riuscì al Senato
L'ottenere che il popolo decretasse che insieme con uno dei consoli
rimanesse però anche il proconsole P. Scipione a condur la guerra
in Africa (Livio, 3o, 27). 11 potere del Senato e quello dei consoli
si contrappcsano. — In principio del 553/20 1 i consoli volevano che
^na delle provincie consolari fosse l'Africa. C'era in vista la conclu-
sione della pace con Cartagine , fatto glorioso per quel console che
avrebbe stretto il trattato. Ebbene, il Senato, spalleggiato dai tribuni,
si fece attribuire dal popolo la facoltà di decidere in proposito , e
poscia deliberò che rimanesse in Africa il proconsole Scipione. A
sua volta però il Senato dovette acconsentire, in omaggio al consolato,
che mentre Scipione conservava in Africa l'imperio per terra, uno dei
consoli lo avesse per mare (Livio, 3o, 40). — In principio del 557/197
contesa fra i consoli e i tribuni; dietro i tribuni stava naturalmente il Se-
nato ; e di bel nuovo, su proposta dei tribuni, il popolo conferì al Se-
nato facoltà piena (Liv., 32,28J;cf. Pol., iS, 11-12). I consoli avean
voluto la guerra di Macedonia, ma il Senato decretò che continuasse
a rimanere in Macedonia T. Quinzio Flaminino. — In principio del
560/194 i consoli volevano Italia e Macedonia; ma il Senato diede
loro soltanto l'Italia (Livio, 34, 43, 2). Non troviamo nemmeno che
— 27G —
Ognuno vede, che, poiché sarebbe stata naturale e ne-
cessaria ristituzione di una sola provincia consolare, e tut-
siasi appellato al popolo. — In principio del 567/177 riuscì al Senato
ài istituire unica provincia consolare la Liguria. Sebbene ci fossero
^Itre e ben maggiori guerre in Grecia ed in Asia, tuttavia riuscì al
Senato di prolungare il comando in quelle regioni a M. Fulvio e a
Cn. Manlio, malgrado che questi due duci Tavessero, quel comando,
fìn dal 365/179. Neanche questa volta ci fu appello al popolo, s'inten-
deva già di per sé che la volontà del Senato bastava (Livio, 38, 42, 8).
— D'altro genere fu il conflitto nel 582/172, ma esso mostra appuntino
il potere di fatto al quale era omai salito il Senato (Livio, 42, 10). —
Infine, sul principio del 587/167, il Senato prorogò a Paolo Emilio
il comando della guerra di Macedonia, senza che i consoli fiatassero
(Livio, 45, 16).
È manifesto adanque che a cominciare dal 560/194 all' incirca, il
Senato diede sempre la condotta della guerra a chi voleva. Fin verso
la metà del secolo sesto era stato dogma che ogni guerra fosse anzi-
tutto affidata ai consoli, cioè che ogni guerra fosse, se non ce n'erano
più di due, una provincia consularis; ora la guerra diventava pro-
vincia dei consoli, oppure dei proconsoli, secondo piaceva al Senato.
Anche le espressioni usate da Livio parlando dell' istituzione delle
Provincie consolari ritraggono perfettamente il mutamento avvenuto.
Nella prima decade Livio dice soltanto che la tal provincia toccò
(evenit) al tal console, oppure che il tal console si recò {profectus
^st) nella tale provincia e l'altro nella tale altra, oppure che i con-
soli si divisero fra di loro le tali o tal' altre provincie {consules par-
titi sunt provincias)y come si può verificare cercando i luoghi che
abbiamo citato esaminando la questione delle provincie consolari nel
suo primo periodo. Ma mentre adunque nella prima decade non viene
rilevato il potere competente nell' istituirle, noi leggiamo invece, nella
decade terza e nelle seguenti, senatus decrevit eie, ^ patres censue-
runt etc, provinciae decretae sunt, provinciae nominatae sunt, placuit
provincias esse etc. (Cf. Livio, 21, 6; 21, 17; 25, 3; 26, 28; 27, 7;
22, 22; 27, 35; 28, 10; 28, 38; 29, i3; 33, 43; 35, 20; 37, 5o; 43, 12).
Si domanda ora che via sia stata tenuta dal Senato per tirare a sé
<]ùesta facoltà. La via fu la proroga degli imperii. Prorogando il co-
mando, cosa in sé utilissima (cf. Livio , 32 , 28), a Capitani come
l'Africano Maggiore, Tito Quinzio Flaminino, Paolo Emilio, ecc., i
consoli vennero ad essere privati della condotta delle guerre, che in
origine era stato il loro compito essenzialissimo. Strumento del Senato
furono in ciò i tribuni; questi spiegarono al popolo il danno del
cangiare ogni anno i generali delle guerre lontane (Livio, 32, 28), e
il popolo diede pieni poteri al Senato (Già nel secolo innanzi era stato
tavia ne furono fatte due, è ragionevole il sospettare che
ciò non sia avvenuto senza conflitto fra i due poteri, com-
il tribuno Ovinio che avea creato la potenza futura del Senato, e nel
secolo seguente fu il tribuno Sempronio Graccho che per legge fece
conferire al Senato la facoltà di determinare anno per anno le Pro-
vincie consolari). E qui abbiamo una conferma della nostra asserzione
precedente ; i dotti ebbero già a notare che il diritto di prorogare ì
comandi, esercitato dal Senato soltanto, senza il concorso del popolo,
è un fatto che comincia ad incontrarsi nel 55o di Roma (Livio, 29^
i3; MoMMSEN, Staatsrechty i, 620, seconda edizione; male il Lance,
RÓm, Alterthiìmer, 2, 404, seconda edizione, che non distingue fra
età ed età) ; noi dicevamo che le proroghe offrirono al Senato il
destro di disporre delle provincie consolari; dunque anche da ciò si
vede che abbiamo ragione di dire che a disporre di queste il Senato-
principio verso il 560/190.
Per quanto so, il Mommsen {Staatsrechty i, 53, seconda edizione),
finora è il solo che abbia cercato perchè e come il Senato acquistasse
nel sesto secolo questa facoltà. La spiegazione sua però non mi con-
tenta, e la mia mi pare preferibile. È vero che colTistituzione dehle
Provincie pretorie o governi [come Sicilia, Sardegna, Spagna, ecc.);
weiie annualmente da pretori o da propretori , i consoli perdettero^
naturalmente il diritto di comandarvi gli eserciti, a meno che al Se-
nato la guerra non paresse tanto grande da non bastare il governa-
tore della provincia, nel qua! caso esso vi mandava un console; ma
si può tirare di qui la conseguenza che, in forza di questo precedente
appunto, i consoli non potessero più comandare nessuna guerra trans-
marina, se al Senato non piaceva ? Che ha da fare una regione trans-
marina qualunque, con una regione transmarina costituita a provincia
romana? Aggiungo anche dei fatti : se quella conseguenza fosse giusta,
il Senato avrebbe ottenuto a un colpo il potere incontestato di deter-
minare le Provincie consolari, come aveva senza dubbio il potere in-
contestato di decidere quando fosse il caso di mandare un console in
una provincia pretoria o governo. Ma cosi non fu. I compromessi
del 552 e del 553 dimostrano che dapprincipio esso ebbe a lottare
assai. — Dalla prima, l'autore viene condotto inevitabilmente ad una
seconda idea, non meno inesatta, cioè che l'autorità del Senato va-
lesse nel determinare non tutte le provincie consolari in generale,
ma quelle sole che erano fuori d'Italia. Questa restrizione di un prin-
cipio generale non mi pare fondata. In principio del 557 ^o" e* sa-
rebbe stato conflitto, se i consoli, invece di aspirare al comando della
guerra contro Filippo di Macedonia, si fossero contentati delle mi-
serabili guerre contro i Galli e i Liguri, che allora erano le sole in
Italia; questo è vero, ma questo è un caso, e nulla più; siccome le
— 278 -
petenti, di fatto almeno, nella materia. 11 sospetto assume
poi forma precisa, considerando, da un lato, che gli storici
guerre e t comandi importanti erano ornai quelli della Grecia e del-
l' Asia, si capisce che il Senato mirasse a mandarvi certi generali
piuttosto che certi altri, ma non ne segue che, volendolo , esso non
avesse potuto far sentire altrettanto la sua voce nel conferimento dei
comandi d'Italia (Del resto le parole di Livio relativamente alla di-
scussione del 557 (Livio, 32, 28) non provano, come Tautore vuole,
che ì consoli procedessero alla divisione delle provincie senza aver
prima interrogato il Senato ; gli è che le provincie delPanno innanzi
erano state Italia e Macedonia, ed ora trattavasi di mantenere lo
status quo semplicemente). Infìne non so se contro la distinzione fra
Provincie consolari in Italia e provincie consolari fuorid*ltalia, non
stia anche il disposto della legge del 63i/i23, la quale non fece questa
distinzione.
Ili* Periodo. Quando nel 63i/i23 C. Gracco tribuno della plebe
fece passare una legge che attribuiva al Senato la facoltà di istituire
anno per anno le provincie consolari , venne posto semplicemente il
suggello definitivo ad una consuetudine che vìgeva da più di sessanta
anni. Così compì la sua evoluzione questa questione, e a noi basta
quindi essere arrivati sin qui, senza che abbiamo da percorrere anche
questo terzo periodo. Una cosa sola va detta. Gli errori che vigevano
e vigono tuttora circa la questione sono due specialmente, Tuno figlio
deir altro , ed ho aspettato a dirli sulla fine , affìnchè , dopo quanto
sé detto, l'enunciarli equivalesse al confutarli. Si crede adunque che
il Senato abbia avuto in ogni tempo la facoltà di stabilire le provincie
consolari insieme con tutto quanto concerneva il piano di guerra
(Becker y Handbuch der róm. Antiguit., 2,2, 120; Walter, Geschichte
des róm, Rechts, i, 282; cf. i, i83 ; Marquardt, RÓntische Staatsver-
waltung, 1, 38i) , e quindi si domandò: che cosa ordinò la legge
tribunizia del 63i/i23? Scambiando una semplice conseguenza della
legge, col disposto della medesima, si disse che nel 63 1 non si fece
altro che decretare che quind*innanzi la determinazione delle Pro-
vincie consolari avesse luogo sempre prima de' comip consolari. Er-
rore è il credere che il Senato abbia sempre avuto, anche prima della
metà del sesto secolo, la facoltà di fissare le provincie consolari.
Errore è il credere che la legge del 63 1 prescrivesse che la determi-
nazione delle medesime avvenisse prima dei comizi consolari, cosa
che fu una clausola soltanto della legge o forse una semplice conse-
guenza di essa.
La legge del 63 1 è ricordata da Cicerone, Pro domo, 9. Esempi
di Provincie consolari deliberate prima dei comizi consolari leggonsi
presso Cicero.se, De prov. consuL, 7, 17, e presso Sallustio, Jug., 27.
- 279 -
antichi attribuiscono espressamente a Flaminio la risoluzione
di combattere col solo suo esercito, senza il collega, contro
Annibale (i), e dall'altro lato che i consiglieri di Flaminio
fecero di tutto, sebbene senza prò, per indurlo ad aspettare
che giungesse V altro esercito consolare prima di accettare
una battaglia (2). Di qui, se non mi sbaglio, si deve infe-
rire che tutti, meno Flaminio, stimavano necessaria Tazione
congiunta dei due corpi consolari, e che nondimeno nessuno
era riuscito a persuadere questo console di voler sacrificare
al bene comune Tambizione di vincere i nemici da se solo,
com'egli sperava.
Noi abbiamo così scoperto il soggetto della contesa tra
Flaminio e il Senato, e non resta più che ad indagarne il
carattere probabile : se questo s' accorda coli' esito di essa ,
avremo certezza sempre maggiore di non aver fabbricato
un'ipotesi senza fondamento. Ogni console un po' un po'
ambizioso non poteva, dei due sistemi in vigore nell* isti-
tuire i comandi degli eserciti , che preferire quello secondo
il quale, ad ogni console, insieme coU'esercito, era affidata
una determinata località o cerchia d'azione, e un determi-
nato nemico, in modo da condurre la guerra al tutto indi-
pendentemente dal collega ; una libertà e indipendenza sif-
fatta nel comando di un corpo d'esercito, una propria pro-
vincia^ come dicevasi allora, era la cosa più desiderata, sia
per l'inclinazione naturale al comandare incondizionato, sia,
inoltre, per l'onore che ognuno si riprometteva dalle vittorie,
perchè se un console vinceva il nemico, egli otteneva il
trionfo, ma se i due consoli aveano vinto cogli eserciti riu-
niti, il trionfo toccava ad un solo console, a quello che nel
giorno della battaglia avea avuto gli auspici e il comando
(1) Polibio, 3, 80, 4; Zonakas, 8, 25.
(2) Polibio, 3, 82, 4 ; Livio, 22, 3, 8.
- 280 -
in capo dei due corpi consolari. (Imperciocché è noto che,
quando i due corpi d' esercito dei consoli operavano con-
giunti, il comando in capo alternava giorno per giorno fra
i due colleghi) (i). Per queste ragioni molti consoli odiavano
naturalmente l'istituzione di un'unica provincia consolare, e
desideravano l'istituzione di due. Non è a dire, se Flaminio
fosse nel numero di questi \ egli uomo dei più ambiziosi e
vani, egli che sapeva d'essere stato eletto dalla sua fazione
per annientare Annibale ! e infatti andava dicendo di voler
combattere da solo senza il collega. 11 disparere fra il Se-
nato e Flaminio in proposito delle provincie consolari non
era di quelli ai quali V interpretazione d' una legge ve-
niva a metter fine. A chi spettava l'ultima parola nelPisti-
tuire le provincie consolari ? al Senato o ai consoli ? Nella
nostra nota sul potere competente nel determinarle si tro-
veranno ragioni suflBcienti per capire che il disparere po-
teva facilmente degenerare in conflitto. Determinare le pro-
vincie consolari era stato affare dei consoli in antico; ma
il Senato, che in virtù del celebre plebiscito Ovinio (2) com-
(1) Se questo sistema fosse buono o cattivo è un'altra questione. Le
discordie tra i due consoli che trovavansi insieme erano spesso inevi-
tabili, e la storia delle battaglie combattute sulla Trebbia e a Canne
sono di grande ammaestramento in questo proposito.
(2) Fu scritto molto su questo plebiscito. Plebisciti chiamavansi le
leggi deliberate nei comizi dei plebei sulla proposta dei magistrati
della plebe, che erano i tribuni; col tempo però anch*essi chiama-
ronsi legeSy come abbiamo già avuto occasione di notare. L'ordina-
mento fatto fare dal tribuno Ovinio (del resto, il tribuno ci è al
tutto ignoto) aboliva i criteri tenuti fino allora nella nomina dei
Senatori , e ne determinava dei nuovi. Se concernesse altre que-
stioni ancora, non lo sappiamo. Sul tempo e sui particolari di questo
ordinamento si può dire che i dotti son d'accordo, salvo qualche
parte in cui non solo sono discordi, ma secondo me sono in errore.
L'ordinamento è ricordato da Pesto (p. 246) colle parole: « Praete-
riti senatores quondam in opprobrio non erant, quod, ut reges sibi
legebant sublegebantque quos in Consilio publico habereni , ita post
— 281 -
ponevasi essenzialmente di ex-magistrati, i quali aveano il
seggio a vita, andò rapidamente acquistando molta autorità
exactos eos, consuies quoque et tribuni militum consulari potestate
coniunctissimos sibì quosque patriciorum et deinde plebeiorum lege-
bant, donec Ovinia tribunicia intervenit, qua sanctum est, ut censores
ex omni ordine optimum quemque curiati (curiatim? iurati ?) in se-
natum legerent: quo factum est, ut qui praeteriti essent et loco moti,
haberentur ignominiosi ». — 11 consilium publicum è il Senato.
Quanto al tempo, si ritiene che V ordinamento sia della prima metà
del secolo quinto (cf. Hofmann, Der rómische Senati pag. 12 segg.;
MoMMSEN, Staatsrecht, 2, 41 3, seconda edizione). L'ordinamento abro-
gava la procedura fin là seguita nella nomina dei senatori , che dai
re, dai consoli e dai tribuni, con autorità consolare, erano sempre
stati eletti ad arbitrio, e deferiva la nomina ai censori imponendo di
scegliere optimum quemque ex omni ordine. Si tratta di sapere che
cosa significa ordo. Fu affermato che ordo in questo luogo significa
ciascuna delle due classi dei patrizi e dei plebei, fu affermato che si^
gnifìca ciascuno dei due ordini, senatorio ed equestre, ma a torto.
Con maggior ragione oggi si crede che ordo esprima le classi di ex-
magistrati. Ma anche questo non va inteso in modo assoluto ; il
Lance, R6m. Alterthumer^ 2, 335, seconda edizione, crede s'intendano
gli ex-magistrati curuli (quelli che erano stati consoli o pretori o
edili curuli), il Willems, Le Sénat de la République Romaine, i, i53
segg., tutti gli ex-magistrati dai questori in su. lo credo che' ordo si-
gnifichi, qui, quello che significa presso Livio (23, 23j, dove questo
storico descrive il procedimento seguito nelle nomine dei senatori
fatte Tanno 538/216; mi pare che se la parola avea un significato
speciale nel luogo di Pesto, lo debba avere necessariamente anche nel
luogo di Livio, un* analogia che è così evidente che fa maraviglia
che non si sia ancora avvertita, o non le sia stato dato tutto il peso
che merita. M. Fabio Buteone adunque, creato dittatore per colmare
in via straordinaria le lacune del Senato, dichiarò che procederebbe
in modo ut ordo ordini y non homo homini praelatus videretur. Poi in
luogo dei senatori morti nominò 1* gli ex-magistrati curuli che an-
cora non fossero stati eletti senatori ; 2^ coloro che erano stati edili,
tribuni o questori ; 3° coloro che senza essere stati magistrati si erano
segnalati in guerra ; le parole di Livio rispetto a questo ultimo
punto devono essere state : < qui magistratus non cepissent » come
pensa anche il Mommsen, Staalsrecht^ i, 56, nota 2, prima edizione,
e non « magistratus minor es cepissent > come vogliono leggere altri
(infatti, se dopo i magistrati curuli e gli edili tribuni e questori, fos-
sero venuti in considerazione altri magistrati ancora, questi altri ma-
gistrati sarebbero stati messi nella seconda classe insieme cogli edili,
*Hivi$ta di filologia ecc., X. 19
- 282 -
in tutte le faccende, e anche in questa ; per di più, questa
volta il Senato era dalla parte della ragione. Con un uomo
tribuni e questori ; parmi che nella terza classe siano stati messi ap-
punto quelli che non erano stati magistrati , e che eransi soltanto
segnalati nelle battaglie. Questa terza classe non sarebbe stata fatta
se non fossero state ammesse in Senato im certo numero di persone
che non aveano avuto uffici di sorta). Tornando al nostro proposito
gli ordines accennati nel luogo di Pesto sono certamente gli ordines
che occorrono presso Livio, 23, 23, cioè i° la classe degli ex-magi-
strati curuli; 2® la classe di quelli che erano stati edili, tribuni o
questori; 3° .Una classe di gente che non avea avuto uffici, ma splen-
deva per meriti personali acquistati combattendo.
Fu il noto luogo di Gellio sui senatori pedarii, che diede origine
al credere che ordines fossero le classi degli ex- magistrati curuli.
Infatti il Lange (ivi), vedendo che nelle parole di Gellio, 3, i8, vien
dato il ius sententiae in Senato agli ex- magistrati curuli, e immagi-
nando che l'istituto deiriu5 sententiae sìa im portato del plebiscito
Ovinio, ne tirò la sua conclusione. Ma io credo che questo istituto,
che consisteva nel dare agli ex magistrati curuli il diritto dì venire
in Senato a dirvi il loro parere prima ancora che essi fossero sena-
tori, sia stata una restrizione del disposto del plebiscito Ovinio, e
quindi sia sorto molto più tardi. La restrizione la vedo in ciò : poiché
il plebiscito Ovinio prescriveva la nomina degli optimi, poteva avve-
nire facilmente che i censori non facessero senatore una persona ap-
partenente al primo di quei tre ordini, perchè non era ottima, e in-
vece di essa prendessero una persona ottima del secondo ordine; ma
una volta che fu concesso agli ex-magistrati curuli di entrare in Se-
nato , prima ancora di essere senatori , coir 12^5 sententiae dicendae ,
è chiaro che i censori ebbero più difficoltà a non far Senatore uno
che aveva già esercitato questo ius (che in fondo era precipuo fra i
diritti dei senatori) per alcuni anni. Secondo me adunque V istituto
in discorso fu una restrizione in senso oligarchico del plebiscito
Ovinio, e quindi di data posteriore a questo. Chi voglia persuadersi
di codesto privilegio in senso oligarchico, legga le notizie liviane sulle
nomine dei senatori, dove troverà che non avvenne quasi mai che un
ex-magistrato curule ricevesse dai censori uno sfregio.
Nomine del 545/209, Livio, 27, ii : e inde alius lectus senatus octo
praeteritis, inter quos L. Caecilius Metellus >.
Nomine del 550/204, Livio, 29, 37: « notati septem, nemo tamen
qui sella curuli sedisset >.
Nomine del 555/199, Livio, 37, 7: e magna inter se concordia sc-
natum sine ullius nota legerunt >.
— 283 —
della tempra di Flaminio era facile ad indovinarsi la piega
che il conflitto avrebbe presa; forte degli antichi diritti del
Nomine del 560/194, Livio, 34, 44: « tres omnino senatores, ne-
minem curuli honore usum, praeterierunt >.
Nomine del 565/i89, Livio, 38, 28: « Quaiuor soli praeteriti, nemo
curuli usus honore » .
Nomine del 570/184, Livio, 39, 42: e septem moverunt $enatu, ex
quibus unum ìnsignem nobilitate et honoribus, L. Quinctium Fla-
mininum consularem >. Ma è la censura di Catone.
Nomine del 375/179, Livio, 40, 5i: e censores fìdeli concordia
senatum legerunt tres eiecti de senatu ».
Nomine del 580/174, Livio, 41, 27: « de senatu novem eiecerunt.
Insignes notae fuerunt M. Cornelii Maluginensis, qui biennio ante
praetor in Hìspania fuerat, et L. Cornelii Scipionis praetor is et
L. Fulvi ».
Nomine del 585/169, Livio, 43, 16: e septem e senatu eiecti sunt».
Due volte, nel 570 e nel 58o, i censori furono inesorabili anche
cogli ex magistrati curuli ; ma furono due casi eccezionali, perchè
nel 570 era censore Catone, il nemico giurato della nobiltà, insieme
col suo amico L. Valerio Fiacco ; la censura del 58o poi passava per
una censura molto severa (Livio, 41, 26: < Moribus regendis diligens
et severa censura fuit »). Noi vediamo che le espulsioni dal Senato
inflitte agli ex magistrati curuli vennero segnalate dagli storici , e
e vediamo nello stesso tempo che ciò avvenne di rado.
A torto adunque il Lange asserisce che l'istituto delFius sententiae
in Senatu dicendae data dal plebiscito Ovinio. Peggio fa il Willems,
opera citata , pag. 225 e pag. 5o , asserendo che V istituto esistette
sempre, e confortando la sua asserzione col fatto che leggesi presso
Livio, 27, 8, dove è narrato che Valerio Fiacco, Flamine di Giove,
accampò il diritto di entrare in Senato in forza delle consuetudini
antiche; l'autore confonde Tessere in ufficio, colTessere usciti d'uf-
ficio; a p. 225 parla di magistrati sortis de charge, ma l'esempio ci-
tato a p. 5o, dove egli rinvia, risguarda quelli che siégeaient sur la
chaise curule.
Noterò a questo proposito che i dotti non pensarono ancora a cer-
care rorigine della singolarissima consuetudine del venire gli ex-ma-
gistrati curuli in Senato a dire il proprio parere, prima ancora di
essere senatori. Accennerò quindi ad una mia ipotesi. Ho avuto oc-
casione, nel corso di questo capitolo, di accennare agii ordini relativi
all'intervallo legale che doveva trascorrere fra il coprire due uffici
curuli. Secondo me adunqne, nello stesso tempo in cui fu stabilito
che la persona che copriva un ufficio curule dovesse rimanere almeno
un anno senza ufficio prima di chiedere un altro ufficio curule, fu
- 284-
consolato egli non cedette, e, per sottrarsi alla spiacevole
posizione in cui si trovava, se ne andò da Roma, ben ri-
soluto a non dividere col collega né i pericoli della guerra,
né gli onori della sperata vittoria (i).
Come tanti altri, anche questo conflitto di diritti fu tron-
cato violentemente col fatto, alT altra parte interessata es-
sendo piaciuto deporre le armi; e la ragione dell'arrende-
volezza del Senato fu questa per fermo, che col nemico alle
porte e colla fazione democratica strapotente in casa , non
parve quello il tempo opportuno di contendere di diritti. Non
avendo Flaminio ottemperato aUUnviio di ritornare, fattogli
dai due ambasciatori mandati espressamente dal Senato ,
questo lasciò correre, senza appigliarsi a nessuno degli altri
mezzi atti a procacciare ossequio ai propri voleri, sia ne-
gandogli la dispensa dalle formalità incombenti ai nuovi
stabilito altresì che cotesta persona, finché non potesse chiedere e ot-
tenere il secondo ufficio, avesse il diritto di venire in Senato a dirvi
il proprio avviso, e di essere presa in considerazione nelle prossime
nomine senatorie. Fu dato il ius sententiae , come un compenso al-
l'interruzione che le leggi sull'intervallo cagionavano nella carriera
degli uffici.
(i) H. NissEN (Rhein, Mus.y 22^ 565-586; Die Schlacht am Trasi-
menus) opina, a pag. 578 segg., che i consoli, d'accordo, mirassero a
dar battaglia uniti al nemico, per rinnovare t fatti di otto anni in-
nanzi, quando i Galli, presi in mezzo dai due eserciti consolari, toc-
carono quella rotta che diede tanto nome a Telamone. Ihne {RÓm.
G€sch.y2, 173 segg.) è dello stesso parere. Io ho spiegato finora che
il solo savio partito era quello di congiungere i due eserciti consolari,
e consento che il console Servilio aderisse di buon grado a tale idea,
ma nego che Flaminio vi aderisse. Gli scrittori dicono che Flaminio,
consigliato ad aspettare il collega, non si arrese a questi consigli. Si
dice che queste sono calunnie degli storici, un'asserzione che, parmi,.
vorrebbe essere dimostrata, da chi la pronuncia, un po' meglio. Ma
i fatti non danno forse ragione agli storici ? Perchè i due consoli
non partirono insieme subito dapprincipio ? O se dapprima conve-
niva che Tuno spiasse le mosse nemiche in Etruria e T altro nella
Gallia, perchè Flaminio non aspettò poi il collega, prima di azzuf-
farsi con Annibale ?
- 285 -
consoli, cosa che avrebbe messo Flaminio nel rischio di non
venir riconosciuto dalle legioni per generale legittimo, e
quindi nella necessità di ritornare (i), sia aggiungendo ai
due ambasciatori qualche tribuno della plebe che lo ricondu-
cesse a forza (2), sia facendone annullare reiezione (3), sia
facendone proporre nei comizi la deposizione (4). Nulla di
tutto questo; il Senato cedette (5), sebbene fosse destino
che a breve andare esso avesse a mettere- i consoli intera-
mente sotto di sé.
Partito da Roma Flaminio si recò a Rimini a prendere^
d^intesa col collega, il comando delle legioni che già prima,
per le ragioni dette in una delle note anteriori , aveano
avuto Pordine di raccogliersi colà. Erano le quattro legioni
decimate sulla Trebbia ed ora, naturalmente, rifornite d'uo-
mini. Così avvenne che nel giorno in cui entrò in carica
(16 marzo) egli trovossi a Rimini, non già che, come narra
Livio, egli avesse voluto preferire Rimini ad ogni altro
luogo. Poi , appena intese che il nemico aveva preso la
strada dell'Etruria, andò a quella volta. Intanto a Roma fu
deciso che il console Servilio, con altre legioni (quattro,
(i) Così accadde a C. Claudio uno dei consoli de! 577/ r77; cf.
Livio, 41, io. Abbiamo già discorso di ciò in una nota anteriore.
(2) Il Senato era proceduto così, quasi un secolo innanzi, contro il
console Q. Fabio ; cf. Livio, 9, 36, 14 , e fu lì lì per ripetere l'e-
sempio nel 549/205 contro il console P. Scipione; cf. Livio, 29, 20.
(3) Come era avvenuto al nostro Flaminio e al collega di lui nel
531/223, cosa che abbiamo già ricordato altrove.
(4) In quell'anno stesso 537/217 i tribuni macchinarono dì proporre
al popolo che destituisse dall'ufficio il dittatore Fabio Massimo , ac-
cusandolo di tirar in lungo a bella posta la guerra (Livio, 22, 25,
io), e più tardi ci fu chi pensò a far così contro il grande Scipione
nel suo consolato del 549'2o5 (Livio, 29, 19, 6).
(5) Quindi non mi pare esatto il dire del Mommsen (Staatsrecht ,
I, 590, seconda edizione] che in quell'occasione il Senato non fosse
disposto a transìgere.
- 286 -
come vedremo), si recasse a tenere in soggezione il paese
dei Galli Senoni.
Quando gli storici antichi scrivono che a Flaminio toccò
r Etruria, e a Servilio la Gallia che avea per capoluogo
Rimini (i)9essi espongono soltanto lo scioglimento defini-
tivo della questione sulle provincie consolari , senza tener
conto delle peripezie per le quali essa era passata, e dalle
quali si deve ripetere il procedere violento di Flaminio (2).
Ed ora che abbiam detto a sufBcienza di ciò, ritorniamo
indietro un momento, al piano di guerra, per vedere come
sia stata risolta la terza di quelle questioni capitali, quella
che concerneva il numero delle legioni da allestire, consa-
crando ad essa il capitolo seguente.
(i) Polibio, 3, 77, i; 3, 88, 8; cf. Appiano, Hann.^S; Livio, 22,
9 , 6. Prima di partire Servilio esegui , a nome , ben inteso , del
collegio consolare, quanto ai consoli spettava di fare prima di lasciar
Roma : egli convocò da solo il Senato , fece una parte almeno
degli arruolamenti, espiò i prodigi, ecc. (Livio, 22, 1-2). A propo-
sito dell'espiazione dei prodigi compiuta da Servilio non posso pas-
sare sotto silenzio quello che testé ebbe a scrivere un critico tedesco,
il prof. Gottlob Egelhaaf {Jahrbucher fiir Phil. und PSd., Supple-
mentband, io, 5o6), il quale asserisce che gli storici gliela attribui-
rono soltanto per mettere in evidenza maggiore, rilevando la pietà
di lui, l'empietà di Flaminio. Tale asserzione può appena passare
per uno scherzo, perchè sappiam bene che i consoli espiando i pro-
digi non attestavano un loro sentimento religioso personale, noa
adempivano una delle loro attribuzioni.
(2) Dalle cose dette emerge un giudizio preciso e nuovo sull'ope-
rato di Flaminio. 11 partire prima del i5 marzo, in sé, non era ne
colpa né merito, era procedimento eccezionale che in altre circostanze
sarebbe stato , non soltanto approvato , ma deliberato addirittura.
Colpa di Flaminio fu Taver fatto un passo eccezionale, senza che i
poteri competenti per le misure eccezionali lo avessero ordinato.
-287-
CAPITOLO TERZO
Sulle legioni allestite per aprire la campagna
del 537/217 (i).
Essendo prevalso il partito di accettare una battaglia de-
cisiva, ci volevano molte forze, tanto più che Flaminio era
risoluto di darla col solo proprio esercito, e che quattro
legioni riunite non erano bastate sulla Trebbia a far fronte
al nemico; questo serva di risposta agli storici moderni, i
quali credettero che quella campagna sia stata incominciata
con quattro sole legioni (2).
(i) Ne diedi un cenno negli Atti deW Accademia dei Lincei (serie 3*,
voi. V, pag. 23 1 segg.}. Adesso aggiungerò quello che allora non ho
detto.
(2) II NiEBUHR (nella decima lezione di storia romana) non parla
di apparecchi straordinari e quindi suppone le quattro solite legioni
consolari. P^gio il Duruy [Histoires des Romains, i, 362 segg.) che
non si occupa punto delle legioni consolari. Atto Vannucci le crede
quattro {Storia deW Italia antica, 2, 341 segg.), e così pure il Momm-
SEN (R6m. Gesch.y i, 588, terza edizione), il quale asserisce espressa-
mente che non eran necessari apparecchi straordinari (Fur den Feldzug
des Jahres SSj wurden in Rom keine ausserordentlichen Anstren-
gungen gemacht; der Senat betrachtete, and nicht mit Unrecht, trotz
der verlorenen Schlacht die Lage noch keineswegs als ernstlich ge-
fahrvoll) e che i due consoli non ebbero nuove truppe se non per ri-
fornire le quattro legioni vecchie. L'Ihne (RÓm. Geschichte, 2, 171)
fece un passo innanzi tenendo conto del luogo di Appiano di cui
diremo, ma nelf interpretarlo egli non procedette colla serietà do-
vuta, e giunse a conclusioni erronee, il Seeck {Hermes^ 8, 164) seb-
bene abbia discorso della cosa dopo V Ihne, non tenne conto delle
notizie di Appiano.
-288 -
Le fonti antiche non furono esaminate a dovere; Polibio
accenna soltanto in termini generali a quegli apparecchi (i),
e Livio, tutto intento a narrare la partenza di Flaminio,
dimentica di riferire i provvedimenti presi sulle legioni e
sulle Provincie ; ma c^ è un luogo di Appiano che ha un
valore inestimabile e che ancora non venne ben capito. Ecco
questo luogo:
« I Romani raccolsero altre truppe di cittadini in
c< modo da fare, con quelle che trovavansi sul Po, tredici
<( legioni, e ne intimarono due volte tanto agli alleati
« E di esse parte spedirono in Ispagna, parte in Sar-
« degna parte in Sicilia. Ma la più parte condus-
« sero contro Annibale Cn. Servilio e C. Flaminio suc-
« cessori di Scipione e di Sempronio nel consolato
« Flaminio difese Tltalia posta al di qua dei monti Appen-
« nini con trenta mila uomini a piedi e tre mila a cavallo (2)...
(( Servilio con quaranta mila uomini affirettavasi alla volta
« delPEtruria, etc. » (3).
Se i ragguagli di Appiano han qualche valore, la somma
totale delle legioni allestite in principio del 537/217 fu di
tredici, e ciascuno dei consoli ne comandò quattro (4). L'es-
senziale sarebbe trovato, e il poco che manca non sarebbe
difficile a scoprirsi.
Ora il valore di cotesti ragguagli mi pare indubitato, per
le seguenti considerazioni :
(i) Polibio, 3, 75, 4 segg.
(2) Appiano, Hann., 8.
(3) Appiano, Hann,y io.
(4) Il numero di 35 o 40 mila uomini arguisce quattro legioni; cf.
la mia dissertazione, Tentativo di critica sui luoghi liviani ecc. negli
Atti delV Accademia dei Lincei^ serie 3% classe di scienze morali, ecc.,
voi. VI, nell'ultima nota del primo capitolo. Forse le quattro legioni
di Flaminio non furono rifornite abbastanza d'uomini, per le ragioni
che vedremo ; quindi ebbe solo 33 mila uomini.
- 289 -
1* Pare che Appiano abbia desunto questi ragguagli
dalla migliore delle fonti, da Fabio Pittore, romano e con-
temporaneo di que' fatti. Di fatto, Appiano , narrando la
guerra d'Annibale, lo cita chiamandolo tòv cruTTpaqp^a tujvÒ€
Tuiv {pTuiv (i). Or questa citazione, e laver Fabio scritto in
greco, sono sempre stati considerati come due indizi (2) com-
provanti che Appiano attingesse il racconto di quella guerra a
questo che la vide e che è il più antico storico dei Romani. C'è
un'altra circostanza: i particolari sulle legioni, e in generale
sugli apparecchi militari dei Romani, interessavano natu-
ralmente gli annalisti romani ma non gli stranieri che scris-
s«ra di Roma, il che significa che lo scrittore che fornì ad
Appiano le notizie circonstanziate sugli eserciti del 537/217
fu romano , dunque Fabio , che oltre di essere V unico
autore nominato dallo storico alessandrino in questa parte
della sua opera, è altresì un romano. Ce un'ultima circo-
stanza in favore di Fabio, il quale, infatti, pare che sia
stato spesso, per quanto concerne gli apparecchi militari,
la fonte a cui attinsero gli storici venuti dopo (3).
2* La , fonte prima di tutti i particolari sulla somma e
sulla divisione delle truppe e delle provincie fu una sola,
(i) Hann.y 27.
(2) Dal Niebuhr nella nona delle lezioni sulle fonti della storia ro-
mana, e, dopo di lui, da tutti gli altri in generale.
(3) Certo le notizie relative agli armamenti immensi del 529/225,
contro t Galli, pervenutici presso sei scrittori (Polibio, 2, 24; Dio-
DORO, 25, i3 ; Livio, epit. 20; Plinio, Nat. hist,^ 3, 20, i38; Eu-
tropio, 3,5; Orosio, 4, i3), provengono appunto da Fabio. Ne
provengono, perchè Eutropio ed Orosio lo citano ; e la loro citazione
prova che lo avea citato Livio, al quale essi attinsero la citazione e
le notizie in questione. Ne provengono , inoltre , perchè questi sei
scrittori che ce le danno son concordi tutti egregiamente Tuno col-
Valtro (cf. MoMMSKN, Hermes^ 1 1, 49 segg. e RÓm. Forsch.^ 2, 382 segg.
Anche in Livio la cifra totale degli armati è di DCCC non di CCC).
- 290 -
furono i decreti del Senato (i). Quindi, qualunque sia lo
storico usato da Appiano, cotesti ragguagli provengono ad
ogni modo dai decreti del Senato, e se prestiamo loro intera
fede quando li leggiamo presso Livio (2), non c^è ragione
di non far altrettanto questa volta che per caso se ne trova
anche presso Appiano.
3* Confrontando il luogo sopra riferito di Appiano,
colla descrizione polibiana degli apparecchi fatti dai Romani
dopo la battaglia della Trebbia, si scopre che Puno e Paltra
di questi due storici seguirono il medesimo autore, qui :
« I Romani raccolsero altre
truppe cittadine in modo da
formare, con quelle che trova-
vansi sul Po, tredici legioni, e
ne intimarono due volte tanto
agli alleati e di esse parte
spedirono in Ispagna, parte in
Sardegna parte in Sicilia.
Ma la più parte la condussero
contro Annibale Cn. Servi lio e
C. Flaminio successori di Sci-
pione e di Sempronio nel con-
solato ». (App., Hann,, 8).
« I Romani energicamcifte
« si diedero ad apparecchiarsi e
« a munire i luoghi esposti man*
« dando legioni in Sardegna e in
« Sicilia, e presidii a Taranto e
€ dovunque occorresse... Gn. Scr-
« vilio e C. Flaminio, allora fatti
« consoli, raccoglievano gli alleati
« e arruolavano le legioni » .
(PoL., 3, 75. 4).
Polibio, conforme alPeconomia delle sue storie, indugiò a
narrare rinvio delle truppe in Ispagna, per inserire questa no-
(i) Cf. rintroduzione alla mia memoria Tentativo di critica sui
luoghi liviani ecc.
(2] A cominciare dal 5 36/2 18 (solo un paio di volte nella prima
decade: 2, 3o, 7; 7, 25, 8) Livio espone regolarmente, meno qualche
eccezione, il prospetto delle provincie e delle legioni di ogni anno,
e ciò prima di dar principio al racconto dèi fatti. L'anno 537/2170
appunto una di queste eccezioni, quindi le notizie di Appiano ven-
gono in taglio per colmare questa lacuna di Livio.
- 291 -
tiZÌB- 1^ ^^^^ ^li espone le vicende seguite in quel paese (i).
2^el resto la concordanza dei due storici è evidente (2). Or-
lycti^j Appiano non può aver desunto queste notizie da Po-
libio 9 perchè egli ne ha qualcheduna di più \ dunque tale
concordanza dimostra che V uno e Taltro storico attinse ad
una medesima fonte. Quindi Appiano in questo luogo me-
rìta 1& stessa fede che diamo a Polibio.
4* Finalmente, se si fa un esame accurato di tutte le
forze sparse in Italia e fuori sul principio del 537/217, e
si tien conto soltanto delle legioni , si troverà che queste
furono appunto tredici in tutto. Facciamo questo esame.
Occorre perciò che c'informiamo precisamente dei consoli e
proconsoli, pretori e propretori d'allora, e delle loro truppe.
Vengono prima di tutti i due consoli, e poi i governatori
delle due Provincie possedute a quel tempo da Roma, che
erano la Sicilia e la Sardegna; questi quattro erano i duci
ordinari degli eserciti di quelfanno. Duci straordinari non
ce n'erano, all' infuori che in Ispagna, dove nel 536/2 18
erasi recato Cn. Scipione in qualità di luogotenente del con-
sole Publio suo fratello (che avea sortito la Spagna per
combattervi Annibale, ma era ritornato m Italia, quando,
strada facendo, s'incontrò col nemico che stava per valicare
(1) Polibio, 3, 97, i.
{^) Appiano e Polibio attinsero qui ad una medesima fonte, ma
ciascuno a modo suo. Oltre ali* avere trasferito altrove il ragguaglio
sulle forze mandate in (spagna, Polibio lasciò fuori i particolari mi-
nuti sulla somma delle legioni e sulla divisione di esse fra i vari
duci, perchè queste cose non avevano interesse alcuno pei Greci, pei
q[Qali egli scriveva. Appiano invece non lasciò fuori tutto a bella
posta, ma, compendiando secondo la sua consuetudine, tacque il nu-
mero delle legioni mandate in Sicilia ed in Sardegna, tacque rinvio
del presidio mandato a Taranto, e, parlando delle truppe consolari,
ne disse, non le legioni, ma le migliaia per comprendere insieme i
legionari e i sociì. La fonte comune dei due storici deve essere Fabio
Pittore.
- 292 -
le Alpi), e poco dopo, nel corso del 537/217, vi sì recò lo
stesso Publio con autorità di proconsole.
a) Legioni del console Flaminio. Per incidenza Livio
gli attribuisce quattro legioni (1), e a quattro legioni cor-
rispondono per l'appunto, come notammo, i 33 mila uo-
mini che Appiano nel luogo riferito gli attribuisce. Si
aggiunga che anche le cifre delle perdite romane al Trasi-
meno suppongono un esercito dai 3o ai 35 mila uomini (2).
Non e' è bisogno di più per persuadersi che Flaminio co-
mandò quattro legioni, sebbene un po' scarse , e quasi in-
(i) 21, 63, « iegionibus inde it/j^t/5 a Sempronio prioris anni con-
sule, duabus a C. Atilio praetore acceptis, in Etruriam per Appen-
Tiini tramites exercitus duci est coepms ».
(2) Secondo Fabio Pittore perirono, in quella battaglia, i5 mila
uomini (Livio, 22, 7), se ne ridussero in salvo io mila (Livio, ivi),
« ne furono presi prigioni 6 mila (Livio , 22, 6, 8. Evidentemente
Livio attinge qui a Fabio Pittore nominato poco dopo; in tutto 3i
mila. Secondo Polibio perirono nel passo angusto dove segui la bat-
taglia (KOTà TÒv aòXuiva, Pol.. 3,84, 7) i5 mila uomini; prigioni più
che altrettanti (3, 85, i); s'aggiungano quelli che, non essendo ancor
giunti, quando cominciò la battaglia, in quel passo, vennero spinti
nel lago stesso a morirvi ancor più miseramente (3, 84, 8: ci òè xarè
Trop€{av mctqSò t?^ X(|uivtic kqI rff; TrapwpcCa^), e si va a forse 34 mila
uomini. Secondo Appiano {Hann,, io) perirono 20 mila uomini e ne
furono presi prigioni io mila; queste sono naturalmente cifre ro-
tonde. Valerio Massimo, Plutarco, Eutropio ed Orosio ripetono più
o meno fedelmente le cifre di Fabio Pittore e di Livio. Valerio
Massimo (i, 6, 6) scrive che furono uccisi i5 mila uomini, 6 mila
presi prigioni, e io mila fugati, che sono le cifr^ di Livio tali e quali.
Plutarco [Fab. Mass., 3) dice che ne perirono i5 mila e ne furon
presi prigioni altrettanti, che sono le cifre di Polibio; Eutropio che
ne perirono 1 5 mila (3, 9) che è la cifra di Fabio e di Livio; infine
Orosio [4, i5) che ne perirono 25 mila (che è la somma delle due
prime cifre di Fabio Pittore) e ne caddero prigioni 6 mila (che è la
terza cifra di Fabio Pittore). — Questi dati sulle perdite fatte dai
Romani lasciano arguire un esercito dai 33 ai 35 mila uomini (non di
40 mila come dice il Seeck, Hermes^ 8, 164), ossia quattro legioni,
sebbene un pò* scarse, e ciò per la fretta che Flaminio ebbe di par-
tire.
teramente composte di soldati novizi (i). Anche il Seeck
gli dà quattro legioni ; Tlhne non è chiaro (2).
p) Legioni del console Servilio. Nel passo surriferito
Appiano gli attribuisce 40 mila uomini , dunque, quattra
forti legioni, cosa che si sarebbe potuta indovinare senza
altro, perchè le legioni consolari dividevansi in parti uguali
fra i due consoli. Ma \ due critici ora citati s^ accordano
nel dire che quel console ne ebbe due sole ; il Seeck dice
anche il perchè; poiché Fabio Massimo, quando fu creato
dittatore dopo la battaglia del Trasimeno, disse che avrebbe
preso Tesercito di Servilio ed aggiunto ad esso due nuove
legioni (Livio, 22, 11), e l'esercito di Fabio fu poscia di
quattro legioni (Livio, 22, 27, io; cf. Plutarco, Fabio
Massimo, io), quelle di Servilio, conchiude il Seeck, erano
state due legioni.
Questo ragionamento è più specioso che altro. Voler de-
durre il numero delle legioni di Servilio dai dati molto poste-
riori riferentisi a quelle di Fabio, e ciò trattandosi di tempi
straordinari in cui ogni istante si fecero, inevitabilmente,
notevoli movimenti nei corpi d' esercito , sia arruolando
nuove truppe, sia mandandone altre da questo a quel luogo,
mi pare per lo meno un metodo pericoloso, e ne do subito
la prova. Polibio (3, 88, 7-8) narra, in contraddizione con
(1) Il nucleo delle quattro legioni che avean combattuto sulla
Trebbia, e che, rifornite d'uomini, furono poi comandate da Fla-
minio, era stata trucidato in quella battaglia ; la più parte di quelli
che ora le componevano erano dunque reclute; quindi si spiega
perchè Polibio faccia dire a Paolo Emilio in principio del 538/2 16
che una delle cagioni delle sconfìtte precedenti era stata questa, che
le truppe romane erano state reclute non abbastanza addestrate (Po-
libio, 3, 108, 6).
(2) L'Ihne attribuisce a Flaminio le reliquie delle 4 legioni deci-
mate alla Trebbia , più due legioni ; dunque o sei o due legioni.
Questa opinione la discuteremo fra poco.
- 294 -
Livio (22, 11), che quando Fabio venne creato dittatore,
partì da Roma con quattro legioni arruolate allora al-
lora; supponiamo che il Seeck fosse partito da questa no-
tizia confrontandola con quella di Livio suir esercito di
Fabio ; egli avrebbe conchiuso non più che le legioni di
Servilio erano state due, ma che Servilio non avea avuto
legioni di sorta, e sarebbe così caduto nell'assurdo. Ciò
mostra il pericolo del giovarsi, in coteste cose, di ragguagli
del tempo posteriore.
Il partito più savio è dunque evidentemente questo : non
lasciarsi confondere dalle notizie indirette contraddicenti
Tuna all'altra, e stare alla sola notizia diretta, che è quella
di Appiano; e così facciamo, computando a quattro le le-
gioni di Servilio , e passando innanzi , e ponendo in nota
alcune considerazioni che varranno forse a portar luce nella
questione toccata ora (1).
(i) Bisogna considerare non solo le truppe del 537/217, ma anche
quelle del 538/2 16. Ecco i ragguagli che abbiamo negli storici an-
tichi :
a) Livio, 22, 11, 2-3, narra che il dittatore arruolò due legioni
da aggiungere all'esercito di Servilio.
P) Poco dopo lo stesso Livio, 22, 11, 7-9, narra che si arruola-
rono molti uomini, perfino libertini; chi aveva meno di 35 anni fii
messo a servire sulla flotta, gli altri rimasero di presidio a Roma.
t) Polibio, 3, 88, 7-8, narra che il dittatore Fabio si arruolò
quattro nuove legioni, e prese inoltre le truppe di Servilio.
ò) Livio, 22, 36, narra che in principio del 538/2 16 vennero ar-
ruolate nuove truppe, benché le fonti antiche discordassero sul nu-
mero di esse; secondo alcuni si fecero 4 nuove legioni.
€) Appiano, Hann.^ 17, narra che furono allestite quattro nuove
legioni; quando? Parrebbe verso la fine del 537, perchè 1* autore
passa poi subito a narrare l'elezione dei consoli per Tanno 538.
q) Polibio, 3, 106, 4, accenna a nuove legioni allestite in prin-
cipio del 538/216; cf. Polibio, 3, 107, 9. — Dal tutto si vede : i* che
dopo la battaglia del Trasimeno arruolaronsi molte truppe; 20 che
ci fu un momento in cui partirono da Roma 4 legioni ; del resto le
6 notizie sono inconciliabili fra di loro. Se è lecito presumere di
- 285 -
t) Legioni di Sicilia. Che in Sicilia siano state man-
date, dopo la battaglia della Trebbia, alcune truppe, ce lo*
dicono Appuno (Hann., 8) e Polibio (3, yS, 4) nei luoghi
già esaminati. E vedesi poi da calcoli indiretti che quelle
voler ordinare ragguagli così disordinati, io direi che il ragguaglio a
è una mera ipotesi degli annalisti, i quali, sapendo che l'esercito del
dittatore Fabio era forte di quattro legioni (Livio , 22, 27, io) e
credendo che Servilio avesse comandato due legioni (per solito l'eser-
cito di un console consisteva di due legioni), era naturale che opi-
nassero che Fabio si fosse arruolato due nuove legioni da aggiungere
all'esercito di Servilio. — Vero sarebbe invece il ragguaglio p, e le
truppe rimaste di presidio a Roma saranno state due legioni ; infatti
le trioni urbane o di presidio erano per solito in numero di due.
— Le quattro legioni di cui parla Polibio (ragguaglio t) sarebbero
le 4 legioni di Servilio, non legioni nuove. — Le quattro legioni di
cui parla Appiano (ragguaglio e) e una delle fonti di Livio [rag-
guaglio ò), sarebbero le truppe arruolate pel 538, delle quali parla
Polibio (ragguaglio 0-
In tal modo Servilio, e, dopo di lui, Fabio Massimo , avrebbe
avuto 4 legioni. Due legioni si sarebbero bensì arruolate dopo la
battaglia del Trasimeno, ma tenendole a Roma di riserva e di pre-
sidio nello stesso tempo, per farle partire pel campo, al solito, iti prin-
cipio del 538/216, insieme con altre quattro arruolate allora. Si ca-
pisce, in tal modo, perchè in principio del 538/2 16 si trovassero in
campo (parliamo dell'Italia, non delle provincie) dieci legioni , cioè
8 contro Annibale (Polibio, 3, 107, 9), e due contro i Galli (Livio,
23, 14, 6 segg.; cf. Polibio, 3, 106, 6).
Un'osservazione. Quando Polibio, 3, 107, 9, accenna ad otto le-
gioni del 538/216, come a cosa fin là senza esempio, egli intende
parlare delle otto legioni raccolte in un solo corpo (V esercito sotto i
due consoli, non alla somma totale delle legioni che fu molto mag-
giore in principio del 538/2 16, e che era stata molto maggiore anche
nel 537/217, e che talora avea raggiunto per lo meno quella cifra anche
in antico (Livio, 2, 3o, 7 ; Livio, 7, 25, 8 ; cf. Eutropio, 2, 3; Orosio
3, 6), per tacere del 529/225. Perciò questo luogo di Polibio (forse
franteso generalmente come se lo storico dicesse che quella era la
prima volta che i Romani avevano messo in piedi otto legioni) non
impedisce che crediamo che Flaminio e Servilio ebbero ciascuno
quattro legioni ; essi ebbero otto legioni fra tutti e due , ma i loro
eserciti non formavano un sol corpo e quindi restava sempre vero
che le otto legioni consolari congiunte insieme nel 538/2 16 erano un
fatto senza precedenti.
- 206 -
truppe ammontavano probabilmente a due legioni. Infatti
in tutto il resto del 537/217 e in tutto il 538/2 16 non oc-
corre menzione di altre truppe mandate in queir isola, e
nondimeno in principio del 539/21 5 vi erano attendate due
legioni (Livio, 23, 25, 7)-, dunque queste due legioni si
trovavano colà fin dal principio del 537/217.
ò) Legioni di Sardegna. Anche in Sardegna vennero
spedite alcune forze, come in Sicilia (Appiano e Poubio, ivi).
Or siccome nei due anni seguenti l'isola non ricevette nuove
truppe salvocl\è una legione nel 539/215 (Livio, 23, 24,
i3), e tuttavia in- principio del 540/214 la guarnigione di
quella provincia ammontava a due legioni (Livio, 24, 11,
2), ne inferisco che in principio del 537/217 il presidio di
essa constava di una sola legione.
Non mancano più che due l^ioni per andare a tredici.
Eranvi forse due legioni in Ispagna ? In apparenza sì, in
realtà no, perchè le truppe che vi andarono nel 536, né
erano, né consideravansi come legioni, ma come semplici
corpi qualunque, come io dimostrai altrove (i); e le truppe
che vi andarono nel 537/217 erano poche e specialmente
di mare (2).
Le consuetudini romane mi fanno supporre che le due
legioni in questione siano state tenute a Roma di riserva
e di presidio ad un tempo (3), e la storia della campagna
(i) Nel secondo capitolo della mia Memoria Tentativo di critica
sui luoghi liviani ecc. negli Atti della R. Accad. dei Lincei^ 1881.
(2) Come deduco da Polibio, 3, 97, i; cf. Livio, 22, 22, i; cf. il
secondo capitolo della Memoria citata nella nota precedente.
(3) Tenere in pronto, nelle guerre difficili, per ogni evento, alcune
legioni, era una necessità ; e Livio ne è la miglior prova. Tali le-
gioni infatti, che chiamavansi urbanae, furono allestite dopo la bat-
taglia del Trasimeno (Livio, 22, 11, 7), senza dubbio perchè le ur-
bane allestite in principio del 53yl2iy , e che sono quelle che ora
supponiamo, erano state esse pure vinte e distrutte, come vedremo
— 297 —
s^uente conferma appieno questa supposizione, come ve-
dremo nel prossimo ed ultimo capitolo.
In conclusione, il console Flaminio comandò 4 legioni,
il console Servii io altrettante, il governatore di Sicilia due,
il governatore di Sardegna una, e due furono legioni urbane.
Tredici in tutto furono le legioni del 537/217. Anche di qui
apparisce la credibilità delle notizie di Appiano, dalle quali
siamo partiti appunto per cavarne informazioni precise sugli
apparecchi fatti dai Romani dopo la battaglia della Trebbia.
Terminiamo adunque questo capitolo col notare che quegli
apparecchi furono grandissimi, conformi cioè alla risoluzione
presa di discendere nuovamente ad una battaglia campale
con Annibale, e che gli storici moderni errano credendo
che i consoli abbiano deciso, malgrado la lezione terrìbile
ricevuta sulla Trebbia, di affrontare il nemico con due sole
legioni ciascuno. Perfino i termini generali di Polibio su
nel capitolo seguente. Trovasi poi cenno di quelle del 538 (Livio,
23, 14, 2), di quelle del 539 (Livio, 23, 3i), di quelle del 540 (Livio,
24, II, 3), di quelle del 541 (Livio, 24, 44., 6), di quelle del 542
(Livio, 23, 3, 7), di quelle del 543 (Livio, 26, 28, 4), di quelle del
544 (Livio, 26, 28), di quelle del 546 (Lnno, 27, 8, 11), di quelle
del 546 (Livio, 27, 22, io), di quelle del 547 (Livio, 27, 36, i3), ecc.
per parlare solo della terza decade di Livio.
Delle legioni urbane non si occuparono mai i critici; pochi mesi
fa però ne discorse Th. Steinwender [Philologus^ voi. 39, p. 527 e
segg.). Nell'elenco ch'egli ne dà mancano quelle del 404/350 (Livio, 7,
23, 3), e quelle del 405/349 (Livio, 7, 25, 12), e quelle del 459/295
(Livio, io, 26, 14. Sono evidentemente legioni urbane anche queste),
e quelle allestite dopo la battaglia del Trasimeno , alle quali accen-
navo or ora. Tanto meno pensò V autore a quelle del principio del
537/217, che io sono ceno essere comprese nelle tredici di Appiano,
ma delle quali non occorre menzione espressa.
Anche gli uomini tenuti di riserva a Roma nella guerra del 529/225,
necessariamente costituiti in forma di legioni, erano dunque legioni
urbane; e ammontando a 2i5oo cittadini romani e 32 mila soci (Po-
libio, 2, 24, 9) formavano di certo 4 legioni urbane. Per solito le
legioni urbane erano due.
Tiinsta di filologia ecc., X. 20
— 298 —
quegli apparecchi avrebbero dovuto farli supporre straor-
dinari anche per quanto concerneva l'Italia; c'è senso co-
mune, infatti, nel credere che i Romani abbiano mandato
truppe nelle provincie , e non abbiano voluto aumentare il
numero delle legioni consolari , che pure eran quelle che
dovevano venir alle mani con Annibale ? Ma ora il valore
di quei termini generali di Polibio è determinato in tutta
la sua precisione per mezzo dei dati di Appiano (i), che
(i) LMhne è il solò che abbia preso ad esame i dati di Appiano
(RÓmìsche Geschichte, 2, 171, nota 84). Ma egli distribuisce le tre-
dici legioni, ricordate da questo storico, a capriccio , senza dare la
ragione di quello che fa. Egli immagina che nella Sicilia ci sia stata
una legione, che è falso ; dicesse almeno perchè, secondo lui, vi do-
veva essere una sola legione ! — Egli pone due legioni in Ispagna ;
qui Terrore è compatibile, perchè senza una ricerca ad hoc era diffi-
cile scoprire che constavano di semplici soci i due corpi , che mili-
tavano colà, e che, come tali, non figuravano fra le legioni. — Egli
opina che il presidio di Taranto insieme con quelli di altri luoghi
d'Italia formasse una legione, il che non può essere; forse ciascuno
di questi presidii era una porzioncella di qualche legione, ma certa-
mente non si sbocconcellava interamente una legione per farne molte
piccole parti. — Flaminio avrebbe comandato, secondo lui, quel che
rimaneva delle quattro legioni consolari decimate sulla Trebbia, più
due nuove legioni ; questo è assurdo ; le legioni che avevano subfto
grandi perdite i Romani le rifornivano d'uomini, o in caso diverso
le disfacevano addirittura; quindi se l'ipotesi delP Ihne fosse vera,
Flaminio avrebbe avuto sei legioni, mentre egli ebbe soltanto 33 mila
uomini, che corrispondevano a quattro scarse legioni. — Servilio.
l'altro console, avrebbe comandato due legioni ; e qui non potrei ma-
ravigliarmi abbastanza vedendo come il Seeck e Tlhne attribuiscano
il primo quattro e il secondo sei legioni a Flaminio per amore dei
35 mila uomini airincirca che egli avrebbe comandato, e poi com-
putino a due legioni i 40 mila uomini di Servilio. Quanta fatica per
arrivare a questi 40 mila fa Tlhne ! Servilio avrebbe comandato, oltre
alle due legioni rincalzate colle solite truppe dei soci, che erano, al
più, 18 mila uomini, altri 20 mila soci, non addetti, contro al so-
lito, a legioni di' sorta ! Eppure era così facile pensare a 4 legioni.
— In conclusione, di tutta la combinazione deir Ihne non c'è che un
punto solo che sia indovinato , cioè che una legione si trovava in
Sardegna; dico indovinatOy perchè ragioni non ne dà Tautore, né egli
ci ha merito se non ha sbagliato anche qui.
- 2»9 —
sono quelli di Fabio Pittore, storico vissuto in quei tempi ,
versato negli affari pubblici, e quindi degno di fede (i).
Finito così di esaminare il piano di guerra del 537/217,
veniamo ad un' ultima questione relativa alla breve cam-
pagna dltalia (dico dltalia per escludere quella di Spagna,
che era un episodio della medesima guerra punica), du-
rata dal principio delPanno fino alFassunzione di Q. Fabio
Massimo alla potestà dittatoria.
(i) Degno di fede, ben inteso, nei dati e nelle cifre. Altra cosa
sono le opinioni politiche (cf. Polibio, i, 14).
-300 -
CAPITOLO QUARTO.
Le legioni urbane del principio del 537/217.
Quello che stiamo per dire non è meno importante di
quello che abbiamo detto sin qui. Nei tre capitoli prece*
denti abbiamo voluto correggere le opinioni dei dotti sulla
data della battaglia delia Trebbia, sul piano di guerra del
537/217, e sulla partenza di Flaminio; in questo confron-
teremo quello, che si crede relativamente alla campagna sud-
detta, colle fonti antiche, e trarremo così in luce alcuni
fatti male tramandati e caduti in dimenticanza.
Tutta la storia di quella campagna, così come ce la nar-
rano Polibio e Livio, e come ce la ripetono gli storici mo-
derni, comprende i movimenti dei due eserciti consolari, e
termina colla catastrofe del Trasimeno, dove Tuno di essi
accettò la sfida del nemico e venne distrutto, senza che
l'altro fosse giunto a tempo per unìrsegli. Ma forse e senza
forse questi fatti, che sono i principalissimi, non furono
però i soli.
Ho notato, nel capitolo precedente, il pregio della nar-
razione di Appiano; per essere coerenti ne dobbiamo
dunque fare quel conto che essa merita. Or bene, presso
Appiano vediamo svolgersi , allato di que' fatti principa-
lissimi , alcuni altri fatti non privi d' importanza. Dopo
aver narrato l'invio delle truppe romane nelle provincie e
la partenza dei consoli incontro ad Annibale, Appiano sog-
giunge un'altra cosa : che cioè entrato Annibale in Etruria e
-301 -
marciando alla volta di Roma, i Romani, spaventati, man-
<larono gli ultimi otto mila uomini, che rimanevano in
Roma, al lago Plestino nelPUmbria, coU'ordine di intercet-
targli la strada occupando qualche passo stretto e di difficile
accesso; e che il comando di quelPesercito venne conferito
ad un certo Centenio, che era uomo allora privato, ma
nondimeno illustre (i). Poscia, dopo aver narrato la bat-
taglia del Trasimeno, Appiano racconta che, nel tempo in
cui essa accadde, da una parte il console Servi Ho cammi>
«ava a grandi giornate verso V Etruria (per congiungersi,
ben inteso, col collega), dalFaltra parte Centenio, occupato
un passo forte e oppostosi al nemico , fu vinto e disfatto
totalmente (2).
Ora a me pare che le notizie di Appiano sulPesercito di
Centenio e sulle costui gesta, rivelino un frammento di
storia, desunto, per opera di Appiano, da Fabio Pittore >
ma dimenticato così da Polibio, come da Livio, che qui
attinse a Polibio; e poscia, perchè dimenticato da Polibio
« da Livio, trascurato anche dai moderni. Non che i cri-
tici non avvertissero le notizie di Appiano; ma, colla cat-
tiva applicazione di un principio buono, chiusero a sé
stessi la via buona; imperciocché leggendo in Polibio (3,
86, 8 segg.) e in Livio (22, 8, i) che il console Servilio
mandò al collega Flaminio un aiuto di 4 mila uomini a
cavallo sotto gli ordini di un certo Centenio, il quale non
giunse a tempo e fu vinto da Maarbale , si persuasero
troppo facilmente che il racconto di Appiano non fosse
altro che una versione più guasta del racconto polibiano-
liviano, e ambedue i racconti concernessero un medesimo
fatto. Il vero è che i due racconti non hanno nulla di co-
(1) Hann.y 9.
{2) Hann,^ lo-ii.
— :»2 -
mDne air infuori del nome di Cenienio , e che il fatto ri-
cordato nell'uno non ha che fare con quello che è ricordato
nelTaltro. Il console Servilio mandava a Flaminio pane del
proprio esercito, destinato a combattere insieme coll'esercito
di Flaminio contro Annibale, mentre lo scopo degli 8 mila
uomini di cui parla Appiano era quello di proteggere la
capitale della Repubblica. In secondo luogo i due eserciti
erano diversi Tuno dalPaltro nella provenienza, nel numero
e nel genere dell'arma a cui appartenevano. In terzo luc^
le circostanze della battaglia, nella quale peri Tuno, sono
diverse per più capi da quelle della battaglia nella quale
perì Paltro. Poi c^è la condizione diversa dei due coman-
danti (i).
L'esame dei due racconti fa dunque manifesto che quello
di Appiano contiene una serie di fatti minori svoltisi allato
dei principali, ma ommessi da Polibio (2). Questue la con-
(i) Di tutte le differenze che passano fra i due racconti, ai critici
diede nelFocchio una sola ; ma anche da questa difficoltà essi seppero
sciogliersi con molta, con troppa disinvoltura. Era il numero delle
truppe 8 mila presso Appiano, 4 mila presso Polibio, che si oppo-
neva più evidentemente air identità supposta e voluta dei due rac-
conti. Ma il Drakenborch uscì a dire, nel suo commento liviano
(voi. 7, 59), Appiano aver confuso l'esercito di Centenio coiresercito
di un secondo Centenio che s' incontra cinque anni più tardi nella
storia romana (Livio, 25, 19, 9) e che in effetto comandò otto mila
uomini. — Dopo questa trovata nessuno più fiatò, e oggi ancora la
si mette innanzi nei migliori commenti di Livio (cf. Weisscnborn a
Livio, 25, 19, 9). Non c'è bisogno di dire che quella trovata non
prova proprio nulla, perchè divergenze fra i due racconti ce ne sono
altre ancora; anzi non spiega nemmeno questa, perchè Appiano non
fa mai menzione di quel secondo Centenio, né poteva dunque scam-
biarlo col primo.
(2) Ho detto, nell'ultima nota del primo capitolo, che Polibio fu
solito volgere la sua attenzione ai grandi fatti militari apportatori di
notevoli conseguenze, sorvolando invece sui minori; e citai un'asser-
zione dello storico, il quale scrive di aver voluto passar sotto silenzio
i fatti d'armi avvenuti fra l'esercito romano e l'esercito cartaginese
- 303 -
clusione alla quale i critici non seppero ma avrebbero do-
vuto venire, per cavar qualche costrutto dalle notizie di
Appiano; ogni altro tentativo fu e doveva essere vano (lì.
in principio del 538/2 16 (mentre il primo di questi eserciti era co-
mandato dagli ex consoli Atilio e Servilio in attesa dell'arrivo dei
consoli Paolo Emilio e Terenzio Varrone), appunto per questa ra-
gione. E trovai un'applicazione di questa stessa massima nel silenzio
di Polibio sui fatti che tennero dietro alla battaglia della Trebbia
durante il resto dell' inverno. Ora aggiungo due altri esempi. La
battaglia del Trasimeno fu descritta a lungo da Polibio; dopo di
essa accaddero senza dubbio molti fatti nell* Etruria e neirUmbria
(ad esempio le ostilità di Annibale contro Spoleto (Livio, 22, 9) e le
gesta del Centenio di Appiano. Questi due fatti vengono riguardati
come un solo dairiHNE, R6m, Gesch,y 2, 179, a torto come vedremo,
ma egli non li narrò, e osservò soltanto che Annibale, non risolven-
dosi a marciare su Roma, attraversò in dieci giorni l'Umbria e il
Piceno per giungere all'Adriatico (Pol., 3, 86, 8 segg.). — Di nuovo,
Polibio narrò a lungo il combattimento di Canne, ma tacque i fatti
accaduti nel resto di quell'anno 538/2 16 (quali erano, ad esempio, le
gesta di Marcello e la distruzione dell'esercito del pretore L. Po-
stumio avvenuta nella Gallia. È vero che quest' ultimo fatto venne
toccato da Polibio , 3, 1 18, 6, ma senza che lo descrivesse ; e lo toccò
soltanto allo scopo di dare un'idea compiuta della gravità delle cir-
costanze in cui Roma allora si trovò; descritto invece fu da Livio, 23,
24, 6 segg.), che chiuse subito il libro terzo col ritrarre gli effetti di
tanto avvenimento. Di Centenio parla Polibio solamente in quanto
questo ufficiale era destinato a congiungersi con Flaminio , la sua
storia essendo così pane della storia di Flaminio e della battaglia del
Trasimeno.
(i) Volgiamoci un momento a considerare lo stato della critica in
questo proposito. Ho già detto che i moderni che scrissero la storia
prammatica di Roma non videro altro , nel racconto di Appiano ,
fuorché una versione guasta del racconto polibiano-liviano, malgrado
le differenze essenzialissime che corrono fra i due racconti. Anche
nei lavori speciali la critica fece poco, ma tuttavia qualche cosa; fìno
agli ultimi anni questo qualche cosa si riduceva ai dubbi del KlUver
sul lago Plestino e alla confutazione di tali dubbi per opera dell'abate
Giovanni Mengozzi; ma ora il racconto stesso di Appiano nel suo
insieme fu sottoposto ad esame. Vediamo partitamente questi due
passi successivi della critica.
La questione sul lago Plestino abbraccia naturalmente solo una
circostanza locale della narrazione di Appiano , e fu suscitata dal
— 304 -
Alla stessa conclusione conducono più altre ragioni, e
tali, che ciascuna di esse basterebbe, non che a confermarla,
a provocarla. — i*» Il titolo di praetor (i), o, più retta-
mente, di propraetor (2) che troviamo dato, ma non però
da Polibio, a Centenio, prova che la persona di questo
nome fornita di siffatto titolo non ha che fare colla per-
sona di questo nome priva del titolo medesimo*, il Cen-
KlIjver [Italia Antiqua, pag. 586 segg.)^ che , non credendo air esi-
stenza di un Iago di tal nome, opinò che Appiano propriamente avesse
scritto non TJX^xariyryv ma bensì rTcpuaCviiv, e avesse chiamato Perù»
gino, perchè vicin di Perugia, il lago Trasimeno. Ma sulla fine del
secolo scorso il Mengozzi (De' Plestini Umbria del loro lago e della
battaglia appresso di questo seguita tra 1 Romani e i Cartaginesi nel
voi. XI delle Antichità Picene di Giuseppe Colucci, pag. 3 segg.) con-
futò il KlUver; egli in primo luogo dimostrò coi documenti che un
lacus Pistiae nelTUmbria tra Foligno e Camerino esisteva ancora nei
secoli XIV e XV deiréra volgare; e dimostrò in secondo luogo che,
oltre al Iago di tal nome, esistette anche una città di tal nome (Plinio,
Hist. Nat.y 3, 14, 114, ricorda fra i popoli umbri i Pelestini; una
iscrizione antica riferita dal Mengozzi, pag. 29, ed ora anche da altri,
per es. dal Wilmanns , n. 2104, ricorda la res publica Plestinorum\
Plesteas occorre negli Acta Sanctorum. 2, 582; Plistia occorre in un
documento di Ottone III riportato dal Mengozzi, pag. 107; infine
sorge tuttora colà la chiesa della Madonna di Pistia), In tal modo
il Mengozzi fece vedere che anticamente una città e un lago dei
Plestini esistettero realmente neir Umbria, e per questa parte speciale
adunque mise in chiaro la bontà delle notizie di Appiano.
Ma fu solo negli ultimi tempi che i critici presero in considera-
zione il racconto intero di Appiano, sebbene senza frutto. Il Nissen
[Rhein. Afu5., 20, 227 segg.) si provò, sempre partendo dalla falsa
supposizione che il Centenio di cui si parla nel racconto polibiano-
liviano sia il medesimo di cui si parla nel racconto di Appiano, a
conciliare i due racconti. Lo stesso fa V Ihne , RÒm, Geschichte^ 2,
174 segg.; 179. La conciliazione non si trovò e non poteva trovarsi,
perchè i due racconti non hanno di comune che il nome di Centenio.
(i) Cornelio Nepote , i/afin.,4, 3. L'uso di praetor e di consul
invece di propraetor e di proconsul era abuso frequente nel tempo in
cui Cornelio Nepote scriveva, quindi il praetor di Cornelio Nepote
e il propraetor di Livio (vedi nota seguente), sono, nel nostro caso,
la stessa cosa.
(2) Livio, 22, 8, 1.
- 305 —
tenio di cui si parla nel racconto polibiano-liviano fu un
semplice ufficiale incaricato di condurre quattro mila uo-
mini da un luogo alPaltro, non ebbe dunque quel grado di
imperio chiamato propretura (i), ed ecco perchè Polibio
non gli dà titolo veruno. Ma il Centenio di cui parla Ap-
piano era comandante di un esercito, era un propretore,
«d è di questa persona che fa parola anche Cornelio Ne-
pote, ed alla quale propriamente si riferirebbe il propraetor
^i Livio (2). — 2* Verso la fine del capitolo precedente
^ibbiamo messo in chiaro che in principio del 537/217 due
cielle legioni vennero destinate a rimanere a Roma come
eruppe di riserva e di presidio nello stesso tempo ; così
pure abbiamo niesso in chiaro che, dopo la battaglia del
Trasimeno , occorse fare nuovi arruolamenti , per avere
delle truppe da presidiare la città. Ciò significa che quelle
<iue legioni {legiones urbanaé) , nel frattempo erano state
(i) Propraetor era un propretore ordinario, cioè un ex pretore al
<iuale era stato prorogato il comando ; oppure era, talora, un luogo-
tenente del generale; oppure era un privato al quale si era conferito,
in via straordinaria, per bisogno improvviso, Timperio di propretore.
L'uomo di cui parla Polibio non era né Tuna, né Taltra cosa. Tutt'al
più quellVomo avrebbe potuto venir chiamato legatus(d. Livio, 23,
3i, 6: « Ad veterem exercitum accipiendum deducendumque inde in
Siciliam Ti. Maecilius Croto legatus ab Appio Claudio est niissus,
17, 8, 12, Urbanum veterem exercitum Fulvius consul legato in
Etruriam dedit ducendum *).
(2) Livio non fa che riassumere il racconto di Polibio ; però chia-
mando propraetor Centenio, egli fa vedere di aver avuto contezza
anche del Centenio di Appiano e di Cornelio Nepote, e di aver con-
ioso l'uno coll'altro. C'è ancora un'altra traccia che conferma questa
asserzione : Livio narra che Centenio fu rotto da Annibale ^secondo
Polibio fu rotto da Maarbale). Ce n'è una terza: Livio narra che
Centenio, inteso Tesito del combattimento sul Trasimeno, entrò nel-
rUmbrìa, una circostanza mancante in Polibio e che si trova in Ap-
piano. Ripeto adunque che il racconto di Livio nel punto essenziale
< quello stesso di Polibio, contiene però elementi secondari di quello
di Appiano.
- 306 -
mobilizzate, e che gli otto mila uomini spediti , secondo
Appiano, a sbarrar la via ad Annibale in caso che si fosse
voltato contro Roma, erano per T appunto coteste legioni
stesse, e non hanno che fare coi quattro mila uomini a
cavallo mentovati nel racconto polibiano-liviano. — 3' Infine
c^è il ragguaglio breve ma importantissimo di Appiano sulla
condizione di Centenio; secondo il racconto di Appiano questi
era persona privata quando ebbe il comando di otto mila
uomini. Questo ragguaglio dimostra prima di tutto che il
Centenio di Polibio è diverso da quello di Appiano. Esso
prova altresì che gli otto mila uomini eran davvero le due
legioni urbane \ infatti se le legioni urbane, destinate a ri-
manere a Roma , nel corso dell' anno si mandavano in
campo, ciò avveniva per bisogno improvviso^ e la conse-
guenza ne era che conveniva affidare il comando , essendo
già occupati altrimenti i magistrati e promagistrati ordinari^
a persone private, innalzandole alla dignità di comandanti
straordinari (i).
Così sono separati i due racconti Tuno dall'altro. Quello
di Appiano, calunniato (2) quasi fosse una cattiva versione
di quello di Polibio, e invano voluto conciliare con questo,
è invece un racconto a sé, che contiene un nuavo brano
di storia romana. Resta ora che mettiamo nella debita luce
cotesto brano di storia.
I due eserciti consolari erano già arrivati a Rimini e ad
(1) Due volte Livio ricorda espressamente la mobilizzazione delle
legioni urbane, e tutte e due le volte il comando venne conferito ad
un privato, cioè a L. Manlio Addino nel 547 di Roma (Livio , 27,
43, 8; cf. 27, 5o, 6) e a M. Valerio Levino nel 549 (Liv.,28,46, i3).
(2) Il prof. Gottlob Egelhaaf (Jahrbucher fur Phil. und P&d,
Supplementband, io, 47 3 J vede, nella discordanza del racconto di Ap-
piano da quello di Polibio, la prova più manifesta del nessuno va-
lore storico di Appiano !
— 307 -
Arezzo nelle regioni loro assegnate , quando le mosse di
Annibale, che pareva volesse correre difilato sopra Roma,
indussero i Romani a mandargli incontro le legioni ur-
bane, dandone il comando ad un privato di nome Cen-
tenio (i) (investito a quest'uopo del grado di propretore
straordinario (2)), senza servirsi né del pretore urbano, ne
del pretore peregrino (3). Dove coUocaronsi le due legioni
(i) Chi trovasse poco naturale romonìmia del capitano in questione
coirufiìciale del quale Serviiio si servì per mandare i quattro mila
uomini a Flaminio, può credere che il nome di Centenio fosse quello
di una sola persona e venisse poi esteso per errore a tutte e due le
persone. Ma viceversa non si potrà mai fare la seguente supposizione:
Centenio fu un solo, dunque tanto il racconto polibiano-liviano.
<|aanto quello di Appiano concernono un medesimo fatto.
{2) Questo era il grado solito del comandante le legioni urbane.
Propretori furono appunto, nel 547 di Roma, L. Manlio Acidi no, e,
nel 549, M. Valerio Levino. S'aggiungano, nel 459, i propretori Cn.
Pulvio e L. Postumio Megello (Livio, 10, 26,' 14) messi a capo di
eserciti di riserva, dunque di legioni urbane. — Noto, a questo pro-
posito, che Cn. Fulvio e Postumio Megello erano perciò persone
private innalzate alla propretura ; il Mommsbn discorre , Staatsrechty
2, 633, seconda edizione, degli imperii conferiti ai privati, ma questi
due esempi gli sfuggirono.
(3) Qualche volta, anche il pretore urbano e il pretore peregrino^
benché destinati ad amministrare la giurisdizione in Roma, ebbero
tuttavia il comando di un esercito. C'è qualche cosa che a questo
proposito non fu ancora osservato bene. Cominciamo dal pretore ur-
bano.
Finche il pretore urbano fu il solo pretore, egli ebbe spesso il co-
mando di un esercito. Quattro sono gli esempi raccolti dal Mommsex
(Staatsrechty 2, 186, seconda edizione): il primo dell'anno di Roma
404 (Livio, 7, 23), il secondo del 4o5 (Livio, 7, 23), il terzo del 469
(Livio, Epit,^ 12; Orosio, 3, 22; Agostino, De civit. i., 3, 17, 3;
Polibio, 2, 19; Appiano, Gall.y i), il quarto del 5i2) Zonaras, 8, 12).
Io ne trovai un quinto del 469 (Lrvio , 10, 3i , 3, App. Claudius
praetor cum exercitu Deciano missus). — Quando fu istituita la pre-
tura peregrina, si preferì, trattandosi di imprese militari a molta
distanza da Roma, servirsi del pretore peregrino. Ma questa fu con-
suetudine generale, non però, come l'intende il Mommsen (ivi.p. 187),
una regola così assoluta, che noi dobbiamo dubitare della verità del-
i'incarìco dato al pretore urbano P. Lentulo (che fu console nel 592
- 308 -
urbane per sbarrare il cammino ad Annibale, e che cosa
fecero, e che sorte ebbero ? Sulle mosse e sulle gesta loro
abbiamo presso gli antichi parecchi cenni, che forse sono
di Roma), e attestato dagli scrittori (Lìciniano, pag. i5, Bonn; cf.
Cicero, De leg. agr.y 2, 3o, 82), come l'autore fa. Non solo non vedo
ragióne di non credere che P. Lentulo sia stato mandato, mentre
era pretore urbano, in Campania, ma io credo che fatti simili siano
accaduti spesso, specialmente durante la seconda guerra punica. Ciò
che m'induce ad asserire questo è la storia del 538/2 16, coli* esame
della quale credo poter dimostrare che il pretore urbano di questo
anno, chiamato P. Furio Filone , fu spedito , dopo la battaglia di
Canne, in Sicilia ed in Africa a capo di una flotta; e lo dimostro
nel modo seguente.
Livio, 22, 36, 6, narra che il governatore di Sicilia fece sapere al
Senato essere il regno di Siracusa molestato da una flotta cartaginese,
sé non poterlo proteggere dovendo tenere in rispetto un'altra flotta
nemica, la quale altrimenti avrebbe assalito Lilibeo , essere adunque
necessario che il Senato mandasse un'altra flotta romana nelle acque
della Sicilia. Lo stesso Livio narra poco dopo (22, 57, 8) che Mar-
cello , pretore e comandante dì una flotta ancorata ad Ostia , con-
segnò al pretore urbano Furio Filone questa flotta. Lo stesso Livio
narra poi (23, 21, 2), che il governatore di Sicilia scrisse al Senato
essere Furio Filone ritornato dairAfrica a Lilibeo. Che cosa dicono
questi ragguagli ? Dicono, in primo luogo, che a richiesta del gover-
natore di Sicilia il Senato mandò il pretore urbano Furio Filone con
una flotta in Sicilia. Dicono un'altra cosa ancora: siccome in principio
dell'anno il Senato avea fatta facoltà a T. Otacilio, che comandava la
flotta di Sicilia, di fare uno sbarco in Africa (Livio, 22, 37, i3); maT.
Otacilio ebbe che fare in Sicilia perchè la fiotta cartaginese minacciava
Lilibeo; di qui si pare che lo sbarco in Sicilia fu effettuato dal pre-
tore urbano. Se né Livio né i moderni scoprirono che 11 ne.sso dei
detti ragguagli è questo che io dico, la colpa non è mia. Una con-
ferma della mia asserzione e' è in Appiano ; questo storico narra
(Hann,y 27) che Marcello diede parte della sua flotta al collega P.
Furio Filone mandandolo in Sicilia. La cosa non potrebbe esser più
chiara ; e nondimeno il Weissenborn commentando Livio non ha
capito nulla di tutti questi ragguagli di Livio e di Appiano (veggasi
il commento del Weissenborn ai luoghi liviani ora citati ; il poco
spazio non mi permette di ripetere gli errori suoi e di confutarli, ma
dopo quello che abbiamo detto, ognuno li vedrà di per sé). Anche
al Mommsen sfuggì quel nesso ; egli crede (Staatsrecht ^ 2, 224, nota i*)
che P. Furio Filone succedesse semplicemente a Marcello nel co-
-309 -
sufficienti al nostro scopo. Appiano, come abbiamo detto,
narra che le legioni urbane vennero manciate al lago Pie-
stino in Umbria; d'altra parte però c'è Zonaras (8, 25)
mando delia flotta stazionante ad Ostia; non vede che Filone partì
per la Sicilia , e quindi novera questo fra gli esempi di un pretore
urbano adoperato a poca distanza da Roma.
Finisco di parlare del pretore urbano notando che ora abbiamo
avuto una nuova prova del valore delle notizie di Appiano (del che
abbiamo parlato nel capitolo precedente), e che se Livio non si ac-
corse del nesso dei fatti da lui esposti, ciò significa che egli si servì,
in questo luogo, di più fonti contemporaneamente, trascurando poscia
di ridurre ad unità il suo racconto.
Passiamo al pretore peregrino. Il Mommsen [Staatsrecht , 2, 201,
seconda edizione), a proposito del comando di eserciti conferito di
preferenza , come osservammo or ora, al pretore peregrino invece
che al pretore urbano, nota che il primo esempio di un tale fatto è
del 539/215 (Livio, 23, 32, i5). Quest'osservazione ha bisogno, se
non mi sbaglio, di una correzione. Io credo che nel 538/2i6, dopo
la battaglia di Canne, e prima ancora che il pretore urbano P. Furio
Filone fosse mandato in Sicilia , il pretore peregrino Pomponio
sia stato messo a capo di un esercito ; credo perfino di poter dire
dove fii mandato, cioè nella Gallia che avea per capoluogo Ri mini.
È noto che pochi giorni dopo la battaglia di Canne l'esercito che si
trovava nella Gallia ed era comandato dal pretore Postumio fu di-
strutto insieme col suo capitano (Polibio, 3, 118, 6; Livio, 23, 24,
6 segg.). Or bene tutto mostra che nella Gallia fu subito mandato un
altro esercito, e che il pretore peregrino Pomponio fu assente da
Roma, cioè fu il comandante di quell'esercito. L'invio di un nuovo
esercito nella Gallia, in luogo dell'esercito peritovi, non era cosa da
trascurare ; se il Senato pensò a proteggere Siracusa, come or ora
vedemmo, tanto più avrà pensato a tener a segno i Galli inviando
delle truppe a Rimini. Ma c'è anche un indizio positivo: il dittatore
M. Giunio Pera, elevato alla dignità dittatoria dopo la battaglia di
Canne, arruolò quattro nuove legioni (Livio, 22, 57, 9), lasciandole
però a Roma, e prendendo seco, all'uscirne, le due legioni urbane
state arruolate fin dal principio dell'anno (Livio, 23, 14). Che cosa
succede di quelle quattro nuove legioni ? Se noi esaminiamo la divi-
sione delle legioni fattasi in principio dell' anno seguente , cioè del
539/215, noi non ne troviamo memoria; solo nelle due legioni ur-
inane del 539 possiamo e dobbiamo riscontrare due di esse; ma le
coltre due ? erano dunque state mandate nella Gallia. La divisione
«^elle l^ioni pel 539 è esposta presso Livio, 23, 25, 6 segg.; 23, 3i,
- 310 -
che scrive che Centenio fu rotto a Narni. Bisogna decidere
prima di tutto se il luogo occupato da quelle legioni , per
sbarrare il cammino al nemico, sia stato sul lago Plestino o
3 segg.; 23, 32, i segg.; 23, 32, i3 segg. Il console Sempronio ebbe
un esercito composto di volontari e di soci. Il console Q. Fabio
Massimo le legioni del dittatore Giunio Pera, quelle due colle quali
il dittatore era uscito di Roma. Il pretore M. Valerio Levino certe
legioni richiamate dalla Sicilia e altre truppe trovantisi in Apulia.
Il pretore di Sicilia ebbe le reliquie degli eserciti romani stati tru-
cidati a Canne. Il pretore di Sardegna non ricevette nessun nuovo
esercito, come non ne ricevette il proconsole Terenzio Varrone. II
proconsole Marcello ebbe due legioni urbaney cioè quelle due, fra le
quattro legioni nuove, che erano state dapprima destinate a rimanere
di presidio e di riserva a Roma, e che poi si mobilizzarono dandole
a Marcello; di quelle quattro nuove le altre due, come asserivo,
erano senza dubbio state mandate nella Gallia molto prima. —
Cerchiamo adesso gl'indizi che dimostrano l'assenza da Roma del
pretore peregrino nella, seconda metà del 338. Dopo d* aver isti-
tuita la pretura peregrina, i Romani preferirono servirsi , fuori di
Roma, del pretore peregrino, e non dell' urbano ; perchè dunque
il pretore urbano Furio Filone venne mandato in Sicilia e in
Africa con una flotta? Io dico perchè il pretore peregrino Pom-
ponio avea già ricevuto un'altea incombenza. Secondo indizio:, il
Senato romano fu convocato , in quel tempo , da T. Sempronio
che era magister equitum del dittatore Giunio Pera (Livio, 23, a5,
i; 22, 57, 9); ma ciò, se non erro, significa che a Roma non
c'era più nessun pretore, altrimenti questo affare sarebbe stato di
competenza dei pretori, che in grado erano superiori ai maestri di
cavalleria. Che i pretori fossero superiori ai maestri di cavalleria si
deduce da quei luoghi dove è fatta l'enumerazione degli uffici in or-
dine gerarchico. Su ciò vedi, fra i moderni, specialmente Mommsen,
Staatsrechty 1, 542, seconda edizione. Che poi il convocare il Senato
non competesse ai maestri di cavalleria, se non quando non si po-
teva fare di meno, si deduce dalla discordia che e* era fra i dotti a
Roma, in proposito di questo principio di diritto pubblico; infatti
mentre Cicerone, De legibus, 3, 3, 6, crede che la convocazione del
Senato fosse anche un diritto dei maestri di cavalleria, Varrone ci-
tato da Gellio, 14, 7, credeva di no. Mi pare dunque cosa indubi-
tata, che, distrutto l'esercito di Postumio nella Gallia, vi siano state
mandate due altre legioni sotto Pomponio pretore peregrino. E c'è
anche un' ultima prova di valore assoluto : quando Livio espone i
provvedimenti sulle provincie, presi in principio del S40/214, egli
sia stato Narni. E qui, siccome le circostanze locali non si
possono facilmente inventare, io credo che ambedue i cenni
di Appiano e di Zonaras siano storici, e che si tratti sol-
tanto di conciliarli in modo probabile. La conciliazione poi
si trova nella posizione strategica di Narni e in un'analogia
storica. Narni, forte per natura (Livio, io, 9, 8), conqui-
stata, per la stessa cagione, a tradimento quasi un secolo
innanzi dai Romani, fatta subito colonia ed eretta così a
baluardo contro gli Umbri (Livio, io, io, 5), diventò
poscia un punto strategico di grande importanza, quando nel
534/220 fii costrutta la via Flaminia che la toccava. D'allora
in poi un esercito romano che avesse voluto proteggere Roma
contro un nemico veniente dall'Umbria e dall'Etruria, non
vivrebbe trovato luogo più acconcio di Narni; e lo dimostra
la storia; nel 647/207 scese in Italia Asdrubale per con-
giungersi col fratello Annibale, e Roma, messa in grande
spavento, fece provvedimenti straordinari mobilizzando le
legioni urbane, e mandando così in campo un nuovo eser-
cito, oltre ai due che erano accampati in Etruria (Lrvio,
127, 35, 2) e nella Gallia (Lrvio, 27, 35, io); e a Narni ap-
punto accamparonsi allora coteste legioni urbane(i).La storia
narra fra l'altre cose che a M. Pomponio fu prorogato Timperio nella
Cjallia (Livio ^ 24, io); dunque Pomponio avea comandato nella Gallia,
nel 359/215 : ma nella storia del 539 ciò non è detto; dunque rinvio
di Pomponio, dimenticato da Livio e più tardi da lui presupposto ,
arisale al 538/2 16. So bene che una delle deliberazioni prese dopo la
distruzione dell'esercito di Postumio era stata di non presidiare la
<Tallia (Livio, 23, 25, 6); ma la deliberazione non sarà stata posta ad
affetto, come non lo furono più altre deliberazioni (le deliberazioni
jper l'anno 539 furono prese in più volte e cangiate più volte; cf. Livio,
32,25, 6 segg.; 23, 3i-32).
(i) Livio, 27, 43, 8: « Literis Hasdrubalis Romam ad Senatum
xnissis, simul et ipse patres conscriptos, quid pararet, edocet, ut,
^^m in Umbria se occursurum Hasdrubal fratri scribat, legio;iem a
<3apua Romam arcessant, dilectum Romae habeant, exercitum urba-
X3um ad Narniam hosti opponant >. Cf. 27, 5o, 6.
- 312 -
del 547 rischiari ora questa del SSy che ci occupa; anche
nel 537 il nemico veniva da quella parte stessa^ anche nel
537 TEtruria era presidiata da un esercito e la Galliada un
altro; dunque anche nel 537 le legioni urbane si accampa-
rono a fJarni, come del resto ci fa intendere Zonaras. Il
motivo^ perchè poi Appiano abbia scritto che le legioni ur-
bane furono mandate al lago Plestino^ troveremo adesso in-
vestigando le gesta di esse. — Anche sulle gesta loro i cenni
lasciatici dagli antichi, quando siano interpretati bene, sono
atti a farci sapere qualche cosa fin qui ignorata. Secondo
Appiano (citato sopra) Centenio venne rotto al lago Pie-
stino, secondo Zonaras (1) a Narni. Diremo adunque, sempre
per la ragioni che le circostanze locali non sogliono cosi
facilmente inventarsi, che e a Narni e al lago Plestino ac-
caddero fatti d'arme. Resta solo a scoprire un motivo plau-
sibile deiresser diventato anche quest'ultimo luogo un teatro
di operazioni. Gettando l'occhio sopra una carta geografica
si vede immediatamente che il lago Plestino giaceva, posto
com'era tra Foligno e Camerino, ad uguale distanza da
Rimini e da Arezzo, dove erano accampati i due eserciti
consolari ; inoltre il lago toccava, come la toccava Narni ,
la via Flaminia ; di qui io argomento che le legioni ur-
bane, giunte a Narni, in attesa di quel che gli eserciti con-
solari avrebbero fatto, si dividessero in due parti, rimanendo
l'una a Narni e l'altra procedendo innanzi sulla via Fla-
(i) Luogo citato. Ecco le parole testuali : < Annibale, dopo aver
vinto e ucciso Flaminio al lago Trasimeno, èirl t^iv 'Piiijuniv f|tr€(T€To,
Koi fiéxpt Kiev Napvta^ t/jv t€ Tflv t^^vujv irpof^Xec, Tdióv t€ èvTa06a
KevTfjviov aTpatxYfòv èv€bp€UÓvTa trcpiaxdiv Éq)6€ip€v. L'èvraOGa si
deve riferire non a Spoleto come si fa (Ihne, RÓm, Gesch,^ 2, 179,
nota 198), ma a Narni. Si è incominciato a dire che Narni è soltanto
il punto estremo a cui giunse Tavanguardia nemica, e si continua a
ripeterlo (Ihne, ivi; Duruy , Histoires des RomainSy i, 564, ecc.),
ma ciò è inesatto.
- 313 -
minia sino al detto lago, per potere, airoccorrenza, dare una
mano all'uno dei consoli. Così avvenne la rotta di una parte
delle legioni urbane anche al detto lago (donde Appiano
poco precisamente scrisse poi addirittura che esse erano
state spedite colà). Ma per intendere bene le mosse di An-
nibale dopo la battaglia del Trasimeno bisogna ricordare
anche l'assalto ch'egli diede a Spoleto (i). Anche Spoleto
toccava la via Flaminia. Di qui appare adunque, che il Carta-
ginese, vinto e ucciso Flaminio al Trasimeno , si volse al
Nord-Est,'e prese la via Flaminia, coll'intenzione di correre
a Roma o almeno fin presso a Roma (2). Per via egli compì
i tre fatti accennati (oltre a quelli dei quali non ci è per-
venuta notizia alcuna), cioè ruppe parte delle legioni ur-
bane al lago Plestino, assalì invano Spoleto, e fece a pezzi
il resto delle legioni urbane a Narni, giungendo così per lo
meno fin là, e non soltanto fino a Spoleto (3).
Roma, settembre, 1881.
Alessandro Tartara.
(i) Livio, 22, 9 : « Hannibal recco itinere per Umbriam usque ad
Spoletium venit. Inde cum perpopulato agro urbem oppugnare adortus
csset, cum magna caede suorum repulsus » ecc. Zonaras, 8, 25 : di^
^è T({i ZiriuÀTiTiip iTpoaPaXibv diT€Kpo0a6yi.
[2} Polibio, 3, 86, 8, dice che Annibale mise da banda Tidea di
assalire Roma. Ma probabilmente non la mise da banda prima di
esser giunto fino a Narni.
(3) Come parrebbe doversi inferire da Livio che continua, dopo
le parole citate nella nota precedente : < coniectans ex unius coloniae
haud prospere temptatae viri bus, quanta moles Romanae urbis esset,
in agrum Picenum avertit iter »,
Notiamo ora una cosa. Di questi fatti minori svoltisi allato dei
principali e da noi spiegati , rimangono traccie, adunque , oltre che
in Appiano, anche in Zonaras, in Cornelio' Nepote (che chiama
jpraetor Centenio), e perfino , come avvertimmo testé , nello stesso
Livio, il quale compendiò essenzialmente il racconto di Polibio, ma
Jesse anche quello donde provenne il racconto di Appiano derivan-
done anzi nella sua narrazione più d*un tratto.
"Rivista di filoloffia ecc., X. 2 1
D'UN RECENTE LIBRO DI DELBRUCK
E DELLA TRADUZIONE ITALIANA DEL MERLO
E DI DUE NUOVE DISSERTAZIONI DEL WHITNEY
I. Einleitung in das Sprachstudium, ein Beiirag :;ur Geschichte uni
Methodik der vergleichenden Sprachforschung, von B. DelbrUck ;
Leipzig, Breitkopf u. HUrtel, 1880 (pp. VIII-142, in-8«).
II. Introdupone allo studio della sciem^a del linguaggio : Contributo
alla storia e alla metodica della glottologia comparativa di B,
Delbriickf traduzione del dott. Pietro Merlo ; Torino, Loescher,
1881 (pp. XlI-158, in-8'>).
III. On inconsisnncy in views of language (pp. 21, in-8*); Logica
consistency in views of language (pp. 17, in-8') : by W. D.
Whitney.
Gran bel libro questo di Delbriick : degno frutto di un ingegno
quanto ardito nell'analisi altrettanto prudente nella sintesi, e come
ricco di concetti suoi propri così espertissimo degli studj altrui. Vf
si trova esposta, con grande equanimità e con la solita lucidità ele-
gante, la storia della glottologia indoeuropea da Bopp a Scbleicher;
e vi son poi indicate e giudicate le varie correnti nuove . venute
dopo prevalendo nella scienza, in modo arrendevole verso le no-
vità e i novatori e insieme riverente e giusto verso i vecchi maestri.
Che se qua e là puoi discordare in qualche modo da lui, e deside-
— 315 -
rare maggior fede in certi antichi postulati della nostra scienza, in
complesso però devi convenire che maggior rettitudine di mente e
d*animo, e un più giusto temperameivto di fede e di scetticismo, nes-
suno avrebbe potuto portare nella trattazione d'un soggetto quanto
attraente altrettanto spinoso.
Noi vogliamo qui riassumere in breve questo bel libro , aggiun-
gendo qua e là parecchie nostre osservazioni.
Si comincia dunque col Bopp. — L' affinità della lingua greca e
della latina, e d'altre lingue indoeuropee, con la sanscrita, era stata
già vista da Federico Schlegel, e prima , e più correttamente , dal
Jones. Il merito di Bopp fu il dimostrarla, ch*ei fece, con una com-
parazione sistematica, che dal verbo si estese via via a tutta la lingua,
e che aveva uno scopo ulteriore: spiegare come le forme grammati-
cali protoariane fossero nate. Per ispiegarle, dapprima mantenne la
idea di esso Schlegel, che la flessione fosse uno sviluppo organico
della radice, cioè nascesse da variazioni interne di questa; e solo
v' aggiunse di suo il concetto che i tempi formati con un $ , come
l'aoristo, fossero risultati da una composizione della radice col verbo
• essere ' (rad. a$-) ; il che gli dovè parere tanto più verosimile, in
quanto che allora correva una dottrina sulle parti del discorso, se-
condo la quale * essere' era il verbo per eccellenza, e in ogni altro
verbo 1' 'essere* c'era incluso, se non altro ellitticamente. Ma già
nel rifacimento del suo primo libro (il Conjugationssystem^ 1816) in
lingua \x\^\tst{Analytical companson, 1819), Bopp avea abbandonata
ridea di Schlegel e spiegava quasi tutte le forme come nate da coip-
posizione. Fu soprattutto il concetto delT originario monosillabismo
delle radici, che già da Adelung in poi s'era fissato, quel che servì a
staccare Bopp da Schlegel. Perchè, se, p. es., la radice della forma
bo6iiaó|Li€6a non è che òo, come mai credere che tutta la enorme ap-
pendice -eriao|i€ea nascesse da uno svolgimento interno di bo? E
d'altro lato, la somiglianza di molte terminazioni personali del verbo
coi pronomi personali (p. es. quella di mi terminaz. di i* pers. sing.
col pronome me , èfié ecc.) faceva nascere troppo imperiosamente il
concetto che le persone del verbo fossero una composizione della ra-
dice con un pronome (*ai-tni andare-io); e un tal concetto era altresì
troppo naturalmente raccomandalo dall'esempio (già invocato da Len-
nep e da altri) della grammatica semitica, in cui l'equazione tra gli
afformativi e preformativi dei verbi ed i pronomi è addirittura pai-
- 316 -
pabile (i). Modulazioni interne della radice credea il Bopp doverne
ancora vedere solo in poche forme, p. es. nel raddoppiamento, e nel-
r -ai del medio, che allora gli pareva un semplice gui^a dell' -t dei-
Fattivo. Ma negli ulteriori scritti, e infine nella Grammatica Com-
parata, V -ai stesso gli comincia a parere anch'esso una composizione
(-mji = *-mjmi = * io-rae'), V -$ del nominativo gli pare il pro-
nome sa affìsso, il -t dell'ablativo e del neutro il pronome ta ecc. ecc.
Insomma allarga sempre più il campo della composizione ; e sempre
più raramente trova ancora in qualche forma la rappresentazione
simbolica del concetto formale. Nello -nti della 3» plur. egli vede,
p. es., il -fi del singolare col t ingrossato mercè un inserimento na-
sale, il quale sarebbe per la consonante quel che è l' allungamento
per la vocale: l'ingrossamento di ti in nti simboleggerebbe material-
mente l'accrescimento ideale che c'è dal singolare al plurale. — Del
resto, i suoi progressi teorici Bopp non li segnala con lunghi ragio-
namenti generali: quanto v'è in lui di teorico (cosi le più volte av-
viene nel vero scienziato) è incarnato nelle concrete spiegazioni dei
particolari, o sprizza solo qua e là a proposito di qualche particolare
nel quale meglio riluce l'idea generale. Le stesse frequenti compara-
zioni prese dalle scienze naturali non han nulla di rigoroso : sono pure
immagini; le quali facilmente gli si presentano perchè egli considera
ormai scientificamente la parola, considerata fin allora quasi solo
letterariamente. Forse un più diretto influsso delle scienze fìsiche si
può riconoscere nella scoperta ch'ei credette fare d'una legge mec-
canica d'equilibrio, per cui la radice pesante sia voluta da una
terminazione leggiera , e la radice leggiera dalle terminazioni pe-
santi , come si vede confrontando il sanscrito imi io vado (gr. et^i)
col sscr. imds noi andiamo (gr. tjicv); la quale oscillazione però oggi
si spiega come efletto dell'oscillazione dell'accento, cioè si tiene che
la radice s'alleggerisca quando perde l'accento (il gr. T^€v è un'accen-
tuazione posteriore turbata). Nel modo invece come Bopp considerò
le leggi fonetiche , raramente cioè come leggi assolute quali oggi
s' inclina a tenerle, e il più delle volte come semplici tendenze sog-
(1) Per es. in ebraico 'noi' al nominativo è ^ ànàchml occ. e airacca-
sativo ò mi ; e dalla rad. qdtàl uccidere abbiamo qàtàl-nu uccidiamo e
nt^qtól uccidevamo, e cosi via.
- 317 -
gette a quante eccezioni si vogliano, ci si vede l'influsso della tradi-
zione grammaticale d'allora, la quale ammetteva eccezioni in qualsi-
voglia numero alle regole, e quasi non ammetteva vi potess* esser
regola senza eccezioni. Del rimanente, in fìopp, preoccupato com'era
dello spiegar la genesi delle forme, e del dimostrar l'affinità tra le
varie lingue ariane con l'addurne i termini corrispondenti cui anche
la sola intuizione gli facesse scoprire, il lavoro fonologico, che è in-
somma un lavoro ulteriore di sistemazione di quelle corrispondenze
raccolte e accumulate, era necessariamente incipiente ed immaturo.
Se anche l'ingegno del Bopp fosse stato più inclinato alla fonologia
che al resto, non era però quello il momento di fermarsi a far ri-
cami fonologici, poiché si trattava piuttosto di scoprire e di ricono-
scere il terreno; e il suo grande ingegno lo doveva fare avvertito di
attendere a quello che era allora più urgente e più opportuno.
Giacché una delle cose che caratterizzano il grande ingegno è , mi
pare, il senso dell'opportunità, nella scienza non men che nella po-
litica. Il Delbrlìck ha fatto quindi assai bene a rilevare i mancamenti
e le contradizioni fonologiche di Bopp senza scandalizzarsene. Come
pur bene ha fatto ad osservare che, se in Bopp il sapere filologico e
letterario era in seconda linea, perchè di qualche lingua , per la cui
classificazione egli ha meriti immortali (celtico, slavo), avea egli una
cognizione filologica scarsa, e della stessa buona latinità non si mo-
strava mai curante nei suoi scritti latini, ciò è però spiegabilissimo
in chi era tanto assorbito dalla considerazione dello stato natu-
rale delle lingue. E quando conclude che il grand'uomo si segnalò
più per l'ingegno scopritore e per l'intuizione acuta e geniale che per
il metodo rigoroso, avrebbe forse potuto aggiungere, cosa del resto
facile a sottintendere, che il simile si può dire di chiunque sia stato
primo fondatore di una scienza.
Il bel giudizio di Deibruck sul Bopp , sebbene elaborato con uno
studio diretto ed originale delle fonti, coincide però in grandissima
parte con quello datone dall'Ascoli nel primo dei suoi Studj Critici
(voi. II); e se di questa coincidenza il Delbrljck non fa motto, egli
è perchè il suo libro vuol essere svelto e rapido , e deve correr dis-
impacciato il più possibile da citazioni.
Bopp ebbe molta gratitudine e entusiasmo per Guglielmo di Hum-
boldt, come Tebbero di poi anche Pott, Schleicher, Curtius. Eppure,
nota il Deibruck, un preciso influsso di Humboldt su di loro non si
-318-
può additare in nulla, e l'entusiasmo ch'egli ispirava si spiega con
le grandi qualità morali di luì, con la sua coltura universale, con la
larghezza e perfezione del suo spirito, sempre inteso alla sintesi ma
sempre nutrito dell' analisi. Del resto, sempre il benefico influsso di
uomini, come TH., larghi di mente e di cuore, è difficile, credo,
concretarlo in modo spicciolo, perchè consiste soprattutto in quel
loro dar altrui coraggio e impulso, con Taver Tanimo sempre pronto
e lo spirito sempre adatto a finamente intendere e a calorosamente
lodare ogni ricerca nuova, ogni acuta analisi, ogni ardita sintesi ,
ogni alto pensiero ; sicché ognuno è sicuro di trovar sempre in
loro corrispondenza, ajuto, difesa, incoraggiamento , anche in mo-
menti che tutti gli altri uomini fossero duri e chiusi. Dall'Ascoli
poi, che è un altro dei grandi ammiratori dell' Humboldt, ho più
volte sentita un'osservazione assai piena di verità: che T H. è ve-
nuto troppo presto , poiché air opera sintetica, a cui niuno è stato
mai più adatto di lui, non erano ancor maturi i tempi in che egli
visse.
Anche con Augusto Guglielmo di Schlegel era il Bopp assai legato
dapprima, ma dopo, per Tumor battagliero dello Schlegel, si guasta-
rono, e si scambiarono parecchi frizzi. Lo Schlegel fu il fondatore
della filologia sanscritica ed è quindi < dovuta a lui una gran parte
di quella gratitudine che la grammatica comparata deve alla filologia
sanscritica ». Ma dal Bopp, che in mezzo ai suoi grandi lavori com-
parativi trovava pure il tempo di far buoni libri per lo studio filo-
logico del sanscrito, lo Schlegel pretendeva troppo , quando lo bia-
simava pel poco studio diretto che Bopp facesse dei grammatici in-
digeni dell'India; studio per il quale né c'erano allora tutti gii ajuti
necessari, né il Bopp avea tutta la debita propensione o il tempo di-
sponibile. D'altro lato, anche col Bopp in quanto comparatore cre-
dette doversela prendere A. G. Schlegel quasi per obbligo di famiglia,
posciachè il Bopp sempre più s'allontanava da Federico Schlegel nel
modo di considerar la genesi delle forme grammaticali. Minacciò
egli, Augusto Guglielmo, una grand'opera, un Etymologicum novum
delle lingue ariane, ma non ne fu nulla. Bensì lo schlegeliano Lassen
attaccò con molta ironia, in una recensione, fredda benché equa, dei
lavori grammaticali del Bopp, la dottrina di questi intorno alla detta
genesi : un attacco però semplicemente negativo, che in ultimo non
sortì alcun effetto.
-319 -
Mentre Bopp fondava la grammatica comparativa, contem-
poraneamente Jacopo Grimm dava un primo e stupendo esempio di
grammatica storica nella sua Grammatica tedesca ; ove abbracciò,
giusta l'espressione dell' Ascoli < con gigantesco amplesso >, tutte le
fasi idiomatiche della parola tedesca dal gotico fìno ai dialetti mo-
derni; sicché da lui più che dal Bopp derivano, come nota lo stesso
Ascoli, il Diez (gramm. neolatina), il Zeuss (gr. celtica), il Miklosich
(gr. slava), ed anche, come ricorda il Delbriick, l'Ahrens (dialettologia
greca). E siccome il Grimm non doveva scovrire e riconoscere, come
Bopp, il terreno, essendo l'affinità del gotico, del tedesco, dell'olan-
dese, dell' islandese, dell' inglese, ecc., un fatto d'evidenza intuitiva e
da nessuno mai disconosciuto, così egli potè rivolgere tutta la sua
attenzione alle leggi fonetiche secondo cui la parola tedesca s' era
alterata e divariata nel tempo e nello spazio, e soprattutto a quella
gran legge della rotazione dei suoni (Lautverschiebung) che era stata
già suppergiù affermata dal danese Rask, e che diventò la bussola
della grammatica tedesca in sé stessa e nelle sue attinenze. Il Grimm
e non divenne mai un glottologo alla maniera del Bopp, né dall'opra
di questo trasse tutti quegli ammaestramenti che avrebbe potuto »;
ma da lui e da Bopp insieme deriva certo l'indirizzo storico in-
sieme e comparativo che lo studio della favella ha definitiva-
mente assunto, nonostante le resistenze che per un pezzo opposero i
vecchi maestri di lingue classiche (tra cui primeggiò per dottrina e
per ostinazione il Buttmann).
Sommo fra i seguaci di Bopp é Augusto Federico Pott, che nelle
sue Ricerche Etimologiche j disciplinando sempre più rigorosamente
la fonologia, dette il più sicuro fondamento alla etimologia, e gettò
le basi del lessico comparativo. Più vicino a lui il Delbruck pone
Teodoro Benfey, riconoscendo però che in quanto a fonologia questi
non segnò alcun progresso, e che alcune sue teorie son troppo arri-
schiate, e che il maggior merito suo fu nella filologia indiana, spe-
cialmente per l'avere ei primo offerto ai glottologi materiali sicuri
del dialetto vedico. Altri con lui (Rosen, Roth , Westergaard , Max
M{311er, Kuhn, Aufrecht...) contribuirono all'accertamento dei mate-
riali indiani, levando così di mezzo una causa potente d'errore pei
comparatori, che non aveàno usata sufficiente diffidenza verso i così
detti indici di radici sanscrite; finché si venne al gran monumento
del dizionario sanscrito petropolitano di BÓhtling e Roth , che fa
— 320 —
epoca per la glottologia non meno che per la filologia indiana. E
intanto anche pel lituslavo e pel celtico gli studi progredivano.
Ma oltre Tallargamento delle cognizioni da servire di fondamento
alla comparazione, questo periodo della nostra scienza, del quale ora
si parla, fu contrassegnato da una più rigorosa determinazione dei
caratteri individuali propri de* singoli rami della famiglia indoeu-
ropea. Nel suo studio complessivo di tutta questa famiglia Bopp non
badò sempre a riconoscere e rispettare quei caratteri; ed è naturale,
poich'egli era tutto inteso alle conformità tra le lingue sorelle.
Egli era capace di confortare un trapasso fonetico, da lui voluto per il
latino, con un parallelo armeno; e di ridurre, p. es., rérucpa, e si-
mili perfetti aspirati, a perfetti in -ko come tutti gli altri, facendoli
risalire a un '^TCTUTi-Ka e simili, di cui il k si fosse ridotto a h
(T€Tuir-ha, TéTuq)a) al modo germanico (cfr. ted. e ingl. hom = lat.
cornu, gr. x^pa^). Or fu il Curtius che dette nel campo greco il più
bell'esempio di reazione a quel non infrequente sincretismo boppiano,
soprattutto con la sua classica opera sui Fondamenti della etimologia
greca (i). E il Corssen farebbe bene il pajo con lui, come principe
(1) Sul Curtius il Delbrtick avrà occasione di ritornar più volte nel
corso del libro, sia per considerare la soluzione dal Curtius tentata del pro-
blema , come via via si formasse il sistema grammaticale dell* idioma
protoariano, sia per lodare o discutere alcuni criteri metodici da esso rac-
comandati per le ricerche glottologiche in genere. Noi intanto non pos-
siamo qui tenerci dal ricordare quanto la Grammatica Greca del Cur-
tius abbia giovato in Italia, si a ravvivare e raddrizzare gli studi greci,
e si a suscitare e diffondere, insieme alle belle Letture di Max Moller,
Tamore per gli studi comparativi. E quando dalla grammatica son ri-
saliti agli Schiarimenti alla grammatica^ ai Fondamenti di etim. gr,,
e agli altri scritti del Curtius, gli studiosi italiani hanno trovato in esso
un geniale manoduttore, e quasi un seduttore, agli stadi linguistici : in
grazia soprattutto dello stile suo limpido, tranquillo, lontano insieme
dalla esuberanza e dalla soverchia densità, e non privo di tratti vivaci
ed arguti (e sugl'Italiani le qualità dello stile hanno di solito molta ef-
ficacia, sia attraente , sia repellente); ed in grazia anche di quella sua
serenità e rettitudine d'animo, di quella mitezza senza fiacchezza, di quella
dignità senza orgoglio, che traspajon sempre da ogni pagina dei suoi
libri e per poco non ho detto perfin dai paradigmi delle sue gramma-
tiche , e che fan lui amato non man che ammirato da tanti a lui scono-
sciuti, si che qualcosa di simile a quel che si disse dello Schiller, che
cioò se anche non era il più grande era il più simpatico tra i poeti te-
deschi, si potrebbe dire di lui tra i tedeschi glottologi.
- 321 —
nel campo italico, se insieme a grandi pregi non fossero stati in lui
gravi difetti, dimostrati soprattutto dair Ascoli, e s'egli non avesse
avuto il torto di spingere quella reazione ad una esagerazione gran-
dissima.
11 terzo capitolo è consacrato ad Augusto Schleicher, così imma-
turamente rapito alla scienza ! Mostra il DelbrUck assai giustamente,
ma con più insistenza forse che non bisognasse, che sullo Schleicher
rinfluenza dell' Hegelismo negli anni giovanili, e delle scienze natu-
rali (in cui era più che un dilettante] nell'età più provetta, fu molto
estrinseca e superficiale, e si fé' risentire piuttosto nella terminologia
e nelle comparazioni e nelle immagini, che nel pensiero scientifico
^ero e proprio. Se nella classificazione ternaria delle lingue, in iso-
ianti, agglutinanti e f 1 e s s i v e , lo Schleicher fu lieto di
ritrovare i tre momenti hegeliani, quella classificazione però gli era
risultata per via dell'osservazione, e sulla traccia già data da Federico
Schlegel e da Guglielmo di Humboldt ; e in sostanza poi aveva la
sua vera base nel concetto boppiano che la flessione sia in fondo com-
posizione. Anche nel considerare tutte le favelle ariane, sin le più an-
tiche e superbe, come aventi già compiuto il terzo momento e come
entrate nel periodo della decadenza e della dissoluzione, Schleicher
seguiva Bopp; e tutt'al più hegelizzava nell' affermare che le fasi a-
scensive del linguaggio siano state percorse tutte nell'epoca preistorica,
e che nell'epoca storica sia già cominciata la tendenza discensiva (i).
Dal' naturalismo dello Schleicher deriva invece la sua persuasione
che la lingua sia un organismo naturale, vivente come tale, e che la
linguistica sia una scienza naturale, e da trattarsi col metodo natu-
ralistico. Tre sentenze inesatte, perchè né la lingua è un vero o r-
g a n i s m o«: se mai, è una funzione; ne può essere una scienza
naturale quella che studia un fatto umano, sociale, storico, qual è il
linguaggio; né infine esiste propriamente un metodo che sia comune
a tutte le scienze naturali.
(1) Bisognava forse meglio specificare perchè in questo concetto vi sia
dell* Hegelismo. Perchè quanto al concetto del preistorico, non pare in
verità ch^esso giuochi troppo nel sistema dell* Hegel. Piuttosto, siccome
pei* Hegel ciò che risulta dalla triplice evoluzione dà luogo poi a una
nuova triplice evoluzione, cosi può parere hegeliano il concetto che la
lingua, dopo i due stadi anteriori divenuta flessiva (tei^o stadio), entri
poi in un nuovo svolgimento discensivo.
- 322 —
Oltre i suoi lavori d' indole più speculativa , lo Schleicher coltivò
il campo slavo, con grandissimo successo; e infìne diede col suo ce-
lebrato Compendio un quadro di tutta la famiglia ariana, in forma
rigida e concisa, dando il debito risalto a ciascuna favella nei suoi
tratti individuali, e sviluppando largamente la fonologia. Molto di-
verso così dal Bopp per la forma, giacché Bopp avea scritto la Gram-
matica nel calore della scoperta, sotto forma d'indagine, e Schleicher
scriveva colla tranquilla precisione di chi espone una dottrina già da
un pezzo acquisita. Rimase però boppiano nelle dottrine e nelle opi-
nioni; pur ritoccandole qua e là o accettando i ritocchi di Pott e di
altri. Il suo ingegno, più metodico che intuitivo, lo portava a guar-
dare con poca simpatia le ricerche etimologiche e a dare alle leggi
fonetiche già acquisite un valore troppo definitivo: dimenticava un
poco che le scoperte etimologiche son sempre la vera fonte delTam-
pliàmento della grammatica comparata e possono dar luogo a nuove
leggi fonetiche, più larghe o più strettamente condizionate di prima
(nella qual via etimologica è stato poi tanto benemerito il Fìck).
Trattando poi la materia in modo teorematico anziché problematico,
cioè applicando la forma deduttiva a dottrine trovate dal Bopp e da
altri per la via induttiva, naturalmente lo Schleicher venne a dare
maggiore importanza alla ricostruzione del termine protoariano, che
gli dovea servire di punto di partenza per la trattazione del termine
indiano, iranico, greco, latino, germanico, ecc. E così nella cura,
che mise nella ricostruzione ipotetica del linguaggio indoeuropeo an-
cora indiviso, consiste la maggior parte della sua originalità. Certo,
talora eccedette ricostruendo una forma più integra e perfetta di quel
che la comparazione delle varie lingue additerebbe: p.es., come proto-
tipo de' nominativi màter^ \ii\Tr\p, sscr. mata, ant. altoted. mwofer ecc.,
stabili màtars, dove invece bastava màtàry che è l'immediato proge-
nitore del termine latino, greco, sanscritico, ecc., anche se in una
fase più antica sia stato màtars. Inoltre, egli partecipava alla ten-
denza di parecchi altri linguisti, nel supporre che l'idioma originario
avesse un numero più ristretto di suoni, che poi nelle singole lingue
venisse più o meno aumentando; dimodoché lo stato del vocalismo
protoariano fosse rappresentato dal sanscrito, e quel del consonantismo
dal greco. Ora invece prevale fra molti linguisti una sentenza op-
posta ; la quale, ascrivendo un più gran numero di suoni alla favella
originaria, di cui alcuni si sarebbero poi in alcune lingue nuova-
— 323 -
noente sperduti, vuole che il vario e ricco vocalismo greco rappre-
senti suppergiù il vocalismo ariano originario, e per converso il con-
sonantismo originario sia suppergiù conservato dal sanscrito. Una
^'olta si diceva : — la lingua originaria avea solo a , i ed m , poiché
Sk questo stato è rimasto il sanscrito, e in un certo senso lo zendo,
£ Ve, che le lingue europee mostrano in molti vocaboli comuni, s'è
sviluppata in esse dopo la loro separazione del ramo asiatico. E
«quanto alle consonanti, la lingua ariana originaria avea solo il k gut-
turale, come è in greco, in latino (non neolatino) ecc.; il e' palatale
^ la sibilante f , che sottentrano talora al k in sanscrito e in zendo,
si sono sviluppati nel ramo asiatico quando questo era già staccato
dall'europeo. E il lituslavo, che solo tra gl'idiomi europei ha la si-
l)ilante là dove l'ha il ramo asiatico, l'ha svolta per conto suo, o
la ha per aver convissuto un po' di più col ramo asiatico. — Ora
invece si dice: il k era già intaccato in alcune parole nel lin-
guaggio indoeuropeo ancora indiviso, e questo intacco è che ha dato
<\\it\ risultati comuni al lituslavo e airindoirano, ma nelle altre lingue
europee Tintacco è sparito, ed il suono gutturale s'è risanato. E
r tf, siccome non è estranea interamente all'Asia, perchè c'è nell' ar-
meno, così la dev'esserci stata nella lingua fondamentale, e solo nel-
l'India e neirirania in epoca più o meno antica essersi poi fatta o ri-
fana a. Tanto più che s'è osservato come bene spesso in Asia il suono
palatale sorga dal suono gutturale per influsso di un i seguente, come
p. es. nel sscr. 6§ijàn comparativo di ugnis ; ovvero per influsso di
un'^z, ma di quella sola a cui corrisponde nelle lingue europee un'e,
come p. es. nel sscr. c'akàra perfetto di kar- fare, cui si confronti
KéxauKa perfetto di kou- bruciare; il che dunque vuol dire che quell'a
fu e. Il ka- di raddoppiamento, insomma, prima che il linguaggio
indoeuropeo si scindesse sarebbesi fatto he, e poi c'è o almeno ìòe y
donde da un lato il sanscrito posteriore da- con la vocale risanata,
dall'altro il greco K€-(/re) con risanata la consonante. E anche Vo do-
veva essere già nato nell'idioma ariano, soprattutto nelle terminazioni.
L'autor primo e vero della dottrina concernente la gutturale ariana
è stato l'Ascoli, appresso al quale sono andati il Pick, l'Havet, e altri
glottologi stranieri. Ed io, come italiano, non posso pensare senza
\in certo orgoglio che Tltalia, ultima venuta negli studi linguistici, sia
stata già in grado, grazie all'Ascoli, di fare una così cospicua espor-
tazione di nuove dottrine in paesi stranieri, anche in quelli dove
- 324 —
la glottologia è nata e divenuta adulta. Né posso senza vivo compia-
cimento legger parole come quelle che il Curtius scrive nella quinta
ed ultima edizione del suo capolavoro: < erst Ascoli's mit ebenso
staunenswerther Gelehrsamkeit, wie bewundernswurdigem Scharfsinn
auf klare Ziele gcr ichtete Untersuchungen brachen h ier neue Bahaen > ( i } •
E l'Ascoli è pure l'autore indiretto, V atrioq se non l'autore, delKaltra
dottrina concernente V e protoariana, con tanto acume e tanta copia
d'indagini proposta e propugnata da dotti tedeschi e da qualche fran-
cese. E le due dottrine sono strettamente connesse, infatti, oltreché da
contatti reali, anche da congruenza metodica; sicché non si può
senza maraviglia vedere come il Curtius, che tanto buon viso fa alla
dottrina del duplice /r, guardi ancora con tanto sospetto e malavoglia
la dottrina dell* e (2). Il disgusto ch'egli mostra per la complicazione
che nasce dalle notazioni a*, a* (3) — disgusto inverità che si può
ammettere dal punto di vista didattico, ma dal punto di vista scien-
tifìco non si sa capire — si potrebbe e dovrebbe con altrettanta ra-
gione, o meglio con altrettanto torto, mostrare anche verso i Ar^ , /r,
e simili notazioni, contro i quali il Curtius non è insorto! E un altro
po' di contradizione noi la troviamo in ciò, che egli ai fautori delTe
protoariana oppone che la gran mobilità che è propria delle vocali
renda molto dilSìcile il fissare qual ne sia il suono più antico (op.
cit., p. 93), mentre questo scrupolo non ha mai impedito a lui di
fissare che il suono della vocale ariana fosse solo a (e non e , o; !
Senza dire poi che simili massime scettiche colpirebbero di sterilità
prestabilita tutti i più nobili e ingegnosi conati dei ricercatori. An-
cora vorrei dire che l'osservazione, in sé giustissima, ch'egli fa, come,
essendo l'alfabeto sanscrito tanto ricco e minuto e preciso nella distinta
rappresentazione dei suoni , debba parere strano che giusto esso si
rassegnasse a confondere nel segno a tre suoni diversi {a,e,o), perde una
parte del suo valore se si consideri che almeno la breve non è espressa
(1) a Prime ad aprir qui nuove vie furon le ricerche dell' Ascoli, in-
dirizzate da lai ad una meta precisa, eoo una erudizione che i*ec& stu-
pore e con un acume maraviglioso >: Grundc^uge^, p. 83.
(2) Vedi GrundzUge, ^83-94.
(3) Con a^ indicano alcuni dei novatori Va ariana che suonava, se-
condo essi, già quasi e (altri scrìvono a*); con a* V a che a parer loro
inclinava al suono 0 (a°).
— 325-
direttamente dall'alfabeto sanscrito se non quando fa sillaba da sé,
che del resto ogni consonante o gruppo di consonanti porta con se
sottintesa, come tutti sanno, la sua a breve, se altra vocale non è
espressamente notata ; il che potrebbe indicare, o almeno ammettere,
Toscillazione nel timbro di questa vocale, che, considerata come sem-
plice appoggio della consonante, non si scriveva neppure. Molto più
valore ha invece l'altra objezione del Curtius, che cioè la storia del-
l' a in altre favelle, p. cs. nelle romanze, nelle germaniche, dimostri
come sia infìnitamente più facile che Va s'annebbi e si restringa in
e e in altre vocali, anziché le altre vocali assurgano ad a, il che non
si verifica se non in linea affatto eccezionale. Apparisce dunque un
po' strano che nell'indo-perso avvenisse un così pieno ritorno al suono
chiaro dell'ai, quando questo fosse già stato in date parole abbando-
nato. Né questo ritorno si può evitare dai fautori deli' e protoariana,
poiché, come fu già da altri osservato, checché si pensi del sanscritof
certo le favelle dell'India moderna hanno chiaramente 1' a.
Ma una consimile argomentazione può, mi sembra , applicarsi in
un certo senso anche contro la dottrina del duplice h indoeuropeo ;
e mi si consenta d'insistere qui un poco su questo punto. Veramente,
molte ragioni, tra cui principalissima la molta esitazione ch'io debbo
avere a metter bocca in così ardue questioni , mi vorrebbero disto-
gliere dall' aggiunger più parole intorno ad esse. Ma io non intendo
qui formulare se non dei dubbi, nella speranza che essi mi sien tosto
risoluti da qualcuno dei molti che ne san più di me o dei pochi che
ne san più di tutti; e pur questi meri dubbi mi parrebbe arroganza
il presentarli in altro scritto che non fosse, come questo, un discorso
bibliografico molto alla buona.
In primo luogo, senza affermare recisamente con il Bréal che in
fonologia non si abbia esempio « di un suono che, dopo essersi al-
terato, abbia fatto ritorno alla sua primiera purezza » (i), perché di
tali esempi invece ve n'è ormai parecchi, ei non si può però disconve-
nire che il caso di un e più o meno palatale o palato-dentale che si
rifaccia k limpidamente gutturale, se occorre in questo o quel dia-
letto (2), non si può però dire un fatto fonetico di natura generale e
(1) Citato dal sig. prof. Pezzi nella Glottologia aria recentissima,
p. 8-9.
(2.. Per 68., nel sardo logudorese dulche (dulke) e sim. abbiamo il la-
-326 -
normale, bensì ha tutto l'aspetto d 'un'affezione sporadica e quasi mor-
bosa (morbosa, benché si tratti d'un risanamento) che incolga in via
affatto eccezionale qualche singolo linguaggio. Di regola, una guttu-
rale, una volta fatta più o men palatale , non ritorna allo stato pri-
miero gutturale. Mentre qui si tratterebbe di un ritorno che sarebbe
successo su larghissima scala, nientemeno che in quasi tutte le fa-
velle europee di origine ariana !
Ma, in secondo luogo, anche si trattasse di un fenomeno semplicis-
simo, usuale, come può essere, p. es., la degenerazione delle aspirate in
spiranti; anche sé il ripristinamento della gutturale piùo meno palata-
lizzata non fosse un fatto di carattere anormale ed insolito; resterebbe
sempre questo da dire : poiché codesto risanamento sarebbe comune
al greco, all'italico, al celtico, al germanico, dovrebb' essere stato fatto
tino dulce- dulke-) che fattosi prima dulc'C' in tutto il romano volgare
s'ò poi rifatto dulke nel Logudoro [Arch. Glott.^ II, 143]; e qualcosa di
simile 8Ì ha nel dialetto dell'isola di Veglia nel Quarnero [Arch, GL,l^
A2n n.). Anche nel k piccardo e normanno a fronte del eh (che fu e' e
poi sh) francese-comune in cheval e simili, vede 1* Ascoli un semplice
ricorso (in questa Ritista^ X, p. 34 n.). — Pel rumeno invece soa da
vedere le osservazioni del Diez nella Grammatica ; e vedile anche per le
forme come Tit. ràdica^ il napol. jureche ecc., per le quali confrontisi
pure Arch,, II, 435; e pel preteso or ritorno or rinforzo di palatale in
gutturale nelle forme verbali italiane come fuygOy salgo, rimango ecc.
si può vedere la mìa Grammatica Portoghese, p. 38 n.; e mera illu-
sione, come avrò occasione d'insistere altrove, sono i gh (g) notigiani di
Sicilia per g = g (e, t) latino, il valor dei quali fu già stromato dal-
V Ascoli, 'Arch.. Il, 457. — Notevole pure, sebben di natura alquanto
diversa dal fatto del sardo e del veglioto, è quello del napoletano rashco
e del leccese rascu, io raschio, e simili, di fronte airabrozzese rashchjo
e simili (con chj s'intende rappresentato un unico suono palatino che si
avvicina al e" ladino, e non è un bel k + j come quello del toscano ra^
Schio); e forse anche quello del valacco chem'l chiamare, ghem glomas*
e simili. — Ma ciò che sopi^ttutto importa qui notare si è, che codesti fe-
nomeni di gutturale ricorrente sono, come si vede, fatti locali, speciali
di singole favelle neolatine, le quali in ciò stuonano non solo dalla in-
tera famiglia romanza ma anche dal particolare ramo di questa a cui
ciascuna di esse appartiene. Ed appunto perchè si tratta di vezzi locali,
rarissimi, isolati in mezzo all'uso, generale nel campo i*omanzo, delle
palatali e lor succedanei, è parso in fine strano il più ravvisarvi la con-
servazione arcaica e diretta dell'antica gutturale latina; la quale non si
capirebbe come, alteratasi in tutto V ambiente neolatino, si preservasse
solo in due o tre punti o piccole strisce idiomatiche.
-327-
in comune da lutti codesti idiomi^ vale a dire in un'epoca in
cui vivessero ancora di identica vita, e costituissero ancora un unico
idioma. È stato sempre un postulato concordemente ammesso nella
nostra disciplina, anzi è il postulato su cui essa addirittura si fonda,
questo: che un'alterazione fonetica, una forma grammaticale, un dato
vocabolo, che sia comune a tutte o quasi tutte le lingue di una data
famiglia, debba essere stato proprio anche della rispettiva lingua
madre, prima che si scindesse nelle singole lingue. E questo postu-
lato, soggetto certamente ad alcune riserve (vedi p. es. Ascoli, Studj
Crit.y II, p. 83 segg.), non pare sia per perder credito, che pur jeri
l'Ascoli nella sua bellissima Lettera Glottologica pubblicata in questa
stessa Rivista^ lo applicava all' uo romano volgare da o latino. Né
può poi dirsi che non sia da applicare a questo caso nostro, in cui
si vedrebbero greco, italico, germanico, celto, accopdarsi così per-
fettamente in un fatto fonetico così cospicuo, quale il risanamento
della gutturale già intaccata nella fase ariana. Bisognerebbe dunque
supporre che un tal risanamento avvenisse in quella che il Lottner, il
Curtius, il Pick e gli altri, han chiamata lingua europea fon-
damentale. Ma allora, è il caso di dire, perchè il lituslavo non
vi partecipa ? Ed ecco che quella stonatura che faceva il lituslavo
tra le lingue europee per aver sol esso fatti in comune colTindoirano
una serie d'intacchi del k , si viene a riprodurre , sotto un opposto
punto di vista, se ammettiamo che queglintacchi fossero stati già co-
muni a tutte le lingue europee e che tutte si accordassero a risanarli *
eccetto il lituslavo (i). Sempre il lituslavo fa parte per se stesso, e,
quale sfìnge, getta in faccia ai glottologi il suo enigma.
L'esempio del sardo logudorese che l'Ascoli ha ricordato (2), —
con tanto più di diritto in quanto è stato lui a mostrare che nel
(1) Questa piccola argomentazione non l'ho tolta a nessuno, essendomi
aorta in mente fin da quando uscirono i Corsi di Glottologia. Ma vedo
che essa traspare anche da alcune concise parole del Bréal riferite dal
Pbzzi, op, cit., p. 9 : « l'ipotesi non vale che a spostare il problema ,
perocché, s'ella ci mostra per qual causa l'alterazione esista nelle me-^
desìme parole in slavo ed in sanscrito, non ci fa comprendere la cagione
per cui la guarigione ebbe luogo uniformemente in latino, in greco, in
gotico, in celtico ».
(2) Studj Critici, II, p. 28.
- 328 -^
sardo dulche e simili non s'avesse più a vedere la continuazione di-
retta del suono latino come volea il Diez (i), — l'esempio, dico, del
sardo, e gli altri esempi che poco fa ho io ricordati in nota, se qua-
dran benissimo per dimostrare la possibilità del ritorno della
palatale a gutturale, non son certo adeguati, limitati come sono a sin-
goli subdialetti neolatini, a dimostrare la probabilità del fenomeno
stesso in una così vasta estensione geografica e idiomatica, qual sa-
rebbe quella che risulta dal greco, latino, celtico, germanico, som-
mati insieme. Perfino il risanamento del kv in k si mostra soltanto
a strisce qua e là, cioè nel lituslavo, nel neojonico (kOj^; kótc; ecc.),
e neiribernio tra i dialetti celtici (2); eppure, esso è ben più facile
intrinsecamente che non sia quello di e' o A^ in ^ ! Né giova troppo
il dire che fosse un k molto leggermente intaccato, e quindi assai
facile a ricondursi * in pristinum * quel k^ da cui sarebbesi svolta in-
dipendentemente la sibilante indoirana da un lato e la sibilante litu-
slava dairaltro. Senza dire che un cosiffatto sviluppo conforme e in-
dipendente della sibilante dalla palatale in due diversi rami idiomatici
presenterebbe non poca difficoltà anche se al momento di separarsi
essi avessero avuto un vero e' palatale, e che tanto più cresce questa
difficoltà quanto più il k intaccato si suppone ancora lontano dal-
Tesser giunto sino a un vero e' palatale (3) ; ei c'è inoltre questo da av-
vertire, che in tutti i modi quell'intacco, tostochè sarebbe stato capace *
di condurre o avviare, in quei due rami diversi, ad una degenera-
zione così profonda qual è quella in sibilante, non potrebbe mai es-
sere stato cosi misera cosa, da dileguarsi poi con tanta facilità nelle
altre lingue europee. In altri termini, o quest'intacco è quasi niente
e poco si capisce come abbia avute cosi gravi conseguenze in due
separati rami della famiglia ariana, ovvero « pensando l'alto effetto
ch'uscir dovea di lui » noi ce lo rappresentiamo come qualcosa di
cospicuo, e allora non si capisce come esso si sia così ben dileguato
(1) E come avea rìpetuto pur allora il Jorst nel suo libro Du C dans
les langues romanes,
(2) Cf. Ascoli, Corsi ecc., p. 76, 89-90. — Qui naturalmente prescin-
diamo dal h = qu nelle fasi moderne della parola latina (ital. chi , sp.
quien |= kien], calidad ecc.), di che vedi rAscoli stesso in questa Ri-
vista^ X, 14 segg.
(3) L'Havet lo fa vero &,
- ^9 ~
ìn tutti gli altri rami. Insomma, a non preoccuparsi di conseguenze
-ulteriori che possan venire dalla storia delle gutturali, a guardare ai
soli fatti che avvertiti da Bopp son poi stati ridotti a così splendida
evidenza dall'Ascoli, la cosa più verisimile sarebbe, che da un lato
rindoirano e il lituslavo abbiano condotto in comune, prima di se-
pararsi, la gutturale fìuQ a suonar sibilante, e dall'altro le altre
favelle europee abbiano serbata la gutturale primitiva senza averla
mai, neanche transitoriamente, alterata o intaccata (i). Sennonché, è
egli poi necessario il dedurre da questo, come faceva il Bopp, che il
lituslavo fosse rimasto in Asia più a lungo di tutte le altre lingue
europee ? O quel dualismo che è tra il k europeo e la sibilante ario-
slava non potrebbe farsi risalire alla stessa lingua madre indoeuropea,
ammettendo che questa fosse già suddivisa in dialetti, un gruppo dei
quali tenacemente conservasse il prisco /r, e un altro l'avesse già al-
terato ? — Io ben vedo che, sdrucciolando così dai miei dubbi nega-
tivi in un'altra serie di dubbt che si potrebbero dir positivi, io vengo
a meritare sempre più la taccia d'indiscreto ; ma è proprio vero quel
che disse Cicerone (fam. 5, 22, 9), che « qui semel verecundiac fìnes
transierit, eum bene et navitcr oportet esse impudentem ! ».
Che la lingua madre indoeuropea dovesse essere già suddivisa in
parecchi dialetti, sembra doversi affermare a priori. Noi non cono-
■^1) Qui parliamo dell'una serie di k. Quanto a quell'altra serie che
suoi esser rappi*esentata da kv europeo, noi non abbiamo bisogno d'oc-
cuparcene. Stando a una dottrina esposta da Giovanni Sghmidt {Kuhn's
Ztschft, XXV, 135 segg.)« e che infine mette capo anche ad alcune con-
fessioni dello stesso Curtius (Qrundjf., ^444, '486), il doppio esito greco,
cioò l'esito labiale in una classe di parole (irÓTepo^, ecc.) e dentale in
un'altra (t(^, ecc.) proverrebbe dal trovarsi nella prima classe il k avanti
a vocale aspra, e nella seconda avanti a vocale dolce (e, i) e a j. Cioò
che avanti e, t, j^ si sarebbe avuto un e' palatale ario-greco^ che poi in
greco si sarebbe fatto t. Anche avanti a j s'è detto , giacché per lo
Schmidt la forma iiéaaw, p. es., riverrebbe non già a ^it€it-juj, bensì a
un *ir6T-jui, che starebbe, p. es., a iT€TtTÓ<;, iréiruiv ecc. come t(<; a ttó-
Tcpo^ ; e di cui il t corrisponderebbe al e' del sanscrìto pac'jdté^ come
il T di T€ risponde al e' di c'a. Se questa dottrina, sulla quale non son
in grado di portare alcun giudizio, com'è attraente in molti punti, cosi
potesse dirsi sicura, noi avremmo che anche il greco avrebbe avuto ab
origine le sue palatali ; ma beninteso in quell'altra serie di A, che non è
c^uella che finisce a sibilante ario-slava.
Hìvista di filologia ecc.^ X. 22
- 330 --
sciamo in questo mondo alcuna favella che non presenti suddivisioni
dialettali ; e sebbene in massima queste mettano capo principalmente
a incrociamenti etnologici, come ha con molta energia insistito
l'Ascoli in questa stessa Rivista (X, p. i segg.), i quali incrociamenti
possono non aver avuto luogo nel popolo indoeuropeo ancora indi-
viso, tuttavia esse dipendono insieme da altre cause concomitanti,
che assolutamente devono aver avuto luogo anche per quel popolo.
È generalmente ammesso che parecchi secoli dovettero correre perchè
il tipo linguistico indoeuropeo si formasse e fermasse quale era al
momento che la lingua madre si scisse nelle varie lingue indoeu-
ropee. Ed è pure necessario ammettere che fosse già considerevol-
mente numerosa la popolazione indoeuropea in tal momento, perchè
potesse andarsi spargendo su tanta parte d*Asia e d'Europa, e assor-
bire anche in sé le popolazioni indigene che per ax'ventura incon-
trava nelle sue immigrazioni, senza smarrire, se non in parte, il suo
carattere etnico e idiomatico (i). Ora, ei non è concepibile che una
popolazione abbastanza numerosa elaborasse via via per molti secoli
la comune favella, senza venire a quelle divergenze dialettali che
anche il semplice scorrer del tempo e la semplice mancanza del con-
tatto quotidiano vien sempre a determinare fra i parlanti una me-
desima lingua, tanto più quando manca una letteratura vera e propria
che allarghi e moltiplichi i contatti e faccia argine alle forze altera-
tive. Le divergenze dialettali protoariane potranno esser concepite
come lievi e scarse, quando si creda che il sangue ariano nel periodo
unitario si sia conservato purissimo e scevro da ogni mescolanza
straniera, e quando si pensi che quella stirpe geniale , destinata ad
essere sovrana nel mondo , dovea fìn d* allora avere una vivacità
grandissima, e rifondersi e riaffratellarsi di continuo per via dei
commerci, del culto religioso, delle tradizioni mitologiche ed eroiche,
e serbare così viva ed accesa la coscienza della sua unità. Ma, per
quanto minime, quelle divergenze ci dovettero pur essere; e ormai
(Ij Vedi su ciò r Ascoli nelf articolo Lingue e Nazioni, nel Polite^
cnico (XXI, 77-100) ; soprattutto a pag. 77 segg. e a pag. 90. Quivi
veramente insiste più sulla scarsità degli Aborigeni europei, che sulla
abbondanza degli Arii immigranti; ma nel complesso egli vuole una im-
migitizione aria relativamente copiosa. Adesso poi egli dà anche mag-
gior valore a quegli Aborigeni {Leti, Glott,).
- 331 —
non si trova, credo, nessun glottologo che intenda negarle, e se ne
trova più d'uno (non dico molti) che mostra di ricordarsene (i). Se
non che, mentre le ammettono in teoria, difficilmente poi, quando
si viene al concreto, i glottologi s*inducono ad attribuire ad esse di-
vergenze la causa prima di qualsivoglia anche minimo fatto fonetico
o grammaticale o lessicale individualmente proprio di qualche singola
lingua o gruppo di lingue indoeuropee, e si sforzano sempre di tro-
vare una causa più recente, e insomma fanno sempre come se il lin-
guaggio indoeuropeo indiviso fosse stato perfettissimamente eguale in
tutta la sua estensione geografica e demotica. Somigliano un po' l'a-
varo, che dopo avere, a parole, messa tutta la sua casa a disposi-
zione altrui , nega poi risolutamente a una a una tutte le cose , per
quanto insignificanti, che altri si facesse a domandargli ! Ma questa
cosiffatta avarizia dei glottologi è, come criterio metodico , molto
giusta e naturale, chi ben consideri; poiché l'arrendevolezza ch'essi
mostrassero verso quelle spiegazioni di fenomeni che s' appellassero
alle suddistinzioni dialettali protoariane, cioè dire verso ipotesi che
non ammettono alcuna verificazione estrinseca o controllo indiretto,
comincerebbe davvero a compromettere la severità dei metodi e la
serietà della scienza. Gl'inesperti ricorrerebbero troppo facilmente a
tali ipotesi, perchè riuscirebbe loro molto comodo il rimandare tutte
le difficoltà a quel periodo oscuro ; il quale diventerebbe per le pigre
audacie dei glottologi quel che i fondi segreti posson diventare
per gli arbitri dei governi. Tutto questo sta bene (2); ma insomma
un criterio metodico non è mai un criterio reale; e il voler
per forza prescindere da quella articolazione dialettale della lingua
madre, che pure in teoria si ammette, potrebbe condurre a voler
talvolta r impossibile o almen V improbabile. Una bella prova delle
attraenti applicazioni a cui si può prestare, in mani ben esperte, la
ipotesi delle , chiamiamle così, dialettali tà proetniche della parola
ariana y ce l'ha data l'Ascoli stesso in un luogo del citato scritto
Lingue e Nazioni. Ivi (p. 86), rifiutata l'infelice opinione di Grimm
(1) Vedi Ascoli, Lìngue e Naz.^ p. 83; e Bréal nel Journal des sa-
t>ants, 1876, p. 633-4.
(2) Un caso di troppo pronto appello alle varietà dialettali protoariane,
B io persona di un dotto assai rispettabile, lo ricorda e discute l'Ascoli
egli St. Crit., II, 396.
- 332-
secondo cui la ' Lautverschìebung ' sarebbe avvenuta tra i Germani
nella seconda metà del primo secolo dell* èra volgare per un inga-
gliardimento delle consonanti mute corrispondente air afforzamento
allora avutosi della coscienza nazionale, l'Ascoli ricordava come degli
spostamenti delle mute conformi a quelle che presenta il gotico ne
offra anche V osseto {Jid »= pater, come il gotico fadar), e perfino in
dati incontri lo zeiido [fra = irpó, come il germ. fru-y for)^ ed argo-
mentava che la evoluzione germanica fosse un carattere dialettale
« di una qualche sezione della gran patria comune » ariana, nell'epoca
anteriore al distacco degl' Italo-greci dalFAsia. Or non si potrebbe^
ripeto, argomentare allo stesso modo circa la sibilante arioslava ?
Sui rapporti che si debbano supporre tra le singole lingue indo-
europee e la così detta lingua madre le opinioni dei glottologi hanno
molto variato da Bopp in poi. Il Delbruck ne discorre nel settimo
ed ultimo capitolo del suo libro (i), ma noi ne anticipiamo qui i
cenni, condottivi dal nostro discorso. Il Bopp stesso , dopo vari on-
deggiamenti, venne da ultimo nel concetto, che dalla lingua madre
primi si distaccassero il celtico, il germanico, il greco e il latino,
più tardi il litusluvo; e più tardi il residuo asiatico di essa si scin-
desse in indiano e medopersiano. Lo Schleicher poi, considerando (a
torto) casuali le coincidenze tra il lituslavo e Tindoirano, e stabilendo
invece certe coincidenze tra slavo e tedesco, opinò che dalla lingua
madre prima si distaccasse lo slavo-tedesco , più tardi il greco-italo-
celtico, lasciando come residuo asiatico V indoirano. I quali gruppi
si sarebbero poi suddivisi col tempo alla lor volta, il primo in slavo
e tedesco, il secondo in greco-albanese e italo-celtico, il terzo in in-
diano e iranico. Così ci venne a rappresentarsi tutta questa succes-
siva divisione e suddivisione colla immagine di un albero, da cui
spuntino tre rami, qual più vicino al suolo , qual più alto, che poi
si ramifichino di nuovo. Vennero poi il Lottner e il Curtius, i quali,
notati certi caratteri comuni a tutte le lingue europee (2), stabilirono
(1) Anche il prof. Pezzi ne fa una esposizione piuttosto larga neirul-
timo capo della sua opera citata.
2) Il primo notò specialmente V l spesso eui*opeo-comune di fronte
air r asiatica (per es. itoXù<;, plus , got. filu, [ted. viel] ecc. contro al
sscr. purus, ant. pers. parus molto); l'altro notò V e che molte voci eu-
ropee contrappongono all' a delle coiTÌspondenti asiatiche (p. es. cp^pu),
- 333 -
che la madre lingua si scindesse prima in europea ed asiatica, e di
poi la lingua europea fondamentale, dopo un periodo di vita unica,
si scindesse in settentrionale e meridionale, suddividendosi poi nuo-
vamente la settentrionale in slava e tedesca, la meridionale in greca,
italica, celtica. — Ma tutte e tre codeste opinioni, da Bopp a Curtius,
hanno, oltre le congruenze minori, questa base comune : suppongono
che sempre la determinazione d'una singola lingua importi il distacco
di un popolo dal popolo complessivo. Indiani e Slavi parlano la
stessissima lingua fìnchè convivono in Asia; anzi non ci sono fìnal-
lora, a propriamente parlare, né Indiani ne Slavi, ma Ariani; il
giorno che un gruppo di Ariani lascia l'Asia e viene in Europa, ei co-
mincian a essere un popolo e una lingua a sé, e diventano gli Slavi
coloro, se il distacco è avvenuto in un certo momento, a un certo
modo, e se si sono andati a stabilire in un dato luogo d'Europa; e
cosi via. — All'ipotesi dei distacchi si oppose Giovanni Schmidt;
il quale, notato come tra le lingue europee meridionali la più orien-
tale, cioè la greca, sia pure la più affine alle lingue dell'Asia, e come
anche tra le europee settentrionali la più orientale, la litùslava , sia
del pari la più conforme alle asiatiche ; e come il lituslavo abbia
dall'altro lato conformità speciali col tedesco in modo da parere
quasi un passaggio dal tipo asiatico al tipo tedesco; e il greco abbia
conformità con l'italico, sicché anch'esso paja un colore intermedio
tra italico e asiatico; e il celto si mostri da un lato affine al tedesco,
dall'altro all'italico; si risolse a credere, che tutti questi linguaggi
formino una serie continua, e abbiano un rapporto graduale intrin-
seco corrispondente al rapporto geografico, sicché il celtico per es.
sia, come il più lontano dall'Asia, così il più dissimile dall'idioma
asiatico, e il più sbiadito nella sua arianità; allo stesso modo che,
quando il tonfo d'un corpo in uno stagno genera 1' o n d a che via
via si allarga in cerchi concentrici, questi come più s'allargano più
s'attenuano. Meglio ancora la dottrina dello Schmidt si può rappre-
sentare coir immagine (usata da Ebel, e da Schmidt accolta oltre la
^trOy got. haira ecc. contro a bhdrdmi sscr.). Questo secondo carattere
europeo si dilegt^rebbe, in parte almeno, se son vere le dottrine, oggi
in voga, sul Tocaìismo ariano e paleoasiatico, sulle quali più avanti ri-
'ameremo.
- 334-
sua < onda») di una catena che muove dall'Asia e alFAsia ritorna,
e di cui gli anelli sono: indoirano, (armeno), lituslavo, germanico, cel-
tico, italico, greco, e daccapo indoirano. Se non che, questa bella
dottrina che si fonda sui fatti molto più che non paja al Delbriìck,
sempre troppo scettico nel riconoscere affinità speciali tra lingue e
lingue (tra greco e latino, ecc.), incontra pure un'objezione : se le
varie lingue indoeuropee non sono che sfumature dialettali successive,
digradanti via via T una nell'altra, come mai sul confìne tra l'un
dialetto e l'altro, tra slavo, p. es., e germanico, non vi sono dei sub-
dialetti intermedi dei quali si resti incerti se ascriverli allo slavo o
al germanico? come mai tra questo e quello v'è un taglio così netto
e preciso ? non è chiaro che ognuna delle lingue indoeuropee ha una
individuazione determinatissima e propria ? — Orbene, una dottrina
conciliativa potrebb'essere questa. Quella catena di dialetti supponia-
mola esistente nella stessa madre patria ariana, supponiamo che un
dialetto ariano progenitore del futuro idioma slavo si sia in essa tro-
vato geografìca mente e linguisticamente intermedio tra un dialetto
proavo dell'indiano e un altro proavo del germanico; e così via. Son
poi cominciate le emigrazioni ; e queste saran successe in quell'ordine
che la posizione stessa geografìca delle tribù e dei dialetti indicava. E
ad ogni data emigrazione avran partecipato naturalmente quelli cui
già un vincolo comune collegava, cioè tutti i parlanti uno stesso dia-
letto, o, aggruppati, i parlanti di più dialetti affini e contermini. Da
molti, in passsato, le emigrazioni àrie sembra s'immaginassero così,
che di quella materia perfettamente omogenea, che era, secondo loro,
la stirpe ariana, oggi se ne staccasse una certa quantità e andasse in
nuove sedi, domani un'altra quantità, e così via. Ma in realtà i coe-
migranti di oggi doveano avere legami omoglottici ecc., perchè coe-
migrassero, e così quei di domani. Non si tratta dunque, sia lecito
anche a noi di ricorrere a un paragone, di una cannella d'acqua
della stessa fonte che ogni tanto s'apra e butti un tanto d' acqua che
in nulla si differenzi dall'acqua del butto antecedente, bensì si tratta
di grappoli diversamente grandi e diversamente maturi, che via via
si distacchino da una vite. Questi dialetti protoariani, poi, incontra-
vano, emigrando, linguaggi diversi di genti non ariane, già stanziate
nelle regioni d'Europa e d'Asia, e così, per la reazione di quelli, su-
bivano alterazioni per cui si rendeano, assai più che prima non
fossero , divergenti dai dialetti ariani ab antiquo loro corner-
— 335 —
mini (i); aumentandosi poi sempre la divergenza per effetto degli
anni, dei climi, delle vicende storiche, ecc. Volendo dunque rappre-
sentare quest' ordine d' idee con una formola, si direbbe : posto che
G sia il greco, quale noi lo conosciamo ; noi rappresentiamo con
g quel dialetto protoariano che parlavano quegli Arii che vennero a
occupare la Grecia , con mg il miscuglio eteroglottico che ad essi
potè toccar di subire, con a tutte le altre cause che soglion produrre
la divergenza di un linguaggio da un altro originariamente affine o
identico, e avremo la formola
• G-g[mg-^ a].
Cosi il celtico darebbe :
C =. e (me -h a).
Se non che, poi, questa omologia tra le varie formule, venendo al
concreto, nasconde una gran differenza di condizioni reali e di ri-
sultati , giacché quel coefficiente che rappresentiamo con me per il
celtico avrà un valore numerico altissimo, mentre per il greco V mg
sarà invece molto vicino allo zero. — Secondo questa ipotesi, in cui
si concilierebbe la vecchia teoria dei distacchi con la teoria schmid-
tiana della serie continua, e che trovo accennata pure da un dotto
autorevolissimo, il Leskien (2), noi avremmo che due linguaggi in-
doeuropei possono aver comune tra loro soli un fenomeno fonetico
o una forma o un vocabolo, non solo per speciali mutui contatti nel
loro progresso emigrativo o nella loro situazione definitiva, ma anche
per conformità dialettali protoarianc. Noi oggi abbiamo (per pren-
dere un esempio dal campo neolatino) che il toscano pronunzia come
spirante gutturale (h) il k di poeo e simili, e come sibilante linguale
(quasi sh) il e' di paee e sim.; invece il napoletano pronunzia esatta-
mente, senz'alcuna degenerazione, tanto la gutturale di poco quanto la
palatale dì paee; e infine il romano tramezza come geograficamente così
foneticamente, fra il dialetto che gli è al nord e il dialetto del sud, e
(1) Sa questo punto^ degl* incrociamenti etnologici, vedi T Ascoli in
questa Rivista^ anno X, fascicolo 1.
f2} Citato da DelbrOck^ pag. 135 (145 nella tradnz. del Merlo), e an
pò* più largamente da Curtius, Grundz.^ ^86. Non so come il Leskien
sviluppi Tipotesi, non avendo ancor potuto vedere il suo libro.
- 336 -
pronunzia poco come il napoletano, e pace come il toscano. Or non
potremmo immaginare una situazione pressappoco consimile nel pro-
toariano, cioè che quella varietà dialettale Is , che poi divenne dopo
l'emigrazione V LS (il lituslavo), avesse comune colla varietà ii\ pro-
genitrice di // (indoirano), V alterazione di k in sibilante nelle voci
'dieci* 'cento' ecc., avendo d'.altro lato comune con t (futuro te-
desco) con g (futuro greco) altre proprietà ; le quali poi si poterono
anche aumentare in seguito, quando , emigrando più o meno in co-
mune Is diveniva L5, e g G^ e t Ti
E qui è finita la mia parentesi sull'ultimo signifìcato storico che
si possa attribuire alle congruenze arioslave della sibilante, e son fi-
niti i miei dubbi: meri dubbi, ripeto. Sarebbero cioè finiti, se non
mi rimanesse quest'altro ancora: non era meglio che io sorvolassi
sopra una cosi ardua questione ?
Quanto alle nuove dottrine intorno al vocalismo protoariano e pa-
leoasiatico ip non mi sento in grado di formulare neanche dei dubbi.
Esse hanno avuta l'ultima espressione in un lavoro, ispido in verità,
ma dotto assai e ingegnoso, di Giovanni Schmidt {Kuhn's Z., XXV,
1-179); pure han bisogno di ulteriori discussioni e complementi.
Certo che la dottrina dell' a suonante e in molte voci e forme asia-
tiche ha il vantaggio di dare alla genesi delle palatali asiatiche una
ragione fisiologica assai sufficiente, e pienamente conforme a quella
che risulta d'una evidenza indiscutibile nelle lingue romanze (il ganas
sscr., p. es., avrebbe il g perchè la prima a avrebbe un tempo anche
in Asia sonato e come negli europei t^0(; e genus, cioè per la stessa
ragione ond'è sorto il § dell'italiano ^enere^ e così via). È vero che,
anche quando si teneva che in ^anas e simili la prima a sonasse pu-
ramente a, si poteva ricorrere, come faceva l'Ascoli {Corsi y p. 43),
air esempio della palatale francese che si sviluppa avanti a in char
carro, in j ambe gamba, e simili; ma restava sempre che mentre in
ischietto francese è questo un fatto fisiologico costante, nell'indoirano
invece appariva come fatto sporadico, limitato, non si sa perchè, ad
alcuni vocaboli o serie di vocaboli solamente (1). Sennonché, anche
(1) Finché si trattasse di raddoppiamenti soltanto, come c'ahdra fecit,
per *kakdray si poteva forse ancora tentar di spiegar la cosa com' ef-
fetto di dissimilazione Inter sillabica, consimile a quella che è
- 337 -
con la dottrina dell* e bisogna poi ammettere perturbazioni analo-
giche della legge fìsiologica in un così gran numero, che non ha
riscontro nelle lingue romanze. Nelle quali i casi di gutturale analo-
gica, come in fuggo per *fuggio (fugio), salgo ^ vengo ecc. (i); in
grechi^ fichi per greci ^ *fici\ in esco per * escio (exeo) (2) — dove ve-
ramente si tratta di sk da uno se* già ridotto a sh — ; o viceversa di
palatale analogica, o di sibilante in tutto o in parte succedanea sua,
come nei veneziani strenuo ^ cresso per stringo^ cresco , e piemontesi
finissu finissa , e francesi je finis , qiie je finisse per finisco, finisca
ecc. (3), non sono frequentissimi. Tuttavia, nulla infine vieta di am-
mettere per le antiche lingue asiatiche, che anche per altri rispetti
presentano alterazioni più profonde che non sian quelle delle moderne
lingue europee, quel numero più esorbitante di perturbazioni analo-
giche che si richiede per istabilire la legge che la palatale asiatica
sìa dovuta ad e, /, j seguenti. Quel che invece resta sempre duro ad
ammettere si è, come notavamo più sopra riferendo le osservazioni
del Curtius, che T e ivi ritornasse poi a su tutta la linea. Con tutto
ciò la fede neir a ab origine rimasta intatta del periodo unitario e
delle lingue d'Asia è per io meno non poco scossa dalle recenti dot-
trine.
Neppure mi sembra potersi pronunziare ancora un sicuro giudizio
intorno alle « scoperte » o meglio congetture d'una r sonante in-
doeuropea al modo indiano, la quale si rifletterebbe per ap e pa nel
greco (^TpaiTov p. es. sarebbe da un anteriore *etrpon), e d'una nasale
sonante, formante sillaba da sé nel protoariano (il sscr. bharantam e
il gr. qpépovra metterebbero capo a un *bherontm,.
Ma ritorniamo oramai a riepilogare il libro di Delbruck. 11 quale
segnala a una a una tutte le altre principali tendenze che dalle nuove
dottrine risultano. Una è quella di considerare con un certo scetti-
cismo le spiegazioni, che da Bopp in poi si danno, o che ancora si
in Tidimt, dadhàmi ecc. per * GiOnm, *dhadhàmi ecc. Lo stesso poteva
anche Bospettarsi per c'akrds kùkXo^, kìpkoì;. Ma non si tratta, ognuno
lo sa, di soli raddoppiamenti.
(1) Vedi la mia Gramm. Portogh,, p. 38.
(2) Vedi Ascoli, Arch., HI, 447 n.
(3) Nei meridionali e romaneschi diceno, fingeno ecc. la palatale è a-
nalogica. L^ e che vien dopo non ci ha avuta nessuna parte.
— 338 -
vanno escogitando , della genesi delle singole forme graramaticali.
Ben resta in piedi la dottrina complessiva di Bopp , secondo cui le
forme devono essere risultate da una composizione di radici con ele-
menti ascitizii ; resta, nonostante le teorie contrappostele da West-
phal e da Alfredo Ludwig (i). Ma nelle applicazioni a singole forme
le incertezze son venute sempre crescendo, oppure le vecchie dottrine
sono state capovolte. La stessa natura delle radici non è esente da
dispuiazioni. Ecco alcuni cenni.
L Le radici nelle lingue ariane, e nella stessa madre lingua nel
suo ultimo stadio, non esistono più allo stato di purezza, come di-
rebbe un mineralogo: sono estrazioni che fa il grammatico, sono
preparati scientifici come quelli del botanico e dell' anatomico.
Certo • in origine esse furon parole , esistettero per se stesse ; seb-
bene non solo alcuni dotti balzani, ma lo stesso Pott, salvo qualche
rara resipiscenza, abbia concepita la radice come nata a un parto
colle terminazioni. Ma, oramai, sono semplici estrazioni del gram-
matico, e il modo di formulare, di postulare la radice, può riu-
scir vario a seconda del concetto che noi ci facciamo del vocalismo
ariano e del suo movimento, e d'altre cose. Prima, p. es.,si diceva,
sulla scorta anche dei grammatici indigeni dell' India, che la radice
pura si trovasse in i-mcis andiamo (l-|H€v) e che in é-mi vado (cioè
*di-mi, gr. €T^t) la radice fosse rafforzata e ampliata. Ora invece si
suppone che la forma ampia sia la forma fondamentale (ci-, Xetir-,
(pcuT- ecc.) e che la forma più leggiera (l-, Xin-, qpuT- ecc.) sia un
posteriore assottigliamento. — Senza voler contrastare questo criterio,
sul quale non intendo portar giudizio, voglio però avvertire che non
mi par giusto il ragionamento di Begemann, accettato da Delbrììck,
(1) Il Delbriìck espone e confata codeste teorie con una cura e una
larghezza, che può parer soverchia, visto che son mere stravaganze.
Anche il Cartina confuta Westphal, nel primo volume del Verbo Greco^
troppo largamente. Sennonché, in primo luogo codeste esposizioni e con-
fatazioni fanno Pufficio delle ombre nel quadro, e dan meglio risalto alle
dottrine sane; e dipoi, in Qermania sono usi a discutere tutto, senza
troppe impazienze; tanto più che anche le stravaganze lì soglion esser
presentate col debito corredo della molta dottrina, e non ò come da noi
dove la bizzarrìa ò quasi sempre accompagnata dall'ignoranza.
- 339 -
che cioè se da *eimi imós si ricavasse i- come radice, si dovrebbe
conseguentemente da asmi io sono, smàs siamo, ricavare una radice 5-,
cioè una radice impronunziabile. Bisogna, credo, considerare che, se
al sanscrito imds risponde in greco (|ui€v, a smds invece non corri-
sponde uno *a)Liév, bensì èajuév, il che vuol dire che nello smds e in
tutto il plurale e duale sanscritico la radice as- può aver subita una
aferesi per un procedimento tutto individuale di quella lingua, come
è quello che ha dato sum, sumus ecc. al latino. Così il sanscrito ha
dadmàs , dadhmds ecc. di fronte a df'dàmi ^ dfìdhàmi (do, pongo),,
mentre il greco ha, certo più etimologicamente, biòo|Li€v, T(e€|Li€v, di
fronte a òìòwjliu riOfmi.
II. La distinzione tra radici verbali e pronominali è difesa da
Delbriick per ciò che non trova soddisfacente nessuna ragione teorica
addotta in contrario, né plausibile alcuna delle derivazioni escogitate
di singole radici pronominali da radici verbali (ma- io da ma pen-
sare, ecc.). Piuttosto, egli dice, forse queste due categorie non ba-
stano; perchè i numerali son poco chiari, e così molte delle prepo-
sizioni; e certe particelle infine, come ad es. fuif), potrebbero avere
un carattere più interiettivo che pronominale.
III. Del monosillabismo delle radici adduce la ragione filosofica
messa innanzi da Adelung, Humboldt, Curtius, che cioè l'uomo pri-
mitivo dovesse naturalmente esprimere con una sola sillaba l'impres-
sione sintetica che gli faceva nell'animo il lampo d'un concetto; ed
adduce la prova sperimentale che molte radici, tolti gli elementi for-
mali, restano monosillabiche. Sennonché, dice, qualche volta si può
non saper di sicuro dove gli elementi formali propriamente comin-
cino, e taluno potrebbe dire che gamati^ egli va, piuttosto che gam-
^a-ti sia da divider gama-ti. E qui passa ad esporre la teoria del Fick
« deirAscoli, riconoscendo la priorità del nostro Italiano, intorno
alla natura degli elementi, come li chiamano , determinativi,
da cui le radici originarie più semplici sono spesso ampliate (p. es.
£a andare = pai è poi anche gam-, e cosi via) (i); la qual teoria im-
(1) Circa il seDSO ti'oppo geoerico che vengono ad assumere le radici
fondamentali, specie sottratti i determinativi, si possono vedere alcune
"buone osservazioni anche in Bréal^ scritto cit., p. 635-6, 648.
- 340 -
porta che quei determinativi sieno in origine intere sillabe (p. cs.
ma)y che, se in certe voci verbali perdon la vocale , in altre la ser-
bano, come in ga-ma-ti. Il Delbriick biasima però giustamente il
Fick, perchè questi anche a proposito delle radici av-, ^5-, an-, am-y
mette in campo, non volendo saperne dell'esistenza del suffisso -a,
le dissezioni a-va-ti ecc., le quali condurrebbero a mettere tante di-
verse radici, suonanti tutte una semplice a. Avrebbe dovuto quindi
lodare la cautela dell'Ascoli, il quale, pur ammettendo, e prima del
Fick, la dissezione ga-ma-ti ecc., tien però ferma resistenza d* un
suffisso -a per i verbi cotùQ av-a-ti ecc., e anzi trova quel suffisso
amalgamato in dà dare , ma misurare ecc., facendo dà = da rad. -h a
suff., ma = ma + a ecc., appellandosi anche alla pronunzia bisillabica
richiesta spesso in simili radici dalla metrica del Veda (Studj Crit.,
il, 54) (i). — Resta pur sempre possibile, crede il Delbruck, che
da gama si passasse a gam^ e quindi questo ripigliasse V a come suf-
fisso, onde s'avesse pur gam-a-ti come av-a-ti. Possibile , è , non lo
nego; ma probabile no.
IV. 11 Bopp divideva senza scrupolo bo-0fi-oó-|Li€6a, e simili, come
se fosse possibile che sul suolo greco si venissero per la prima volta
ad aggregare tali elementi primordiali. Prima che il linguaggio ario
si scindesse avea già le sue flessioni bel Te stabilite, constava già di
parole non più radicali, ma coniugate, declinate, ecc.; quindi eran
bensì possibili in greco nuove aggregazioni e nuove forme, ma solo
fatte analogicamente. — Aggiungo qualche spiegazione. La radice bo,
p. es., risultava, traluceva, da òibojuev, da òotó^ ecc.; esisteva dall'altro
lato ef|ao)yiat ecc.: così s'è fatto l'aggregato nuovo òoOnaoiLiai. Pari-
mente, nelle lingue romanze si è bensì coniato un futuro novello
sentirò ecc. (sentire - habeo), ma da un infinito e dal presente di
'avere' cioè da parole esistenti; e i condizionali son probabilmente
(1) Non vi sarà, spero, nessuno che voglia trovare strana la fusione di
una vocale-suffisso , cioè avente un proprio significato, con la vocale
della radice. Non avviene la fusione ìstessa tra la vocale che costituisce
l** aumento dei tempi passati e la vocale iniziale della radice, nel cosi
detto aumento temporale del greco e del sanscrito, in f^Tov , in
(^sam ecc.? Dove si tratta, come ognun sa^ di * a-aga-m ecc., cioè' al-
lora-conducente-egli * ecc.?
- 341 -
venuti dopo: sentir-ei (sentire - habui), sentir-ia (sentire - habebam),
sull'analogia di sentirò. Chi dividesse sentiremo in senti-re-habe-
-musy mettendo tutte queste molecole foniche (senti ^ re ecc.) a uno
stesso livello cronologico, commetterebbe appunto quella inesattezza
che si vede nelle dissezioni òo-Gri-aó-^eOa e simili.
V. Secondo la dottrina definitiva del Bopp la maggior parte dei
suffissi formatori dei temi nominali avrebbe origine pronominale, e
sol una parte deriverebbe da radice predicativa. Schleicher e Curtius
cercarono derivarli tutti da radici personali : p. es. il tar dei nomina
agentis (datar-, òoriip-, datòr- e sim.) che Bopp derivava dalla rad. ver-
bale tar- (sscr. tarami oltrepasso, Tapina, termo, trans), 'oltrepassare*,
applicata a significare * compiere* l'azione (sicché da-tor sarebbe 'quel
che compie il dare'), lo Schleicher lo deriva invece dall'abbinamento
dei suffissi ia e ra. Ma il Delbriick, d'accordo in ciò con Scherer (ed
anche col Corssen , Ausspr., !•, 567-8 n.j, preferisce in massima le
derivazioni da radici predicative, impressionato soprattutto dalla de-
rivazione certamente predicativa di certi suffissi tedeschi, -bar, -heit,
'thum (come il nostro -mente). Deve però convenire egli stesso che
la coincidenza materiale di molti suffissi con radici pronominali è
innegabile; benché gli faccia nodo questo, che tanti diversi pronomi
occorrano in diversi suffissi di significato identico o quasi identico,
e che nulla questi mostrino dal senso speciale dei pronomi (i). —
Accenna, ma naturalmente rifiutandola, l'ipotesi del Benfey, secondo
cui tutti i suffissi sarebbero rifrazioni diverse e molteplici dell'unico
-ant che è suffisso del participio [bharant- (p€povT-,/eren/-) e che alla
sua volta sarebbe estratto dalla terza plurale dei verbi {bharanti, qpé-
povTi onde cp^pouoi, /erwn/) : ipotesi bisbetica e contraria ad ogni cri-
terio fonologico. Rigetta pure l'ipotesi di Scherer, secondo cui il suf-
fisso tematico -a sarebbe un suffisso locativo , onde bhara- direbbe
*chi e nel portare*, quindi 'portante*; la rigetta, perché un suffisso
locativo -a non è provato; e perchè tanto meno é provato che la de-
clinazione de' nomi abbia preceduto la tematizzazione di essi ; e perché
,1} Per es. tra il suffisso che è in ò&up-)Lió<; e il -ma del pronome di
prima persona è innegabile l'identità fonica; e tuttavia che rapporto
ideologico apparisce tra essi ?
- 342 -
ad ogni modo bhara- direbbe tutt'al più 'nel portare' (quindi un
* portamento' piuttosto) e non includerebbe punto il 'chi è*!
VI. Circa il valore primo e Torigine degli esponenti dei Cast,
regna la maggior incertezza. L'esempio delle lingue agglutinanti por-
terebbe a supporre che un segno ci dovess'essere per ogni singolo Caso
indipendentemente dal Numero, e che il Plurale s* indicasse con un
segno unico che s* aggiungesse all'occorrenza a qualsivoglia Caso (i}.
Lo Schleicher s'è sforzato di provare che codesto segno della plura-
lità nell'indoeuropeo fosse s [2), ma invano. Si pensi a ttoòó;, ttoòijjv,
padds paddm \ e alla stessa varietà dei suffissi d'un Caso anche nello
stesso Numero , p. es. iroòó<; e litiroio tirirou, padds e d^asja ! Che il
numero dei Casi fosse maggiore in origine, e quindi in uno stesso
Caso ora s'abbiano i ruderi di diversi Casi livellatisi nella funzione? (3).
Nelle spiegazioni che si tentano di un Caso, si oscilla più o meno
tra due ipotesi: o si vede nel suffisso del Caso un significato prepo-
sizionale o pronominale, o vi si vede un suffisso tematico divenuto
suffisso casuale (4). Ma la difficoltà, più che nella teoria, è nelle sin-
gole spiegazioni concrete; delle quali nessuna soddisfa davvero.
VII. I temi temporali pure dan luogo a dispute, sebben meno
sostanziali. Il tema del presente, p. es., coincide spessissimo con un
(1) Per es. in turco ev è 'casa*, ev-ler 'case', ev-den 'da casa fot-
Koecv), eV'ler-den 'dalle case'. Cfr. Whitney, The life and groth of
language^ p. 232; della mia traduzione, 282.
(2) Che è vero nell'accusativo plurale: Xótou<; = *Xoyov-^.
(3) Anche il Bréal nel citato ai*tic. del Journ, d. 5., p. 638 segg. in-
siste sul concetto che i casi indoeuropei debban raccogliere in so T ere-
dità di una ben più lussureggiante declinazione originaiàa; e ne deduce
rimpossibilità che riescano a bene i tentativi di Delbrùck e di altri, di
trovare la originaria e fondamentale funzione di un dato caso, mentre
si sa che ogni caso cumula su di sé la funzione anche di altri casi morti
[cfr. il dativo greco].
(4) In questo secondo modo, per es., alcuni spiegarono il sja del geni-
tivo, pareggiando, mettiamo, il genitivo all'omerica òr^^oio col tema del-
Taggettivo binióaio^; e richiamando perciò alcuni confronti della decli-
nazione pronominale, per es., lat. nostrum^ ted. unser =r di noi. — Ma
perchè allora il -a- sarebbe rimasto neli' aggettivo mentr' è sparito nel
genitivo? Il vero è che il genitivo è in sscr. ^sja e il suffisso delPagget-
tivo v*ò -f/a-, cioè 8on due cose distinte !
— 343 —
la nominale (i) : cfr. p. es. àYo-)Li€v e àyó<i. Ora da questo fatto lo
ileicher dedusse che colali temi in origine non sieno né nomi-
i nò verbali, ma indifferenti, come le radici ; il Fick ne ha piut-
to dedotto che essi temi sieno primamente verbali, volti poi a uso
ninale; l'Ascoli per contrario, che sien primamente nominali, e
»priamente « nomina agentis », ed estende la cosa al punto, che
fondo al verbo vede sempre il nome. La dottrina dell'Ascoli a-
:bbe dovuto essere più largamente riferita dal Delbriìck, nelle cui
*ole è appena adombrata.
Vccenna alle congetture sui temi delTaoristo t dcl^ futuro, cioè sul-
rigìne dell'elemento sigmatico di essi, e preferisce ancora l'ipotesi
Bopp, che deriva questo dalla rad. as-, a quella dell'Ascoli che vi
•va un suffisso nominale -sa. Rileva, ad ogni modo , il carattere
nmamente ipotetico di tali speculazioni tutte.
>}on so perchè il Delbriìck non abbia fatta alcuna menzione del k
1 perfetto greco e dei tre aoristi , sul quale v' è un accordo ben
iggiore. Forse non ne trattò perchè è cosa esclusiva del greco (i
rfetti con k che il Gorssen credette vedere in alcune voci etrusche,
tne turce ecc., sono ben lungi dall'esser provati o probabili!); ma
lettore, sgomento da tante incertezze su questa specie di questioni,
rebbe egli portato qualche conforto col fargli sapere o richiamargli,
e Ascoli e Curtius s'accordano nel considerare il -ka di X^Xukq ecc.
me un suffisso tematico nominale (2).
VII. Tocca rapidissimamente delle speculazioni fatte sull'origine
1) La coincidenza veramente appar minore adesso che non paresse
ima quando si credeva che nelT indoeuropeo ancora indiviso non vi
me altra vocale che a. Ora che si ritiene anteellenica la differenza
Ila vocale radicale che è tra q>épuj e qpopóq, evidentemente una diffe-
iza tra q>€po- e (pepo- la e* è. Se non che, io domando, anche se IMn-
europeo ancora indiviso avea già e ed o, non può esso avara avuto in
a fase più antica — quella in cui il suo verbo si formò — la sola a
ìara) ?
'2) Fu il primo l' Ascoli sd accennarlo negli Studj Ario^semitici ; e
M>i il Curtius, senza ricordarsi dell'Ascoli (com^egli avvei'te nei Grund-
gè, ^61 n.), rimise in campo la cosa, e la lumeggiò largamente nel suo
^rbo Greco (v. a p. 203 segg. del 1» voi., prima ediz.), mentra per il
lei tempi sigmatìci seguita ad insistere sulla composizione con la rad.
- (v. la stessa opera: II*, p. 245 segg.).
- 344 -
dei Modi congiuntivo e ottativo [i Modi obliqui, come li chiama fe-
licemente il Curtius, Oriech, Verb., II']. Tocca qualcuna delle diffi-
coltà che stanno contro la tradizionale spiegazione boppiana del ià
od ì dell'ottativo dalla radicela- andare; e rimettendo ad altro
scritto la questione, riconosce intanto la possibilità che l'ottativo fosse
in origine un semplice futuro, e che il senso soggettivo del desi-
derio ecc. vi si aggiungesse dopo (i). — Quanto al congiuntivo, il
^1) Che è la tesi già da uq pezzo sostenuta dal prof. Merlo in questa
Rivista, Il Merlo v'aggiunse anche una nuova interpretazione e specifi-
cazione della dottrina (troppo concisa opperò facilmente frantesa} dello
Schleìcher, cioè che il jd sia in fondo quella radice pronominale da cui
derivò il pronome relativo, aggregata al tema verbale nel senso avver-
biale di * là, un giorno, olim \ accennante a tempo futuro. Allo stesso
modo r a del congiuntivo sarebbe per il Merlo un'altra radice pronomi-
nale in funzione avverbiale, nel senso di ' qui, fra poco '; e cosi il con-
giuntivo sarebbe un futuro più prossimo dell'ottativo, anche al qual fu-
turo si sarebbe aggiunto poi il valore soggettivo dì deliberazione ecc.
Insomma il congiuntivo dfuj (= ^aga-a^mi =z conducente — frappoco
— io) e r ottativo droifiu (= ^aga-jà^mi zzz conducente — un giorno —
io) , avrebbero significato dapprima semplicemente ' condurrò ora * e
* condurrò poi ', e quindi: ' fia ch'io conduca; chMo conduca * e 'fosse
ch'io conducessi; condurrei \ — Codesto genere di speculazioni e di con-
getture sopra, quasi direi, le prime cellule della grammatica ariana, la-
sciano sempre il lettore molto perplesso ; ma non è che le proposte e i
raziocini del prof. Merlo abbiano nulla di particolarmente arrischiato o
di più arrischiato che molte altre congetture, le quali si vanno tuttora
ripetendo in simil soggetto, e metton capo ai più venerati maestri della
nostra scienza. Ma nocque ai lavori del Merlo, ai quali io accenno, l'an-
datura troppo concitata e farragginosa, la esuberanza delle citazioni, e
qua e là un po' di prolissità: la mancanza insomma di quella misurata
sobrietà, la quale, buona e bolla sempre, era qui più che mai necessaria,
trattandosi di superare con un eccesso di virtù natila esposizione le molte
diffidenze che naturalmente suscitavano e il soggetto trascendentale e la
gioventù dello scrittore. Che del resto sarebbe ingiustizia disconoscere
che anche in quei primi lavori non apparisse già chiaramente molta e
sicura coltura generale, copiosa e precisa dottrina speciale al soggetto,
ingegno acuto e svelto, animo gentile e modesto. — E cosi del Merlo si
potesse ancora dire: tenet nunc Parthenopel Purtroppo Ticinens^^s ra"
puere, con molto loro vantaggio, e con altrettanto rammarico di noi
partenopei ; i quali sopportiamo questo ratto con una rassegnazione che
rassomiglia a quella di Brabanzio, allorché diceva al moro: / heve do
give thee that loith ali my heart^ Which^ but thou hast already^
with ali my heart I loould keép from thee (Oth,^ I, 3).
— 345-
Delbriick inclina sempre, benché con minor risolutezza che non fa-
cesse nelle sue Ricerche Sintattiche^ all'opinione del Curtius, che esso
sia originariamente un semplice indicativo, cioè tra due forme d'un
indicativo la forma più piena (i), venuta perciò ad assumere un
senso più durativo, dal quale il senso di congiuntivo sarebbe
derivato.
IX. Quanto alle terminazioni personali, egli riconosce che la loro
connessione coi pronomi, se è abbastanza chiara per il singolare e
per la prima e seconda plurale, non lo è del pari per la terza plu-
rale e per il duale. Anche, del resto, l'equazione 5i = /va-, che non
è punto impossibile, importa però tal mutazione fonetica, di cui si
vorrebbe avere altri esempi nella lingua madre per ismettere ogni
perplessità intorno ad essa. Quanto poi allo nti della 3» plurale (bhd-
rantiy cpépovTi, q>4pouat ecc.) non è soddisfacente né la spiegazione
simbolica , già citata , del Bopp , ne quella compositiva del Pott
[nti ■=zna+ ta radici pronom.) ; e d' altronde, poiché la 3* plur. ha
col participio presente una somiglianza che colpisce, non si può non
guardar di buon occhio l'ipotesi di Ascoli e Brugman, secondo cui
bisognerebbe dividere bharant-i , cioè: tema del participio, più un i
desinenziale verbale ricavato dall'analogia del singolare (bharati ecc.)-
E delle desinenze mediali non si può dir nulla di sicuro, se non
che somigliano e son certamente coordinate alle attive. Ma se ^ai,
aai ecc. siano Kia-fii, aa-ai ecc., o siano un 'gu^ia' di |lxi, ai ecc., non
è punto chiaro.
Nulla dice il nostro autore della controversia che v' é intorno alle
terminazioni -ui, lat. -o, dei più dei verbi greci e latini. Corse prima
lì concetto che qpépu) fosse tronco da un ^q>épw)Lii pari al sscr. bha-
rami; poi, ritenuto specifìcamente asiatico l'allungamento della vocale
tematica, si pensò che (pepa) e fero siano un *bhara'mi originario ri-
dotto a *bharam , *bharav , *bharau (cfr. òktiìi = ashtàu ssc.) più o
meno europeo (Ascoli, St, Cr,y II, Di un gruppo di desinenze ecc.);
ed ora fìnaimente vien prevalendo l'opinione dello Scherer, secondo
cui *bharà (fpip\yì) ecc. sarebbe la forma prima e vera della prima per-
(1) Per 68. lo|uiev è congiuntivo rispetto a l^€v, come (pépw|Li€v rispetto
(pépojLiev.
liivìsta di filologia ecc., X. a3
— 346 —
sona singolare dei verbi del tema in -a, la quale avrebbe solo po-
steriormente assunto in sanscrito e zendo il -mi per influsso
analogico dei verbi in -mi come asmi, addami ecc. (i).
. X, Regnando tanta incertezza nelle singole ipotesi che si fanno
per spiegare le singole forme, non possono sottrarsi ad altrettanta
incertezza le ipotesi più complesse e generiche circa Tordine onde le
varie forme della flessione sian nate, circa i vari strati di formazione
della lingua madre indoeuropea. Il Delbrtick resta perplesso avanti
al bel lavoro del Curtius su codesto argomento, e alle ipotesi dello
Scherer, e alle connessioni acutamente rintracciate dall'Ascoli tra
r ario e il semitico. Conclude che tutta questa parte più sublime
della scienza né si può sopprimere de( tutto come vorrebbero i po-
sitivisti della linguistica, nò può ridursi a una certezza apodit-
tica che dissipi ogni dubbiezza.
Nel sesto capitolo — che è assai bello, nonostante quel troppo la-
sciare e ripigliare certi argomenti che in esso s'avverte anche più che
negli altri — il nostro autore ritorna sul soggetto già toccato nel
capo quarto, cioè sulla rigidità che si debba attribuire alle leggi fo-
netiche, sulle cagioni onde le alterazioni fonetiche muovano, sulla
forza che si possa ascrivere agi' influssi analogici nel perturbare le
dette leggi, insomma su tutte quelle questioni metodiche a cui
si riferiscono le sentenze che oggi con molto sussiego si vanno ban-
dendo dai cosi detti neogrammatici. Per questi il Delbrtick
ha un* evidente propensione; la quale però non gli turba la piena li-
bertà del giudizio, né lo distoglie dairesser giusto verso i così detti
grammatici vecchi. Difatti egl' incomincia dal difendere il Curtius
dagli assalti dei giovani, mostrando come Tonorando professore di
Lipsia sia stato dei primissimi a voler rendere più rigorosa la fono-
logìa e a riconoscere l'efficacia dell* analogia. Discute poscia il prin-
cipio propugnato dal Curtius e dal Whitney, che le mutazioni fone-
tiche siano logorìi e facilitazioni di pronuncia derivanti dalla pigrizia
umana che spinge a cercare la maggior comodità, la maggior economia
di forza nell'atto dell'articolazione. Che se il Curtius intende questo
principio in un senso troppo esclusivo, quasi che la comodità pro-
li] Vedi ScHMiDT, art. cit., p. 7; Bréal, art. cit., p. 643 seg.
- 347 —
vochi sempre suoni più deboli e più dolci (i), nel qual senso il prin-
cipio non è vero, e riuscirebbe subito insufficiente a «spiegare tutti i
fatti fonetici ; ei si può invece, intendendolo in più lato senso, spin-
gerlo, mi pare, fino ad estremi limiti, e farlo bastare a spiegar quasi
tutti que' fatti; perchè si può dire: — se un suono più debole si muta
in uno più forte per via di adattamento ai suoni vicini, questo rin-
forzo essendo effetto d'assimilazione è perciò effetto di studio di co-
modità; e la maggior forza può essere in dati casi più comoda del
rilassamento; e l'armonia stessa è comodità; — la comodità è cosa
relativa : per un popolo il suono A più forte è men comodo, ed esso
-quindi Tindebolisce nel suono B ; per un altro popolo il suono più
debole B è più incomodo epperò lo rinforza in A. — Eppure e' si
arriva in ultimo a tali mutazioni fonetiche che col principio della co-
modità non si spiegano. La 'Lautverschiebung ' per esempio! Applico
ad essa il principio della comodità, per mostrare a che assurdi si
riesce per tal via.
il d greco-latino, p. es., diventa / in inglese {duo: two) perchè
pegringlesi il d è men comodo del / , ma il / stesso però è
pegl' Inglesi men comodo del th perchè essi mutano il / classico in
ih {tu: thou), e il th finalmente alla sua volta è per loro men comodo
del d perchè mutano il th classico in d (Oc-: do); che è come dire
che il ^ è più comodo del th, che è più comodo del /, che è più co-
(1) 11 Delbrùck adduce alcune applicazioni del Curtius (che forse nella
quinta edizione dei Grundiùge questi ha snoesse, poiché non riesco a
ritrovarcele): che cioè il suono che si profferisce nella parte più interna
della bocca si cambi volentieri in un suono più innanzi, ma non vice-
versa, sicché p sorga da h , ma p non si farebbe h. Ma invece si fa,
airoccorrenza ; come p. es. nel napol. chiù = più ; e come il t si fa fa-
<2il[nente h nei grappi ti, cr^ fin da epoca romana, nel latino e nelle fa-
velle che ne derivano {craindre -= tremì^re, ecc.). Né si regge l'altra ap-
plicazione che le esplosive si mutino in fricative ma non viceversa: basta
solo ricordare, nei campo neolatino, gPit. crebbi, conobbi =: ctqy'ì , co-
92:novi , gli abruzzesi e sannitici *mpaccia in faccia, 'mponne infondere
( per * bagnare*), e Tit. rampogna = symphónia, e gli spagnuoli diptongo^
•c7u^òano = cophinus, e gl'it. nerbo, corbo, e le serie ^id, giovane ecc.,
da jam, juvenis, ecc., e il tipo gabbia = cavea, e rado = raro, arma»
^io = armarium, il friulano roda = rosa, ecc. E il Curtius stesso ha ac-
<:ettata la mutazione di oa in tt voluta dall'Ascoli. Cfr. anche Studj
^rit,, II, p. 517, Indice, s. * Aflaevoliraenti progressivi '.
— 348 —
modo del d; o insomma il i è pegringlesi (cioè pei loro progenitori
germanici) il pit^ comodo e il più incomodo dei suoni! Veramente,
questo circolo vizioso si può forse rompere. L'Ascoli inclina a cre-
dere che l'evoluzione della aspirata classica in media inglese o gotica
si debba intendere diversamente da quel che si suol fare: invece di
prendere a termine di confronto Taspirata sorda greca, si prenda Taspi-
rata sonora indiana e protoariana: si confronti Tinglese do non con
e€(Tteii)yii) ma con dlià {dddhàmi); e allora la detta evoluzione si ridurrà
a semplice perdita delFelemento aspirante, del hy quale ha luogo non
solo in germanico, ma anche in lituslavo, in celtico, ecc. {Lingue e
Nazioni, p. 8ó; Corsia p. i54-5 n.). Di veramente germanico, dunque^
non rimarrebbe che questo: / da d, th da f ; le quali due evoluzioni
rappresenterebbero un egual grado di rinforzo, d' « incrassi mento >^
ossia tanto più forte è th rispetto a ty quanto è / rispetto a d ; sicché
dal gotico tunthus al sscr. dantas ci sarebbe < equidistanza > in quanta
alle mute (Lingue e Nazioni, p. 86). — Sennonché, se noi dal primo
stadio della rotazione delle mute, cioè dallo stadio gotico, inglese,
bassotedesco, passiamo allo stadio altodesco, il circolo vizioso ci si
ripresenta. Difatti in questo secondo stadio, d gotico- inglese {do fare]
diventa t in tedesco {tun, o con V abusiva ortografìa che corre: thun),
e il th (ingl. thouy three,,.) diventa d (duydrei), e t (ingl. /)yo, gotico
masch. tvai) diventa th e per esso if (ted. jwei). Or, se noi poniamo
che / sia sostituito anche qui , come nel primo stadio , a 4 , perchè
più forte o crasso di esso d, e che th (f) sia anche qui come nel
primo stadio sostituito a / perchè più forte o crasso di esso f , ci resta
poi che d sarebbe sostituito a th come più forte o crasso di th\ ossia
che d sarebbe da un lato più crasso di quel //t, che pure è più crasso
di f, e dall'altro sarebbe men crasso di / (i). La contradizione è an-
cora più evidente nella * Lautverschiebung * armena, dove, p. es., ia
Dikran rispetto a Tigranes la tenue si fa media e la media si fa.
tenue; sicché si dovrebbe dire che la tenue è più comoda della media.
(1] Si può rappresentare la cosa con queste tre * ineguaglianze ', ch<
nessun algebrista accetterebbe :
d^th
th> t
t> d.
— 349 -
« viceversa ! Che se credessimo di risolver la questione, dicendo che
si tratta di una comodità relativa perchè l'organo vocale di quel po-
polo trova più comoda la tenue là dove dovrebbe profferire la media,
e viceversa, dovremmo poi convenire che appunto questo quasi 'spi-
rito di contradizione ' della glottide è quello che non intendiamo,
e che ci ricorda il * natura abhorret a vacuo' degli scolastici. La
legge di Grimm objeliivamente è chiara, bella, simmetrica, è un
X rasporto musicale « che non turba Ta r m o n i a > come ha detto
r Ascoli (in questa Rivista^ X, 5 1-2 n.); ma una ragion sufficiente su-
l>)ettiva, psicologica o fìsiologica, non se ne trova. E la ragione della
<:omodità qui più che mai è insufficiente.
Non so se queste mie osservazioni parranno acconce. Quelle di
Oelbruck mi son parse qui, contro il solito, languide e indecise.
Cosi pure egli mi pare che ondeggi troppo tra l'ammettere che le
alterazioni della pronuncia comincino da un individuo o da pochi,
o da questi si estendano agli altri, ed il riconoscere che l'efficacia
dell'individuo non può esser molta, in ispecie trattandosi di pronunzia
o non di vocaboli. Assai meglio lo Schuchardt, con quella sua ar-
guzia piena di senno, scrisse nel 'Vokalismus* che le mutazioni fo-
netiche son come le rivoluzioni politiche : cominciano quasi contem-
poraneamente in vari punti qua e là, finché dopo un poco tutto il
paese è in fiamme; ben inteso se la rivoluzione è matura e non è
una bizzarria locale o personale. Ricordo intanto le osservazioni giu-
stamente ironiche deirAscoli intorno alle ipotesi delle * spinte indi-
•viduali' (in questa Rivista^ X, 45-6).
Rileva il Delbruck come nella pronunzia essendoci molto d'incon-
sapevole, ci debba quindi essere una specie di forza irresistibile nel-
l'alterazione dei suoni. E perciò la legge fonetica non debba a rigor
<di termini patire eccezioni. E se queste appajono, devano essere ef-
fetto di certe speciali correnti che perturbino l'azione della legge, o
<di cause affatto particolari alla singola parola. Dalla coscrizione, se
il paragone mi è concesso, delle leggi fonetiche, vi posson esser pa-
x-ole esenti per legittimi motivi, non refrattarie per renitenza capric-
<:iosa. Certo che come più la fonologia progredisce, più il campo
delle eccezioni inesplicabili si restringe, sempre più si vengono a rin-
-^racciare le ragioni perchè una voce o una serie di voci si sottragga
^lla legge ; donde nasce la presunzione che anche sotto alle eccezioni
^apparentemente capricciose siavi xina ragion sufficiente, quantunque
— 350 —
nascosta, forse per sempre, agli occhi nostri. Soprattutto la fonologia
romanza, — perchè tratta lingue viventi, nelle quali è ancora in
parte vivo il sentimento delle ragioni che ne determinano i fatti sin-
goli, e dove si scerne meglio ciò che .è indigeno da ciò che è im-
portato, e le correnti dotte perturbatrici dalie correnti schiettamente
naturali ; lingue che partono da una lingua madre ben nota , qua! è
la latina, non già ricostruita per sforzo d' induzione come la pro-
toariana o la protogermanica, e insomma si sono svolte suppergiù
sotto gli occhi della storia, — ha fatto un continuo progredire nella
dichiarazione delle leggi e dei casi eccezionali; e qui da noi l'Ascoli,,
e tra i giovani il Canello, hanno lavorato da più anni in questo
senso, senza averne presa rimbeccata da nessun neogrammatico.
Quanto alle cause perturbatrici delle leggi fonetiche, il Curtius ne
rilevò soprattutto due. L'una è che i suoni e le sillabe portatrici di
un dato significato formale son più restie a sparire e resistono quindi
alla tendenza fisiologica che le vorrebbe soppresse; così, dice il
Curtius, il i tra vocali spariva in greco (pel tramite di j), conje si
vede nei verbi in -aui ecc. e ne' genit. in -oo -ou (= oio), ma resistè
in òoiiiv^ in XéToiev e simili, poiché ivi il significato d'ottativo punta
giusto sul i. No, dice Delbrìick , tali voci han serbato il i per sem-
plice simmetria con òotfuiev, òotT€ ecc., dove il i è avanti consonante e
non poteva sparire. Ma tra il concetto suo e quel del Curtius e* è
meno differenza, mi pare, di quello egli vorrebbe: c*è un punto ul-
teriore ove i due concetti coincidono, ed è che insomma se hoir\v ecc.
non perde il i, gli è perchè non è una parola isolata bensì una forma
grammaticale che fa sistema con altre. Del resto, io non direi col
DelbrOck che nella coscienza dei parlanti non vi sia più il ricono-
scimento di ciò che un suono o una sillaba importi per una data
forma. Non vi sarà il ricordo del valore originario di quel suono o
sillaba, e del come sia venuto a signiticare quel tempo o modo o
caso ecc.; ma la coscienza del suo valore attuale c'è : altrimenti la
flessione non esisterebbe. In avrei V italiano non riconosce più che
r -ei è ebbiy ma sente che su quest* -ei poggia la condizionalità, per
così dire, di quella voce verbale ; e così in cresca egli sente che il
congiuntivo è tutto afHdato all' a. Del pari il greco non ricordava
più che in òo-(ri-v vi fosse un jà radice verbale o pronominale o che
altro si sia, ma sapeva che queir -ni- caratterizzava V ottativo, come
il 'Qr\' caratterizzava Tao risto passjvo. — L'altra causa perturbatrice
-351-
è l'analogia, e il DelbrUck ne tratta a lungo e giudiziosamente , am-
mettendo che bisogni riconoscerla più largamente che non si solesse
fare in passato, ma insiem rilevando, come s*è già detto, che i vecchi
linguisti le avean già fatta ampia parte, e così riprovando implicita-
mente le esagerazioni dei grammatici giovani (cui ora tengon dietro
i 'giovanissimi'; e, chi sa, tra poco anche i puerili). Alle quali io
non vorrò consacrar troppe parole, specialmente dopo le efficaci
quanto temperate osservazioni dell* Ascoli in questa stessa Rivista (X).
Ho sempre, ci ti^ xal fiXXoq, creduto che < la scienza non progredisce
solamente per vere e proprie scoperte, ma anche per il rilievo nuovo
che un nuovo ricercatore dia ad un punto riconosciuto ab antiquo,
e per la luce abbondante che egli getti sopra un lato rimasto prima
come in penombra » (i); e quindi non posso voler negare ai neo-
grammatici quella lode che loro spetta per aver mostrato più di pro-
spetto una faccia della scienza che finora si vedeva più di profilo. E
ho pur sempre creduto che il movimento della scienza sia rappre-
sentabile da un ' parallelogramma delle forze ' dove a far procedere
la scienza nel senso della risultante contribuisca non solo Topra
dei dotti temperati che la tirano più o meno in quel senso appunto,
ma altresì quella degli eccessivi che si sforzano di tirarla nel senso
delle componenti (2). È legge di natura codesta. Sennonché è
anche legge di natura che l'arroganza provochi un disgusto che non
si può del tutto dissimulare. Tra quelli che aderiscono più o meno
alla nuova scuola vi sono ricercatori esimi; e, p. es., il Leskien e
Gustavo Meyer avranno ammiratori più competenti assai ch'io non sia,
ma più caldi certamente no. Sennonché non mancan tra loro quei che
ci parlano quasi di una « instauratio ab imis fundamentis > che sia da
fare deli'edifìzio innalzato dai vecchi linguisti, e si danno Taria d*aver
inventata la polvere, mentre essi tutt'al più tirano verso un punto
bersagliato finora un po' meno del dovere, con un fucile che i vecchi
iian messo loro in mano, e col quale più volte essi giovani falliscono
il colpo scottandosi le dita! Una, p. es., delle grandi massime loro
é, che le condizioni naturali del linguaggio umano si verifichino
(1) Da un mio volume di Saggi Critici, a p. 518.
(2) Si veda, o meglio non si veda, un mio proemietto alla traduzione
del citato libro di Whitnbt.
— 352 —
meglio studiando un dialetto vivente che un vecchio idioma letterario
giunto a noi in monumenti scritti. Ma, lasciando da parte il Grimm ecc.,
si potrebbe domandare a quei fieri dialettofìli (non so se anche dia-
lettologi) se, p. es., credono che quella massima debba essere incul-
cata anche all'Ascoli , uno dei vecchi grammatici, il quale interrom-
peva i Corsi di Glottologia per i Saggi Ladini e per tutto « quel che
è poi aggiunto ». I neogrammatici dovrebbero specchiarsi in un
esempio moralmente buono, nel modo cioè che tengono i cultori della
glottologia romanza, i quali, intesi tutti a correggere, ad aumentare le
dottrine di Federico Diez loro maestro, son però sempre ben lontani
dair atteggiarsi a riformatori davanti a lui. Né ne mancherebbero i
pretesti. Lasciando i molti errori di fatto e di criterio che tutti oramai
notiamo nella Grammatica e nel Vocabolario del grand'uomo, ci sa-
rebbe anche, volendo , da ingrossar la voce per certe parti del suo
metodo in genere. Il Diez si fermò sulle lingue letterarie, e sui dia-
letti die magri cenni; e non solo non si prese la briga di girare un
po' i paesi neolatini per erudirsi sopra luogo delle parlate neolatine,
ma neanche spogliò tanti scritti in dialetto che sarebbero bastati per
cavarne altrettante grammatiche dialettali; sicché, p. es., di certi fatti
fonici o morlici o lessicali, che son subito avvertiti da chiunque di-
mori qualche giorno a Napoli, o legga un brano della copiosissima
non dico ricca) letteratura napoletana, il Diez alle volte non ne sa
se non quel pochissimo che se ne può cavare da una poesia ducen-
tistica di scuola meridionale. Eppure, mentre c'ingegniamo /^ro viribus
di fare quel ch'ei non fece, tutti, dai più gagliardi ai più umili,
riconosciamo che egli non potea fare altrimenti né di più; che ab-
bracciando un campo più vasto lo sguardo e la lena non gli potean
bastare i che era naturale cominciasse dalle grandi lingue letterarie
che più premeva dichiarare. Ma forse questa riverente discrezione
verso « il grandissimo dei romanisti > proviene da ciò, che c*è ancora
molto da fare nel campo romanzo, e non c'è quindi bisogno di far
rodomontate per chiamar l'attenzione sopra di sé; mentre il campo
indoeuropeo, coltivato da tanti robusti cultori, e in tutti i sensi, non
facilmente dà luogo a esuberante messe di vere novità.
Ma lasciamo gli analogisti e torniamo all'analogia (i). Sulle tracce
(1) Dice il Delbrùck che non si sa bene se anche la parte tematica
d*una parola possa subire qualche modificazione fonetica per influsso ana-
- 353 —
del Misteli il Delbriìck enumera le varie categorie di analogie possi-
bili, e manifesta un temperato desiderio che sia fatta una classifica-
zione e un* esemplificazione più compiuta dei fenomeni analogici ,
perchè serva di norma ai ricercatori. 11 mio desiderio , lo confesso,
è anche più temperato del suo; poiché cosiffatte collezioni non sono
molto di più che belle curiosità scientifiche, piacevoli a leggersi e
onorevoli per chi le fa bene, ma di poco effetto sul criterio metodico
dello scienziato; il quale più che altro iia bisogno di naturale senso
del probabile e del possibile per decidere volta per volta, quando si
imbatte in certi casi, se sien determinati da analogia e come.
Una specie particolare di eccezioni fonetiche sono i cosi detti dop-
pioni o forme allotropiche. Alcune di esse si spiegano con ciò che
una forma è popolare, Taltra è letteraria, come, p. es., padrone epa-
trono; o una indigena, l'altra importata, come graticola e il france-
sismo griglia (entrambi da craticula); le quali spiegazioni , che ri-
sultano facilmente evidenti nelle lingue moderne , son diffìcili ad
applicare alle antiche. Altre volte la spiegazione è invece in questo,
che una voce, tenuta in riga dalle voci della stessa stirpe in quanto
la si usa come voce libera {grato ^ influito da gratitudine ecc.), si
abbandona meglio ali' alterazione quando è incastonata rigidamente
in una frase fìssa, dove perde il suo vero e vivo significato (grado
in 'saper grado', 'malgrado'). O accade il rovescio, come si vede nei
latini quaeso e quaero. Ma altre volte i doppioni sono solamente ap*
parenti. Il Curtius, p. es., spiegava il doppio accusativo ine (Zio va ,
|Li€ÌZui (i), cosi: che la forma madre *|ui€i2ova-a (cfr. sscr. mahtjdns-am)
sì sarebbe sdoppiata, facendosi, colla soppressione del a, ^e{2:ov(t (cfr.
gcn. iLiiivò<; = mensis , x»ivó<; = anseris), e colla soppressione del v,
logico di una parola correlativa. In fondo al volume, poi, fa una specie
di rettificazione, ricordando che la Michaéiis ha osservato come l'ita-
liano greve (e grieve) debba il suo e per a air attrazione del suo anti-
tetico lieve. Ma questa osservazione è già fatta dal Diez fin dalla se-
conda edizione almeno della Grammatica (1856, voi. 1, Vocali latine, A];
non so se fin dalla prima. Io poi ci ho aggiunto melo (màlumj fatto su
pero (Arch. Gì,, IV, 147). E l'Ascoli da un pezzo ha notato che in molte
parlate più o meno italiane i riflessi di péjus mostrano una vocale to-
nica che supporrebbe un' e breve (compreso l' ital. peggio con e aperta),
per influsso di melius. E altro ancora si potrebbe aggiungere.
(1) Perchè il Delbriìck ragiona sui genitivi iii€Ì21ovo<; |ui€Ì21ou; ? Dov'è
questo genitivo in -ou^?! — Cfr. G. Mbyer, Gr, Gr., p. 269.
- 354 -
*^&loaa *|i€i2:oa luteCZu). Il Delbrììck respinge questa biforcazione per
una questione di principio; che la nuova scuola giustamente ripugna
ad ammettere che una forma si biforchi cosi nello stesso linguaggio,
applicando due leggi fonetiche diverse. La forma hìHìu, dice il Dei-
briick, è la vera continuatrice della forma originaria (*|ii€iZo[v]aa); e
|iie(2Iova sarà una forma analogica plasmata sul nominativo |li€{21uiv.
Così respinge pure che una legge fonetica si possa verificare in una
serie di parole, lasciandone immune un'altra, senza ragioni speciali.
E tocca un'altra questione. Quando un suono si muta in un altro,
si muta dappertutto di punto in bianco, o si oscilla per un certo
tratto di tempo tra il vecchio e il nuovo? L*osciilazione ci dev*essere
di certo, massime se si noti che in ogni comunanza, per quanto pic-
cola, v'è sempre un certo numero di * conservatori * più tenaci in
quanto a pronunzia, i quali cedono a poco a poco, e spesso non ce-
dono se non perchè se ne vanno da questo mondo.
In conclusione, han ragione i novatori quando gridano che le leggi
fonetiche non patiscono eccezioni? Lasciando da parte le pronunzie
antiquate , le forme fonetiche di non indigene penetrate da un dia-
letto in un altro , e le forme letterarie , e restringendosi a quelle
forme che sono veramente e attualmente proprie e native d'una data
parlata, e tra queste stesse eliminate quelle eccezioni che son deter-
minate da influssi analogici, o da condizioni particolarissime, delia
parola (spinta assimilativa, dissimilativa, ecc.), e tanto più eliminate
quelle eccezioni che costituiscono una intera serie, cioè una sub- legge
fonetica; — in tutto quello che resta si ha la legge fonetica a verificare
in un modo assoluto, come dicono, infallibile? Certamente che sì.
Ma intendiamoci bene ; a rischio di cadere in qualche ripetizione.
Questo può essere un postulato; il quale ora noi poniamo, da un lato
perchè l'esperienza particolare della fonologia ci ha mostrato che
come più essa acuisce lo sguardo più le eccezioni capricciose si dile-
guano e scemano, e dall'altro perchè un'esperienza più generale della
stessa natura umana ci ha condotti a negare che le azioni degli uo-
mini procedano veramente da * libero arbitrio*. La legge fonetica
non è inesorabile e fatale come una legge fìsica, poiché il linguaggio
è opera della volontà ; ma appunto la volontà non opera se non d e-
terminata da motivi (i). Ciò è vero della volontà individuale
(1) Sarebbe un lavoro curioso da fare questo: raccogliere tatti 1 passi
- 355 -
non meno che della volontà sociale, collettiva; ma i motivi che
muovon quest'ultima devono in massima esser più forti, più logici,
più facili a scoprire, a rintracciare. Ora il linguaggio è giusto opera
della volontà collettiva, e consta quindi di atti di cui in parte si ve-
dono, in parte s'intravvedono, in parte si vorrebber vedere i motivi.
E il fonologo adesso è determinista ; egli è persuaso che, quando in
certe parole la volontà non cede al solito motivo fisiologico da cui
nelle altre parole essa ò tratta a modificare un dato suono in un dato
modo, deve ella a una tal ribellione essere indotta da un altro mo-
tivo, o pur esso fisiologico, o psicologico; e la fonologia progredisce
sempre in quanto riesce e a capire il motivo della legge, e a indo-
vinare i motivi delle eccezioni. Il non potere adunque la legge fo-
netica subire eccezioni capricciose , può essere , dicevo, un postulato
ragionevole; e il riuscire a spiegare, a motivare tutte le eccezioni,
anche le apparentemente capricciose, può e deve essere il nostro
ideale scientifico. Ma che poi questo ideale sia già raggiunto , o sia
pur raggiungibile, è un tutt*altro conto. Che la ineccezionalità asso-
luta delle leggi fonetiche sia un teorema pienamente dimostrato, un
fatto positivamente liquidato, da proclamarlo trionfalmente, è una
presunzione peggio che ingenua ; e le applicazioni che taluno n' ha
di •crittori sommi o insigni, i proverbi e le sentenze popolari ecc., in
coi si troTÌ inconsciamente professato e attestato il determinismo, che
pnre a molti fa ancora paura. Io ne noto qui due. L'uno ò il primo ter-
letto del canto quarto del Paradiso di Dante:
e Intra duo cibi, distanti e motenti
D'un modo, prima si morria di fame,
Che libér uom Tun si recasse ai denti v.
Non ò un'ironia quel ' libero ' attribuito ad un uomo che obbedisce
talmente al motÌTo, da non risolversi più ad operare quando i motivi
diversi sien due, e cosi eguali che nessuno preponderi? L* altro luogo è
nel Romanzo del Manzoni, là dove Agnese, lamentatasi di don Abbondio
presso il Cardinale, a questo che promette di rimproverare il curato,
risponde: e No signore, no signore; non ho parlato per questo: non lo
gridi, perchè già quel che ò stato è stato; e poi non serve a nulla: é
un uomo fatto così: tornando il caso farebbe lo stesso » (cap. XXIV).
Qai il motivo determinante è un motivo costante, è il temperamento.
- 356 —
fatte sono un bel saggio di precipitazione (i). Quella proclamazione
cosiffatta mi ricorda un poco quella che noi Italiani facemmo il 1861
di Roma capitale, sicché perfino nei nostri manuali di geografìa per
le scuole si trovava scritto molto tranquillamente: Italia, capitale
Roma ! Dove però occorre una differenza notevole, e tutta a danno
dei neogrammatici; cioè che T unione di Roma all'Italia era final-
mente un fatto possibile, sebbene non ancora avvenuto ; tanto possi-
bile che dopo nove anni divenne una realtà ; laddove, che la scienza
riesca mai a sgroppare tutti i nodi che le si presentano, è cosa pra-
ticamente impossibile. La sistemazione piena e precisa di tutti i fe-
nomeni che noi studiamo è solo il limite, direbbe un matematico, a
cui noi ci avviciniamo indefinitamente senza raggiungerlo mai !
Il Delbriìck in questo stesso capitolo sesto^ sul quale abbiam troppo
e troppo male ricamato per conto nostro, tratta pure della questione,
se il clima influisca nel determinare le caratteristiche fonetiche dei
singoli linguaggi. Prima, a questo influsso si credeva molto, poi
venne lo scetticismo; ma ora tra i più zelanti novatori v*è chi ri-
parla del clima. 11 D. resta perplesso , poiché , dice , mentre da un
lato € un influsso del clima sugli organi vocali, come su tutto il
corpo, non può 'mancare, dall'altro si dovrà pur concedere che i fi-
siologi non hanno osservato tale diversità degli organi vocali che
possa chiarire le differenze di pronunzia dei singoli suoni ». Ma può
stare, io direi, che il clima non influisca al punto da modificare la
costituzione anatomica della laringe ecc., bensi faccia risentire i suoi
effetti sulla funzione, sul modo di operare degli organi vocali.
Certo é, che per quanto i nostri vecchi eccedessero con quel loro ri-
tornello della mollezza delle lingue meridionali e della durezza delle
nordiche, e per quanto la scienza nostra abbia verificato che anche
il nord può presentare affievolimenti di suoni, e il sud può darci
degl'indurimenti di essi, e per quanto gl'influssi del clima possano
essere neutralizzati od oltrepassati da una forza ben più potente, quel
è la tradizione idiomatica della razza; tuttavia qualcosa di vagamente
vero Tabbiam da riconoscere anche noi oggi. O il vocalismo, p. es.,
(1) Una di esse è esaminata dairAscoLi in questa Rivista (X, 128egg.);
e un'altra da Schmidt nel citato lavoro {KZ,^ XXV, 3 segg.), precorso
in ciò dall'ABCOLi {St. Crii., Il, 254-5).
— 357 —
pieno e limpido deiritaliano, dello spagnuolo, del greco, rispetto al
vocalismo ridotto, scarno, e spesso turbato, della Gallia, dell'Anglia,
della Germania , s'avrà a dire indipendente dalla ragion dei climi ?
Sennonché i fenomeni di origine presumibilmente climatica sono tal-
mente intrecciati con quelli dì provenienza etnologica, che è un'im-
presa poco men che disperata il volere nella trama d*un linguaggio
distinguere i primi fili dai secondi , e peggio il voler fondare sopra
il fatto del clima le divisioni delle lingue.
Deirultimo capitolo del nostro autore s*è già fatto cenno più sopra.
Non mi resta se non da confessare il mio stupore per lo scetticismo
che egli mostra avanti alla affinità speciale tra il greco e il latino.
Le prove per questa si riducono, secondo lui, al comune possesso di
nomi femminili di 2* declinazione {pinuSy bbó^), e alla comune limi-
tazione deiraccento alle tre ultime sillabe della parola; e anche queste
due dopo le revoca in dubbio e le fa sfumare! Mentre si tratta di
tante conformità specifiche tra greco e latino, e d*una comune aria
di famiglia di un'evidenza intuitiva e immediata! Lavoro utilissimo
e non molto agevole farebbe chi raccogliesse metodicamente e va-
gliasse tutte le conformità e disformità che sono tra le due gramma-
tiche e i due lessici dei due grandi popoli del T antichità. Ma, anche
prima che. un tal lavoro sia fatto, non si possono chiudere gli occhi
alla luce del vero (i).
Le troppe parole spese su questo bel libro mi costringono a dirne
poche sulla traduzione, — buona, com'era da aspettarsi, sott*bgni ri-
spetto, — che ce n'ha fornita il prof. Merlo. Che se l'opra di questi
é stata non poco agevolata dalla limpidezza dello stile dell'originale
tedesco, d'altro lato essa è stata resa più difficile da ciò, che il Merlo
lia dovuto, per ragioni che non importa dire, sbrigarsi della tradu-
zione in pochissime settimane, e per di più non ne ha potuto neanche
divedere le prove di stampa. Se però egli avesse avuto più agio, ne
(1) Vedi sa ciò TAscoli in questa Rivista (X, 52),
- 358 -
avrebbe fatte sparire alcune poche scabrosità e parecchie sviste che
ora qua e là la macchiano. Anche così com*è, può riuscire utilissima
agli studiosi; ed è una nuova prova della perizia del Merlo nel te-
desco e neir italiano e nella scienza glottologica. Ma è pur vero che
questa traduzione è paragonabile ad un bello e onesto viso, che avea
bisogno semplicemente d'esser lavato.
Farò alcune osservazioni sulle prime dieci pagine. — A p. i dice:
« Jones, che fu il primo presidente di una società per le ricerche
e asiatiche, sorta a Calcutta fin dal 1786, si esprimeva a questo prò-
€ posilo nel modo seguente >; mentre son le parole di Jones che ri-
salgono al 1786: la società asiatica fu fondata il 1774, se mal non
ricordo; difatti il testo dice. « ...batte... der erste Prasident einer
« in Calcutta zur Erforschung Asiens gestifteten Gesellschaft , sich
« tiber diesen Punkt schon 1786 folgendermassen geSussert ». O
forse tutto si riduce allo spostamento d*una virgola? — Ibid.
Non è felice la dicitura nel periodo: < Con esse la stringe..... una
« parentela così stretta, che non si può farla dipendere dal caso, e
« che è tanto certa da imporre ad ogni filologo... la convinzione ecc.>.
Era meglio dire, p. es.: < Con esse la unisce una parentela così
€ stretta, che non si può farla dipender dal caso, e tanto certa , da
« imporre, ecc. »; come non è felice l'espressione: < che abbiano
avuto col sanscrito la stessa origine » , dovendosi dire o : < la stessa
origine del sanscrito » o : « col sanscrito un'origine comune ». — A
p. 2, e passim : < giovani lingue > e forme giovani » ecc. a tutto
pasto, ha l'aria d'un tedeschismo : per noi è più proprio « recenti » ,
in tali casi. — Ibid. Dove dice: « innanzi al giudizio del tempo fu-
turo, dovrà far epoca senz'alcun dubbio Topera dovuta airingegno di
Bopp », oltre alcune altre lievissime imperfezioni, mi par ambiguo
queir « opera » che potrebbe parere un determinato libro, mentre
qui vuol dire l'indirizzo, l'attività. Difatti il tedesco dice: « die cpo-
chemachende Leistung des Bopp'schen Genius » cioè « Voprdy che fa
epoca, del genio di Bopp ». Anche quel e futuro », e qui e altrove,
e anche senza la compagnia di « tempo », per dir V < avvenire » (die
Zukunft) non è troppo opportuno, massime in un lavoro grammati-
cale. Né poco più giù è molto acconcio quel < notizia » per e no-
zione » (Erkenntniss), né < la cognizione » per « lo scandaglio , il
penetrare » e che so io (Einsicht). — Ibid. e Che fu introdotta dal
Klaproth (?) » $i legge nella nota, dove il tedesco ha « (von Klaproth.
>- ■ fi^
-359 -
aufgebrachte ?) ». 11 testo esprime il dubbio se K. sia stato T intro-
duttore^ invece la traduzione, dando ciò per certo, domanderebbe
invece chi sia codesto Klaproth. — A p. 3, il testo direbbe: Basti
ricordare il giudizio di W. (e qui lo riporta), e citar poi 1* afferma-
zione di B. (e la riporta); e il traduttore, forse per spezzare il lungo
periodo, scrive: € Basta ricordare, ecc. Ma si aggiunga, ecc. >. In
altri modi, anche con espedienti tipografici, si potea provvedere alla
chiarezza, senza commetter questa piccola infedeltà. Né mi piace di
più quella spezzatura che il traduttore ha messa nel periodo largo e
simmetrico del Benfey. Questi dice: e scopo di quest'opera (la Gr.
Comp. di Bopp) direi che fosse Tintelligenza della origine delle forme
grammaticali delle lingue indoeuropee , la comparazione di queste
lingue come mezzo per intender quella origine, la ricerca delle leggi
fonetiche come mezzo per quella comparazione. Il Merlo ha rotto il
legame coordinativo tra queste tre cose , sostituendovi la subordina-
zione della seconda alla prima, e la separazione della terza da tutte
e due. — A p. 4. « Ogni vento a caso e di leggieri può, ecc. >; sa-
rebbe meglio propriamente : « il vento del caso facilmente può ecc. > .
— A p. 5. Non mi par bello < visibilmente , ...lo Schlegel , ecc. »
per e evidentemente... lo S., ecc. »; ne « si avea formato la convin-
zione > per < s*era persuaso »; né quel < s'immagina > per « s'im-
maginava » (sich dachte), perchè toglie il colorito narrativo. — A
p. 5-6, abbiamo un periodo non molto felice: « Che Schlegel chia-
« masse poi, ecc. ^questo avveniva pienamente secondo lo spirito del
e filosofo romantico, t cui pensieri e le formole erano a lui tanto
« famigliari ». Qui, fra Taìtre cose, pare che il filosofo romantico,
I cui pensieri eran familiari a Schlegel fosse una persona diversa da
Schlegel. Avrei preferito, p. es.: « Che Schlegel chiamasse, ecc., era
cosa pienamente conforme allo spirito del filosofo romantico, del
quale egli aveva tutto il modo di pensare e d'esprimersi ». — A p. 8
si legge: « Sotto il nome di Verbo (parola del tempo) è da inten-
dere, ecc. ». Or questa parentesi riesce priva assolutamente di senso
per il lettore italiano, salvochè egli non sia pratico di tedesco e cosi
s'immagini subito che il testo debba avere, come difatti ha : < Unter
Zcitwort oder Verbum... ». — A p. 9, dove dice che il verbo essere si
nasconde € intellettualmente in ogni verbo », era meglio dire men-
talmente j o idealmente (begrifHich). Poco più giù il testo dice che
il Bopp in un certo suo periodo si rimette al lettore per la soluzione
— 360 -
d*una questione che sarebbe toccato a lui di risolvere, e propria-
mente: < ...denti Leser die Lósung einer Schwierigkeit :[ugeschoben
wird, die, ecc. >; e il Merlo traduce che « viene riferita al lettore la
soluzione, ecc. >, e poi neirerrata emenda: < attribuita al lettore >.
Doveva, io credo, scrivere: « deferita al lettore ». — E qui io mi
fermo. Il resto lo dirò in privato al Merlo s'egli lo vuol sapere; e
non vai poi la pena ch'egli voglia, poiché si tratta o di piccoli nei
di stile, o di sviste (poche delle quali capaci di tirar in errore il let-
tore) tutte dovute alla fretta; e il Merlo le avvertirà da sé, se rivedrà
con pace il suo lavoro. Il quale, tutto sommato, é eccellente.
In lingua turca sono espresse dentro il verbo istesso, mediante sil-
labe formali, certe idee accessorie che in altre fìngue si esprimereb-
bero con apposite parole. E il cumulo di queste idee accessorie può
arrivare a tal punto, ossia in una sola voce verbale se ne possono
concentrar talora tante, da aversi, p. es., dalla radice sev y amare,
una forma così : sevishdirilememek, la quale significa ' non esser ca-
paci di essere resi amici reciprocamente '. Questa voce, aggiungeva
taluno, si applicherebbe, per esempio, benissimo allo Czar e al Sul-
tano, che non e* everso di far stare in pace tra loro. Ma essa, che è
riferita tanto da Max Muller nelle sue Letture, quanto dal Whitnet
nel suo libro sulla Vita del linguaggio^ si applicherebbe pur troppo
non meno bene anche agli stessi MUller e Whitney, che non possono
stare senza pungersi ogni tanto Tun l'altro ! Non abbiam qui debito
né potere né voglia d'andar rivangando il diritto e il torto di questo
o di quello. Il certo é che tutti deploriamo asserì questo malumore
interminabile tra due valentuomini, degnissimi entrambi dell'estima-
zione e della riconoscenza dei dotti. Lo deploriamo, nonostante che
di quando in quando esso ci fruiti qualche cosa di bello e di buono,
cioè le critiche aggiustate, strìngenti, argute, del Whitney, contro a
qualcuna delle dottrine linguistiche troppo vaporose ed avventate del
Muller. Il Whitney ha un ingegno logico, dialettico, coerente, scevro
di fantasticherie, ed un buon senso veramente americano; e quindi
ha facilmente buon gioco contro il Muller, uomo dotto, certamente
e ingegnosissimo, ma facile , per la sua natura d' artista , a lasciar
- 361 -
sedurre da concetti e da dottrine più speciose che vere, e spesso con-
traddicenti ad altri concetti e dottrine da lui stesso accolte.
Una nuova prova di tutto ciò l*abbiamo nella beila dissertazione
del Whitney e suirincoerenza nelle teoriche intorno al linguaggio >.
La quale intanto s* apre con alcuni colpi , bene assestati , contro il
Renan. Sostiene questi (in quel suo mediocre libro sulT origine del
linguaggio) come i dialetti affini non sieno divariazioni posteriori di
un unico linguaggio primordiale, ma ogni linguaggio sia ab origine
franto in varietà dialettali; e di ciò adduce un esempio nei linguaggi
polinesiaci, che sono estremamente vari. Risponde il Whitney che
non sa perchè questi debbano servire come esempi di un linguaggio
primordiale, quasi fossero nati or ora; e osserva che col criterio del
Renan anche dei dialetti romanzi si dovrebbe dire che non ri.salgano
a una lingua unica, e se dal Renan non si dice, gli é solo perchè su
questo soggetto egli è raffrenato dall'esplicita testimonianza contraria
della storia. E quando il Renan dice che ogni dato tipo linguistico
(p. es. l'indoeuropeo) non se formato lentamente, ma è surto intero,
lutto d'un colpo, con tutta la struttura che gli è propria, < come Mi-
nerva dal cervello di Giove », il Whitney risponde con ragionevole
ironia che egli trova giustissimo questo paragone, poiché davvero
tanto è buona linguistica l'ammetter quel cosiffatto nascere dei
linguaggi, quanto è buona ostetricia il ritener possibile quel cotal
parto di Giove ! Anche Max Muller sostien la tesi renaniana della
dialettalità originale, per rispetto alle lingue germaniche , non am-
mettendo egli vi sia mai stato un idioma protogermanico co-
mune, e neppure u n idioma altotedesco e u n bossotedesco, mentre
pure conviene che i dialetti tedeschi, quanto più si risale indietro
nei secoli, più si trovan rassomiglianti e convergenti. E il
Whitney risponde ch'egli ha sempre saputo che le linee conver-
genti s' incontrano, non importa poi se i* punto d'incontro sia,
all'occorrenza, fuori della nostra visuale ; e che del resto T appuntarsi
di molte favelle, convergenti, in un'unica favella originaria, s'è più
volte trovato dentro la nostra visuale storica (lingue romanze, ecc.).
E infine, dove il Muller, come nuovo argomento contro l'esistenza di
un idioma protogermanico , aggiunge il fatto che i vart popoli ger-
manici quando invasero l'impero romano avean già i loro proprj dia-
letti, il Whitney risponde, che quest'è un argomentare simile a quel
che farebbe un Inglese che dall'essere Max MlSller emigrato in In-
'Hivista di filologia ecc., X. 24
- 362 —
ghilterra già uomo fatto ne deducesse ch'egli non sia mai stato bam-
bino. — Tutta l'erronea dottrina nasce, dice il Whitney, dairimma-
ginarsi, che fa il Miiller, una Germania e una Scandinavia semibar-
bare, fin dal principio popolatissime e formicolanti di tante tribù
affini ma ostili; mentre di certo quei paesi furono dapprima occu-
pati dalla immigrazione di una piccola comunità, di lingua e costumi
omogenea, la quale poi moltiplicandosi, e sparpagliandosi, e forse as-
sorbendo in sé popolazioni indigene anteriori, venne da ultimo a scin-
dersi in tante tribù serbanti solo in parte la primiera omogeneità.
Ma il più bello è, dice il Whitney, che il MUUer nega l'unità origi-
naria dei dialetti germanici mentre crede pienamente alla unità ori-
ginaria del germanico col celtico, col latino, col greco, ecc.! Nega
l'unità minore e il principio su cui essa si fonda, e consente che su
questo stesso principio si fondi una unità ben più cospicua qua! è
Tunità protoariana! Ecco le con tradizioni, le inconseguenze, la ' in-
consistency '.
Né il MUller, continua il suo avversario, ha un'idea precisa di dò
che significhi una ' famiglia * di lingue, là dove arriva a dire che non
è maraviglia che le famiglie sien tre sole, perchè già sisa che esse non
possono esser la regola, ma solo un'eccezione! Perchè delle lingue
costituiscano insieme una famiglia non occorre ch'esse sien molte né
che vi sia, in esse tutte od in alcune, splendore di lettere, antichità
di monumenti, ecc.: questo ci vorrà perchè sia una 'famiglia nobile*!
Ma una famiglia insomma si ha subito appena vi sia un qualche nu-
mero di dialetti affini , cioè risalenti a un unico linguaggio origi-
nario; sien poi selvaggi o poco numerosi quanto si voglia. E se un
linguaggio apparisce isolato, ei può essere ultimo avanzo d'una fa-
miglia distrutta, o aver troppo perdute le tracce della sua fratellanza
con altri idiomi ; e quindi o fa o sembra fare famiglia da sé. Ma lungi
dall'essere le famiglie un'eccezione, sono la regola; e quel che ap-
punto si sforzan di fare i linguisti è di ridurre più famiglie ad una
famiglia sola, per non averne un numero esorbitante (i). Per il MUUer
(1) Dice il W. che la famiglia turanica del Mtìller è una specie di
* olla podrida *, di intruglio di lingue diverse che il M. non sapera
dove mettere. Egli dice veramente : a a sort of omnium gatherum , or
refuse-hlap o, dove è notevole quel motto di 'latino maccheronico ' al-
l'inglese, che s'intende solo pensando al verbo inglese gather, racco-
gliere ecc.
- 363 -
invece si ha nel mondo un' immensa massa galleggiante, fluttuante^
di linguaggi selvatici, effimeri, bastevoli ai bisogni mentali d'una sola
generazione; e solo si formarono tre oasi linguistiche (ariano, semi-
tico, turanico), perchè tre razze sentirono spontaneamente la necessità
di consolidare, di render permanente e tradizionale , di petrifìcare,
<ii concentrare il linguaggio , e farlo , di naturale che era , storico.
Tutte idee vaghe e inesatte, dice il Whiiney, dappoiché ogni lin-
guaggio è tradizionale , anche se è selvaggio, e nessun linguaggio è
petrifìcato, neanche se è coltissimo.
Intanto mostra il Whitney il cattivo influsso delle idee vaghe del
MGUer sopra altri , p. es. sul Sayce (Introduzione alla scienza del
linguaggio, in due voi.); che, mentre usa di continuo la voce famiglia
nel senso che tutti i linguisti le danno , ed enumera 76 famiglie ,
salta poi tutt'a un tratto a dire che le famiglie sono eccezioni. E
mentre parla sempre di ' lingua-madre' , di 'primeva comunità ariana ',
in cui Lituani e Indiani fossero ancora un popolo solo ecc. ecc., a
un bei momento scappa a dire che una tal lingua-madre è una co-
struzione affatto ipotetica. E già, dice il Whitney;
quando lambendo le coste di un paese ignoto noi vediamo sboccare
un fiume e crediamo subito che esso scenda da quei monti che al-
l'orizzonte si mostrano 'ai nostri sguardi, noi allora facciamo una
ipotesi, perchè la sorgente non la vediamo ; potremmo anche farne-
ticare che si trattasse di una coalescenza d'atomi d'ossigeno e d'idro-
geno prodotta da speciali condizioni magnetiche! Eppure
Il Sayce dice : più barbara e più antica è una società, più è frazio-
nato il suo linguaggio; più indietro andiamo, e più numerosi, infi-
niti, sono i dialetti. Il Whitney qui ricorda quel dotto francese, il
quale, considerando che ognun di noi ha due genitori, quattro nonni,
otto bisnonni, argomentò che più si risale indietro e più numerosi fos-
sero gli uomini sulla terra; e il W. dice al Sayce: ecco, quel Francese,
v'ha giusto preparato quei tanti uomini necessarj per parlare i vostri
infiniti dialetti ! — In altri termini, e fuor d'ironia, è vero che è la
civiltà che accomuna uno stesso linguaggio a società diverse, e che
nella barbarie ogni società ha la sua propria favella , sicché se noi
risalghiamo ad un tempo di minor civiltà che non sia la presente,
ma di egual popolazione, noi troviamo più frazionamento di loquela
che non adesso ; ma se noi poi risalghiamo su su, a tal epoca in cui
la popolazione era ben minore , non ancora troppo moltiplicatasi e
— 364 —
propagatasi, noi troveremo assai minor numero di linguaggi che non
ora; perchè ogni società parlava, è vero, il suo, ma le società appunto^
eran poche!
Insomma il Whitney non vuol che si prenda subito per stato ori-
ginario uno stato tanto o quanto anteriore al nostro. Non bisogna
parlar d'origini vere, se non si oltrepassino tutte le origini più o
men prossime, tutti gli stadj intermedi, per antichi che sieno. Risa-
lire per dieci scalini, mentre per arrivare alla cima ve ne sono quin-
dici, e proclamare che dalla cima si veda solo quel che si vede dal
decimo scalino, è un solenne errore. Il Whitney si sa bene collocare
in tutte le diverse situazioni dei diversi momenti storici e preistorici
del linguaggio, e perciò non casca, come altri, in teoriche unilate-
rali, paradossali, insufficienti. Ogni nuovo fatto, e ogni ipotesi giusta,,
trova subito modo d'allogarsi nel suo sistema ragionevolmente largo
ed elastico. E perciò tutto il ragionamento suo contro la dialettalità
originaria dei linguaggi non mi è parso punto smentire quello che
io ho fatto più sopra sulla dialettalità già sviluppata nel protoariano
ancora indiviso. È questione puramente cronologica. Certo c'è stata
una fase primordiale in cui Tidioma ariano non era suddiviso in dia-
letti; ma ciò non vuol dire che la suddivisione in dialetti non sia
successa prima del distacco delle varie lingue indoeuropee dalla lingua
madre.
Sull'altra memoria del nostro autore, « Coerenza logica nelle teo-
riche sul linguaggio », non mi fermerò a lungo, poiché essa non è
che un riassunto limpido, preciso, conciso, delle teoriche già esposte
da lui nel suo bel libro da me tradotto. Gioverebbe tradurre anche
questo riassunto, ma io non ho tempo, e qui non ho neppure luogo.
Spigolerò alcuni periodi qua e là, che mi pajon più degni di nota.
Circa il principio dell'economia e della comodità come ragion suf-
ficiente di tutte le mutazioni fonetiche egli qui fa più riserve che non
ne facesse nel libro, epperò concorda con quel che noi abbiamo detto
più sopra sullo stesso soggetto : cnearly everything in pho-
netic change is to be ascrived to the working of the tendency to
economy; but the details of this working are sometimes very intri-
cate, and, in our present imperfect comprehension of the physical
- 365 —
processes of utterance, not alitile obscure >. Circa la teoria boppiana
della genesi delle forme mediante T agglutinazione, egli dice che se
in sole poche forme si vede chiaro quali fossero gli elementi agglu-
tinati, ciò non infirma il principio boppiano, allo stesso modo che
l'esserci molte persone che non hanno attestato un fatto non distrugge
la testimonianza di poche che l'assicurano ; ed osserva che è troppo
naturale che la etimologia delle forme sia spesso oscura come lo è
spesso la etimologia delle parole. — Circa il trilittero semitico, < il
più arduo problema, forse, nella storia del linguaggio > , egli con-
sente che esso dev'essere uno sviluppo secondario e peculiare, anche
se non si riuscisse < a rintracciare con soddisfacente chiarezza i passi
di questo sviluppo >. Le quali parole implicano, se non un'adesione
concreta , almeno un riconoscimento di principio delle
ricerche ario-semitiche dell'Ascoli. — Ammette che nessun esempio
si dia di un linguaggio che diventi agglutinante o flessionale sotto
gli occhi nostri; ma ciò contrasta con le affermazioni del Bóhtiing
sulle lingue turaniche riferite da Delbrijck nel libro di cui abbiam qui
discorso [p. 71 seg., della traduz. 76 seg.j.
Nonostante le divergenze che ogni scienza naturale o storica non
può non avere, la glottologia è ad ogni modo una di quelle in cui
maggiore è la concordia sostanziale tra i var) coltivatori; e checché
possa parerne, in certe ore di sgomento, ad alcuni fra i più autore-
voli suoi maestri, come Delbrlick e Whitney, essa batte ancora, fi-
dente e sicura, quella via regia che le aperse a principio di questo
secolo il genio sovrano di Francesco fìopp.
Napoli, ottobre 1881.
F. d' Ovidio.
D. S, ^ A p. 322, a metà, nella parentesi che finisce con « Pick »
aggiongi: a e nel campo neolatino il Flecbia ». — E a p. 347, dove in
nota ho toccato delPopinione del Curtius circa la gutturale che non possa
mutarsi in altra consonante piCi avanzata verso le labbra, devo avvertire
<;he il Curtius v'ha ora fatto notevoli e giusti ritocchi [Grunds^, 446-7).
F. D' 0.
- 366 —
'BIBLIOG%AFIA
Studi di Filologia Greca pubblicati da E. Piccolomini. Voi. I, fa-
scicolo I, pp. VII- 106. Torino (Loescher) 1882.
Con questo fascicolo inizia il prof. Piccolomini la pubblicazione
di lavori di filologia greca, così suoi come dei suoi scolari , e ci dà
per ora: i® Osservazioni sopra alcuni luoghi delle Rane di Aristo-
fane (E. Piccolomini). 20 Alcune favole dello ZT€<pav(Tii^ kqI MxvTf
XdTiiq, secondo una redazione inedita di Prete Giovanni 'EaKafLipana-
névo^ (Vittorio Puntoni). 3® Saggio sulle glosse Aristofanesche del
Lessico d* Esichio (Francesco Novati). Ai tre lavori è premesso un
'preambolo* del Piccolomini, in cui si dà ragione della pubblicazione
e si esprime la speranza, naturalmente anche in noi vivissima, che
non manchino collaboratori bravi e volenterosi pei futuri volumi.
Io credo che il Piccolomini abbia avuto un'ottima idea, e non
avrei riputato necessario che la giustificasse nel preambolo. Ho de-
plorato anche io altrove che l'attività dei nostri giovani filologi vada
per lo più spesa in lavori di poco men che pura compilazione, e non
posso quindi che applaudire ad un tentativo diretto a far diventare
abitudine generale della gioventù filologica italiana quella che sven-
turatamente e stata finora aspirazione di pochissimi, e tradotta in
atto ha meritato persino disdegni orgogliosi e insolenti sarcasmi. Si
ha un bel parlare di diversità di razze, di diversità d'inclinazioni, di
diversità d'ingegni : il metodo scientifico non è che uno, e non vi ha
scienza che possa e voglia annoverare fra i suoi cultori chi parassiti-
camente intenda coglierne i fiori senza aver contribuito né punto né
- 367-
poco a farli germogliare. O sarebbe forse la filologia classica più fa-
cile ed arrendevole delle sue altere sorelle ? Se dunque fosse proprio
vero che noi non si avesse attitudine alla critica verbale e alla in-
terpretazione metodica e, in generale, alle ricerche minute e noiose,
se fosse proprio vero che noi non si sapesse far cosa che richiegga
non solo acutezza di ingegno, ma anche pertinacia di volontà, abne-
gazione e conoscenza non dilettantesca della base di ogni filologia,
delia lingua, ci sarebbe senza dubbio un consiglio da dare ai nostri
concittadini, ma non sarebbe già quello di far della filologia a buon
mercato, a spese di chi ha lavorato per noi, bensì quello di rinun-
ziarvi addirittura ! Fortunatamente queste non sono che comode ipo-
tesi di inerti e boriosi personaggi, e le smentiscono a pieno i lavori
di chi, senza scuola, con le sole risorse dell'ingegno e della passione
per gli studi classici, seppe indovinare il metodo filologico e da quella
stessa cattedra, onde oggi così degnamente insegna il Piccolomini,
infervorarci efficacemente per questa vecchia scienza che non pro-
mette né agi né onori e che in Italia, a preferenza di qualsivoglia
altro paese, esige dai suoi adoratori non meno disinteressato che caldo
amore.
Dalle Osservazioni del Piccolomini sopra le Rane di Aristofane,
anche se noi non dicessimo verbo, si aspetterebbero senza dubbio
molto quelli dei lettori che conoscono i suoi studi critici sulle Nubi
e sugli Uccelli, Evidente mi è sembrata la prima osservazione riguar-
dante l'interpretazione delle parole (v. 67) kqI roOra toO xcOvriKÓTo^;
e del noto scolio sy questo luogo. Se finora proprio nessuno dei mo-
derni interpreti si è accorto che con quelle parole si distingue TEu-
ripide morto dall'altro Euripide figlio o nipote del morto, vuol dire
che ciò sarà avvenuto per influenza delle parole xal toOto, le quali
portano abbastanza facilmente alla falsa interpretazione : * senti (amo-
roso) desiderio di lui quantunque morto ? '.
Non senza interesse sono anche le osservazioni sui vv. 167 sgg.,
quantunque il P. stesso non è sicuro di aver trovato il vero. Certo
nessuno vorrà più sostenere V atetesi dell* Hamaker , anche non es-
sendo contenti delle congetture 6oti^ aÙTÓ0' ^pxerai ovvero 60ti^ ènl
toOt* JpX€Tai. A me sembra che il precedente èKq)€po|uiéviuv basti per
sé solo ad indicare la vìa dell'Hades : si potrebbe allora pepsare, po-
niamo, ad fiaxK èiriTàE ^px€Toi oa qualche cosa di simile. Per èxriTdf
si vegga Nauck, Trag, Gr. Fragm,^ p. 355 (Eur., Fr.y 294, 2).
- 368 -
Sotto ogni rispetto soddisfacenti mi sembrano invece la emenda-
zione (vv. loo s§.) :
AIO. ToOe* ie* fjTTOv GaT^pou.
le'ijircp Épx€i. £AN. òcOpo 6€0p\di 6éairoTa —
in luogo di :
HAN. I0*fi7r€p lpx€i. 6€0po òcOp*, ili ò^airoTo —,
e la interpunzione (v. 655) :
01 K. ènei TTpOTiii^q Y* oòbéy — AIO. oùòév ^oi |uiéX€i.
01 K. paòiax^ov xfip* èarlv ktX.
Per contrario lascia incerti così noi come il P. stesso la conget-
tura, ottima del resto quanto a senso, \ii\ xatpijLi TCi)h€ irpéirouaiv
(v. 358), e forse anche la diversa distribuzione dei personaggi nel
V. 749. In questo luogo anzi crederei che con la distribuzione
HAN. t( òè iroXXà irpàTTuiv; OIK. di<; |uià Al* oùò^v. HAN. oWèrtO»
ó|UlÓTVt€ Z€0 ktX.
la parafrasi che ci dà il P. toOto ttoiuiv oGtui^ ifòoiiat, ili^ |uià Ai' oùòèv
iToiiIiv ifòoiiai non significherebbe già, come P. vuole, * ci prendo tanto
gusto quanto in niun'altra cosa ', ma forse piuttosto ' ci prendo tanto
gusto quanto a non far nulla \
E neppure pel locus conclamatus (v. 790] il P. mi toglie ogni
dubbio. Si tratterebbe, a suo credere, di una antichissima interpola-
zione; ma questo antico interpolatore, che doveva pur sapere me-
diocremente il suo greco, avrebbe scritto senza scrupolo kòkcIvo^ ed
OiTcxtifpTic'cv ? E a che scopo avrebbe interpolato ? Ero piuttosto pro-
penso a credere che sotto KdKCtvcK si celasse il nome di un poeta; ma mi
avvedo ora che così si andrebbe incontro a difficoltà anche maggiori.
Finalmente pel v. 1 124 il dubbio del P. mi sembra giustificato;
non può non farci una certa impressione che con tòv è£ 'Opeaxeia^ si
indichi uno dei tre prologhi dell' Orestea, Ma non vorrei neppure ic
mutare tòv in nv' (mutazione proposta, del resto, già dal Wieseier)
e opterei col P. per la ripetizione del v. 1126 innanzi al v. ii25.
Alle Osservazioni tien dietro una collazione del codice Cremone;
- 369 -
12229, L. 6, 28, fatta dal Novati sulla edizione del Meineke ; e una
tavola delle discrepanze fra la collazione del cod. Ambros. L. 39 sup.
pubblicata dal Velsen nella sua recente edizione delle Rane e quella
eseguita non ha molto dallo stesso Novati. Ma dell* importanza di
queste collazioni potrà dare giudizio soltanto chi si sia occupato sul
serio di critica Aristofanea.
Nel lavoro del Puntoni abbiamo trovato molta accuratezza e dot-
trina, e saremmo troppo fortunati se molti giovani facessero con la-
vori di egual merito la loro prima apparizione nella così detta re-
pubblica letteraria. In una non breve introduzione il Puntoni deter-
mina il valore della redazione da lui pubblicata rispetto alle altre
redazioni conosciute, che egli ha tutte accuratamente studiate, e ac-
cenna senza esagerazioni alla importanza che essa in singoli casi
potrebbe avere per la recensione dello Ip€q)avÌTii( koI *lxvT]XdTri^ di
Simeon Maestro, donde appunto Prete Giovanni ha tratto le sue 21
favole, per lo più frettolosamente epitomando, sempre aggiungendo di
suo èmiuiOBta spessissimo insulsi. E con opportuni raffronti stabilisce
infìne che la redazione di Prete Giovanni deriva da un codice assai
diverso dall'Amburghese, su cui sì fonda la recensione Starkiana
dello Stephanites, e molto più vicino ai codici Vaticano, Laurenziano
e Barberiniano, dei quali il Puntoni possiede collazioni in parte
proprie e in parte favoritegli dai professori E. Teza ed I. Guidi.
Ho letto non affatto disattentamente queste favole, e per quanto
mi manchi tutto il corredo di cognizioni necessario (i) per giudicare
di un testo di tal natura, oso nonostante assicurare che dal punto di
vista filologico l'editore ha fatto il suo dovere. Ma non vorrei con
ciò garentire che proprio tutte le sgrammaticature che il Pun-
toni, con prudenza lodevolissima, il più delle volte non ha voluto
neppur tentare di correggere, sieno davvero imputabili a Prete
Giovanni piuttosto che ai copisti. Non ho gran stima di lui, ma
stento, per esempio , a credere che , pur conoscendo e adoperando
talvolta, secondo grammatica, il così detto genitivo assoluto, e' si
permetta altre volte, in senso analogo, un nominativo che è troppo
assoluto per non essere spropositato. Valga ad esempio òaxoOaa
(X, 3). E in quella stessa favola (X, 8 sg.) dovremo proprio tollerare
irap'%tv (p€po\xévr[ per irap* i^iiiliv (pcpoiiévn ? Ma naturalmente io temo
(l) Cfr. E. Teza nel Giornale Napoletano, 3 (1881), voi. VI, p. 161-171.
- 370 -
di citare i moltissimi altri luoghi che a me, come ad ogni profano
di quella specie di greco, sembrano corrotti; esorto anzi ad avere
molto maggior fiducia nel Puntoni che in me, che giudico soltanto
da quello che egli ha pubblicato. Così nella nota favola della scimia
(Tt{6iiK0^) spaccalegna, di cui si dice (III, 3) che iw daui i\v daxoXoO-
|Li€vo^ T^ axia^i ToO EùXou auvéPri, tOùv PrYiixàtiuy toOtou diropXiidévTuiv
Ti&v ndXuAff KpaTiiOffvai toù^ àpx^K aùxoO, io avrei avuto la tentazione
di correggere KaTcpxOffvai o Ka6€px6f)vai : e probabilmente avrei avuto
torto, perchè lo stesso verbo KparetaOai ricompare insistentemente in
altre favole in significato identico o afHne, e forse sarà già neir ori-
ginale donde epitomava il nostro buon Prete. Nonostante non so del
tutto resistere al * demone della congettura ' (sempre preferibile, del
resto, aWangelo della pigrizia intellettuale), e neirèmiiiOOiov della fa-
vola II : ó )i06o(; òiiXot òri iroXXdia^ t4» al(pviò{ip toO irpd^iuiaTo^ òou-
XoOvTQt TÒ <pp6vr\yLa (ol toxupoi?) ktX., al òouXoOvtqi per me quasi
inintelligibile propongo di sostituire òiiXoOvTat (o anche 6oXo0vTat(i]),
e chiedo scusa se , a proposito di Prete Giovanni , richiamo alla
memoria di qualcuno il q)p€vo5aXf|^ Eschileo.
Il nome del Novati non è nuovo agli studiosi di Aristofane, i quali
ebbero già da lui, oltre gli studi sul codice Cremonese, la grata sor-
presa di un indice di commedie Aristofanee scoperto in un codice
notissimo e da molti studiato, fra i quali dalT Elmsley! Il Novati è
una vera speranza per gli studi non solo di filologia classica ma
anche di filologia italiana, anzi è da un pezzo ben più che speranza ;
ed io che non ho avuto sinora occasione di occuparmi seriamente
né degli Scolii ad Aristofane ne del Lessico Esichiano, non ho dav-
vero il coraggio di servirmi di quello che ho imparato dal suo scritto
per muovergli volgari obbiezióncelle, le quali potrebbero provocare
il sorriso delle persone competenti. Invece nessuno sperabilmente
troverà da sorridere o deridere, se dirò che il lavoretto del N. è dei
più interessanti che si potessero fare sulfargomento, e che alcuni dei
suoi resultati hanno tali caratteri di evidenza da imporsi egualmente
(1) V. i Lessici 8. V. GoXoOv ed èfriGoXoOv e Dion. Cass., 38, 2: rà
)nèv fàp Oirèp tù>v dXXoTpiujv X€YÓ|u€va, dirò òp0r,^ xal dòiaqpGópou Tfjq
Yvil).uri^ irpo'ióvTa, xaipòv èq rà indXiaxa Xaupdvei * òxav hi òf| TTd8Tmd ti
Tf|v M^uxi^v xQTaXdpr], OoXoOrai Kal aKOToOrai xal oùòèv bOvarai
Kaipiov èvvonaai.
- 371-
a profani e ad iniziati. Fra questi resultati evidenti metterei anzi
anche quello che il N. pare consideri soltanto molto verosimile, la
ricostituzione di un articolo iroX€|Lii<TT/|pio tratta da Esichio, da Fozio
e dai nostri Scolii (p. 86). Degna di ogni lode e scritta molto luci-
damente è la introduzione storica sul Lessico di Esichio, e in ge-
nerale tutta la dissertazione si raccomanda per chiarezza di forma e
di concetti. Che se in un annunzio bibliografico è proprio indispen-
sabile dichiararsi meno contento di qualche cosa, ho anche io una
inezia da notare. A p. 83 il N. parla del x^Xiòóvtw iiiouaeta come
espressione di Euripide parodiata da Aristofane, in quanto questi la
avrebbe volta ad altro significato: io per conto mio non ho potuto
mai dubitare che la parodia consistè nel sostituire xcXiòóvujv alla pa-
rola diiòóvunf adoperata da Euripide, e ad Euripide (Fr. 89, 2) re-
stituita per felice divinazione del Meineke.
In conclusione noi ci auguriamo che i futuri fascicoli degli 'Studi
di Filologia Greca ' valgano sempre quanto il primo, e crediamo cosi
di non avere espresso tiepidi auguri per l'avvenire deirEllenismo in
Italia.
Firenze, gennaio 18S2.
G. Vitelli.
La Pitia X di Pindaro, Saggio di G. Fraccaroli. Verona, 1881.
È questa una versione ed un comento del primo lavoro, che si co-
nosca, di Pindaro. L'A. prende le mosse indagando quale potesse es-
sere l'età del poeta allorché scrisse quest'ode ; dà un breve sunto del
carme, e lo fa seguire da alcune osservazioni estetiche, le quali pa-
rendomi qua e là soggettive, meriterebbero più ampia discussione di
quello che i limiti d*un resoconto non mi consentano ; sviluppa in-
fine una questione che i critici hanno sollevata da un pezzo, sopra
il significato fondamentale della digressione che forma il mezzo del-
l'ode, nella quale il poeta ci canta d'un viaggio di Perseo agli Iper-
borei col favore di Minerva. Suppongo che il lettore conosca il com-
ponimento Pindarico. Però basti dire riassumendo, come il Dissen le
attribuisce un valore puramente morale, di persuadere la temperanza
nei desideri, perocché gl'Iperborei sono felicissimi, non per altro se
- 372 -
non perchè sono altresì molto pii, e si contentano di quel che pos-
sedono. Il Boeckh congetturava che Perseo, progenitore di Ercole,
avesse culto speciale presso gli Alevadi, per commissione dei quali
V ode stessa fu scritta. Il Rauchenstein faceva notare di proposito,
come il punto principale della digressione consista nel contrapposto
che si fa spiccare tra la felicità del vincitore e del padre suo, che ha
toccato gli ultimi confini prescritti air uomo; e quella di Perseo, il
quale col favore degli Dei (ma solo con questo) era potuto giungere
a quei paesi fortunati.
Succedeva Ticone Mommsen, al quale aderiva il Rauchenstein, e
voleva vedere nella digressione Pindarica un*allusione alle condizioni
. politiche della Grecia : Scoppiava, così egli, in quel torno la ribel-
lione delle città ioniche in Asia coll'aiuto degli Ateniesi; e non è
improbabile che ambasciatori persiani si trovassero alla corte degli
Alevadi, amici, perchè principi, dei Persiani e degli ottimati, e poiché
i Greci facevano derivare i Persiani da Perseo, viene da sé che Pin-
daro facesse profetare da Perseo il castigo dei Nassi che nell'Ol. 69
avevano scacciata la nobiltà. < Poiché Perseo porta la morte agli
isolani. Quando gli Dei ti sorreggono nulla é meraviglioso. Ma chi
è poi la Gorgone? Il popolo dalle molte teste >.
Il Fraccaroli accenna bene a tutte queste opinioni, ma non vi si
acqueta, e si domanda : Perchè mai Pindaro fa volgere a settentrione
Perseo, mentre la Gorgone, cui l'eroe doveva uccidere, stava, secondo
alcuni, ad occidente alTestremità della Libia, e, secondo altri, nelle
parti dell'Eritreo e dell'Etiopia a mezzodì ? E soggiunge : « Nell'an-
data di Perseo agli Iperborei, io ci vedo adombrata la spedizione di
Dario contro gli Sciti. Perché mai, se fosse altrimenti, avrebbe il
poeta fatto andar l'eroe fin lassù ? Per giungere all'occidente ? Se al-
lude all'impresa di Dario, mi par tutto chiaro; allora l'escursione
contro gli Sciti non é che il prodromo d' una spedizione nell' occi-
dente >; e qui il Fraccaroli accennando che l'impresa di Dario non
ebbe, è vero, grande successo, conchiudc (così interpretando il par-
lare di Pindaro) < badino dunque a sé gV isolani (nota che non dice
quelli di Serifo) che non sopraggiunga loro rovina ».
Non ho riportato così per disteso le due ipotesi del Mommsen e del
Fraccaroli, se non perch'elle mi sembrano presentare la soluzione
della questione, ma non esporla nella sua luce. Non dirò col Mezger,
come l'ipotesi del primo, che nobili Persiani si trovassero alla corte
- 373 -
degli Alevadi, e che per compiacere ai medesimi Pindaro inserisse
questa disgressione, non ha per sé veruna prova di fatto che la con-
forti. Ma osservo che Pindaro, proprio nel principio della digres-
sione, esclama :
vaual ò*oOt€ ttcZò^ libv àv cOpoiq
è^ Tircpgopéujv àtuùva GauinaTàv óbóv.
che il F. stesso così traduce :
e La strada
Cercar dell'Iperborea contrada,
In terra o in mar non vale ».
Or bene, o si supponga che V ode sia stata scritta nientre si face-
vano in Persia i preparativi per la spedizione contro gli Sciti, o du-
rame, o dopo la medesima, la digressione intesa a modo del Frac-
caroli, riesce un appunto al re di Persia, dopo i versi surriferiti.
Perchè alla perfine anche Dario era un uomo, e non gli stava bene
tentare imprese superiori alle forze dell'umana natura; molto meno
che ad ogni altro a lui, il quale succedeva a Perseo ritenuto capo-
stipite della nazione persiana. Ma Pindaro ha voluto stabilire una
proporzione: come Perseo andò agli Iperborei, così Dario agli Sciti.
Senonchè questo riscontro che cosa importerebbe all'argomento del-
l'ode ? Chi non vede come questa supposizione noccia all'effetto este-
tico del componimento ? Che Pindaro abbia potuto fare assegnamento
suirinterpretazione possibile delle sue parole, non è solamente pos-
sibile, ma forse ancora verosimile, perchè ci spiega il tocco legge-
rissimo, e proprio di sfuggita, col quale accenna agli isolani spenti
da Perseo colla testa della Gorgone ; ma questo senso non doveva
essere il più appariscente e principale del mito, il quale non doveva
avere essenzialmente altro valore dal morale accennato di sopra.
Infine, il sig. F. ci ha dato una versione in versi del carme Pin-
darico. Versione che merita lode, sebbene si scosti un po' troppo
qua e là dall' originale. Così al verso 4 il kqt' fixaipov è reso con un
insano anziché con inopportuno; particolarmente poi il verso io e segg.
sono tradotti con troppa libertà :
— 374-
"AiroXXov, fXvKÒ 6' àv9pi(iTrujv TéXo^ àpxd t€ ba(|uiovo^ òpvuvTO<; aOEcrai •
ó jiév irou T€a^ T€ iifiòcai toOto éirpaEcv
TÒ hi auTY€vè^ è)iPéPaK€v txvcaiv irarpò^
E il F.:
« Liete le mosse auspice Dio, — si cura
La meta dei mortai : — Febo, è tua cura
Questa, che lo incorona.
Ed è del padre la virtù », ecc.
Nella quale versione, a tacer d'altro, ognun vede come vada lungi
dal senso del testo il F. interpretando il tXukù doppiamente per lieto
e per sicuro.
Convien però dire come questo sia tra i luoghi più intralciati del-
l'ode; e a me sia lecito proporre a questo luogo una nuova lezione,
la quale, secondo me , agevolerebbe V intelligenza di questo luogo ,
perchè colla semplice apocope del v di àvOpidtiiuv, avremmo il duale
àvBp\i)jiw, 0 potremmo tradurre così :
O Apollo, il fine ed il principio soave dei due uomini (d'ippocle
e di suo padre), sarà abbellito viemmeglio, procurandolo un Dio :
l'uno toccò il primo (cioè il fine) per opera tua; e il discendente si
è già avviato sulle orme del padre.
Quest'interpretazione, a mio avviso, spiega meglio d'ogni altra quel
tAo^ àpxà T€, riferendolo a padre e figlio : réXo^ del padre, àpx<i^ dei
figlio. Permette di tradurre quel iroù che altrimenti non ha senso,
di contrapporre T ó név al tò òé, e di voltare la voce ouTT^vé? in
modo semplice e piano; perchè l'intenderlo per un accusativo di re-
lazione : ad virtutem innatam quod attinet, è un darle il senso di
Chiudendo questi cenni, colla severità colla quale li abbiamo con-
dotti, noi non vorremmo leggere frasi e dizioni come queste: ma
non è mica neanche dovere con tanti n che si danno sulle calcagna:
ovvero: se non si sapesse.., si potrebbe interamente convincersene per:
chi non lo sapesse.,, potrebbe ecc. Non lo vorremmo, diciamo, perchè
vediamo nel sig. F. un amoroso cultore degli studi classici contem-
poranei ; né a siffatti è permesso di essere né affettati, né trascurati.
■
Torino, gennaio 1882.
Alessandro Arrò.
~ 375 -
Zakonische Grammatik von Dr. Michael Deffner , Erste Halfie.
Berlin, Weidmann, 1881.
È un fatto che lo studio del neogreco e principalmente quello dei
dialetti fino ad oggi parlati nelle diverse contrade abitate da* Greci,
può riuscire di grandissima importanza per la conoscenza del greco;
ma è pur anche vero che la maggior parte de* filologi che rivol-
gono le più minute cure allo studio d*ogni avanzo antico, poco o
nulla si curano della lingua ancor viva. Una delle ragioni di questa
trascuranza, gon potendo qui accennarle tutte, n*è certamente il ben
piccolo numero di lavori veramente scientifici che possediamo in-
torno ai dialetti neogreci ; come fino a questi ultimi tempi, per la
mancanza di convenienti edizioni di testi della grecità medioevale, fu
eziandio impossibile il seguire lo svolgersi della lingua letteraria at-
traverso i secoli tenebrosi della decadenza e dell'oppressione straniera
della Grecia. Ma quanto più scarso è il numero di lavori che ci pos-
sono informare intorno agli svariati dialetti parlati dagli odierni
Greci, con altrettanta cura, mi sembra, debbonsi fare conoscere gli
studi che sono diretti a riempire una lacuna nel corredo nostro per
lo studio della grecità in tutta la sua estensione. Ed è perciò che vo-
gliamo fare un breve cenno dell'opera sopraindicata intorno ad un
dialetto, il cui studio riesce della massima importanza per la cono-
scenza del dorismo, o per meglio dire, del dialetto laconico, di cui
il zacone è il continuatore. Ninno meglio del prof. Deffner poteva
fornirci un lavoro che a nostro parere verrà accolto col massimo
favore. Glottologo di vaglia e da anni stabilito in Grecia, ha potuto
fare lungo soggiorno nel distretto montuoso, tra Nauplia e Monem-
basia, ove in una città, sei villaggi ed alcuni casolari isolati, dodici
o tredici mila uomini parlano questo dialetto, per lo studio del quale
la bocca del popolo è Tunica fonte a cui attingere; popolo la cui
esistenza in quell'angusto tratto di terra è anco un interessante pro-
blema istorico. Le prime notizie di questo dialetto son dovute ad un
greco del XV secolo, il Mazaris , poi ne parla il Gerlach (^574); il
Villoison nei Prolegomeni agli scolii deiriliade è il primo che rico-
nosce la sua vera natura, il Thiersch prova che è un dialetto vera-
mente greco, il Deville francese ne dà una notizia più completa (i), e ne
tratta anche M. Schmidt negli Studi di G. CurtiuSy III, p. 345-376. Ma
ora soltanto possiamo, per l'opera del Deffner, sperare uno studio ve-
ramente completo, fatto con tutto il corredo della scienza moderna,
studio che era urgente, dacché il dialetto stesso sta per iscompa-
(1) Vedi la recensione della sua a Etude sur le dialecte Zaconien »
inserita dal nostro Comparetti nel voi. XVIII della Zeitschrift di Kuhn.
-ade-
rire e a cedere il posto al neogreco comune. Il valente docente della
università d'Atene aveva già inserito nel suo Archivio fur mittel-und
neugriechische Philologie (Atene, 1880, fase. I e II) due dissertazioni
{Das Zaconische als Fortet^twicklung des laconischen Dialects — Das
:{aconische Verhum und scine Formcn)^ ma ora espone, in una gram-
matica di questo dialetto, di cui però finora non è comparsa che la
prima parte, la fonologia, i risultati de' suoi studi, dei quali ci oc-
cuperemo estesamente appena sia uscito tutto il volume. Per ora ci
limitiamo ad annunziare brevemente Timportantissima pubblicazione
agli studiosi italiani, ed aggiungiamo che s'attende un altro frutto
delle ricerche fatte dal Deffner con sacrifizio ed abnegazione in quella
interessante parte del Peloponneso in cui per lungo te;npo Venezia
ebbe dominio diretto, cioè una < descrizione pittorica della Zaconia >,
di cui finora non abbiamo visto che il programma.
IVecr'ologia.
Da Parigi ci è giunto il doloroso annunzio della morte di CARLO
GRAUX* Giovanissimo, egli aveva già. molto lavorato pel pubblico ]
e in tutto quello che conosciamo di lui , dai primi tentativi critici
negli Esercizi della Conferenza filolofica del Tournier sino ai suoi
più recenti articoli nella < Revue Cntique >, nel suo Coricio non
meno che nel suo Plutarco, nelle pazienti ricerche sticometriche del
pari che nello splendido volume sui mss. greci dell' Escuriale, dap-
pertutto trovammo perspicacia, erudizione, carattere di vero e pro-
prio scienziato. Ma dei suoi meriti di filologo e di paleografo meglio
di noi parleranno i suoi amici francesi ; noi non vogliamo che espri-
mere il sentimento di dolore che abbiamo provato.
Carlo Graux è morto vittima di violenta lebbre perniciosa, soltanto
pochi giorni dopo che egli era tornato a Parigi da un viaggio scien-
tifico in Italia. Quanti in Firenze lo conobbero, ne ammirarono le
cortesi maniere, la dottrina, l'entusiasmo di filologo e di paleografo.
Tutti ora lo rimpiangono con vero affetto, e tutti contrista il sospetto
che dalla nostra Italia e* riportasse in patria il germe del terribile
male che lo spense cosi giovane, così pieno di vita e di non vanitose
speranze ! Io che scrivo queste linee avevo trovato in lui un amico,
ed è soprattutto l'amico che ora rimpiango. Nel tornare da Roma
ripassò per Firenze il 20 dicembre, oggi è un mese; e non lo vidi,
perchè appunto in quei giorni la morte aveva visitata anche la casa
mia.Mi scrisse un biglietto che mi fu di consolazione, e mi rimane
ora come doppiamente mesta memoria.
Auguro di tutto cuore alla Francia che presto si trovi chi occupi
degnamente il posto che il Graux ha lasciato vacante nella Filologia
francese; ma non meno caldamente le auguro una schiera di dotti,
che possano contendere al nostro caro estinto il vanto dell' essere
molto amato.
Firenze, 20 gennaio 1882.
G. Vitelli.
Pietro Ussello, gerente responsabile.
QUAESTIOV^ES C%ITICAE
Ut inde quaestiones meae proficiscantur, unde totius an-
tiquitatis studiorum principia ducuntur, primus Homerus
tractetur.
Constai dogma esse insitum dociis illis, quos Lachman-
nianos appellant philologi, esse in primo Homeri Iliadis
libro diversorum carminum contaminaiionem neque res sic
esse compositas, ut piane inter se cohaereant. Idque cum
aliis argumentis tum e v. 493 intelligi putant
àXX'óie bf\ ^'ìk toTo òuujbeKdTTi fév€T't^iù<;
quem versum defendi suo loco non posse, nisi quid sit,
quo *èK ToTo* referatur. nihil autem est in superioribus ver-
sibus dictum, ad quod pertinet, neque versu Q, 3i excu-
satur, ubi similem difficultatem habemus atque hoc loco-,
nam ne eum quidem versum iusto loco esse patet. Sed ut
id omittamus, non convenit temporum ratio, qualem nunc
habemus in v. 423-425, cum aliis rebus, quas poeta nar-
ravit. Eis enim versibus luppiter reversurus esse dicitur
duodecimo die, postquam Thetis ad filii colloquium venerat.
Et revertitur sane die duodecimo, sed *èK toTo*, id quod quo
T{ÌvisU di filologia ecc., X. 25
— 378 -
loco nunc legitur tantum potest referri ad Ulixis expedi-
tionem, quae antea descripta est. Ergo si dies accurate nu-
meramus, cum v. 476-477 dies et nox praeterierit, luppiter
re vera non duodecimo die post illud colloquium redit, sed
die decimo quarto seu quinto. At enim viri doctjssimi, pe-
ritissimi carminum Homeri ab hac sententia dissentiunt,
quorum auctoritatem apud multos hoc tempore plurimum
valere intellego. Quid igitur dicunt illi viri ? consentiunt
rectissime Lachmannum vidisse, sed putant hoc loco tem-
porum rationem non habuisse nec poetam nec auditores.
Quid? num ipsos effugit illa contradictio ? an dubitant, num
id quod ipsi viderint, alii item perspiciant ? vereor, ne qui
librum primum Uiadis, qualis nunc est, defendant, cum
illas res inter se repugnantes animadverterint, se ipsi re-
fellant. lam vero musae Homeri quae potest medicina in-
veniri? insani medici sunt, qui aegrotum si vident nunquam
piane posse sanari, priusquam mortuus sit, in partes dis-
secare volunt: sic ne bcstiam quidem tractare fas est. Quae
cum ita sint, remedia adhibenda vel desperatissimis et ea
semper vitanda, quae ipsam mortem afferant. Atque illud
in primis iure me semper aegre tulisse puto, quod eo qui
nunc est in libro primo rerum ordine Ulixis navigati© in-
terrumpitur non modo exercitus piaculo, sed etiam Bri-
seidis ex Achiliis tabernaculo deductione, quae deductio a dei
conciliandi Consilio prorsus aliena est. Exspectaveris enim
post exercitus purgationem Ulixis expeditionem ad finem
perduci ; et id ipsum poetam voluisse certissime puto, cum
praesertim videam hunc rerum contextum facillime èsse re-
stituendum loco qui legitur v. 430-487 tralato in medium
versum 3 18, ita ut versus 3 18 initium excipiatur exitu v.
43o hoc modo
&<; 01 jLièv là TrévovTO Kaià cTTpaióv aùiàp* OòucTCJeùq cet.
- 379-
Multo vero verisimilior fit res, quod etiatn nunc posse
videtur intellegi, quomodo Carmen simili duarum particu-
larum initio distortum sit. Ncque cnim dubito, quin post
V. 487 poeta superiore versu ex usu Homerico repetito (cf.
VII, 442) perrexerit olim (v. 3 18"^
S)q o\ jLièv TrévovTO Karà cTipaTÓv oùò"ATafiéfivu)v cet.
usque ad v. 428 et 429
S)q fipa (piwvrjcJaa' àTTePricJeTO, tòv ò* {Xitt* aÙToO
XU)ójLi€VOV Karà 0u|uiòv èuMvoio TwvaiKÓg.
Quibus versibus iam ea subiungenda esse, quae a versu
493 usque ad finem totius libri leguntur, patet. sunt enim
quae incipiunt inde a verbis
àXX* 6t€ hi] (i' ìk toTo òuu)Ò€KdTTi Tcvei' ^ui^,
Kttì TÓie òri Tipòq "OXujLiTTOv icJav Geoi aìèv èóvieq.
Dimidium versus 430: Trjv ^a piri à^KOVTog àmiupiwv cum
Lachmanno Lchrsii observatione adiuto expungendum, quia
speciem additamenti prae se fert, quod a quodam diasceuasta
videtur inlatum,ut disiecta carminis membra consueret. Re-
liquum est, ut de loco qui versus 488-492 complectitur pauca
dicam. ego enim existimo eos versus , quos et ipse Zeno-
dotus ^9éTTicT€, removendos esse a Carmine , in quo ncque
contio quam Achillcs adire ncque pugna commemoratur
cuius particeps esse potuisset, ut toti libro contradicant ea
quae leguntur v. 491-492.
cute ttot' eìg àTOpfiv TrujXécJKeTO Kuòidveipav
oCie ttot' l<; TTÓXefiov.
- 380 -
Satis mihi multa verba fecisse videor, qua ratione esset
hoc Carmen restituendum : restar, ut de sententiarum con-
textu qualis exoritur versibus transpositis pauca exponam.
Chryseidem postquam Agamemnon dimisit, convocato exer-
citu omnibusque militibus ad lustrationem adhibitis (v. 3o8-
317) celeriter mandata Agamemnonis peregit Ulixes (v. 430-
487). Agamemnon autem, ubi altero die Ulixis adventum
cognovit, Briseidem iubet adduci, qua re permotus Achilles
cum procul ad oram maritimam abiisset, matrem suam
Thetin ad lovem mittit rogatum, ut ipsum ulciscatur (v. 3 1 8-
429). Postquam id animum advertit, filium suum Thetis
relinquit seque die duodecimo ad Olympum confert (v. 4g3
seqq.). Qua ratione praeterea res sunt ita compositae, ut
id quod AchilHs mater dixit, deos 'beri' ad Aethiopes de-
cessisse bene conveniat cum isto Mie duodecimo'; nam die
postquam filia sacerdoti reddita erat, quominus Thetis cum
filio coUoquens dicat 'deos', in iis Apollinem et Minervam
*heri' ad Aethiopes profectos esse , nihil prorsus obstat,
quoniam causa non est, cur negemus Apollinem cum Graecis
reconciliatum eodem die ceteros deos prosecutum esse. Li-
coit tamen deo usque ad vesperum in Olympo preces Grae-
corum atque paeanes audire, licuit quoque altero die, ubi-
cumque erat, Graecis tKjLievov oOpov mittere.
Atque ita simul efficitur, ut v. 428-429
ui^ fipa (piwvrjCTao' àTr€Pri(J€TO, tòv b' f Xm' aÙToO
XiuójLievov Kaià Gufiòv éuJiwvoio TuvaiKÓq
recte excipiantur ab isto
àXX' 8t€ bf\ ^' èK ToTo buiwbeKctTìi T^ver' i^ui^.
Ncque vero timeo, ne quis contra me praesentia proferat
in V. 389-390
- 381 -
Triv )Lièv "fàp cTùv vr|ì 60^ éXiKiwTTeq 'Axaioi
èg XpùcJnv TTéjLiTToucyiv, à^ovai bè òuipa fivaKii,
quamquam v. Sgi poeta praeterito tempore pergit
Tfjv bè véov KXicJiTieev ?pav xripuKeq fiTOVie^
Koùpriv Bpicjfìoq, Triv jiioi bóaav uleg *Axaiaiv.
nam cum desint apud Homerum praesentia historica quae
vocantur, patet hoc loco poetam praesenti tempore dedita
opera adhibito exprimere voluisse : Achillem Ulixis expedi-
tionem, utrum iam prorsus peracta esset necne non amplius
curasse, cum ira incensus a ceteris sese secrevisset interque
Myrmidones suos succenseret Achaeorum rerum incuriosior.
Facile autem intellegitur vitia eiusmodi solis tribuenda
esse tribus illis viris, qui Homeri carmina redegerunt Pi-
sistrato iubente, quibus nuper tandem quartum rectissime
videtur addidisse Italorum summus philologus Comparetti.
In lectorum faciliorem usum infra versus Homeri eo
ordine secuntur, quo ego ponendos arbitror.
'Aipeibriq b'fipa vna 9of|v SXaòe irpoépuacTev,
è^ b'èpéiaq ?Kp»vev èeiKCCTiv, èq ò'éKaTÓfipriv
pfjcTe 0euj, dvà bè Xpu(Jr|iba KaXXiTrdpijov 310
elcTev àfijjv' èv V àpxòg fpn TToXùfiriTi? 'ObucTCJeu^.
01 fièv ?7T€it' àvapdvie^ èTréTrXeov ùypà xéXeuGa,
Xaoùq b'ATpeiòn? àTToXufiaivtcJGai àviwYCV *
o\ b* àTTeXufiaivovTO koì el^ fiXa XùjLiaT' fpaXXov,
?pbov b^ATróXXuDVi Te\r]éaaaq éKaTÓjnpaq 315
Taùpujv i^b'alYuùv napà eTv* àXò? àrpuT^ioio*
KVicJn b'oùpavòv Ik€v éXicTCTOfiévri trepi Kairvqj.
&<; o\ juièv TrévovTO Katà (TTpaióv aòtàp 'ObvOOeùq 430
iq XpùcTriv iKavev Syujv Upnv éKaTÓjLiPìiv.
- 382 -
o\ b' 6x6 bri Xifiévo^ TioXupeveéoq èviò? ikovto,
latio imèv (JTeiXovTO, Geaav b' èv vnt M^Xaivij,
laiòv b' icTTOÒÓKr) TtéXaaav TTpoTÓvoicJiv ùcpévieq
Kap7TaXi|Liu)^, Tf)v b' eiq ópjiov irpo^peacrav èpcTjiioiq.
èK b'euvàq jpaXov, Kaià òè TrpujLiriai' IbncJav 436
èK bè Kttl aÙTol paivov èm ^HTMivi Qa\àaar\^,
èK b'éKttTÓjLipTiv Pnaav éKriPóXtu 'AiróXXuJvr
èK bè XpucJnì? vnòg Pn ttovtottópoio. 439
ifiv jLièv ?7TeiT erri Pu)|liòv fix^v ttoXùjliiitk; 'Obu(J<T€Ùq
TTarpi (piXuj èv x^P^^ì iiGei, Kai yav irpocTèeiTrey *
a 'Q^ Xpuari» ^PÓ M J7TejLii|iev fivaE dvbpujv 'ATafièjivuiv
Traibà T€ (Jo\ àT^M^v, 0oipif) 6' \epnv éxaióimpiiv
^èEai ÙTTèp Aavauùv, dqpp' iXaaójLiecTOa àvaKia,
65 vOv 'ApTeioKTi TToXùcJTOVO Kfibe' ècpf\K€v D. 445
*'Q^ eÌTTUiV èv x^pOì Ti0€i, 6 b' èbèEaio xctipujv
Ttaiba (piXrjV toi b'uiKa 0€ip KXeitfiv éKaTÓjuipiiv
éEeirj^ iaTr\aav èùbiiiriTOv trepi Pujfiòv,
X€pvii|iavTO b' ?7TeiTa Kal oòXoxwiaq dvèXovto.
TOimv bè XpucJri? iieTdX* eOx^to x^ipot^ àvacrxiwv • 450
« KXOGi jLi€u, àpTupÓTor; 8g XpOanv àfiqpipèpTiKa^
KiXXav Te CaGèriv, Tevèboió re Icpi àvàcjcyeiq*
niLièv bri TTOT èjLieO irapoq £kXu€^ €ÙEa|ièvoio,
Tifiriaag |Lièv èjuiè, ixé^a b'fi|iao Xaòv'AxctiuJv
nb* èli Kal vOv fioi TÓb* èmKpr|ìivov èèXbuup* 45^^
T^bn vOv AavaoTaiv àeiKèa Xoitòv fi|iuvov d.
"Qq f cpai' €Ùx6)Lievog, toO b' èKXue Ootpoq 'AttóXXuiv.
aùtàp èirei {>' eOEavTO Kal oùXoxÙTaq TtpopdXovTO,
aùèpuaav fièv Trpujra Kal èacpaEav Kal èbeipav,
jLiripoù^ T èEèiaiiOV Kaià re Kviar) èKdXui|iav 4W^
bimuxa TTOiriaavTeq, èir' auT&v b' u)|io0èTTiaav.
Kaie b* èitl Oxilr]q 6 T^pwv, èm b' aiGoira olvov
Xeipe; véoi be rrap' aÙTÒv ?xov TrejLiTtiupoXa xcp<yiv.
aùtàp èirel Kaià fifip* èKàri Kal arrXdYXV* èirdaavTO,
jmiatuXXóv T àpa laXXa koI d|Li9' òpeXoTcJiv Éircipav,
— 383 —
ujTTTìiaàv T€ TT€pi(ppaòéu)^, èpucJavTÓ T€ TTÓVia. 466
aùràp ènei TrauaavTO ttóvou TexuKOVTÓ t€ òaixa,
òaivuvT , oùbe ti 6ujLiòq èbeuexo baitò^ èiar|^.
aùràp èireì nóoioq koì èòìituoq è^ ?pov 2vto,
KOOpOl |ièv KpTÌTHpaq è7T€(yT€HJaVT0 TTOTOIO, 470
v\b}ir\aa\ ò* fipa Trdaiv è7TapEd|i€voi beitóeaaiv,
oi òè Tiavrifiépioi jucXiTrì eeòv IXócJkovto,
kqXòv deibovieg Ttairiova, KoOpoi 'Axaioiv,
fieXirovTeq éKàepTOV ò òè cppeva -zépuei' àKoOuDV.
'HjLiog ò' T^éXioq Katébu Kttl éirì Kvécpaq ?iX6€V, 475
òf) TÓT€ KOifiTJcyavTO Tiapà TTpujLivriaia vnóq.
fjjLioq b' ripiT€veia cpàvT] ^obobdKTuXoq *Hd)q,
Kaì tòt' èrreiT* àvdTOVTO jnerà cjTpaTÒv eùpù v ' Axaiuj v '
ToTaiv ò' Ik|li€vov oijpov iei éKdepYog 'AttóXXiwv. 479
ol ò'\(TTÒv aTTjCTavT dvd 6' icTTia XeuKd TréTaaaav*
év b* dvefiog TTpfiaev jnéaov iaTiov, djLicpi bè Kufia
(TTeipri 7Topq)ùp60v jneTdX'taxe vr|ò^ iouariq'
f] b' ?6€€v Karà KUjLia biairpnaaouaa KéXeuGov.
aÙTàp èrrei {>' ikovto Kard (TTparòv eùpùv 'Axaiujv,
vna jLièv oiT€ jLieXaivav èir* ìiTreipoio epuaaav 485
ùipoO ètri ipajLidGoiq, i&ttò b* epiLiara juaKpd rdvuaaav •
aÙTOÌ b* ècJKibvavTO kctò KXiaiaq t€ véa^ re.
**Qq ol jLlèv TÒ TT^VOVTO KttTd (TTpaTÓV* OÙb' 'AYajLl6flVUJV 318
Xht' Ipiboq, Ttiv TTpu»TOv èTTìiTteiXria' 'AxiXfìi,
dXX* 6t€ TaXGOpióv Te Kai EùpupdTTiv TTpoaéeiTrev,
TULI ol faav KripuK€ Kal ÒTpripd) GepdTtovTe* 321
<r "EpxeaGov kXktitiv TTriXriidbeuj 'AxiXfioq*
X€tpò^ éXóvT* dréjLiev Bpiani^ot KaXXmdpriov
€i òé K€ juif) biwriaiv, èTU) bé xev aÙTÒq 2Xujfiai
éXOuiv aùv TrXeóveaai* tó ol xai ^ìtiov èatax ». 325
"Qq eÌTTUJv Tipoiei, KpaTcpòv b' èm jliOGov è'reXXev.
-rdi b' déKOVT€ pdTrjv irapà Giv' dXò^ dTpuYéTOio,
A4up|nibóvu)v b' erri Te KXiaiag Kaì vnaq iKeaGnv.
-x-òv b' eupov Tiapd Te KXiair) Kal vril jiieXaivr]
- 384 -
Tifievov oùò* àpa xiwYe ibùbv t^I^H^^^v 'AxiXXeuq. 330
Tuj jnèv TapPnaavTC Kal aibofuévu) paaiXfja
(TiriTTiv, oiìhé TI )Liiv TTpoaecpuiveov oùb*èpéovTO*
aùràp 6 Jyvu) ^aiv évi cppecJì, q)u)vr|aév xe*
« Xaipete, KripuKe^, Aiò^ fifTeXoi f\bk xai àvòpuiv,
SacJov ìt'' oììti inoi ujijLie? èTiaiTioi, àXX"ATafié)Livuiv,
8 (Tcpoit TTpoiei BpKTriiòog eivcKa Koupn^- 336
dXX*fiTe, AtoT€vè^ TTaTpÓKXeiq, Kaye Koupriv
Kal (TcpuDtv bòq fi"f€W. id) b' aùiib inàptupoi Icttuìv
Tipó^ Te 0€aiv jLiaKdpiwv irpóq Te Gvtit&v àvOpiiiriuv
Kttì Tipòg ToO pacTiXfjog àTTrjvéoq, emoTe b* auxe 340
0
Xpeiuj èjLieTo tévriiai àeiKéa Xoitòv àfiiOvai
TOi^ àXXoig. fi Tctp 6t* òXoiQai q>pea\ 0ùei,
ovbé TI olbe venerai fifia irpócrcjuj Kal ÒTiicjauj
ÓTTTTU)^ 01 Tiapà vriuaì aóoi fiax^oivxo *Axaioi ».
"Qg cpÓTO" nàxpoKXog òè (piXuj èTreTieiGeG* éxaipup, 345
èc ò* fixctYe KXicTirig BpKTniba KaXXmàpriov,
òuJKe ò' fif eiv, TUJ b' aOTiq iTr|v trapà vfiaq 'Axaiaiv,
il b* àK^oucT* fifia ToicTi Twvf) Kiev. aÙTap *AxiXXeùq
baKpucTaq éTapujv àcpap èleio vócTcpi XiaaGei^,
6Tv* èq)' àXòq iroXinq, ópóuiv èir' àireipova ttóvtov 350
TToXXà bè MH^pì cpiXr] ^pricToTO X^ipa? òpetvij^ *
cf MìiTep, èirei in' ?t€k^^ ye inivuvGàbióv irep èóvTa,
Tifirjv Tiép inoi òq)eXXev 'OXù)Limo^ èrf^aXiEai,
Zeùq ùipiPpeiLiéTTiq* vOv b' oùbé fie tutGòv èxicrev.
fi YÓp |Li' 'ATpeibn? eùpuKpeiuJV 'AYajnéjuivuDV 355
i^Tifin<^€V éXibv YÒp Ixei T^paq, aÙTÒ^ àiroiipa^ ».
''Q(; cpaxo baKpuxéuJV, tou b' IkXu€ ttótvio |liiittip
fifiévn èv pévOeaaiv aXòq rrapà Traxpì YépovTi.
KapTraXi)Liu)(; b* àvébu iToXifi^; dXòq fiÙT' òfiixXn,
Kai ^a TTÓpoiG' aùxoTo KaG^Cexo baKpux^0VT0(;, 360
Xeipf Té )Liiv KaxépeEev, ^noq t' JcpaT ^k t òvójLia21ev'
« T^KVov, TI KXaien;: ti be' ae qppéva^ ìkcto TrévOo^;
éEauba, juifi KeuGe vóiu, iva eibofiey àficpuj ».
- 385 -
Tf|v bè papucTTevaxuJV TXQoaécpx] nóbaq dbKÙg 'AxiXXeug
ff olaOa* Tiri Toi lauta ìbuiij Travi' àTOpeuuJ; 365
ijJXÓ|Liee' èq 6r|Pnv, lepfjv ttóXiv 'Heiiujvog,
TT^v bè bieTTpàOojLiév T€ KCi fÌTOfi€V èvOàbc Travia.
Ka\ là )Lièv eij òdcJcJavTO fLietà crcpiaiv uleg 'Axaidiv,
éK b' è'Xov 'Aipeibq XpucJrii^a KaXXmdpijov.
XpiicTTi? b' aij0*, iepeù^ éKatripóXou 'AttóXXiwvo^, 370
fjXGe Goàq èTTi vf^aq 'AxotiOùv xoXkoxituivuuv
Xu(yójLievó(; re Guyaipa cpépujv t' àrrepeiai' fiTroiva,
atefifiat' èxujv èv x^pcrlv éKriPóXou 'ATióXXiuvog
Xpucjeuj àvà (jKf|7TTpuj, Kai èXicTcreTO Tràviag 'Axaioù^,
'Atpeiba bè inóXiaia buu), KOCTiLiriTope Xaujv. 375
fv9' fiXXoi jLièv TTàvieq èTT€uq)rijLin(yav 'Axaioì
aìbeiaGai G'kpna Ka\ dtXaà béxGai fiiroiva*
àXX* oÙK 'Aipeibi;! 'A"fa)Lié|ivovi iivbave Gufutp,
àXXà KaKUjq àqpiei, Kpaxepòv b' èTrì )liOGov JteXXev.
XUiófievo^ b' 6 T^puiV TiàXiv Jjx^to * toio b' 'AttóXXuìv
eùHajLiévou fJKOuaev, éTreì juiàXa oì qpiXoq fiev, 38i
fjKe b* èTT* 'ApT€Ìoi(yi KaKÒv péXoi;' oi bé vu Xaol
Gvii^KOV èTTacraÙTepoi, là b* èTnjix^TO KfiXa Geoio
Travir) àvà aipaiòv eùpùv 'Axaiuiv. fififii bè inàvTiq
eu eibibg àtópeue GeoTrpo7TÌa(; éKatoio. 385
aÙTiK è'fijj TipuiToq KeXófirjv Geòv iXàaKeaGar
'Aipeiujva b' fTreiia xóXoq Xàpev, aii|;a b* àvaaiàg
^TreiXriaev juiOGov, 5 bf) T€TeX€(y|ui^voq ècTiiv.
ifjv jLièv Tàp (Tùv vriì GoQ éXiKWTre^ 'Axaioi
è(; XpùcTriv rréiiiTTOucnv, fiYOucJi bè buùpa fivaKir 390
Tf|v bè véov RXicTiTìGev fpav KripuK€g fiTOVieg
Ko\3pnv Bpianog t{\v imoi bóaav v\e<; 'Axaioiv.
àXXà aù, el biivacjai t€, Trepiax^o Traibò^ èno^*
éXGoOcj' OOXujLiTTÓvbe Aia Xiaai, emoTe bx] ti
f| ?TT€i ujvìi(yaq Kpabìnv Aiòq riè koi ?pTip. 395
TToXXdKi T^p creo TiaTpòg évi incTàpoicTiv fixoucJa
eùxo|uiévT]g, 6t l(^r]aQa K€XaiV€9éi Kpoviiwvi.
-^ 380 —
oìri èv dOavàioiaiv àeiKéa Xoiyòv àjuiOvai,
ÒTTTTÓTe juiiv Euvbfìaai '0\ù|i7noi fjGeXov dXXoi,
"Hpn T noè TToacibauiv Kal TfaWàq 'Aenvn. 400
àXXà aù TÓv t' èXGoOaa, Geà, ÙTreXùaao beajLiwv,
u)X' éKaiÓTX^ipov KaXéaaa' iq imaKpòv ''OXuiìttov,
6v Bpiapeuiv KaXeouat 0€oì, fivòpe^ bé le nàvieq
AÌTaiuiv* — ò Tàp aure pir] ou Traxpòq q)ì€Ìvu)v —
6^ ^a irapà Kpoviuivi Ka0€2l€TO KÙÒei xaiuv 405
TÒv Kai Ù7TftÒ€i(yav judKapeq Oeoì oòòé T*lbìi(Jav.
Tuiv vOv jLiiv jLivncTaaa napèllo koì Xapè toùvujv,
ai K€v TTUjq èOéXricTiv èirì Tpuieaaiv àpnEai,
Toùg bè Kaià Trpu|ivag t€ kqì àjLicp* SXa IXaai 'Axaioùq
KTCìvofiévouq, iva Tràvreq èTraùpuiviai paaiXfioq, 410
Tvtjj òè Ka\ 'Axpeibri? eùpuKpeiujv 'AxajuiéjLivuDV
T^v fitTiv, 8t' fipKTTOv 'Axaiuiv oùòèv fiiaev ».
TÒV ò* ^jLiciPet fireiia QéTxq Karà ÒÓKpu x^ouaa
•( i&|ioi, léKvov èjLiòv, TI vu o* éTp€q)ov aivà T€KoOaa ;
alo' dcpeXeq irapà vr|u(Jiv óbdKpuTO^ Ka\ àTirijLiujv 415
fjaGai, èirei vù xoi aìaa juivuvOà irep, ofiii jLidXa ònv
vOv ò* cijLia T* uJKU|uiopoq Kaì òiCupòq Trepl iràviuiv
iTrXeo* xqj ae KaKrj aTar) tékov èv fieTdpoiaiv.
toOto bé Toi èpeouaa ctto^ Ai\ lepTriKepaùviu
ei|Li' auifi Tipo? "OXujLiTTOV dTdvvicpov, ai k€ TriOnTai.
dXXà ai) jLièv vOv yr]vO\ TraprjjLievoq diKuirópoiaiv 421
|Lir|vi* 'Axaioiaiv, TToXéfiou b* diroTraiieo Trd|iTrav *
Zeù^ TÒp èq 'QKeavòv jlict* dinijjLiovaq AìOiOTtnaq
XGiZò? fpr) Kotà baila, 6eoi b' Sfiia ndvieg ^ttovto*
bu)b€KdTr| bé TOi auTiq èXeùaexai OGXujUTTÓvbe, 425
Kai tòt' fireixd xoi elfii Alò? ttotì xo^»^opaTèg bui,
Kai |iiv TouvdaojLiai, xai jniv ireiacaGai òiui ».
''Qq fipa qpujvnaaa* direpriaeTO, tòv b' èXm* auToO
XUió|i€vòv KaTà Gu|iòv èuCuivoio YuvaiKÓq.
'AXX' 6t€ bf\ {)' èK Toio buu)b€KdTn TévcT* f\ìì}qy 493
Kaì TÓTC bf| npò^ "OXuiiTrov laav Geol alèv èóvT€q etc.
- 387 -
Quoniam de vetustissima arte epica verba fecimus ,
recte nemini ineptum videbitur, quod tetigimus infra etiam
epicum quendam posteriorem.
Duentzerus qui primus quod sciam fragmenta graecorum
epicorum collegit, Pisandri cuiusdam praeclarum fragmen-
tum protulit ex Zosimo historico (V, 29) : toù^ ^ApTOvaùia^
9a0iv ÙTTÒ ToO AiriTOu òiujko)lì£vou^ lai^ €i^ tòv TTóvtov èK^oXai^
ToO ''laipou TTpoaopiLiiaefivai Kpìvai t€ KaXuj^ Ix^iv òià toùtou
Ttpò^ àvTiov TÒV ^oOv àvaxBfivai Kaì iiiéxpi toctoùtou biaTtXeOaai
TÒV TTOTafLiòv eipeoicf. Ka\ irveuiiiaToq èTTiTnòeiou qpopd, iiiexpi^ &v
T^ GaXdaari 7TXr|(TiaiT€poi t^voivto' TtpdEavTe^ òè OTiep fTvwaav,
èTreiòfi KOTà toOtov èTévovTo tòv tóttov. iLivr||Lir|v KaTaXiTTÓVTe?
Tfjq acpcTépa^ dqpiEeuj^ tòv Tflq TTÓXeuj^ otKiaiiiòv iiirixavai^ im-
eévTog Tf|v *ApTib Kttì T€TpaKoaiujv aTabiujv òbòv dxpi GaXdaarj?
éXKÙaavT€^, outuj tqT^ GcaaaXiuv dKTai^ 7Tpoaujp)Lii(y0ncTav, \hq
ò TTOiriTTÌ^ iaTopei TTiaavbpo^ ò Tr| tujv npwiKujv 0€OTa|Liiujv
èTTiTpacpq TTfiaav ù)q cIttciv laTOpiav TTCpiXa^iuv. Quo loco cum
mare, cui Argonautae appropinquant, Hadriaticum fuisse
constet idque quin etiam Olympiodorus historicus nomina-
verit non dubium relinquat Sozomenus ecclesiasticae hi-
storiae scriptor non spernendus, prò GecraaXujv seu potius
ecTTaXiùv haud dubie scribendum est iTaXiwv, ut sententia
recte procedat. Vidit enim Duebnerus qui paucis septimanis
post Duentzerum in fine voluminis editionis Didotianae,
quod primo loco Hesiodum a fratre Lehrsii Regimontani
recensitum complectitur, eadem fragmenta contulit, re-
petisse illa Sozomenum idque ut rectissime Duebnerus h e.
contendit ex Olympiodori Silvis, unde exiremam partem
suarum historiarum etiam Zosimum hausisse inier omnes
nunc satis constat. Neuter virorum doctorum cognovit etiam
a Plinio H. N. 111, 18 ed. Detlefs. similia narrata esse. 'De-
ceptos credo, inquit, quoniam Argo navis flumine in mare
Hadriaticum descendit non procul Tergeste, nec iam constat
- 388 -
quo flumine, umeris travectam Alpes diligentiores iraduni,
subisse autem Histro, dein Savo, dein Nauporto, cui nomen
ex ea causa est inter Aemonam Alpesque exoricnti\ Quam
narrationem ex Pisandri cannine fluxisse nemo negabit, cui
notitia est Argonauticorum. Quae cum ita sint, dubitatio-
nibus vel coniecturis, utri duorum Pisandrorum, quos no-
vimus, f)pu>iKal 8eoT0t|Li(ai vindicandae sint, non amplius opus
est ; neque enim dubitari potest, quin Suidas s. v. Tleidav-
bpoq carnfìen illud iuniori Pisandro sub Alexandro impe-
ratore vivente tribuens erraverit, quem errorem quidem
nonnulli cognoverunt, sed certis argumentis non comproba-
verunt. Idque maximi momenti est, quod Heynius olim in
excursu primo ad lib. ii Vergilii negaverat Carmen Pisandri,
quem Vergilio fontem excidii Troiae fuisse Macrobius te-
status est, et quod quin idem sit, quod Zosimus comme-
morat, dubitari nequit, senioris Pisandri esse, sed omnia
a Macrobio de ea re exposita temere esse dieta. Kinkelium
qui nuper denuo Graecorum epicorum fragmenta collegere
coepit, res prorsus effugisse videtur.
Postquam de Homero et poesi epica nonnulla disputa-
vimus, transibimus ad illos , qui T6|Lidxr| tiSv *0|Lir|pou jneTÓ-
Xujv b€Ì7Tvujv collegerunt. Atque primum quidem lectores
relegamus ad Sophoclis Oedipum Regem quivocaturv. 420
seqq.
fiof\q bè TTÌ^ afiq iroiog oùk farai Xijuriv,
TTOioq KiGaipibv oùxi (Jùinqpujvog xàxa.
órav KataiaGri tòv u|Li€vaiov, 8v ÒÓ|lioi<;
fivopMOv €laé7TX€uaag eùirXoiaq tuxu)v:
- 389 —
Ut nunc alia omittam, quae interpretationi difficultatem
attulerunt, Tiresias caecus vates iam montes, inquit, Oedipi
lamentationes repercutient, cum cognoverit nuptlas suas,
quales sint infaustae ncque similes putandae navi in se-
curumquendam portum intranii. Sed ad singula accedamus.
Omnes adhuc quantum scio ùjiiévaiov tralata nótione prò
ipsis nuptiis acceperunt, 6v autem idque quidem accuratius
descriptum fivopinov attributo accusativum esse voluerunt in-
terioris obiecti quod grammatici r.ecentiores vocant. Aó-
^olq denique cum eiaér^XevOaq coniungi solet, ut tamquam
meta navigandi significetur. At qualis est illa meta? domus
est, inquit poeta. Esto, sed cuius? Lai et locastae dixeris.
Id tamen non legitur apud poetam. Sunt qui contendunt
supplendum esse et facile suppleri posse. Fieri posse prorsus
nego*, namsi eam supplendi rationem sequeremur, quaelibet
ubique ex silentio scriptorum supplere liceret. Neque autem
fieri potest, ut bóinoi in universum prò domo accipiantur,
quoniam Tiresias commemoratione dignum non potest putare
Oedipum omnino domum quandam nuptiis sortitum esse,
sed domum illam certissimam, unde ipse natus est. Quo-
cumque igitur òójliujv interpretationem vertimus, ad rectam
sententiam cum non perveniamus, postquam levi mutatione
Tàjioi^ prò bó|Lioig scriptum est, ùjiiévaiov primaria notione
carminis nuptialis accepto, hoc modo putamus interpre-
tandum esse : omnes regiones Oedipi clamorem repercutient,
cum cognoverit, quo hymenaeo infausto ac tamquam im-
portuoso cantato quamvis felicem navigationem nactus in-
sanarum nuptiarum portum ceperit. Ad tójlioi? non opus
«SI supplemento, ut eae nuptiae significentur, in quibus
^otius fabulae cardines vertuntur. Cf. v. 1403, i& t^Moi,
- 300 -
Ad graecarum rerum scriptores pervenimus, ex quorum
numero Thucydidem et Xenophontem tractabimus.
Thucydides postquam narravit (II, 6) Thebanos a Pla-
taeensibus captos interfeciosesse, pergit: toOto òè Troinaavie^
(scil. TTXaTaifìO iq t€ jàq 'AOrjva^ fiTTcXov fTT€|bi7rov Kai toù^
v€Kpoù? ÙTTOcTTTÓvbou^ ànébocav ToT^ 0TiPaioi^. Miserunt igitur
Plataeenses legatos; sed ut quid nuntiarent? mortem ni-
mirum Thebanorum, cum non esset alia causa, cur post
victoriam Athenas mitterent. At id non nuntiaverunt, nam
infra Thucydides ipse testatur duos nuntios Athenas missos
esse, quorum neuter Thebanorum mortem in notitiam Athe-
niensium pertulerat, ut eorum legatus cum Plataeas ve-
nisset, praeier exspectationem mortuos inveniret. Quid?
tertius nonne dimmi potuit a Plataeensibus ? poiuit sane,
concedo, sed non missus est, nam aut Athenas re vera ve-
nisset: tum Athenienses non ignari fuissent Thebanorum
interfectionis (cf. infra); aut si non advenisset id tantum
reliquum esset, ut praeconi Atheniensium eum obviam
factum esse putaremus; quod si fuisset verum, praeco ad
Thebas viam neque perfecisset ncque id Thucydides silentio
praetervectus esset.
At narrat:où TÒp t^tt^XOìi aÙToT(;(='A0r| vaici?), OTiieOvriKÓTeq
€l€V (scil. GnPaToi)' a|Lia fàp jx} èaóbuj TiTVO)Liévr] toiv 0r|paiu)v
ó TTpujTO? (ÌTTtXoq èEr|€i , ó òè beÙTepot; fipti veviKruaévuuv T€
Kai HuveiXr||Li|Liévujv • Kaì tujv uaiepov oùòèv fjbeaav. outuj br\
oÙK 6lbÓT€? ci 'A0r|vaToi èTréaTeXXov • ó bè KfìpuE ócpiKÓjuievo?
r|ijp€ Tovq fivbpa? bie(p6ap|Liévou<;. Quae cum ita sint, vitium
latet in jàq 'A0r|vaq, cuius loco scribendum est jàq 9riPa? ,
ut h. 1. nuntius significetur missus qui interfectos esse The-
banos traderet.
In pestilentia describenda Thucydides, II, 48, 3 : Xeréiu)
jLièv olov, inquit, irepi aùroO é)q ^Kaaioq titvul)(Tk€i Kai iarpòg
Kaì ibiuuTTit;, ócp* 8tou ehòq fjv T€véa9ai auro Kaì làq airia?
— 3i)l —
fi^Tiva^ vojuiiZiei locTaÙTTi? fieTapoXfi^ iKOvà^ eivai òùvaiuiv [ei^
TÒ |ui€Ta0Tnvai] (Txeiv. Quo loco cum verba TocTaùrri? MCia-
poXf\q ita sint comparata , ut a relativo dependere possint
(cf. Krueg, 47, 9, 5), ita tamen non comparata sint, ut
eorum notio accurate sit disiungenda a notione verbi fieia-
<TTfivai quod sequitur, sed tautologia exoriatur, quae ferri
nequeat, quis dubitabit, quin haec tanta ^mutandi' verborum
coacervatio, quae nobis hoc loco offertur, in contextum li-
brarii interpolatione irruerit? At de illorum verborum re-
latione de quibus nunc agitur , doctus Thucydidis inter-
pretum Nestor ita exposuit, non ut in enuntiatione relativa
ea verba posita esse videantur, sed ut videantur dependere a
là^ aiTia^. Sed tamen vir peritissimus Thucydidis interpre-
tationis, cum Toaavvi\<; ^eTapoXfj^ de ficTiiva^ pendeat, illa
verba manere semper partem enuntiati relativi negare non
poterit, ut etiam tautologia in eo remaneat, praesertim cum
propter ea quae secuntur non possit dubium esse, ad quam-
nanr rem iKavà^ alria^ scriptor referre voluerit. Quare
quamquam viri doctissimi auctoritatem etiam apud me plu-
rimum valere confiteor, tamen in hac causa interpretandi
viam mihi intrandam esse putavi, quam post Gesnerum
Stahlius denuo nobis praeivit, qui nuper peregregie Thu-
cydidis libros recensuit. Qui vir doctissimus eadem haud
dubie ratione perductus, quam supra demonstravimus , in
adnotatione critica iure reiecto exemplo, quod Poppo olim
ad locum nostrum defendendum ex Thuc, vi, 20 attulerat,
interpretamentum esse iudicavit òuvaiiiiv iq tò ^eTacTTf^crai
OXeTv et inclusit.
Multo vero id magis laudaverim, quia ne Reiskio quidem
divo illi Lipsiensi p'hilologo contigit, ut kqì post elvai inter-
iecto sententiam resti tueret ; nam qui locus ex Demosthenis
oratione Olynthiaca (II, § 1 3) a Wyttenbachio collatus est,
TToXXfiv bf\ Tf|v iLieidcTTaaiv Kal ^ctAXtiv òeiKT^ov Tf|v fieTa^oX^v,
- 392 -
eum locum dico prorsus alienum esse ab eo, de quo agitur,
quoniam cum Demosthenes oratoris gravitate usus copiosius
saepe soleat loqui, Thucydides res gestas graviter sane nar-
rai, sed procul ab illis verborum ornamentis, quae spectant
ad forensem usum et publicum. Reliquum est, ut id paucis
exponamus, quod in Stahlii lectione vituperandum esse pu-
tamus. Est sane interpretamentum quoddam removendum,
sed cavendum, ne nimia resecemus. Si quid est in me iu-
dicii, aut TocrauTTi^ jLieTapoXy^^ aut èq tò juieTaaifìvai expun-
genda sunt -, cur reliqua verba bùvajLiiv (TxcTv in suspicionem
vocemus, causa non est, cum iis tautologia efficiatur nulla.
Utrum autcm eorum expungendum sit, non difficile est ad
intellegendum. Ego enim existimo, alterum esse interpola-
tum, quo remoto, postquam locTauTTi^ |ui€TapoXfì^ cum buvajiiv
coniunximus, optima sententia evadit; nam indicantur causae,
quas aptas esse putant , quae facultatem habuerint tantae
mutationis.
Et quoniam de rerum scriptorum principe egimus, urfiim
quoque locum tractabimus Xenophontis anabasis, qui diffi-
cillimus est habendus.
Quo loco graecorum transitus in Carduchos describitur,
legitur, IV, 2, 6 : jLiaaiò^ ^v ùirèp aùtujv Ttap'Sv f^v f| <lT€vf|
aiiTTi óbò?, èqp' fi ^Kd0r|VTO ol qpuXaKe?* ?(pobo^ .uévroi aÙTÓOcv
in\ Toùq TToXejLiiou? fjv ói èm irj qpavepqi óbiD èKd9r|VT0. Ca-
rolus Schenkelius , AnnaL Vindob, Acad,, 1869, p. 606:
aT€vf|v óbòv eandem esse voluit atque qpavepàv òbóv, utqpu-
XttKcq et TToXéjLiioi non essent diversi. Quod si recie dixisset
vir doctus, eodem iure Ttap' 8v — ol (pùXaK€^ interpolationem
expunxisset. At cum Vollbrechtio, Ann. Fleck.^ i874>
p. 622 altera via ab altera accuratissime discernenda est,
cum sit aT€vf| óbóg, quam viam voluntarii Graecorum in-
traverant Carduchos circumveniendi causa, qpavepà autem
bb6<; supra nominetur juia auTTi bhòq l^v ópS^ òpeia, in qua
- 393-
qpuXàTToucTi Tf|v èK^aaiv (IV, i, 20). Quam rem vir doctus
mathemaiicorum subtilitate demonstrare potuisset , si (IV ,
2, 8) contulisset, ubi Cheirisophum copiis progredientem le-
gimus fivu) KttTà xfìv qpavepàv óbóv. Age vero qualis sit (TTevfi
óòó^ consideremus. Xenophon enim ipse (IV, 2, i3) de suo
itinere narrat im ttoXù b* fjv là vnolù^xa fiie bià aievfiq xfì?
óboO iTopcuó^eva, quam viam non esse diversam ab altera
via , in qua hostium custodes stationem habebant , verba
nos docent, quae ibid. § 9 leguntur Eevoqpojv bè — èiro-
P€Ù€T0 fÌ7T€p Ol TÒV flT€|LlÓVa fX0VT€^.
Cave ne credas cum Schenkelio viro doctissimo nostrae
sententiae ea repugnare quae ibidem secuntur eùobujTÓTTi
Toi? ÙTToZuTiou^; nam iumenta alterum post alterum etiam
in angustiis satis commode progredì posse patet , quae
ascensu non difficiles sunt. lam vero viis accurate distinctis
etiam Breitenbachii consitum, Zeiisch. Gymn., 1868, p. Sg
seqq. praeterire possumus , qui idem duas illas vias di-
versas ^sse negavit.
Reliquum est, ut de fqpobot; quam definire nemo conatus
est, panca exponamus. In tabulis pictis Vollbrechfius, 1. e,
p. 620 et in editione sua , Rehdanzius in adnotationibus
(TTCvfiv óbòv et Icpobov secrevisse videritur. Languescit tamen
ista sententia silentìo Xenophontis multo magis quam aliis
rebus refutata; nam tale trivium , si ilio loco vere fuisset,
Xenophon facere non potuit, quin commemoraret. Quid
multa? brevissime dicam, fcpobov aditum esse, quem (Tievfi
òbó^ ad illos, GÌ èm Tri cpavepql òboi èKctGrivTo, eis dabat qui
(Trev^v òbòv fecerant.
Novam autem difficultatem praebet ibid. § 9. Dicit enim
Xenophon de se ipso: èTTopeOeTO fÌTtep 01 tòv f|T€|ióva fx^v-
T€^ • €ÌobuJTdTTi Tap ?ìv Toi^ uTTO^uTioi? (cf. I , 24) , quae
eadem res 2, § lorepetitur hisce verbis : Kal aùioì jièv Sv ètro-
p€Ù9r|(yctv fÌ7T€p ol fiXXoi, là bè ÙTToZiuTia oùk ?iv aXXij fj TauTij
^Hivista di JilolOi:ia ecc., X 26
- 394-
èKPnvai. Verbis , quac postremo loco descripsimus , etiatn
narrationis contextus prorsus interrumpitur. Xenophon
enim hostibus in clivo viae imminenti inventis timet, ne
milites dimoverentur àirò tujv fiXXujv 'EXXrjvwv id est ab re-
liquis Graecis, quos Cheirisophus altera via secum duxerat.
Errare patet, si qui hoc loco apud Xenophontem excusa-
tionem viae exspectent. Verbis igitur quibus Xenophon ti-
morem expressit, ne a Cheirisopho intercluderetur, statim
subiungenda %unt ea quibus Xenophon narratur milites
cohortatus esse, ne se admodum animo dimitterent, sed
impetum in clivum facerent. Idque suadet etiam particola
fvBa bri. unde incipit alterum enuntiatum. Quae cum ita
sint inclusis iis quae interpolata puto atque spuria esse,
locum hoc modo scribo (§ io): iTOpcuójuievoi b' èvTUTX^voucTi
Xóqpu) ÙTTèp Tf\^ óboO KaT€iXr|jui|iéviu ùttò tujv TroXe^iiwv , oO^ f\
àTTOKÓvpai i^v àvÓTKn f\ bxalevxQai dirò tuiv fiXXujv 'EXXrjvwv.
[Kttì aÙTOÌ jnèv fiv è7rop€\j0r|(yav fJTrep ci àXXoi, rà bè ÓTioZOTia
oÙK ?ìv fiXXij f| TaÙTT) èK^fivai]. fv0a bf| TrapaKeXeuaa^evoi àX-
XriXoi^ TTpocypàXXouai Ttpò^ tòv Xócpov cet. Schenckelio autem
teste utor , qui praeclara dissertatione 1. e, p. 6i3 seqq.,
plurimis cxemplis docet, quam multis locis Xenophontis
scripta interpolationibbs foedata sint.
Hoc loco Demosthenis locum sequi volui simili modo sa-
nandum , qui legitur prima oratione in Philippum habita
§ 20: Km Tpo(pf)v TauTT) TTOpiaai KeXeùuj* farai b' auiri ti? f|
buvaiLii? Kttl TTÓari Kttì TTÓGev Tx\v Tpoqpfìv 2E€i koì ttuj? laOr' éOe-
XrjcTei TTOieTv, ifù) cppdauj , Ka9' ^Kaaiov toùtujv bieSiibv xujpk*
Habemus igitur hoc loco cnumerationem earum rerum,
quas orator clarissimus infra tractaturus est. Atque primum
quidem interrogationi faxai b' auiri liq i\ buva/uii?; locus re-
spondet qui legitur infra inde a verbis Hévou? ^lèv X€tu>,
deinde alteri Tróan; inde a X^tw bf) Toùq Travia? (TTpaTiiira?
bioxiXiou?. De duabus denique postremis quaestionibus agitar
— 395 -
inde a rróGev bi\ toùtoi^ fi Tpoqp^ Tcvricyeiai; Quae cum ita
sint, non intellegitur, quid sibi verba velint, quae partitioni
supra praemittuntur xaì rpoqpfiv Taurri Tropicrai kcXcOw : sunt
enim praeter omnem concxum cum iis quae secuntur. Ne-
quaquam vero coniungi possunt cum verbis antecedentibus.
Postulai enim Demosthenes superiore oratione bOvajbiiv, fi
ifi^ TTÓXeuj^ ferrai, xfiv ùjieT^ ?va kSv nXeiou? kSv tòv beiva Kaì
óvTivoOv x€ipoTOvri(yr|T€ (TTpairiTÒv, toùtiu Treiaerai koi àKoXou-
Gfjcyei. Cui postulationi subiungi non possunt illa verba,
quae sequi iam diximus koI Tpoqpfjv laÙTTì TtopicTai KcXeuuj
cum in verbis commemoratis insit non ferenda TrpóXriM^i^
tertiae particulae divisionis quae sequitur. Ergo nihil restat,
quam ut illa verba xaì ipoqpfiv rauTTi TtopicTai KeXeuuj expun-
gamus. Est enim lemma , quod librarius quidem in mar-
gine notavit sive ad eum locum, quem supra descripsimus,
- sive ad § 22 nóOev — T^vricreTai.
In transcursu denique commemoro vix sanum esse in
§ 21 TÒV aÙTÒv rpÓTTOv. Ut enim superiore loco Demosthenes
voluit (JTpaTiuJTat; xp^vov toktòv aipaieuciLiévou? nulla re de
bellandi ratione addita, sic puto eum etiam infra equites
significasse non tòv oùtòv tpóttov , sed tòv aùxòv xpóvov
<rrpaT€uo|iévoug. Sed haec hactenus de Demosthene.
Ne desint. christiani nnter paganos, nonnulla de ecclesia-
^cicis graecis scripsi, quos quod viri docti qui illius aetatis
^^s gestas conscripsere, nimis neglexerunt, studiis historicis
detrimento fuit maximo.
Et vetus quidem est controversia, uter prior scripserit
l^istoriam ecclesiasticam, Socrates an Sozomenus? Uterque
cfji^^ eadem tempora enarravit, praeterea consentii alter cum
— 396 —
altero non modo in rebus earumque ordine, sed edam non
paucis locis fere verbo tenus. Valesius doctissimus ille Gal-
lorum causidicus, ut decebat virum a Società te Jesu prò-
fectum , credo, inquit, Socratem Sozomeni auctorem fuisse,
neque fìdem suam argumentis comprobavit. Prorsus vero
nihil profuit Holzhausenus, qui libellum academico praemio
Georgiae Augustae ornatum eumque tamen deterrimum
edidit qui ne dignus quidem est, cuius titulum hoc loco
commemoremus; voluit autem utrumquescriptorem eundem
fontem adhibuisse. Valesii sententiam denuo nuper exce-
perunt Gueldenpenning (Theodosius Magnus imperator, scri-
pserunt Gueldenpenning et Ifland 1878) et Sarrazinus (de
Theodor© Lectore in commentt. phil. lenens, 1881, p. 166)
paulo confidentius. Sed etiam Gueldenpenning vir sane
summae industriae id tantum demonstravit scriptores illos
miro modo nonnullis locis inter se convenire. Omnes ef- •
fugit Socr., I, IO, et Sozom., i, 22. Quibus locis contro-
versia tandem diiudicatur secundum Valesium. Socrates
enim postquam 1. e. narratiunculam quondam coUoquii
inter Constantinum imperatorem et Acesium episcopum
commemoravit, Toùtujv, inquit, oflie 6 TTa|ui(piXou Eùaépiog,
ouT€ àXkoq T€ èjLivimóv€u(T€ Trai7T0T€' èTÙJ bè TTOpà àvbpò^ fìKOucya
oùòajLiujq vpeuòojuiévou, 8^ iiaXaió^ t€ ?ìv (Tqpóbpa Kai ibq laio-
pri(ya^ là Koià Tf|v (Tuvobov ?X€T€v. Exspectaveris quidem
apud Sozomenum rem practermitti. Immo vero, etiam apud
Sozomenum legitur neque is verborùm convenientia caret.
'Eccum quem quaèris' fraudulentum homunculum.
Hoc quod sequitur satis luculentum omnibus exemplum
numeralium corruptionis esse duxi. Hausit enim non pauca
Sozomenus ex Philostorgio , cuius membra quod misera
tantum mutilata nunc habemus, valde dolemus. Locus au —
tem de Joviani morte apud Philostorgium frgm. Vili, 8
legitur hic : aùiò^ bè jietà toù^ ÙTToXeicpOévTa^ KaTaXa|Lipàv^=
- 397 —
Tà AttòàcTiava • fv tivi bè KaxaXùaa^ (TTaGjitjj Km Tpoqpfi^ jie-
Taoxùiv èv olKrjjLiaTi tivi fipii K€Kovia)iévuj KaTaKXiveiai irpòq
Stcvov. TTupò^ ò' àvacpOévTo^ , ujare àkéav èTT^v^aGai tuj oIkii-
^OTi, voTÌ^ juièv Ti&v veooxpicTTUJV TOixujv àvebiòOTO* ^p^jLia bè
olà Toiv ^ivujv TTapabuojiévTi Kai toù^ àvaTrvuaxiKÒu? irópou?
èmqppdTTOucya xai àTTOirviToucTa biaqpGeipei tòv pamXéa.
Sozom. VI. 6, de eadem re scripsit: èHairivri^èv AobacTid-
voi^ X^P^M^ '^^^ BiBuvia^ KaO* òbòv èieXeuTTiaev f| àcpeib^aiepov
oi^ Tiveq XéTouai, bei7Tvr|(ya^ f| ùttò ifì^ òbjifi^ toO oiKriiiaTO^
èv* dj èKÓGeubev, àcrpéaruj TrpoaqpaTujq èTXPi^Bévio^* èiriTevéaGai
tàp ÌKjLidba Kai voTiaOnvai toù? loixouq ójuiéTpuj^, ttoXXujv àv-
GpdKujv auTÓGi Kaiojnévujv, uj^ èv ujpcjt x^iM^voq bià xfiv dXéav.
Qui scriptorum consensus multo magis cognoscitur, si
comparatur Marcellini locus xxv, io, 12, qui non prorsus
cum illis convenir: *cum enim venissei Dadastanam, qui
locus Biihyniam disiinguii et Galatas, exanimatus inventus
est nocte. super cuius obitu dubietates emersere complures.
fertur enim recenti calce cubiculi illiti ferre odorem no-
xium nequivisse, vel extaberato capite perisse succensione
prunarum immensa aut certe ex colluvione ciborum avida
cruditate distentus*. (Cf. Aur. Vict., ep. e. 44 cruditate sto-
machi, tectorio novi pperis gravatus repente interiit).
At summa tamen differentia Inter Philostorgium et So-
zomenum eodem loco intercedit, ut primo obtutu compa-
rano, quam fecimus, irrita videatur. Subiungit enim Phi-
lostorgius biavùcTavia èv iq paaiXeicjt ^f\yaq èrr'J? ^^^a , cum
Sozomenus loco, quem descripsimus, praemittit ò bè 'lopiavò^
à|iq>ì ÒKTib ìxf\\a<i èv pacTiXeiqt biaT€VÓ)Li€V05 (scil. èieXeÙTriaev).
Locus Philostorgii autem corruptus est, quae corruptio de
itacismo qui vocatur posteriorum Graecorum a nobis de-
ducitur. Signa enim numeralium i' et ì\ sunt, quae eodem
modo illis tennporibus pronuntiata et audita a quodam li-
brario inter se oculis quoque commutata sunt. Gf. de men-
- 398 -
slum numero Zosim., Ili, 35, }xf\\aq juièv òktuj pamXeucTavTi
(se. mors venit) et Eutr., X, 18, minus accurate ' decessit
imperii mense septimo \ Et quoniam Zosimi est facta
mentio , qui Eunapium descripsit cum aliis locis , tum eo
loco , quem commemoravimus , etiam pauca dicemus de
Philostorgio qui Eunapium legisse videatur. fuit enim con-
stans ususecclesiasticis graecis paganorum historias eorumque
etiam pervicacissimorum legendi , quam rem cum Rosen-
steinius accurate demonstravit de nono Sozomeni libro, tum*
ego demonstrabo opuscolo peculiari paulo post in aedibus
B. G. Teubneri proferendo. Sed si accurate quaerimus ,
cur etiam Philostorgium putaverimus in rebus profanis ,
quae dicuntur, scribendis hausisse ex Eunapio, causam re-
periemus verissimam: quod Theodosii Magni ingenium et
naturam aeque condemnavit, ac Zosimus fecit seu potius
Eunapius, cuius verba ipsius nonnulla ea de re facta in
Suidae lexico conservata sunt. Gf. Mueller, Frg. hist. gr.^
IV, p. 36, 49. Dicit autem is qui excerpta ex Philostorgio
confecit: TaOia X^tujv 6 buacrepfi^ nepi toO eucrepecTTaTou 6€o-
òocTiou oÙK alaxóveiai KuujuiqjòeTv aÙTÒv iii àKpaai()i pCou xaì
Tpu(pf\^ à)Li€Tpiqi, òi' fìv aÙTÒv àXujvai Tpócpei Kaì tuj toO ubepou
vo(Tr||biaTi. Ad quem locum velim lectores conferant praeter
ea quae Muellerus, 1. e, commemoravit, Zosim., IV, 5o,
qui de Theodosio dixit: (pùcrei t^p u)v èKjuieXfi?, ^aOujiicji t€
irdari èKKeijicvo^ et paulo inferius Ka9i(TTd|bi€voq elq àvdfKiiv
aaXeueiv Kaià ti là KaGecnujia TrpocròOKUJjiévriv àTTCTiGcTo ^èv
•rf|v ^aOuiLilav kqì Trj Tpuqprj xoi'pciv eliriav cet. Gf. Guelden-
penning, Ifland, 1. e, p. 236(de veritate eius iudicii). Frustra
Sudhausius contendit, ut ea similitudo, quae inter Ammia-
num et Zosimum (i. e. Eunapium) intercederet, inde ortSL
esset, quod uterque eorum Oribasium medicum illum lu—
liani praeclarissimum, qui sibi in bello Parthico ùiro^vri —
jLiaia notaverat, excripsisset. Iure enim Th. Opitz (RiischL ^
- 399 -
Ad. II, p. 260, adn. 83): 'Ei,inquit, senieniiae hoc obstat,
quod Ammiano et Zosimo etiam de rebus ceterorum prin-
cìpum convenit , Oribasii autem ii7TÓ|uivTi|uia res unius lu-
liani complcAum esse videtur'. Ergo ad Martini sententiam
revertamur necesse est, qui multis locis Eunapium Am-
tniani vestigiis insistere recte iudicavit. Quae cum ita sint,
non mirum est, quod quibus Mocis Sozomenus plus habet
quam auctor suus Socrates ecclesiasticus cum Ammiano
saepius consentit. Ncque enim dubito, quin id plerumque
factum sit eo, quod Sozomenus Philostorgium legerit, qui
Eunapio usus est. Quomodo diiudicandum sit de praeclaris
illis ecclesiasticorum locis qui ad Ulphilam episcopum per-
tinent Maroldius Fridericiani collegii 'Gothicus' peculiari
libro iam est explicaturus.
Sed restant alia, quae ad Latinos scriptores pertinent.
Et primum quidem locus Ciceronianus a me tractabitur,
qui legitur in oratione de imperio Cn. Pompei, § 18. Quo
loco nunc ex Mommseni aucioritate apud Kayserum 'etenim
illud parvi refert, nos republica bis amissis [vectigalia] po-
stea Victoria recuperare'. Quamquam in Mss. traditur *nos
publicanis amissis vectigalia postea Victoria recuperare'.
Quae verba ut rectam sententiam efBciant, tantum abest,
ut ne verti quidem possint. Quid hoc loco Cicero sibi vo-
luerit, si quid video, non potest dubium esse. Dixit enim,
si ea quae res publica ex Asia cotannis in publicum usum
accepisset, perdidisset, postea Mithridate vieto recuperasset,
tamen facultates eorum, qui in Asia pecunias magnas con-
locatas habuissent, non restitui, cum eorum fides et pecunia
semel periisset. Quare gravioribus mutationibus , quas
- 400-
praeter Mommsenum alii conati synt, non opus est, sed
scribendum est, lenissima litterarum mutatione 'etenim illud
parvi refert, nos publicis agris amissis vcctigalia postea
Victoria recuperare'. Sententia, quae desideratur, eo modo*
efficitur. lam enim, inquit Cicero, parvi refert, nobis qui
rempublicam representant, publicis agris primum bello
amissis, sed postea Victoria recuperatis vectigalia, quae ex
illis agris in aerarium confluunt, denuo comparari, nam eo
modo nequaquam restituuntur privatorum et maxime quidem
publicanorum res semel amissae. Sic igitur probatur id
quod praecedit: humanitatis futurum esse populi magnum
numerum civium, qui in Asia provincia pecunias colloca -
verant, a republica non seiunctum putare. TévecTiq quae
vocatur corruptelae quamvis antiquae facillime cognosci po-
testi scriptum olim erat, ut fit etiam in inscriptionibus, PVBL.
AGRIS vcl PVBI^. AGR. quod compendium posterioris
aetatis librarius non perspexit ut prò uno vocabulo legeret
et in PVBLICANIS corrumperet. Potuit quoque fieri, ut
vitium eVaderet ex *publicis agris* minusculis litteris exarato
sillaba 'is* postquam casu quodam vel librarii temeritate
omissa est, duabus voculis in unum contractis.
Nuper legi secundi Titi Livi e. 3o *Multis, ut erat, hor-
rida et atrox videbatur Appi sententia; rursus Vergini
Larciique exemplo haud salubres, utique Larcii putabant
sententiam, quae totam fidem tolleret*. Quem locum inter-
polatum esse viderunt omnes fere qui Livium ediderunt.
Sunt enim qui verba *putabant sententiam* a contextu pu-
tent esse removenda, ut quamvis Vergini Larciique sen-
tentiae haud salubres fuerint, tam noxia Larcii sententia
vidcatur fuisse, quae tótam fidem toUeret. Sunt quidem
quoque qui nuUam censeant in hoc loco inesse corruptionem,
sed interpretandum esse : quamquam Vergini Larciique
exemplo haud salubres videbantur sententiae, tamen Larci
— 401 —
sententiam talem esse putabant, ut totam fidem tolleret.
At in utraque earum leciionum duplex illa Larcii nominis
repetitio maxime offendit, cum primo loco *haud salubris'
eius sententia nominetur, altero autem multo gravius *quae
totam fidem tolleref. Id ferri nequit, cum praesertim Appi
Vergini Larci sententias, sicut singulae antea enumeratae
sunt, ita hoc capite singulas a scriptore recensitas esse con-
textus facile doceat. Quae cum ita sint, non dubito uncis
includere *Larciique* et *salubres' mutare in *salubris', ut
illa quam deesse supra diximus, sententiarum distinctio ef-
ficiatur. Sed ne sic quidem locus sanatur, sive priorem
quam commemoravimus rationem interpretandi sequimur,
sive alteram; nam cum scriptor dicat Larcii sententiam,
quae totam fidem tolleret, omnino non potuisse accipi, ita ut
patres eam prorsus statim reicerent, vocabulum desideratur,
quod *multis* respondeat et 'omnes' significet. Si tale quid
deesset, locus de ea sententia deflecteret, quam Livium
exprimere voluisse patet : nemini Larci propositum pla-
cuisse. Ex 'multis' enim ad ea quae secuntur, nihil liceret
supplere, nisi iterum *multi*, quae res eo non mutatur, quod
*utique' particula addita est. Ergo in *utique' latere puto
*cunctique' saepissime compendio 'cùctiquc' in Mss. exa-
ratum et prò 'putabant' scribendum esse Vepudiabant*, quod
ante me etiam ab altero quodam scriptum nuper vidi. Id
autem rectissime factum esse propterea prò certo habeo,
quod verba *utique Larcii putabant sententiam, quae totam
fidem tolleret' prorsus a latinitatis usu abhorrere videtur.
Restat, ut locum qualis a melegitur, infra describam : *Multis,
ut erat, horrida et atrox videbatur Appi sententia; rursus
Vergini exemplo haud salubris, cunctique Larcii repudia-
bant sententiam, quae totam fidem tolleret'..
Legenti mihi deinde permirum videbatur, quod editores
initidm capitis XL eiusdem libri silentio praeterierunt vel
- 402 -
pauca modo dixerunt, quae ìnterpretationem parum adiu-
vabant. Nunc enim legitur ille locus hoc modo: *tum ma-
tronae ad Veturiam matrem Coriolani Volumniamque
uxorem frequentes coeunt, id publicum consilium an mu-
liebris timor fuerit, parum invenio'. Quid ? num putemus
Livium frequentem matronarum conventum dixisse 'esse'
publicum consilium vel timorem muliebrem? Id fieri po-
tuisse omnino negamus; nam tantum abest, ut ille con-*
ventus consilium vel timor quidam *sit', ut Consilio vel ti-
more quodam *eflSciatur\ Quare iam ne caecum quidem
loci corruptela, ubi sit, effugerit. Latet enim in Tuerit' prò
quo scribendum est *fecerit', ut loci postrema particula sic
egatur *id publicum consilium an muliebris timor fecerit,
parum invenio'. Sana ilio modo evadit sententia : Livium
apud scriptores quos adhibuit, non invenisse, utrum illum
Romanarum matronarum conventum effecisset reipublicae
consilium an timor mulierum.
Regimonti, mense decembri 1881.
LtDoviCLS Jeep.
— 403 -
AD EURIPID. HERC, 190
Amfìtrione, ad onore e gloria di Herakles, vuol dimostrare
a Lieo quanto meno di un toEótti^ valga un ÓTTXiTriq :
àvi?lp óttXìtt]^ òoOXó? ècJTi Tujv ottXuuv 190
Ka\ TOicJi (JuvTaxOeicJiv oucTi jui?) àTaGoi?
aÙTÒ^ T^GvTiKe Ò€iXi(jt Trj tujv tréXa^,
GpaùcJaq T€ XÓTxnv oùk ixex tuj (JiujiiaTi
Gàvaiov àjLiOvai, jiiiav fx^v àXKf|v jlióvov.
Che il luogo sia corrotto mi pare lo abbia dimostrato il
GoMPERz, Beitrdge i. Krit. it. Erkl.^ 2, 23 [767], alle cui
parole non posso né aggiunger nulla ne togliere. Ma ardisco
separarmi da lui quando egli afferma che Euripide abbia
dovuto scrivere invece :
àvi?lp ÓTTXiTriq òoOXó^ ècJTi Toiv òttXuuv
Kttì Tageuuv TttxGeiq èv oucJi Kié.
Credo fermamente che si debba emendare in questo senso,
ma credo anche che Euripide non abbia scritto un trimetro
così cattivo come è questo che il Gomperz si è veduto co-
stretto a prestargli. E se si vorrà pensare anche alla vio-
— 404 —
lenza dei rimedi! adoperati dai Gomperz, non potremo es-
sere soddisfatti neppure del palliativo ritmico lax^ei^ t èv
oucJi, proposto non ha guari dal Mekler nei Wiener Stu-
dien^ III, i,p. 41 sg. Né d'altra parte vorrò contentarmi
della trasposizione ammessa dal Wilamowitz (v. 190, 193-
194, 191 -192), perchè essa richiede anche la mutazione
del Km in kóv (cosi già Dobree prima del Kirchhoff], e
dopo tutto attribuisce una pesante ed impacciata irapdTaEiq
appunto a quel disinvolto poeta che sa ridurre a (JùvtoEi^
vivace persino le più noiose enumerazioni.
La correzione vera è, se non m'inganno, la semplice so-
stituzione di una costruzione più rara alla volgarissima di
òoOXoq con genitivo :
àvfìp óttXitti^ boOXó(; ècTii TOiq óirXoiq
Kttl ToicJi auvTax6ei(Tiv ouai jiif| àTaBoiq*
aÙTÒ(; TéGvHKe Kié.
Cf. EuR., 7"ro., 26o(cfr. i86):f\ ifi AaKcbaijiOviqi vùjiiqxji òou-
Xav; lon., 1 3o: KXeivòq ò'ò Tróvo<; jiioi GeoTcTiv boùXav x^p' ^X^iv.
Krùger, 48, i3, 6. Kììhner IP, § 423, i5. E vero che in
espressioni analoghe a quella di cui abbiamo parlato, Euri-
pide, per quanto so, adopera sempre il genitivo, ma in tesi
generale nulla mi sembra dovrebbe avergli vietato di usare,
p. es., tanto del suo Yva9ou boOXoq (Fr. 284, 5 Nk,), quanto
anche di un -^aai^x boOXoq, come pure dovrebbe aver scritto
DiODORO DI Sicilia, 8, 18, i Dind. (ed. Lips, II, p. i33),
per cui V. CoBET, Collectanea Critica^ p. 238,
Firenze, dicembre, 188 1.
Girolamo Vitelli.
— 405 —
'ArA0ArrEAOi
Wer scbafft aber von Florenz die kol-
lation des gritchischen textes ì
Lagarde (G. Ab.,4Z).
Di quella storia di re Tiridate e di san Gregorio che corre sotto
il nome di Agatangelo noi abbiamo il testo armeno e un'antica ver-
sione in greco. L'armeno fu stampato a Costantinopoli (1709-1824),
poi, sulla scorta *di sette codici, a Venezia nel i835, e nel 1862 fu
tradotto da' Mechitariani, e anche esso, come il corenese, con ele-
ganza rifatto da Niccolò Tommaseo; di nuovo, per salti (i), lo mise
in francese Vittorio Langlois, aprendo qua e là un occhio sul testo,
tutti e due spalancandoli sull'italiano, guida che non si volle appiat-
tare (2). Il greco diede fuori la prima volta Giovanni Stilting, con
versione latina e buone annotazioni, negli Atti de' Bollandisti (3) ; e
lo trasse da un codice laurenziano, forse l' unico, sopra una copia
procurata a' suoi colleghi dal P. Daniele Papebroch ; finalmente gran
parte ne ristampò per quei luoghi che rispondevano a' capitoli ar-
meni che egli aveva prescelti, il Langlois. Dolevasi lo Stilting, critico
avveduto, di non avere che una copia riboccante di errori di quella
istoria ; istoria che il Papebroch Florentiae cum Henschenio excri-
bendam curavit non propria manu (4) excripsit, excriptamve cum co-
[\) Ne dà ragione il Lanqlois nel suo libro (I, 102); ma al Gutschmid
DOD parevano salti fatti con prudenza [ZMG.^ 31, 1, nota).
(2) Collection des historiens anciens et modernes de V Armenie,
Paris, 1867. I, 99-194. Ne uscirono due volumi.
(3) Ada sanctorum, sept, voi.. Vili, 320-402.
(4) Non va dunque detto, col Langlois , copiò par le P. Papebrock
(Coli. I, 201).
- 406 -
dice contulit ; sed utrumque factum, continua lo Stilting, manu mihi
ignota magisque festinanter quam diligenter, itisi multa in codice sint
menda (p. 3o6).
Al Langlois venne in soccorso un valoroso grecista, nel correggere
gli antichi testi esercì tatissimo, Francesco Dubner; il quale non solo
a suo luogo ripose parecchi accenti sviatisi nella stampa Stiltingiana,
ma spesso propose emendazioni e accettò quelle del predecessore ;
così che nella Collection, per quelle buone lezioni che ti vengono in-
nanzi, fra parentesi, non sapresti, senza altri riscontri, a quale dei
due critici spetti il merito e la lode (i).
Il greco, in que' capi ne* quali Gregorio l'Illuminatore dà prin-
cipio alla lunga predica, non credè opportuno di intrattenerne i let-
tori; come altrove, di suo, accorcia o n'esce con un koI rà Xoiird
(part. Sj) ; non ci resta dunque di quella santa istruzione che il testo
armeno (2), non tradotto da' Mechitariani , dal Langlois , da nes-
suno (3). E a questo luogo sarà acconcio il rammentare una scrittura
di armeno che, sulle dottrine del grande convertitore del suo paese,
ci parla a lungo, e promette darci una versioife di 'tutta la catechesi,
utile di certo alla istoria dei donimi e alle vecchie, non sopite, di-
spute de' Monofisiti. 11 libro al quale rimando è questo : Agathan-
(1) Avverte il Langlois (Coli. I, viii) dovere esser grato al signor
Diibner che s^est obltgeamment chargé de revoìr les teates grecs et d^y
apporter toutes les améliorations qu*on est en droit d^attendre d^ un
critique aussi éclairé. — A riprova delle mie paróle citerò qualche passo.
Nel par. 1 tò èv ireXdYCOiv è corretto dal Dtibner in rat^ i. tr.; lo stesto
aveva già fatto lo Stilting, e anzi il primo amanuense che copiò il laa-
Mnziano. — Del DUbner è il auYYpd<pu)v itóX€|ìov , accettato anche dal
GuTSCHMiD [ZMG., pag. 4). — Di tutti e due , nel par. 2, il TTdpOoi e
r *ApaaKiòu)v , non contando che lo St., per errore di stampa, ci dà
TTdpToi, e, con peggiore accento, 'Apaaxiòujv. — Solo del Diìbner è il
Zaaav(&at, nel par. 3, ove il codice scorrettamente legge ZaaafiiKav*
(2) Nella edizione del 1862 da pag. 194 a pag. 539.
(3) La predica cadrebbe nel par. 106, tra le parole ÓXo6ù]uu)q dKoùaaT€
e quelle altre Ò€Ot£ oOv dÒ£X(po(. Il laurenziano Tavrebbe alle carte 81:
unico segno della lacuna ò questo che , nel manoscritto, il òcOtc oOv è
a capo della riga, ed è scritto con A maiuscolo, che non è V uso del-
l'amanuense.
Anche il s. Laubr traducendo dall' armeno Fausto da Bisanzio [Gè-
schichte Armeniens , Kóln, 1879) ommette un discorso dommatico che
crede di poca importanza (p. IV).
— 407 —
gelos et la doctrine de V église arménienne au V' siede: thèse prés.
à la fac. de théol. de V église libre du cantori de Vaud par Garabed
Thoumaian (i), Lausanne, 1879.
Intorno alle fonti, dalle quali attinse il narratore armeno, scrisse
con quella erudizione e queiracume e quella sobrietà che tutti cono-
scono, il prof. Alfredo v. Gutschmid in una dissertazione che ebbe
posto nel giornale degli orientalisti di Germania (2), tradotta in parte
nell'armeno, con qualche nota del volgarizzatore, nel Bas[niavep (3).
Qui il critico (4) spartisce le vecchie storie, delle quali crede pro-
babile sia composto il racconto, in tre; senza contare i luoghi tolti
a Koriun. Le tre sorgive sarebbero: una vita di san Gregorio, di un
tardnese (p. 33) ; gli Atti del santo e delle sante Rhipsime , libro
greco (p. 35-36), rifatto da un prete armeno del Valarsciapatiano
(p. 39), e qui si frappone anche la Dottrina (p. Sj) ; finalmente l'Apo-
calisse deirilluminatore, di un altro sacerdote di Valarsciapate, verso
il 452 (p. 42). Dell'ultimo riordinatore sono il prologo e la chiusa
(P. 44).
Nessuno giurerebbe che ogni frammento fosse parte proprio di
questo o di quel libro ; nuove ricerche , nuovi ricercatori possono
trattenerci o spingerci più in là ; ma che l'opera non uscisse di getto
parrà certo supposizione ragionevole a chi la studi minutamente. Gio-
verà anche paragonare quello che dice su queste origini e le obie-
zioni che fa il Thoumaian, meno pieghevole de' critici non armeni
a disossare l'antico libro.
(1) Karapet o Garabed, secondo la pronaDcia degli armeni di po-
nente, è di qae' nomi che confondono; è veramente il Precursore, il TTpó-
bpoiio^ de* Greci, non più usato, che io sappia, Qome nome di battesimo.
Anche gli ebrei spesso, guidati dairorecchio, traducono i nomi nosti*i con
altri che pare assomiglino tra quelli del V. T.; gli armeni, trovando
affinità con Carolug, cambiarono spesso il Karapet in Carlo, benché a
questo risponda nell'uso degli scrittori il Karolos.
(2) ZMG., 1877. XXXI, 1-60.
(3) Neirannata del 1878 (pag. 297-304) e in quella del 1879 [pag. 10-
16, 97-101). Ma la traduzione non va più in là della pagina 20 del testo
tedesco, e chiude con le parole untertoiesen habe.
(4) Poichò si tratta di erudito cosi sagace ed accurato, avvertirò che,
facendo dire ai mechitariani i luoghi eitati dalla Bibbia in Agatangelo,
essere ganz conform alla versione della chiesa, andò troppo in là. Af-,
fermavano solo che sono molto conformi^ e per la storia del libro non
▼a trascurato.
— 408 ^
Quello che oggi mi propongo è cosa di poco momento. Mi pre-
meva riconoscere quali aiuti avrebbe un nuovo editore del greco da
una diligente revisione del laurenziano : se lo Stilting e il Diibner
avevano sempre corretto il codice antico o solo le negligenze della
copia venuta in mano de' Bollandisti : se, analmente, tutti gli argo-
menti che il prof. Gutschmid traeva dalle parole del greco reggevano
davvero, o se non aveva a sparire d' un tratto o a disdirsi il testi-
monio invocato. È strano poi che il Langlois preposto a così utile
impresa, come era quella di raccogliere le istorie d*Armenia, abbia
schivata la piccola briga; e non la schiverò io che , per favore del
signor ministro , e per la cortesia del dott. Anziani bibliotecario,
posso con mio agio consultare il codice laurenziano qui in Pisa, e
posso dire, a chi ne abbia la curiosità, due parole.
Il codice (plut, VII, cod. -jl5) (i) è del secolo XII , in quarto pic-
colo, in pergamena; è di buona lettera, e se togli gii scambi delle
vocali, così frequenti ne' testi per la mutata pronuncia del greco, e
non ti curi di qualche accento che non posa sopra il suo luogo, è
mediocremente corretto (2). Di altri manoscritti da poter riscontrare
non so (3), né potrei, per la povertà delle nostre librerie, assicu-
rarmene.
La prima considerazione vuole esser fatta intorno a' luoghi racconci
dai due editori , e Tamore della giustizia, che tìqtì va negato nemmeno
(1) Per isvista, nel Langlois, è VII, 27 {Coli. I, 101).
(2) Di troppa correzione non potrebbe vantarsi un galantuomo che
forse fu padrone del codice 0 credeva poter far da padrone e scrisse
quattro parole alla fine della Vita^ cioè a carte 135, e dicono cosi :
« Istud Librus non intentet
nullus qmt esset Bonus
Litteratus nisi non esse in
Deus et debet essere si
sicut sanctus pauolo fuit ».
E accanto, con molta umiltà, pone il suo nome: Bernardus Fatuus,
È mano, se non erro, del trecento.
(3J II Lanolois dice il laurenziano le plus ancien manuscrit connu
(I, 101). Ripeto che non so dove sieno i più giovani; se però il francese
non avesse nell'intenzione di dire che il Codice fiorentino serba la più
vecchia redazione.
-409-
ai poveri amanuensi, domanda che, dove il codice legge chiaro come
il senso la grammatica i correttori vorrebbero, s'avverta. Questo farà,
naturalmente, chi pensi a nuova recensione; ora basti qualche ap-
punto. L' €òau]u{aq dello Stilting (par. i) ^ felicemente corretto dal
Dlibner in còGiivia^; ma còdr^via^ aveva già il codice, e nel codice
stesso sono le parole fipxovro (per fipxóv te, par 7); tòv èjiauToO [per
errore èjiauTÒv] kóttov (par. 23) ; ó yàp (anzi che ó jiév, par. 9, 27) ;
irpò^ T?|v Tujv eeCtiv (par. 58, 16). E così altrove.
Prendiamo intanto in mano la Memoria del Gutschmid. Fra le la-
cune che egli avverte, paragonando il greco con l'armeno, sarebbero
anche le parole (par. 142, 2) irpoq>f|Tou kqI PaTmaTOO 'Iwdvvou koì
'AOevoYévou^ ToO ^dprupo^, kqI (pedaa^*..; ma il codice le ha tutte alle
carte no (cfr. Gutschmid, p. 3). — Trattandosi di lezione dubbia,
noterò che il Dlibner, al par. io, ha solo Zovàpovt da correggere in
KailoxMJipou; laddove, cosi i BoUandisti come il nostro ms. (f. 11),
danno xal loDàpov (Gut., p. 8). — Altrove (p. 11, nota) il Gutschmid
tocca dello arriXlTai, e gli piacerà sapere che il <laurenziano legge al-
trimenti, cioè am\\ÌTa<; (f. 120), voce che sarà agevole mutare in
airnXatTa^, e così cascano i ragionamenti che posavano sull'età di Si-
meone.
Un luogo principalmente mi tormentava nelle stampe, e fu quello
appunto che m' invogliò a consultare il laurenziano. Solo il greco,
come accennavano il Langlois (p. 11 5) ed il Gutschmid (p. 3) ha nel
capo X** àvaKd^i|ia^ òè èir' 'Epaaev^, onde le note sul campus araxenus
dello Stilting (p. 327) e del francese; ma anche qui soffia un vento
e tutto sparisce; il codice ha queste parole, dv. òè ènépcurev el^ Tf|v
iòiav iraTp(òa. La correzione era così ovvia che non se ne avvide
nessuno !
Ma prima di attendere a quello che abbiamo nel codice, discorrerò
della parte che manca, ed è una lacuna tra il capo Vili ed il IX
che lo Stilting ed il Langlois riempiono con la versione latina di un
luogo corrispondente nella vita di Gregorio che troviamo tra quelle
di Simeone il Metafraste. 11 codice in fatti ha due pagine (9 B e
10 A) che non si leggono più; la raschiatura è tale che in molti
luoghi è sfaldata la pergamena, e, nelle altre parti, delle lettere rimane
appena una fuggevole traccia. Dalle cose raccontate da Simeone, se
veramente vi rispondeva la narrazione del nostro testo, non si sco-
prirebbe la ragione che movesse un nuovo lettore a cancellare le
Kivista di filologia ecc., X. 37
— 410 —
tradizioni de' suoi vecchi ; né l'armeno ci può aiutare perchè in questo
principio va solo, per la sua strada, il greco. Forse a migliori occhi
riescirà di raccapezzare i periodi compiuti ; io non leggo che parole
staccate, e con fatica trovq nella prima pagina qualche proposizione
monca e da non contentare che i curiosi. Spesso non restano che gli
accenti, di sotto a* quali puoi indovinare, con probabilità, che cosa
intendesse lo scrittore.
1. 'ApTopdyTiv 'ApT[aat]pdq
2. éauTCp
3
4. ; Tà aoG
5. xal KÒpxo^ ùndpxci
6. ò(òoi) è^oi éxiliv TÒ aTé\i\ia qx>pél • . .
7. irpoa&uipfiaoMai aou x\bpav ^iav èv ij
8. PidiaTK KaXCb^* ^é^viiac òè tiBv adiv
9. ^rijM&TUjv i^vUa elpr^ica^ tQ paaiX^a-
10. 019 diropXè|ia^ ek '^où^ Òpó|i0u^ tiXiv al-
11. T^puiv èv èxcCvi] Ti} Aì^ip^ Av^^
12. àK[otLÌov]Te( òè TÒ óp-
13. |uif)aa|i€v èinOTd|iCv[ot] . . . |ièv
14. è^f|v v(kt)v (7f|v Ò€ dmbXciov x«'* • P^
15. ci? To. . . Gnvoii» *ApTapdvT^^ òè irpò^
16. .ToO( à
Il òpó|uiou( al V. IO non ho potuto mutarlo perchè le lettere sono-
assai chiare; facile è il correggere olrèpuiv in érèpwv. Per ora non ho
potuto fare né meglio né più.
Vengo ora alle lezioni; scelgo e non do ogni cosa; vedremo come
spesso megliora, peggiora qualche volta, il testo delle stampe; gio-
veranno gli appunti o a chi studia il greco o a chi ama compararlo
all'armeno. Di accenti errati, di sgorbi di penna, di errori manifesti,
non tocco; e perché non tutti hanno alle mani i Bollandistì, andrò
per ordine citando que* paragrafi che si trovano nella edizione Dii-
bneriana; serbo gli altri alla fine (1).
(1) Gito il capo e le righe^ poi le carte (f) del manoscritto.
- 411 -
ly 16, €Ì( toioOto oOv, f. 4 I 3, 3, KaTOYóiievo^, e 3, 22, KOTOTó^evoi,
f. 4, 5 I 3, 20. PaoiXiòa, f. 5 | 4, 19, nera Tff^ oIkcìo^, f • 6 | 4, 20, IXerev
oOtui;* dp&TO B€Ìa, f. 6 | 7, 9, toù^ rà òcivà ir., f. 8 | 8, 8, èv òxupui-
^àrì)y f. 9 I 8, i5. 11 Dtìbner, non* già lo Stilting, suppone lacuna;
con COSI lo scrittore del codice. Abbiamo forse a leggere : TTépam t€
KOl TTdpOot, f. 9 I 8, 22, irdXiv irpò^ iróXc^ov cÒTpcirfK* Veramente il
-cod. ha cÙTpciró^ ; il Dtìbner cOrpeirTÓ^, f. 9 | 8, 23, fifivatq, f. 9 | 8,
33> irapoxiiaàvTu/v, gli editori; è oscura la lezione nel ms. £.9)9, 7.
Luc^o dubbio. Il cod. f. 9, Xoa..a ti}! 'A. 11 Gutschmid ne parla in
nota alia pagina 4 | 9, i3, èEéXemcv ó XP^vo^i f. lO | 9, 20, ouvevUiaa^
(non ouvapfitbaaO» f* u j 9) 3i, per d\ia tc fcpr) proponeva il Dubner
^eorpdqnii e infatti il cod. legge dvaaTpé(p€t f. 11 | io, 10, xal d^
<d<pflnaafiòv fiCToOdvou rà^, f. 11 | 11, 3, OcwpfiaavTC^, f. 12 | 11, io, Tf|v
TTcpafiv I ti, IO, xal Tal< ir., f. 12 | 11, 17, diroaToXf^vot, f. i3 | i3, 2,
TTdpOttiv, non TTcpadhr; come l'armeno, f. 14 | 14, 16, èircbciicvuTO, f. 14
I i5, 21; 19, 21, vou^évopxot, già corretto dal DUbner | i5, 32, ir€-
i)i€iToif)aaTo, f. 16 I Nel ms. la fine del capo XV è congiunta al prin-
•cipio del capo XVI, e a me pare assai meglio : Kal tfiv€To é^ fiieouae,
f. 16 I 16, i3, ToO TÓirou èKdXei. Forse il prototipo aveva tò Svo|iaT.
^. è, f. 17 I 16, 9, e le stampe e il codice, f. 16, oò fitKpÓTaTov irai-
^(ov; ma il nome che precede è Kouadpui, scritto, quanto alle finali,
in modo spesso oscuro; credo dunque che ou, o segno che assomi-
gliava, appartenesse a quel nome, e si debba leggere fi. k. ir. Cosi
risponderebbe meglio all'armeno (p. 42, 2) che vuole appunto mankik
mi phoqrikf cioè un bimbo piccino | 17, 9, ir. h. éauTóv, f. 17 | 17, 16,
^taq)ópou^ àtavatcrfiacK , lezione ottima, f. 17 | 18, 12, ùiroxXCvavTC^
(non àitoK.)> f. (8 j 18, fine, mancano nelle stampe le parole del co-
dice: fiv hi Kol TT^pii6dTTi<; aùv oùrot^, f. 18. Allo stesso modo dice
l'armeno (p. 45, 23) | 20, 20, (ppoYcXiòoavTC^ , f; 19 | 20, 23, tòv ti&v
r., f. 19 I 21, 17. Forse avanzo di migliore lezione, il codice ha
-questa: éxicXiidov i)v Xer» f. 20 | 23, 6, irpo^eòÓKOuv, f. 21 | 23, i3. Che
mancasse una parola, si accorse Io Stilting; il Dùbner suppose ac-
pdvTuiv. Ecco la lezione del ms.: Ti^f|v Tdh^ òoEoXoToOvrunr èv i> t.,
f. 22 I 23, 27. Le stampe oùx 1^ è|if| dXX' oòÒ€vò( 1^ èXirfc;; il codice in-
"vece: oùx 1^ i\if\ àKKf^ i\ èXirf^, f. aS, e correggeremo dXX'i^ ai\ èXir(?.
Cosi anche l'armeno (pag. 53, 24) | 24, 8. Cancella il |iév, f. 22 I 28,
i5, èirappT)aid(7uj dXóyouc;, f. 26 | 3i, 3, ètri Ke<paXf)( Kp€|ia|Liévou, f. 27 |
TIota che il D. salta, al par. 48, 5, tra òciviXr^ e oòkoOv, nove righe
- 412 - •
che puoi vedere nello Stihing | 48, 8, xaXd^ivov d, f. 40 | 49, 2, airap-
•rioK Tuiv àaKwv, (f. 40), come aveva già lo Stilling | 49, 3, xaraKé-
ipotXa, f. 40 I 5o, 7. Qui il D. fa congettura di un èKoXivòouv; Tèincd-
XinTOv dello St. è proprio del codice , f. 41 | 53, 3, KaTax^civ Kard
ToO aépLaroc^ oùtoO, xal KaTexdT) 6Xov tò a<b\ia aÙToO, f. 43 | 54, 18,
KXìpiov xal oujTf^o^, f. 44 I 53, 4, xaT^otpevev, f. 44).
Alla fine del capo LVIII leggiamo le parole, citate già dal Ban-
DiNi nel suo Catalogo (I, 276), e trascurate dallo Stilting: 'EvtcOOcv
Td KQTd Td<; dria^ Tuvatxa^.
60, IO, TQl^iKfiv (non Twaixeiav); f. 48 | 62, 3. Va restituito TdrioTpó-
q)OK del manoscritto (f. 49), mutato in dYiOTpónoK dagli editori; il
quale risponde alla voce armena srbasne'li (pag. 116, 2) | 56> 1$. Di
chiara lezione è nel codice òeXoupTctv, f. 52 | 57, 16, tòv il aòrdiv
edvOTov ùnò ToO ecoOaÒTiIiv bóHav, f. 53 | 68 , 3, òicbtOOni f- 53 | 68,
5, Tf|v òiòaxi^jv oÙTUJv, f. 53 I 70, 9, ùnò tùv ircZùv, f. 55 | 71, 5. Na-
turalmente cù|iopq>{a( odTf)^, come ha il codice, f. 56 | 75, 12. Pare
dica èmiOpa^; leggerò èirl O&pa^ (non èirl dpfli), f. 59 | 75, 21, xol'Td
Tcvóiicva. Migliore lezione che il X€TÓ|i€va, f. 59 | 77, 5-9. Il D. pro-
pone riordinare e correggere. Avverto solo che lo Stilting segue alla
lettera il nostro codice, f. 60 | 71, 12, TrapaOfixii, conservato anche
dallo Stilting, f. 60 | 78, 5. 11 Dtlbner dvaYxdaai (come l'armeno, che
dice stipeti, 145, i3); il ms. legge, e cosi la vecchia stampa, dirarrtaai,
f. 61 I 78, 16, /jvdYxoZov tfÙTi?|v eliretv iroiety tò e., f. 61 (cf. nell'ar-
meno fa le voglie di lui^ p. 145, 17 | 85, 23, €l|Lil l-ié, f. 66 | 88, 4.
oùX(axoK, f. 67 I 88, 17, 1^ dirfo Taiovfi, f. 68 (come neirarmeno surbn
G. p. 163, 21) I 89, 14, audYpuiv dXXaTciq, f. 68 | 90, 6, i)\x\xiy,f, 68
(non f||ii&v. Anche l'armeno s'accorda al ms. p. 166, 3 | 90, i3, èpi-
lyoMCv, f. 69. (La stampa dice come l'armeno) | 90, 14, óard aÒToO,
f. 69 I 90, 23, èviOxXei (le stampe èv òxXqi), f. 69 | 91, 4, dTrdvniaiv ,
f. 69 I 91, 7, dpa Zq, f. 69 (le stampe d. aù. L'armeno s'accosta al
ms. chi sa ci sia? p. 167, 17) | 91, 9, Td Tevó|ieva fpra, f. 69 | 92, 8,
oùtOùv b., f. 70 I 93, 12, oùbè |if|v di., f. 70 I 108, 6, f^aav bé, f. 84 |
no, 7, 8, TÒTE ?(peaa€v, f. 85 | no, 12. Il DQbner era dubbio; il
ms. 3pùZujv, f. 85 | no, 24. 11 Dtlbner corregge in ircpiKCxXaaMévcc il
ir€piK€xXuj|u^oq dello Stilting; il ms. Tr€piK€KaXu|u|iévo^ (come l'armeno
patate'al , p. 55o, 23 | n i , 5, €ùeO|iiu?, f. 86 | i u, 3 ( , ùttò t. e., f. 87
-413 —
I 114} i^> <^nM<i ^^ aKiivf)v è. vcqKxpavf), f. 88. Non c'è lundy come
non c'è nell'armeno, p. 556, i3 | ii5, 7, dpiéTpwv, f. 89 | 121, 8,
irpóOTeraYiiévoK. Cfr. anche 122, 6 | 121, 8, ai irepi, f . 94 | 124, io.
Il xal é già nel codice, f. 96 | 124, 24, toO (pTOu, f. 97 | 126, 17, tòv
iroifiaavra, f. 98 | 126, 18, àTicXeùv eie; tòv tótiov, f. 98 (cfr. Tarmeno,
p. 578, 25) I 129, 9, TÒV èKCtac puj|Lióv, f. 100 (onde, nelle stampe, tòv
<j€Pa0|ióv) ! Sulla fine del § 129 è a vedere quello che propone lo
Stilting , e poi il DUbner, e gli avvertimenti del Lagarde (Gesam.
AbhandLy p. 294). Noto solo che il codice legge cò^ddr^Toc;, f. 100 |
i3o, 2, ^Kouaov (non ?icXaaov), f. 100, come l'armeno {ajre'al, p. 584,
i5) I i32, 19, Bopaa|uif|vii(;, f. 102 | i33, 2, MavC (non 1au(), f. io3. A
non dire Ani può essere stato trascinato dal leggere in fretta il suo
testo armeno, cfr. p. 590, 8, hAni) \ i33, 22, Giaòia^ (armeno 77ri7,
p. 5gi, 16) I 134, 6, |i€TaPaX€!v, f. 104 | 134, 9, koI oìkcCou^, f. 104 |
134, II, BaTaap{2: (non BapadipiS^i f. 104 (armeno Bagajar*ic') | i36,
i3. Il ms. dpxuiv TOÙTUjv *Att«» e correggeremo toO tu»v 'A., f. io5 |
i36, 22, fipxujv ò Tf)^ K dpxwv ó Tftc Z., f. 106 I i36, 24, cancella
il Ka( I 136, 25, 6 T€a. fipxujv | i36, 27, MaXxaZiuùv, f. 106 | 140, 11,
Ti&v èmaKÓmwv, f. 109 | 141, i, Kal 6t€ ?<peoo€v Tà opri, f. 109 (anche
r armeno e'/cw, p. 606, 9 | 141, 2, i3, Oòaunio^, f. 109 | 141, 14. Le
parole in parentesi nel D. appartengono al codice | 142, 14, kotò
irpóaroEiv, f. ni | 143, u, tóhov toO UpoO, f. iii | 143, 19, perTè-
ireXOóvTa^, il ms. vuole àTreXGóvTa^ che non quadra ; ma forse il greco
aveva, come l'armeno (cfr. p. 618, 18) partiti da Cesarea | 144,
12, Ab€Xq>f|v aÙToO, f. 112 | 149, 6, k. aÙTOTrpoaip^Tiu^, f. 116 | i5o, 5.
èvcxOéviuiv napTÙpuiv, f. 117 (anche l'armeno dice così, p. 623, 8) |
i5i, 7, àpoùpa^ èv Tolq xwpion, èv òè Tat^ kw^ottóXcoiv énTà dpoùpaq
d^. Parole che sono già nello Stihing e dimenticate dal Dubner |
i5i, 9, èxéXeuaav, f. 118 | i5i, i5, òià maTiKUjTdTii^ óbr\fia(;, f. 118 |
i52, 9, iraiÒ€VO]uévou^ i&aT€, f. 118 | 1 54, 6, nevdoOoi xai, f. 120 | 159,
12, Kal TOt^ TTveufiaTiKot^, f. 124 I 160, 3. Il ms. TaaàTì)^ *Aaouf|v luv
irapT(òo( con accenti sopra uuv che sono rifatti e cancellati si legge-
rebbe 'AaouT)viIiv, f. 125. L'armeno Ashot^kh (p. 641, 8) | 161, 8, xal
icXdov èv Tfl iriaTCì aTTiplEij, f. 126. L'armeno, come le stampe, solo
il raffermare (p. 643, 7) I i63, 7, oOtu;^, f. 127 | i63, io, irdvTC^ Tfl
dXii6e((]i maT€<jawa\v, f. 127 | i63, 17, Auaavóv (cfr. l'armeno, 646, 21,
< le correzioni proposte dagli editori) | i65, 16. Come le stampe legge
il codice, ma è a vedere la congettura del Lagarde {Ges, Abh,y 188},
— 414 —
MaaaxoÙTUiv | i66, 8, irepl toOtuiv, f. 129 | 166, 14, olicouiieviKQ, f. 166
I i66y 16, dvairaOcTovmi (leggi -awvTOu) | 167, i , Atdrrep 6au^d<ya^,
f. i3o I 167, i9> èEdirev òè kcK | 168, i3, 'Apopàr Kal iróXet, f. i3i |
169, 17, 7T(aT€iu(; Kal àctia(i, f. x32 | 172, 3, xPn^JTOù^ xpovorpcup^oc tó-
|yu>u( òterX^M'aMev, f. i33 | 172, 12, òierdEoTO | i63, 16, 6 irovdruK A.|.
Due volte rammentai il Lagarde, e gioverà porre qui tutti i luoghi
delle sue Dissertazioni (Leipzig, 1866) che toccano del testo armeno
o del greco di Agatangelo, e sono : pag. 40, su hangaman, èmrfiòeuoic
(armeno, p. 568, greco, § 121); p. 43, su Palhav (arm., p. 36, 39,gr.,
§ i3, 14); p. 49, su tag'ar', iToXdTtov (arm., p. 65o, gr., § i65); p. 68,
su Shahap, èOvdpxii^ (arm., p. 65o, gr., § i65); p. 69, su Shahapivan
(arm., p. 65o, gr., § i65); p. 179, sul mese di Sahmi (arm., p. 611,
gr., § 143); p. 186, sullo spar'apet, OTpaToiTCÒdpxTl^ (arm., p. 65o, gr.,
§ i65), e p. 187, su BDEASHKH (arm., p. 65o, gr., § i65).
Vengo ora a' capìtoli del greco che il Langloìs mise da parte e per
i quali abbiamo a ricorrere alla edizione dei BoUandisti; se nonché
mi asterrò da lunghe citazioni, scegliendo solo nelle mie note quei
passi ne* quali la revisione diede qualche buon frutto.
Capo XXVIl, 19. Il luogo della Scrittura (Salmi CXIII, i5c=CXV,7)
è citato più ampiamente: oOk òacppavOfiaovTat. x^tpa^ Cxov<n xal od
\\^ì\\a<p^ao\ìa\v, f» 25. (Così pure l'armeno, p. 60, 8).
Capo XXXIII, 26. 'Et^vcto d)^ l'jjuicì^ (invece che è. cùacp^O* f. 3o.
(E l'arm., p. 71, 5).
Capo XXXV, j6. Tò aT|uo Tdh/ euaiuiv, f. 3i.
Capo LXIV, 20. La stampa : èv l'jjui^pc^i Tfl<; òiKaioxpiaiat; Tf\^ W£iK
oou; il manoscritto (f. 5i): è. 1^. t. ò. xal diroKaXOnicu)^, e dopo una
riga raschiata: Tf)^ hòlY\<; aou. Sotto alla raschiatura si vede chiaro
che c*erano le parole stesse, ripetute per errore di copista. L'armeno
infatti nulla ha di più del laurenziano (p. 120, 14).
Capo LXV, 21. La stampa: irapaòoOvai PaadvoK, dXX'tva rà^ ^n>Xà^y
il ms. (f. 5i), tra Paadvoi^ ed dXVtva, ha una riga cancellata, e legge,
— 415 —
per di più, oùòè yàp SiicXXev aòrod^ (non aòrdiv). L'armeno oltre ai
tormenti ha la maldicenza (p. 122, 2). Anche *lo Stilting avverte le
due lacune.
Capo LXXIX, 20. La stampa: £v€kcv aÙToO OovdTOu. |uiee'6Xr)v Tf|v
i\}»épav; il ms. è. a. 0avaTOÓ^€6a 6Xt)v t. f\., f. 62. (L'arm., p. 148, 12).
Capo LXXXII, i3. Oòk èir66ó]uTiaa, f. 64. Manca la negazione alla
stampa, e se n'era avveduto lo Stilting. (Arm., p. i53, 25).
Capo XCVIII, 25. Più ha la stampa che l'armeno (p. 180, 11}, e
più della stampa il laurenziano : irpò^ laoiv miuxOliv xal auijuidTuiv * xal
I60Ù èpYaTiKdi^ Croifioi ia\i£v ti?|v y^Jv Tdiv itiux(&v ò}xC}y^ f. 75.
Capo evi II, 2. Leggi : ck dvdirauaiv xal èv eipf|v^ òirviOaaTC, f. 83.
Così anche l'armeno (p. 544, 23).
Capo CVIII, 28. La stampa: tò rf^ àXrfiwfi^ irapabtOaeu)^ toO Xpia-
ToO, Kal Toù? irv€u^aTiKOÙ^ icóvou^, e nella versione : cum vera tradi-
tione de Christo^ et vitam illorum et spirituales labores.
Non c'è nel greco che un salto fatto dal compositore ; certo l'apo-
grafo aveva, come il laurenziano, xal tòv piov aÒTith^, f. 84. (Arm.,
p. 546, 26).
Cap. CXVII, 16, 17. Il ms.: aÙTdiv (f. 90) invece dei due aòroO
della stampa, accordandosi con l'armeno (p. 56i, 12, 14].
Capo CXVIII, IO. La stampa: i)^^\i\ èaxiv 1^ xaOoXixfi èxxXrida; il
ms.: 6. k. Tfk xoeóXixfk èxxXr^aia^, f. 91. Comparando Tarmeno (pativ,
p. 562, 23} leggeremo 1^ hòla Tf)< x. €.
Capo LXXXVil, 2. Le parole Eixdrv rf)^ èmatoXft^ sono nel ma-
noscritto (f. 106) in lettere maiuscole, e a capo della pagina. Come
fanno nella edizione armena (p. 598) i mechitariani.
Capo CXLV, 3i. Come la stampa, cosi il codice. Ne fo cenno
perchè lo S. suppone perduto un irdvTa^, che non ha nemmeno l'ar-
meno (p. 61 5, 9).
Capo CXLVIII, i3. Leggeva lo Stilting xà irap* aùrdry TTpoarc-
TOTii^at naa avrebbe desiderato irap' oùtoO, e così appunto ci dà il
laurenziano (f. 1 15).
Capo CLVI, 1 . La stampa : ToOtuiv éaurCp èinTcO^xiIi^ : manca piov
(t. p. é. ì,) che è già nel codice (f. 121) e che suggerito anche dal-
l'armeno, che bisogna con attenzione comparare (p. 632, 21).
Capo CLVIII, 7. EliróvToc; e non ttoioùvto^ (f. 122).
Panca quidem fateor^ ma il lettore si contenta. Né dovrei qui ri-
- 416 —
fare la storia delle ricerche intorno ad Agatangelo, alle quali ho in
parte accennato. Un desiderio mi nasce sempre più vivo: che i me-
chitariani, così operosi illustratori delle cose nazionali, ci dieno di
quelle antiche istorie una nuova edizione, nella quale pongano il
greco accanto all'armeno, seguendo per Tuno, anche nelle cose pic-
cine , il laurenziano , e avvertendo chi corregge e perchè ; e vorrei
che per l'originale, stampassero a pie di pagina quante varianti danno
i codici anche dove, specialmente ne* nomi propri, ci vorrebbero tra-
scinare ad errore. Y*è, per esempio, un nome di paese non sufficien-
temente spiegato: la stampa del 1862 legge Ér'otantak (p. 626, 20),
e la traduzione italiana dà in nota: nome in varii modi scritto nei
codici e in tutti male (p. 176). Se avessimo tutti questi sgorbi sotto
gli occhi non potrebbero forse giovare? Il codice greco ci dà una
mano appena: di quel nome non e* è ombra; esso ci offre (f. 119),
come le stampe (§ i52] : lq>Ooa€v oOv kqI èv Tot( irpUiTOi^ fiépcoiv 6
dpxi€iT(0KOTro<; èv t^I 'Apapàr iraTpiòi. Insomma , nella giacitura delle
parole, a quella voce oscura dell' armeno , risponde V arcivescovo ;
nasce dunque il dubbio che un (>rototipo dicesse per modo che il
greco poteva farne una chiara traduzione, e un altro codice, male
letto e peggio ricopiato da altri, tramandasse un enimma. Dò la con-
gettura che so bene non reggersi sopra basi salde come vorrei.
Che il greco sia versione, originale l'armeno s'ammetteva con qualche
dubbio dal Somal [Quadro, p. 11); con più sicurezza dai mechitarìani
che ebbero cura della versione italiana (p. X) ; e da ultimo ripetè e
accrebbe le ragioni che ce lo confermano il P. Gare'gin nella sua
Storia della letteratura armena (i) (I, 116). E sono: a) l'uso di
'Epaadx (P- 40i § i5, p. 17); b) Kpóvo? per Arama^t (p. Sgo, § i33,
p. i5i); e) *'H(pai(TToq per Mihr (p. SgS, § i34); d) l'armeno tAaaó%
(p. 598, § i38, p. i53); e) il aoo|Li( (p. 611, § 143, p. i65); /) il plu-
rale E€voÒ€ktC&v e€uiv (p. 623, § i5o); g) il Movadpx (p. 642, § 160);
h) il TTaaKaTrcTéuiv (p. 63o, § i65, p. 172]; e finalmente 1) il Zopa-
KnviI»V {p. 587, § l32, p. 149).
Anche contro Tautenticità della Lettera d'alleanza combatte il nuovo
(1) In armoDO , stampata a Venezia; il 1^ volume nel 1865, il 2^ nel
1878, e si aspetta il terzo. — In queste citazioni dò la pagina del testo
di Agatangelo, il paragrafo del greco, e la pagina deiritaliano, quando
le note di questo s'accordano col dire del p. Gare*gin.
- 417 -
storico (i), come un suo collega respinge nel Basftnawep (1878,
pp. 229-232) la supposizione che ci fosse un testo greco rifatto in
armeno nel secolo VII da Eznik il prete; così per lui come per gli
altri mechitariani, e intendo dire i nostri veri maestri, lo stile del
libro ci porta al quattrocento, alla età d'oro dei traduttori.
Pisa, I» febbraio 1881.
Emilio Teza.
SE 1 GRECI ODIERNI
SIENO SCHIETTA DISCENDENZA DEGLI ANTICHI
(a proposito d'una recente pubblicazione)
È nota la conclusione a cui, dopo il Kopitar (2), fu tratto il Fall-
merayer dai vasti, ma non sempre abbastanza profondi suoi studi sulla
storia e suU' onomastico topografico della Grecia medievale : — Nei
primi secoli del medio evo finoair8oo ha luogo in questa contrada una
continua e forte intrusione di elementi etnici stranieri ; dappertutto,
salvo nelle città marittime, V antica popolazione, la ellenica, è so-
praffatta e scompare ; quasi dappertutto l'odierna popolazione è pro-
venuta da quei diavoli in carne ed ossa che sotto i nomi di Sciti,
Sciavi (Sclavini, Sclavesiani), Bulgari, Unni, Avari, Pazinachi , Cu-
mani. Alani, ecc., invasero la penisola sterminandone gli indigeni, e
specialmente dagli Slavi. I quali però vennero a poco a poco, nel
(1) Vedi lo StiltiDg (Vili, 401) e TAgatangelo italiano (p. 194). Una
parte di questa lettera si può vedere nel Galano {Condì. ^ I, 31-35).
Noto qui, chiudendo, che il Patranov nel suo BibL Oc*erh (pag. 28)
rammenta anche una versione in latino, stampata a Venezia nel 1835.
Ma il dotto armeno fu tratto in errore da qualche catalogo che citò in
latino il testo armeno stampato appunto in quell'anno.
(2) V. Deffner, Archiv fùr mitteU und neugriechische Philologie,
I, p. 3 (1881).
- 418 -
corso di sei o settecent* anni, ellenizzati nei costumi e nella lingua,
come nella religione, dalla Chiesa sempre potente e dal Governo bi-
zantino nelle sue diverse epoche di rifiorimento (i).
Fin dal principio, a dotti anche non greci siffatta conclusione parve
eccessiva e temeraria. Già, in opere ben note, THopf, il Rambaud, il
Paparrigopulos e ultimamente Bern. Schmidt (i), Enr. Kiepert (3),
G. F. Hertzberg (4) e Lor. Diefenbach (5) la ridussero entro confini
più modesti e ragionevoli. Se fosse vero infatti che un tempo la
Grecia , non eccettuato il Peloponneso , fu presso che tutta slava,
dovrebbesi poter affermare (il che non si può) che nell'ordine antro-
pologico il tipo slavo è quello che oggi vi domina (6), e non si sa-
prebbe spiegare come gli idiomi che ora vi si parlano sieno continua-
tori legittimi della lingua antica; come questa, se non si è propagata in
essi tal quale col suo primitivo organismo, secondo che quasi vorreb-
bero far credere i dotti d'Oltre- Jonio, siasi però alterata e trasformata
conforme a leggi organiche indipendenti da ogni influsso straniero,
analoghe a quelle per cui si convertiva il latino, p. e., nell'italiano; e
come assai poche (lo vedremo più sotto) sieno le voci slave che vi
si odono, nel tempo stesso che rimangono pure di elementi slavi
la fonetica e la morfologia non meno della sintassi. E non è ammissi-
bile d^altra parte che una Grecia slava sia stata riellenizzata poi al
risorgere della potenza bizantina e sotto l'influsso della Chiesa, perchè
in tal caso noi vi troveremmo oggi una lingua comune, uniforme, por-
tante, per cosi dire, in fronte il carattere di tale origine, in luogo
della più grande e viva varietà dialettale ch'essa ci presenta (7). Nes-
suno però di quei dotti mise in dubbio che abbondante sangue slavo
(1) Welchen Einfluss hatte die Besetzung OriechenlantTs dureh die
Slaven, ecc. (1835), Oeschiehte der Halbinsel Morea wdhrend da
MUUlaltBrs (1830-36) ; Fragmente aus dem Orienta ecc. (1845).
(2) Das Volksleben der Neugriechen und das hellenische Alterthum
(1871).
(3) Lehrbuch der alten Geographie (1878).
(4) Geschichte Griechenlands seit dem Absterben dee antiken Lebens
bis jur Gegenwart (1876-79).
{f)) Voelkerkunde Osteuropas^ insbesondere der Haemoshalbinsel
und der unteren Donaugebieten, I (1880).
(6) DiBFBNBACR, Op. cit,, p. 142.
(7) SOHMIDT, Op. Cit.f p. 4.
— 419 —
col tempo si fosse trasfuso neirellenico. Or la medésima quistione sol-
levò dianzi e intese di risolvere in senso affatto negativo il valente
erudito greco Costantino Sathas (i); egli volle lavar via quella che a
lui pare una macchia ignominiosa dal corpo della sua nazione e di-
mostrare come il sangue ellenico, il neo-ellenico, nominatamente nel
Peloponneso, sia puro d*ogni miscela straniera. Perciò doveva egli,
da una parte, dimostrare che TEllenismo nel Peloponneso era persi-
stito continuo e inalterato dair antichità fino ai nostri tempi e, dal-
l'altra, che non erano punto Slavi gl'invasori medievali di questa
regione, cui dicono Slavi gli scrittori bizantini.
Abbastanza facile era il primo compito, a cui avevano ben prepa-
rato il terreno le opere degli eruditi su citati e massime quelle del-
l'Hopf (2) e dell* Hertzberg e la grande opera in cinque volumi, in
greco, del Paparrigopulos, di cui in Occidente, in generale, non si
conosce se non il sunto pubblicato in francese dall'autore mede-
simo (3). Ecco qui, in sostanza, come ragiona il Sathas.
— Sebbene per origini e lingua e tradizioni unita all'impero bizan-
tino o, com'esso intitolavasi, romaico, l'Eliade da questo non fu mai
voluta riconoscere per madre, giacché il pernio della politica bizan-
tina, come ora dell'austroungarica, era la negazione d'ogni naziona-
lità, della preminenza d'una nazione sulle altre. Nel quale disdegnoso
procedere la Corte aveva per compagna la Chiesa, che non poteva
facilmente dimenticare l'antica tradizione che nel motto Ellenismo
le faceva vedere un sinonimo di Paganesimo; tanto più che questo
in Eliade ebbe infatti vita assai lunga e tenace e anzi non era ben
morto neanche dopo il secolo X. Di qui tra Elleni e Bizantini un
antagonismo che si andò facendo sempre più evidente e violento: i
Bizantini davano un significato di spregio al nome di Occiden-
tali col quale chiamavano gli Elleni, e questi al nome di Orien-
tali che applicavano a quelli. Per più di undici secoli l'impero si
ostinò a credersi e a dirsi romano, e gli Elleni, quieti dai tempi di
Alarico fino a tutto il VI secolo e poi fino alle Crociate ostili e
(1) Mvim^o TfK éXXiiviKfi<; laTopCa^, Documents inédits relatifs à
l'hisioire de la Grece au Moyen-Age^ T. I. (Paris, 1880), prefazione.
(2) Griechenland im MUtelaUer und in der Neuieit [neìVEncycL v,
Ersch. tt. Grubbr, voi. 83, 1866).
(3) Histoire de la civilisation hellénique (Paris, 1878).
- 420 —
apertamente ribelli a Costantinopoli, non esercitano su di esso in-
fluenza alcuna. Ma ciò non vuol dire che gli Elleni fossero estinti.
Non mancano indizi e altresì buone prove ch*essi erano pur sempre
vivi e vitali. Bastino queste. Essi tennero sempre , come tengono
tuttavia, la medesima dimora e parlarono sempre, come parlano tut-
tavia, la medesima lingua dei loro antenati viventi prima della con-
quista romana. Nel secolo XI un uomo politico , Psello, e al prin-
cipio del XV un filosofo, Pletone, asseveravano che gli abitanti della
Grecia dei loro tempi erano della stirpe degli Elleni , che tali erano
stati sempre in particolare gli abitanti del Peloponneso, non mai da
altri espulsi e soppiantati , fedeli conservatori della lingua e delle
istituzioni avite. E tanto in qualche modo confermavano i governa-
tori dei domini veneziani della Morea, ricordando che quei di Tri-
polizza erano vera progenie degli Arcadi e che i Mistraoti si glo-
riavano di sangue spartano.
Or come avvenne che si formasse Topinione che nell'età di mezzo
il Peloponneso, se non quasi tutto , come vorrebbe il Fallmerayer,
almeno, come credono presso che tutti gli altri dotti stranieri alla
Grecia, in buona parte venisse colonizzato e rinsanguato da Slavi?
È un fatto che i cronografi bizantini ci parlano di Sciavi che in
quell'età invasero il Peloponneso. Ma erano essi veramente Slavi ? —
11 Sathas dice risoluto di no. Ed ecco perchè: — I. Questi Invasori
(ai quali va attribuita l'introduzione in Eliade del sistema feudale,
così contrario allo spirito dell'antichità ellenica) da quei cronografi
propriamente più spesso che iKXdpoi (= IXd^oi) sono chiamati ZeXdpoi,
voce contenente una lettera (6) ignota a tutti gli idiomi slavi antichi
e moderni. II. La cronica greca metrica della Morea (BipXiov Tf)q KouT-
KéaTa<; Tf^ TuJiiavCaq Kal toO Miupa(uj^ o Livre de conqueste) il più im-
portante tra i documenti del linguaggio parlato colà dal popolo nel
secolo XIII, mentre pur menziona sovente gli Slavi, contiene bensì
voci latine, albanesi e persino turche, ma non una slava , non una
della schiatta che avrebbe, secondo il Fallmerayer, estirpato da quel
suolo la ellenica. III. Falsa è l'etimologia, immaginata dagli Slavo-
fili, di Mdvn o Mdvia (volgarm. Matva) dallo slavo mandjak^ mentre
non vi si ha a vedere altro che una continuazione di Mdvta = MdXia,
nome originario del promontorio tra il golfo laconico e l' argolico,
estesosi nel medio evo al Tenaro. E invano si cerca un'etimologia
slava al nome di Morea; il quale è semplicemente quello d'un'antica
— 421 —
città marittima d'Elide, estesosi via via all'intera regione al di qua
deiristmo di Corinto colFestendersi della importanza politica di quella;
il nome d*una città esistente di certo nel mi e ancora alla metà del
sec. XIII (ó Mopaia^, corrispondente forse alla MapTdXa o Mapyaiai del-
l'antichità classica) e riguardata come la vera capitale del Peloponneso
da Ibn-Sayd (morto nel 1274) citato da Abulfeda; ecclissata poi da
Andravida, la capitale di Villhardouin, come questa da Clarenza ; e
infine scomparsa affatto. Quei cosi detti Sciavi dovevano essere di
stirpe non molto diversi dagli EUeni. Se i Bizantini infatti, pel so-
lito antagonismo cogli Elleni, vedevano degli impuri e detestabili
Barbari in quegli invasori d*una delle più ricche province dell* im-
pero; gli EUeni li consideravano airincontro come fratelli e libe-
ratori e si sottomettevano al giogo dei costoro capi (toparchi) più
volon\ieri che consentire a riconoscere la legittimità del sedicente
impero romano di Costantinopoli. Secondo Costantino Porfìrogen-
nito (i) avevano essi occupato Elide e Laconia. L'Epitome di Strà-
bone, che non è posteriore all' 8o3, dà come occupati da Sciti-Sclavi
gli antichi territori di Olimpia e di Pilo. Or un documento più mo-
derno, la Bolla d'oro attribuita, se pur è autentica, ali* imperatore
Niceforo, chiama non già Sciavi ma Avari quelle schiere che al prin-
cipio del secolo IX invasero TAcaja, e vinte, come si credette, per
intercessione dell'apostolo S. Andrea, si sottomisero in condizione
di servi della gleba alla Chiesa arcivescovile di Patrasso. Un altro
esempio di confusione di Avari con Slavi lo abbiamo nel e. 29
dell' opera citata di Costantino Porfirogennito. — Certo è che
gli Avari , dopo il secolo VI , accampati oltre il Danubio , se-
condo ogni probabilità intorno a Pest, scorrevano di lì rapinando
e devastando in Macedonia, Tracia, Illirico. e anche più a mez-
zogiorno. E così fecero poi anche gli Slavi. E loro s'univano o
almeno con loro si concertavano nelle imprese contro i Bizantini i
popoli ch'essi stessi avevano vinti e ridotti in condizion di vassalli:
Valachi, Albanesi, Bulgari, Macedoni. I quali, solitamente nemici al
par degli Avari e degli Slavi ai Bizantini, venivano da questi confusi
or cogli uni or cogli altri e chiamati or Avari or Sciavi secondochè
questi o quelli tenevano tra i barbari della penisola balcanica l'ege-
monia. Di questo numero, non veri e propri Avari né Slavi, dovettero
(1) De admin, imp,^ e. 60.
- 422-
essere i barbari che dal secolo VI in poi attraverso a Macedonia,
Tessalia e Beozia, si spinsero fino in Peloponneso. Essi riconobbero,
anche dopo che si furono insediati colà, i*alto dominio degli Avari
sino alla fine del secolo Vili, sino alla distruzione del costoro
impero effettuata da Carlo Magno , epperò conservarono sino al
XV secolo (come risulta da parecchie e buone autorità) il nome
di *ApdPot, evidente metatesi di 'Apdpoi, od 'Apopdlot, quasi Avarei.
Si trovano infatti così chiamati ('ApdPot) da Gregorio Abulfiirag'
(Barebreo) e non già leXdpoi o iKXdpot, come hanno i Bizantini, i
prigionieri che Stauracio, generale dell'imperatrice Irene, prese ai
così detti Sciavi di Macedonia e Peloponneso da lui vinti, intanto
che Carlo Magno preparavasi ad assalire gli Avari nel cuore di
loro potenza. Laonico Calcondila poi ci leva ogni dubbio intomo
alla nazionalità degli stranieri che già vedemmo acquartierliti in
Elide. Rammentandoli a proposito della conquista del Pelopon-
neso fatta dai Turchi, li chiama 'Apapatot *AXpavo( ( Avari- Al baneà).
Sono gli stessi che vediamo dapprima in buoni termini con Murad li,
dai quale si fanno riconoscere e legittimi possessori della terra dei
loro p£|dri > (così denominavano essi la parte del Peloponneso da
loro abitata) e poi all'incontro alleati di Costantino Paleolc^o (anno
1446), e infine vinti dai Turchi e fuggiaschi in Sicilia, ove ancora
rimpiangono nei loro canti la bella Morea. I così detti Avari o Sciavi
del Peloponneso non sono altro adunque che Albanesi; come, secondo
uno scritto di Giovanni vescovo di Nicio, nel secolo VI, non erano
I
Sciavi, ma A 1 v a r i k i , cioè ancora Albanesi, gli alleati degli Avari
nel famoso assedio che questi posero in quel secolo a Tessalonica. —
Di più. È noto che i conquistatori Franchi incontrarono la più per-
tinace resistenza da parte dei pretesi Sciavi stabiliti sulla catena e
intorno ai passi del monte anticamente chiamato M i n t h e, tra Elide
e Arcadia. Orbene, i nomi dei costoro principi che soli ci furono
tramandati {But:(aras e Vranas) sono albanesi, e albanese la denomi-
nazione medievale del classico monte Minthe , che è Scorta malja ,
rispondente a capello, nel significato, alla neoellenica KovropcOvia
e monti brevi »; per tacere che nella denominazione di Albaena,
che trovasi data pure al monte medesimo, si continua quella appunto
del popolo invasore (i). — E altri scambi di Albanesi e anche di
(1) Oli Albanesi, com'è noto, chiamano se atessi propriamente 5cAAi-
— 423 —
Greci con Slavi ci occorrono in altri punti del Peloponneso. Degli
Sciavi, durante la peste del 747, a detta di Costantino Porfìrogenito,
presero stanza su ambo i versanti, messenico e laconico, del Taigeto;
e terra sclavinica è detto il territorio abitato dagli odierni Tsàconi
dal pellegrino franco S. Winibaldo che passava per Monembasia
(M^vasia) nel 723 ; e terra degli Sciavi la chiamano i documenti ve-
neziani fino a(^ 1485. Ora, Laonico Calcondila e Melezio dicono Va-
lachi gli Sciavi del Taigeto, ma merita più fede l*indigeno Doroteo,
arcivescovo di Monembasia, del secolo XVI, il quale identifica questi
altri Sciavi coi Manioti o Malnoti ; e noi sappiamo dal già citato
Costantino che questi erano anzi degli antichi Romei, cioè dei Greci,
a cui i vicini davano in proprio il titolo di EUeni per essere stati in
Grecia i più restii ad abbandonare l'idolatria. Niun dubbio poi che
sieno Elleni i Tsàconi. — E circa agli altri supposti Slavi dimoranti
isolati, per quanto appare dal Livre de conqueste^ in mezzo a popoli
d'origine greca, dai documenti veneziani del secolo XV, come anche
da parecchi nomi di tipo albanese che s' incontrano tra quelli degli
antichi feudatari del Peloponneso (RendaciOy Bua, Sguro) e dal nome
speciale, pur albanese (ApóTYO(=AóYT<K)) che la or citata Cronica dà
all'aspro montuoso paese da loro abitato tra Malnoti e Tsàconi, si
argomenta che fossero appunto semplicemente Albanesi. Che infine,
presso ai Tsàconi sieno dimorati da tempo remoto degli Albanesi, è
attestato dalle tracce profonde d'influenza dei costoro dialetti sul lin-
guaggio di quelli: tracce che erroneamente si facevano risalire agli
antichi Pélasgi o si attribuivano agli Albanesi maomettani che nel
1770 furono fatti entrare dalla Porta nel Peloponneso per punirlo
della sua rivolta ; e che degli Albanesi sieno stati per lungo tempo
vicini dei Malnoti, lo dice il barbaro costume della vendetta del
sangue, che, ignoto a tutto V Ellenismo, ritroviamo sol presso gli
Albanesi e i popoli che si mescolarono con questi o coi Malnoti, p. e.,
in Corsica, in Sicilia, in Calabria; e altresì il nome di qiafiéTioi che
questi, i soli tra i Greci che serbino qualche traccia di feudalesimo,
danno ai clienti d'una casa aristocratica, nome che dev'essere dal-
l'alban. faljmeja^ e servitù ». Il Sathas trova pure a che tribù ap-
petar; ma conoscono ed usano pure talvolta, rifoggiato a lor modo
(Arber ecc.), Taìtro nome, d'orìgine certo antichissima, che lor danno i
Greci di 'AXpovtrou, dond'd venuto pure il turco Amaut,
— 424 —
partenevano questi Albanesi di Laconia ; trova ch'erano affini a quelli
che occupavano un tempo, in condizion di pastori, il versante tessalo
ed acarnanico del Pindo aliato o insieme coi Valachi, che, sebbene
poi rimasti soli, continuano a chiamarsi o ad essere chiamati *ApPa-
viTÒpXaxot ; onde gli pare spiegato perchè essi poi , in Peloponneso,
non volessero riconoscere al di sopra di se né Bizantini né Fra^hi,
ma solo i Despoti d'Epiro, sotto la giurisdizione dei quali stava ap-
punto la Tessalia, e si conservassero amici a Venezia finché questa
li protesse contro gli uni e gli altri senz'attentare alla loro indipen-
denza. Conchiude ripetendo ormai asseverantemente che questo ramo
peloponnesiaco degli Albanesi per tutto quel medio evo ch*ebbe tanto
in orrore il nome di Elleni non vollero mai essere altro che Elleni,
e che appunto per tali vennero, come vengono tuttavia, considerati,
non già per istranieri, dagli indigeni, e che sol i Bizantini, per igno-
ranza o per disprezzo e odio ai Peloponnesii, che volentieri facevano
causa comune cogli invasori, davano a questi il nome di Sciavi.
Ora, per ciò che riguarda la prima tesi, il Sathas la svolge così
bene, che ormai non è più permesso il dubbio intorno alla persi-
stenza deir ellenismo in Grecia dall* antichità fino a noi. Ma quanto
alla seconda, si può chiedere se gli sia riescito di provare (i) che
ormai non va più parlato di invasioni slave in Eliade , nominata-
mente in Peloponneso, e 2) che quelli che i Bizantini dissero Sciavi
non erano altro che Albanesi. Fermiamoci alla prima parte di questa
seconda tesi. È da dire innanzi tutto che non è ben chiaro che valore
egli dia al fatto, che negli scrittori bizantini allato a iKXd^oi leggesi anche
IGXd^oi. Il 6 può essere qui, anzi é di certo, al pari del k, una con-
sonante anorganica richiesta dall'eufonia, inserita nella voce straniera
dai Greci stessi per conciliare tra loro in qualche maniera i due ele-
menti della combinazione a-X, difforme dall'indole del loro linguaggio.
Non pare ci sia qui nulla a sostegno dell' opinione dell'A. — Né si
può affermare in modo assoluto che voci d'origine slava manchino
nel Livre de conqueste, se, p. e., è tale (come opina il Miklosich [1])
^oOxov « roba, veste », ch'era del resto allora, com'è oggi, del lin-
guaggio comune. — Sarebbero poi importanti di certo , se fossero
vere, le etimologie che il Sathas addita di Maina e Morea. Ma,
(1) Die slavischen Elemente im Neugriechischen, Wien, 1870.
— 425 —
prima di tutto, è ben lecito dubitare della seconda (i); e, in ogni
caso, se valgono a restringere il campo d* azione dello Slavismo in
Grecia, non si ponno pretendere bastevoìi a provare che questo
non vi è mai esistito.
Lo stesso va detto dell' argomento che TA. accampa nella seconda
parte della sua tesi. È grandemente probabile (non oserei dire, senza
altre prove, pienamente sicuro) ciò eh* egli pel primo ha supposto :
che, nei casi da lui accennati, sotto il nome degli Avari e degli
Sciavi si debbano intendere gli Albanesi. Ma ad ogni modo si tratta
di pochi casi e non sarebbe lecito tirarne la conseguenza, ch'egli sot-
tintende, ch'erano Albanesi tutti gi' invasori del Peloponneso noti
nella storia sotto il nome di Avari e di Sciavi. Ma è sol lecito ti-
fi) In un articoletto infatti del BulUiin de Corrgspondance hellé~
nique (Athènes-Paris, mars, 1881), G. Paparrigopulos nega sia mai esi-
stita una città dal nome di Morea in Elide o in altra parte qualunque
del Peloponneso, si perchè nei versi del Livre de conqueste che il
Sathas cita in suo favore, come in altri due luoghi, coi nome di ó
Muipaia^ ò chiaramente indicata non una città, ma una regione ; sia
perchè di una città siffatta nulla sa il geografo Edrisi, del XII secolo,
di gran lunga più autorevole del suo connazionale, a lui posteriore,
Ibn-Sayd. — Dallo stesso Paparrigopulos si apprende che anche Zachariab
VON LiMOBNTBAL {Deutsche Literaturjieitung, 1880, n* 6] la pensa qui
come lui e che del nome di Morea propone una nuova etimologia. Ve-
dendo cioè che nei più antichi documenti questo nome ci appare sotto
la forma di Amorea, egli volontieri lo deriverebbe da d|ióp€io( = dvó-
p€io^, aggettivo qualificativo della bassa Elide, bene corrispondendo la
denominazione Vj à|ióp€ioq '^HXt^ alla KOÌkr\ '^HXk dell' antichità classica.
Ma bene avverte il P. che non si spiega perchè sia entrato nelPuso
questo nome piuttosto che un altro, se non si prova almeno ch'era ado-
perato in Elide airepoca che vi arrivarono i Franchi ; e conchiude che
questa sfinge non ha trovato ancora il suo Edipo. — Aggiungerò, per
esaurire Targomento, che Tetimologia ora preferita del nome di cui si
tratta ò questa: ch'esso sia metatesi del nome *PuJ^a{a che un certo
tempo sarebbesi applicato in particolare al Peloponneso. A questa eti-
mologia, contro la quale pure, a dir vero, stanno non lievi di£Scoltà
(perch^i p. e., ó Mwpéa^ invece di Vj Mwpaia?), inclinano, rigettate de-
finitivamente le antiche spiegazioni da nwpéa (gelso moro) e dallo slavo
more (mare), THopf (Monatsber. der k, Berlin Akad.^ìSG^, p. 487), il
BuRSUN {Geographie von Qriechenland, II, p. 3) e THertzserg (Op.
eit,, II, p. 85). L' ultimo avvei*te che già l'aveva proposta nel sec. XVI
il Porcacchi.
Kivisla di filologia ecc., X a8
— 426 -
rame questa : che in compagnia e al séguito di costoro (ai quali
erano soggetti) vennero in Eliade, e quindi anche in Peloponneso, e
vi si stabilirono delle schiere di Albanesi e verisimilmente pure di
Valachi. Certo è che nel medio evo Valachi, Albanesi e Slavi della
penisola balcanica furono spesso e per lungo tempo tra loro stretta-
mente uniti; lo attestano, oltre la storia, i rispettivi loro linguaggi.
Anche al principio dell'evo moderno noi li vediamo emigrare insieme
e insieme stabilirsi in regioni diverse, p. e., in Istria e in Dalmazia (i).
Non è credibile quindi (se anche prescindasi dalle prove sicure di
Slavismo in Grecia di cui faremo cenno bentosto), non è credibile,
dico, che fossero tutti Albanesi i così detti Avari che invasero l'Elide
nel 388 e furono domi nell' 8o3 ; e i cosi detti Sciavi eh' entrarono
in Peloponneso verso la metà e poi ancora verso la fine del sec. VI
e ancora alla metà deirVIII, soggiogati quindi nel r 860 da TeoaistOy>
generale di Michele HI; quando di una parte ^i essi (dei Melingi e
degli Ezeriti), Laonico Calcondilas (citato dall' A. stesso) nel 1456,
allorché ben noti erano gli Albanesi e non più possibile confonderli
con altri popoli, dice ch'erano i soli Sciavi superstiti in Peloponneso;
quando un altro bizantino, Mazaris (2), al principio del secolo stesso
espressamente distingueva tra gli abitatori del Peloponneso, a* suoi
giorni, gli Sclavini e gli Illirii. Né si può, cxedo, senz' altra prova,
tenere per certo che gli Albanesi a cui accennano i documenti vene-
ziani del secolo XV siano proprio i discendenti di quelli che sette
od otto secoli prima il Sathas vede stanziarsi in Elide, mentre sap- .«^
piamo che già alla metà del secolo XIV ha principio il movimentog-^^j
dell'emigrazione moderna degli Albanesi verso mezzogiorno.
Che il Peloponneso poi sia soggiaciuto ad una notevole invasione j^^;^
di elemento slavo, non si può mettere in dubbio, anche se non ì^ ^^
voglia tenere in nessun conto l'autorità, pur non sempre oppugni^^^^^^.
bile, degli scrittori bizantini. Rimarrebbero pur sempre fermi ^ jq
tutta la lor forza contro gli oppositori questi due argomenti che ^ j]
Sathas ha passato sotto silenzio : i) le voci slave entrate nel H.S jf^.
(1) V. MiKLOSiCH, Ueber die Wanderungen der Rùmònen in den
matischen Alpen und den Karpathen (Wien, 1879), e v. nella Ronunf^^,^
aprile, 1880, la recens. di quest'opera fatta dal prof. Ive.
(2) V. Bar. Ow, Die Abstammung der Griechen und die Irrthue^^^gg^
und Taeuschungen des Dr, Ph, Failmerayer (Muenchen, 1818), p. ^^^03,
-427 -
guaggio dell'Eliade e ancor in uso pur nel Peloponneso; 2) i nomi
di origine slava di luoghi abitati, monti, corsi d'acqua, ecc., di cui
abbonda l'Eliade e massime appunto il Peloponneso. Il Miklosich (i)
ha trovato nel vocabolario neo-ellenico qualcosa più d*un centinaio
di quelle voci. Anche Bern. Schmidt (2), non men geloso d'un greco
della purezza della nazione ellenica e non men renitente ad acco-
gliere le conclusioni degli Slavofìli , è costretto ad ammetterne pa-
recchie, cioè, per lo meno (oltre ^oOxov su citato) : PoupKÓXaxa^ vam-
piro, ZaKÓvi costume , kókkoto^ -0^ gallo , Xótto^ bosco, aavó(; fieno ,
<rtàYr\ giaciglio e gregge e raoir- T<Jouirdv(K -n^ pastore. Si aggiunga
che ne ricorrono alcune eziandio nel dialetto dei Tsàconi, che sono
forse oggidì i più puri rappresentanti degli antichi Elleni (3) ; e non
mancano del tutto (v., p. e., ciiscia capra e ^ambatdri pastore) nem-
meno nelle colonie bizantine d'Italia, il cui nucleo primitivo dev'es-
sere anteriore al looo (4). — Quanto ai nomi topografici che accusino
origine slava, chi è vago di conoscerli ne trova dei lunghi elenchi
neiropera citata dell'Hopf, il quale, si avverta bene, riscontra e cor-
regge qui il Fallmerayer (5). Ne citerò qui in prova (oltre Scia-
vockóri) alcuni fra i moltissimi spettanti al Peloponneso : C(movay
VipovOy Aracova^ Passava, Liesinova, Cosava, Anastasosova, Varsova,
Cracova, Glogova; Gurnitsa, Cernit:(a, Vorbitì^a, Ooritsa y Granitsa,
Pianura, Pirnatsa; Tecnica, Servianica , Zagara ecc. — Nomi si-
mili (che certo non si potranno attribuire tutti agli Albanesi, la cui
lingua, com'è noto, subì non leggermente l'influenza slava) appaiono
perfino nel territorio abitato dagli Elleni per eccellenza, dai Tséconi.
Lo stesso Bar. Ow, accanito avversario del Fallmerayer e facile a
battezzare per schiette greche altresì delle parole turche, è costretto
a confessare che qualche denominazione topografica del Peloponneso
ha sembiante slavo.
(1) Neirop. cit. Die slav. Elem, im Neugriech,
(2) Op, cit., p. 3.
(3) V. SoHMiDT, op. ctV., p. 12; Dbffnbr, Op. rt^, p. 5: contro Hertz-
biro, il quale {Op. cit., I, p. 200) erroneamente chiama ancora i Tséconi
« einen slaviichen Stamm ».
(4) V. Morosi, Studi sui dialetti greci di Terra d* Otranto, p. 190
segg., e I dialetti romaici del mandamento di Bava in Calabria,
p. 72 9egg.
(5) V. p. 296 segg.
— 428 —
Ma i dotti d'Oltre- Ionio non si danno facilmente per vinti. Lora
sta sempre a cuore di purgare ad ogni costo la loro nazione dai-
l'onta che, secondo loro, le si fa, di crederla non immune da me-
scolanza d'elementi stranieri; così appunto come sta lor a cuore di
ricondurre, a ritroso dei fati, la loro lingua letteraria al tipo della
lingua classica, di fare di tutto per iscostarla, con gravissimo danna
della coltura generale del loro paese, dalla viva sorgente della lingua
parlata. Eppure la miscela dei sangui non sarebbe punto una macchia
propria del popolo ellenico, poich' è un carattere comune a tutti i
popoli odierni di Europa. Qual è tra essi quello che possa vantarsi
d'essere giunto da una remota antichità attraverso ai secoli fìno a
noi esente d'ogni contatto con altri ? Forse che i Tedeschi, p. e., si
reputano a disonore il fatto che nel loro sangue germanico s'è infil-
trato molto sangue slavo e celtico? O forse è cagione di rammarico
a noi Italiani il sapere che nel nostro organismo etnico quale si era
costituito sotto la dominazione romana si sono introdotti, e in ab-
bondanza, elementi germanici, greco- bizantini, arabi? il sapere che
ancora oggigiorno vivono tra noi delle colonie francesi o provenzali,
tedesche, greco-bizantine, albanesi, e persino, in Molise e in Friuli,,
proprio delle colonie slave? E poi il fatto dell'avere non già gli
Slavi assimilato a sé i Greci, ma i Greci gli Slavi, nella lingua, nella
religione, nei costumi, nella coltura (i), non è la prova più evidente
e conclusiva di quella persistenza della nazionalità ellenica che TA.
e i suoi compaesani tanto si studiano di assodare e mettere in piena
luce? E, in ogni caso, se anche si riescisse a dimostrare la Grecia
pura d'elementi slavi, forse che con ciò la si dimostrerebbe immune
d'ogni elemento straniero ? Nessuno vorrà dire molto afiBni agli El-
leni i pastori erranti Tsintsari o Cutsovlachi, un tempo così nume-
rosi sui due versanti del Pindo, che si nominava una Gran Valachia
in Tessalia e una Piccola Valachia in Epiro e che il loro capo, tra
rXI e il XII secolo, portò il titolo di Gran Vlaco; i quali ancora
oggi vivono in parecchie migliaia, più o meno segregati dal con — :
sorzio ellenico, e ivi e nella valle dello Sperchio e nell'Eparchia dr
Calcide d'Eubea e non iscarseggiano neppure nel centro e nel mez-
zogiorno della penisola (2). E che si dirà degli Albanesi ? Li inco
(1) V. ScHMiDT, Op. ctr., p. 2 segg.
(2) DlEFENBACH, Of. cit.^ p. 187.
— 429 —
triamo in tutte le eparchi^ tranne (almeno ora) in Etolia, Acarnania
e Laconia, e in parecchie isole; furono sino a poco fa, se non sono
ancora, il nucleo principale, l'elemento preponderante della popola-
zione, non già solo dell* Epiro, ma altresì del regno ellenico, donde
si spiega nella parte maschile di questa Tuso comune dell'albanese
fustanela, e come (il che è di gran lunga più importante) nel suo
complesso questa riproduca il tipo fisico albanese piuttosto che il
greco classico. Essi furono qua e là assai bene ellenizzati, ma gene-
ralmente sono ancora abbastanza distinti dagli Elleni nei costumi
e anche nella lingua, continuando di solito ad usare in privato la
propria anche quando T hanno smessa in pubblico (i). Il Sathas ,
come già il Paparrigopulos (2), afferma che i Greci non considera-
rono mai come stranieri questi discendenti degli lUiri o dei Mace-
doni, se non anzi dei Pelasgi, venuti a stabilirsi tra loro ; che accol-
sero anzi come fratelli e liberatori dalla odiata dominazione bizantina
già quei primi che apparvero nella penisola sotto il nome di Avari
o di Sciavi. Questa asserzione non parrà a tutti, così senz'altro, am-
messibile. Ma, se anche si ammettesse, ne verrebbe forse cancellata
la differenza glottologica e proprio etnica che tra i due popoli inter-
cede? Sì, gli Albanesi calati in diversi tempi in Grecia furono e
sono a poco a poco attirati nell' orbita della civiltà della patria loro
adottiva e di questa non men degli Elleni si mostrarono e si mo-
strano amanti, né men pronti a versare per questa il loro sangue;
ma è pur vero, checché dica la scuola capitanata dall'Hahn, che essi
• in sostanza [derivino o no dagli antichi Illiri o dai Macedoni], sotto
l'aspetto glottologico ed etnico insieme, differiscono dai Greci, non
•dirò col Fallmerayer quanto gli Afgani, ma certo non meno o poco
men degli Slavi.
E che fa ciò ? Per un popolo — piaccia che io ripeta qui le pa-
role che un vero amico dei Greci odierni, Ulrico Koehler, pronun-
ziava nella seduta de' i3 dicembre 1877 dell' Istituto Archeologico
Germanico ad Atene (3) — per un popolo é un privilegio ben dubbio
(1) DiBFBNB., ibid.; e Sohmidt, Op, cit., p. 14 negg.
(2) Op. cit, p. 396.
(3) Ueber die Zeit und den Ursprung der Grabanlagén in Mykence
und Spaia, nelle Mittheil, des deutsch, archaeolog. Institutos in Athen,
Athen, 1878.
- 4ao -
quello d'avere un albero genealogico assolatamente puro. Mentre delle
nazioni che superbamente rifuggono da ogni mescolanza con altro
sangue si veggono fiorire per poco e di buon'ora scadere, insana la
storia d* ogni tempo che sono i più atti a vivere e incivilirsi quei
popoli che hanno saputo accogliere elementi stranieri e assimilar-
seli. I Greci fino al giorno d'oggi tale attitudine la mostrarono. E
qui appunto è una delle più sicure guarentige ch'essi vivranno e sul
cammino della civiltà andranno via via progredendo.
Firenze, gennaio 1882.
Giuseppe Morosi.
DELLA LUNGHEZZA DI POSIZIONE
NEL LATINO y NEL GRECO E NEL SANSCRITO
I. La questione ch'io sto per trattare non è forse senza impor-
tanza, come quella che può dall'una parte interessare il filologo e il
glottologo, e dall'altra chi si occupa di studi metrici. E se considero
che in questi ultimi anni ne trattarono il Corssen, il Baudry, il Pezzi,
il Cannello, lo Schmidt, non mi resta alcun dubbio che la sua im-
portanza ce l'ha veramente e non piccola. Piuttosto temo di aver
mirato a troppo arduo segno prendendo a studiare un argomento,
intorno al quale già si esercitarono tante belle intelligenze. E di questo
chiedo venia anticipata.
Intorno alla lunghezza di posizione delle sillabe gli antichi gram-
matici Pompeo e Prisciano ci lasciarono una teoria che il Corssen
espone diligentemente nella sua opera capitale : Ueber Aussprache^
Vocalismus und Betonung der lateinischen Sprache (2* edizione, II,
p. 61 3- 14 e segg.). Pompeo e Prisciano ci insegnano che ogni con-
sonante semplice^ paragonata con l'unità di misura metrica ossia con
— 431 -
una mora (il xp^v(x; irpiXiTo^ di Aristosseno), vaie un mezzo tempo,
cioè una mezza mora ; e che ogni consonante doppia, e a fortiori due
consonanti che si seguono immediatamente valgono una mora intiera,
e perciò hanno il valore metrico di una vocale breve. Questa teoria
si ricava dai passi seguenti: Pompeii, p. ii2Keil: < e brevis unum
habet tempus, t dimidium tempus habet, s dimidium tempus habet
T consonans est et omnis consonans dimidium habet tempus... X, quae
duarum consonantium fungi tur loco, unum habet tempus lUud
etiam sequitur, esse aliquas syllabas plurimas, quae et plura habent
tempora, quam oportet, ut est lèx. Ecce è ipsum naturaliter duo tem-
pora habet ; x , quae duarum consonantium fungitur loco, unum
habet tempus ; ecce invenitur ista syllaba habere tria tempora ».
Ne avviene che quando alla durata di una vocale breve si aggiunge
la durata di due consonanti semplici che le tengono dietro imme-
diatamente, queste due durate, sommate insieme, equivalgono alla
durata di una vocale lunga; di qui nasce la lunghe3[^a di posij^ione
delle sillabe. Pompeii, p. iiiKeil: « quae positione fìt longa, duo
habet tempora. Quomodo? unum habet a vocali, et unum habet a
duabus consonanti bus, quia duae consonantes dimidium et dimidium
habent tempus et faciunt longam syllabaro praecedentem ».
I grammatici latini ci insegnano eziandio che vi sono consonanti
di una durata incommensurabile, ossia consonanti irra:{ionali. Tra le
quali consonanti irras[ionali essi annoveravano le liquide r ed / :
Cledon., p. lyk: e liquidae eo dictae quia liquescunt in metro ali-
quotiens et pcreunt »; quando cioè, spiega il Corssen, in unione con
la muta e la vocale breve precedente, non producono lunghezza di
posizione. Lo stesso dicono dell' s iniziale seguito da muta, dinanzi
al quale s la vocale finale della parola precedente rimane breve :
Pompeii, p. io8: < s littera hanc habet potestatem, ut, ubi opus
fuerit, excludatur de metro: « ponite spes sibi quisque »; ergo talis
est 5 quales sunt. liquidae ».
Adunque, conchiude il Corssen, da questa incommensurabilità o
irrazionalità di r, /, s dipende se queste consonanti spesso con una
muta e una vocale breve precedenti non compiono la durata di due
tempi, e quindi non producono lunghe^^a di posi^^ione.
Questa è la teoria insegnataci dai grammatici antichi ed esposta
dal Corssen. Eccone la sostanza : una vocale breve vale un tempo ;
una vocale lunga, due tempi; una consonante mezzo tempo. Perciò
— 432 —
una vocale breve seguita da due consonanti semplici o da una con-
sonante doppia, diventa lunga per posii^ione : perchè la durata della
vocale Breve (un tempo) sommata con la durata delle consonanti (un
tempo) ci dà due tempi ossia la durata di una vocale lunga. Però i
suoni r, /, 5 hanno valore incommensurabile; di qui ne viene che
spesso, quando a una vocale breve tengono dietro due consonanti di
cui runa è r o / o 5, non abbiamo lunghe^^^a di posinone; perchè
la somma della durata della vocale e delle due consonanti non è
uguale (non essendo da tener calcolo dell* r o / o 5) che a un tempo
e me!(:fo, cioè non è tale da potersi considerare come durata di una
vocale lunga.
Questa teoria è talmente empirica che già fu combattuta da tutti
coloro che in seguito si occuparono di quest'argomento ; ed io dubito
ancora che il Corssen rabbia voluto patrocinare come vera e soste-
nibile, ma che semplicemente egli V abbia esposta per far conoscere
quali fossero a questo proposito le opinioni degli antichi.
È al tutto empirica raffermazione che il suono d'una consonante
valga la metà di una vocale breve. A ogni modo, bisognerebbe sempre
distinguere se nella sillaba la consonante è preceduta o seguita dalla
vocale : p. es. in ta il valore del / è ben diverso che in at. Ma di
questo, più tardi.
Ancora, su quel fatto possiamo noi fondarci per dire che i suoni
r, /, s sono irra!(ionali ?
E ammesso pure che lo siano, cioè che siano più brevi di un
mezzo tempo, perchè dunque r ed / fanno sempre posizione quando
essi precedono la muta, e quando sono doppi? Se tr può non far
posizione con la vocale breve precedente, perchè dovranno farla
sempre rt ed rr?
11 Baudry [Grammaire comparée des langues classiquesy p. io-i3)
dichiara insufficiente la teoria suddetta, ed espone una sua idea, a*
vero dire, un po' vaga e un po' confusetta. Egli in sostanza attribuisce,
mi pare, la lunghezza di posizione alla difficoltà di poter pronun-
ziare più consonanti di seguito: « on s'en peut faire une idée quand
on entend les Orientaux qui parlent aujourd' hui noire langue ; un
Persan qui parie fran9ais prononce feran^aiSj obejet... Il suffit qu'une
difficulté semblable se soit rencontrée dans la prononciation des lan-
gues anciennes pour expliquer l'allongement d'une syllabe qui, a sa
voyelle briève valant un temps, ajoutait un retard équivalant a une
— 433 —
fraciion d'un autre lemps ». Io non so perchè queste medesime dif-
ficoltà non si dovessero incontrare nella pronunzia di quelle conso-
nanti che talvolta non fanno posizione {s, r, /); tanto è vero che il
Baudry stesso ci porta di tali esempi : f(é)rangais, ecc.
Ne credo che i Latini pronunciassero am(e)nis per amnis, lon(e)gus
per longus^ f[e)remerey t{e)retnere, né i Greci Xofi(€)7rd^ per Xa^iird^,
lp(€)Yoy per IpYov, <p(€)pd2:w, p(€)poTÓ<;, ecc. Di più, già notava il Corssen
[Op, cit.y II*, 6i8) che l'ipotesi della inserzione d'un e irrazionale fra
le due consonanti facienti posizione, per ispiegare la lunghezza di
posizione, è inutile, e non è in alcun modo confermata né dalla scrit-
tura né dalla metrica latina.
Veniamo ora alla teoria esposta dal nostro professore Dome-
nico Pezzi, il quale (ne sono certissimo) nella franchezza con cui io
discuto le sue opinioni non vorrà vedere che un attestato, il più alto,
il più sincero ch'io gli possa dare, della mia stima e della mia rico-
noscenza. Egli adunque, dopo analizzate minutamente e respinte le
teorie del Corssen e del Baudry, soggiunge [Chram, storico-comp. della
lingua lat.^p. io6): < ci sembra assolutamente necessario in questa
investigazione tener conto del posto occupato dalla liquida e sup-
porre che la medesima possa esercitare sulla muta precedente (che le
si addossa) un'azione abbreviatrice, quasi la pronunzia, impaziente di
giungere al secondo elemento della combinazione fonetica, sorvoli
sul primo. Restringendo il nostro discorso, oramai troppo lungo, su
questo argomento al solo studio del suono r , a cui principalmente
si riferisce il fenomeno che investighiamo, noteremo che l'azione da
noi attribuitagli ipoteticamente trova, se non ci apponiamo in fallo,
riscontro degno di nota nella potenza, ch'esso rivela già nel campo
latino e maggiore in quello degli idiomi neo-latini, di affievolire
suoni esplosivi precedenti, facendo sì che esplosive sorde s'indeboli-
scano nelle sonore corrispondenti, e tanto le prime quanto le seconde
in certi casi si dileguino compiutamente senza lasciar traccia di sé».
Non è dubbio che T r tenda ad affievolire, e qualche volta riesca
anche a far dileguare i suoni esplosivi che immediatamente lo prece-
dono. Ma, notiamo, questo fatto avviene sopratutto nel campo neo-
latino, mentre nel campo latino ci sono pochissimi esempi di digra-
damento, nessuno, ch'io sappia, di dileguo d'un suono esplosivo in-
nanzi ad r. Resta adunque sempre, sebbene talvolta digradata, resta
sempre nel campo latino una consonante esplosiva dinanzi ad r , né
— 434 —
#
mi pare che sia sufficiente spiegazione della posif^ione debole (i) il
dire che T r tende ad abbreviare la muta precedente. E la stessa spie-
gazione potrebbe poi valere per Ti? per 1' 5 seguito da muta? var-
rebbe pel campo greco?
Del resto il Pezzi stesso credo abbia rinunziato a questa spiega-
zione, poiché in una sua opera posteriore [Glottologia aria recentis-
simay p. 28, nota i) parlando della teoria immaginata dallo Schmidt,
la dice € la migliore di quante illustrazioni furono tentate di questo
fenomeno (posizione debole) ».
Vediamo adunque quale sia la teoria esposta dallo Schmidt, che è
anche la più recente ch*io conosca intorno a questo argomento.
Lo Schmidt consacra il secondo volume della sua opera Zur Ge-
schichte des Indogermanischen Vokalismus (Weimar, 1875), all'investi-
' gazione della azione esercitata da r ed / sulle vocali vicine. Egli trova
che nella più parte delle lingue indogermaniche il suono vocale ine-
rente ad r ed / (der stimmton des r, /) si manifesta con tal forza che
sotto favorevoli condizioni si può svolgere in una vocale indipen-
dente tra la liquida e le consonanti vicine (p. i). Questo suono vo-
cale così sviluppato è detto dai grammatici indiani svarabhaktiy e lo
Schmidt conserva questa denominazione perchè più esatta delle greche
è7rév8€<JK àvdTTTuHK e del russo pollnoglasie.
Egli si accinge quindi a studiare la svarabhakti nel campo sanscrito,
nello slavo e ne' suoi vari rami, nel lettico, nel lituano , nel prus-
siano, neir antico cranico, nel greco, nel latino, nell* irlandese, nel
germanico. Noi lo seguiremo nel campo sanscrito, nel greco e nel
latino, lasciando gii altri che non fanno al caso nostro.
Sanscrito [Op.cit.^ Il, voi., p. 1-8): Dopo avere accennato alle varie
opinioni sulla qualità del suono che si svolge dopo r ed / (poiché il
Whitney, per es., lo paragona alla vocale indeterminata dell' inglese
buty mentre il Benfey lo identifica con V e dell'ant. battriano svol-
gentesi tra r e consonante, es.: dadare^a = skr , dadar^a)^ il nostro
autore soggiunge che negli inni vedici non ci sono tracce sicure della
rappresentazione grafica di questa svarabhakti. Ce ne sono però in
opere posteriori ; egli trova :
(1) Avverto per maggior chiarezza che si dice esservi posizione de*
bole quando una vocale breve dinanzi a due consonanti (cons. -f r, l,
s + cons.) pud restar breve.
— 436 -
dhùruèadam per dhùrèadam ;
paragu per pargu ;
bhura§ per *bhara^, *hhar^.
farad-, faraday autunno, anno, deve dedursi per svarabhakti da
fard.
pàlaviy specie di vaso, lat. pelvis^ gr. ttcXAÌc, iréXXa da *ir€XF; —
senza svarabhakti palva-la-s, piccolo recipiente da acqua.
karayaSy corvo, lat. corvus,
palàvaSy loppa, pula, gr. TrdXii, sorta di farina, da *iraXFr), come
6Xo( da '^ÓXFo^.
Gli aoristi alcàrièam, anvakàriiam per akàrèam, anvakàrèam,
variia-y kariia- invece di varia-, karia, e pochi altri.
Anche dinarn^i a r (prego di notare queste parole) si trova svara-
bhakti (auch vor r fìndet sich svar.) : il trovare computato indra ,
rudra, ecc. di tre sillabe , ci accenna a indara o indirà^ rudara, ecc.
Troviamo ancora tarasanti per trasanti , palava per piava.
Greco (p. 307-342). Questo capitolo non contiene molto che faccia
al caso nostro ; si estende invece moltissimo a proposito dei muta-
menti, delle metatesi, degli allungamenti e dei vari coloramenti di
vocali cagionati da r ed /.
Esempi di vocali lunghe parassite che stanno dopo r ed / :
OKoptqK)^ accanto a OKapq>iov> Kdpq)o^.
àpiyiìu, dpurfó^ accanto ad dpxétu.
àXuKpó^, bianco = dXq>ò(;, albps.
KoXuivó^, collina, lat. Collis da *colms, lit. kdlnas, monte.
èpuiòió^ accanto ad ardea.
Queste vocali lunghe parassite dovettero anch'esse dapprima esser
brevi ; ma quando ebbero acquistata una piena esistenza individuale,
allora sotto la sempre crescente influenza del suono vocale inerente
al p, esse divennero lunghe (p. 3 11).
Esempi di vocali brevi parassite dopo r ed / : òpó^uta : òpYuid; dXc-
T€ivó^ : dXY€iv6^, ecc. (p. 3i3).
Da questo fenomeno della svarabhakti lo Schmidt fa dipendere la
posizione debole : « È influenza della svarabhakti non ancora svoltasi
in una vocale piena e da calcolarsi metricamente, se una consonante
momentanea seguita da una liquida non fa posizione. In tal caso non
c'è veramente una doppia consonanza ; le due consonanti, per mezzo
del debole suono vocale ancora metricamente irrazionale, sono così
— 436 -
separate T una dall'altra, che solamente la prima si può computare
con la sillaba precedente » (p. 3i3).
Latino (p. 342-370). Anche qui la massima parte del capitolo non
fa per noi. Teniamoci strettamente al fenomeno della svarabhakti.
Eccone alcuni esempi :
balatrones : blaterones , magistaratum : magistraium , Terebonio :
Trebonio^ trichilinio : triclinio, urebem : urbetn , Militiades : Miltiades.
Lo Schmidt, contrariamente al Corssen, connette volupy ant. volop^
con IXiro)uiai; e quindi abbiamo un altro caso di svarabhakti.
Abbiamo nell'osco : sakarater = lat. sacratur , alafaternum accanto
al lat. alfatema^ aragetud = lat. argento , ecc.
Parlando della posizione debole (p. 343) combatte la teoria del
Corssen che la vuole spiegare per mezzo della irrazionalità dei suoni
r, /, e soggiunge svarabhakti e mancan:{a di posinone si determinano
a vicenda.
Questi sono , molto succintamente , i risultati degli studi dello
Schmidt in ordine alla mancanza di posizione che spesso occorre
quando dopo una vocale breve segue una consonante muta e una li-
quida. Le vaste investigazioni del dotto professore di Berlino, delle
quali tralascio ogni elogio che in bocca mia suonerebbe ridicolo 0
superbo , serviranno certo , in molteplici maniere , ai glottologi e
anche ai filologi; ma mi pare di potere affermare che esse non rie-
scono punto a spiegare il fenomeno della posizione debole.
Anzitutto io faccio osservare :
!<" Gli esempi di svarabhakti recati dallo Schmidt sono molti in
sé, ma sono assai pochi se si considera il grande numero di parole
sanscrite, greche e latine, in cui s' incontra il gruppo r, / + conson.
oppure cons. + r, /. Quindi io non so se da questi pochi esempi ac-
certati noi abbiamo il diritto di dedurre che sempre, in tutti i casi,
si svolse la svarabhakti.
20 Ammesso pure che in latino non si pronunciasse supra ma
sup(e)ra o sup[a)ra, io mi domando : perchè non conteremo noi questa
parola come avente tre sillabe? e se vogliamo ridurre le due prime
a una sola, non sarà questo un motivo di più perchè questa una sia
lunga ? Non abbiamo noi visto in sanscrito, a cagione della svara-
bhakti, indra e rudra computati di tre sillabe?
3® Se la svarabhakti nella combinazione cons. + r , l produce
posizione debole, perchè questa posizione debole Thanno solamente il
— 437 —
greco e il latino, e non si trova nel sanscrito, dove pure la svara-
bhakti ha molta azione ?
4<* Faccio ancora osservare che la svarabhakti si trova pure, anzi^
come lo stesso Schmidt dichiara e come appare dagli esempi recati,
è assai più frequente nel gruppo r, / + cons. (es. artis, altus) che non
nel gruppo cons. + r, / {patriSy delubrum). Perchè dunque nel primo
caso non fa posizione debole, ma solamente nel secondo?
Quando noi ci troviamo davanti a un fenomeno, il quale alcune
volte è accompagnato e altre volte non è accompagnato da certa
condizione, possiamo noi affermare che questa condizione è la causa
di quel fenomeno? Esempio : se un patologo, esaminando cento ca-
daveri tubercolotici, incontra in alcuni certe alterazioni al fegato,
negli altri non le incontra, mi pare non abbia il diritto di dire che
quelle tali alterazioni epatiche sono inseparabili dalla tubercolosi,
tanto meno poi che esse sono causa della tubercolosi. Noi siamo
in presenza d' un fatto analogo : noi abbiamo un certo numero di
vocaboli affetti da svarabhakti \ gli uni ci presentano posizione de-
bole, gli altri no ; possiamo noi dire che questi due fenomeni sono
inseparabili o che l'uno è la causa dell'altro ? Se la logica vale qual-
cosa, mi pare possiamo rispondere recisamente no.
5° Infine noi troviamo talvolta posizione debole anche quando a
una vocale breve tien dietro il gruppo s -f- cons.; il che gli antichi
spiegavano dicendo che anche V 5, come T / e V r è un suono irra-
zionale. Come spiegherebbe lo Schmidt questa strana posizione de-
bole ? Qui la svarabhakti non serve, perchè non so davvero e non
credo che il gruppo s -f- cons. abbia mai svolto alcun suono paras-
sita.
Conchiudo : la teoria della svarabhakti non serve a spiegare la lun-
ghezza di posizione né debole ne forte.
Fin qui m'é toccato di fare l'ingrata parte dello spirito che nega.
Ora m'accingo molto volentieri a vedere se è possibile di affermare
qualche cosa, con la speranza che, se non altro, avrò almeno data
prova di buona volontà.
II. Nella teoria della lunghezza di posizione io credo sia avve-
nuto quello che avvenne nella teoria della elettricità dinamica. È noto
che Alessandro Volta attribuiva la /orfj elettromotrice, come egli la
chiamava, al contatto di due metalli ; si vide più tardi che e* era con-
- 438-
iatto, ma e' era insieme reazione chimica, e questa, non il contatto,
era la sorgente dell^elettricità. Lo stesso errore, dicevo, mi pare sia
avvenuto nella teoria della lunghezza per posizione. Ognuno avrà os-
servato che tutte le teorie precedentemente esposte partono da questa
definizione : è lunga per posizione quella vocale breve che è seguita
da due consonanti, oppure: è lunga per posizione quella sillaba che
contiene una vocale breve seguita da due consonanti. Vediamo se
queste definizioni sono conformi alla realtà delle cose. Consideriamo
questi due esempi:
dicit aeque
dicit bene.
Nel primo caso noi abbiamo la sillaba cit breve, nel secondo caso
essa diventa lunga. Perchè ciò ? Io non trovo altra ragione all'infuori
di questa : nel primo caso noi leggiamo
di'Ci'iae-que
nel secondo
di'Cit' be-ne.
Mi pare impossibile si possa dare un'altra ragione probabile. La vo-
cale i di cit non diventa lunga per posizione se non perchè, venen-
dole dopo il by noi non possiamo unire il / con la sillaba seguente,
ma siamo costretti a sillabarlo col ci precedente; mentre nel primo
caso noi uniamo, pronunziando, il / con la sillaba seguente ae.
Mi si dirà: è sempre la stessa cosa; anche a questo modo si am-
mettono due consonanti perchè una vocale breve si allunghi per po-
sizione. Pare, ma non é : e' è anzi una notevole differenza. Per gli
altri il ^ di bene viene unito col / di dicit, e per spiegare la lun-
ghezza di posizione aggiungono il suono tb a ci ; per me invece il b
fa. sillaba, com'è naturale, con V e che gli tien dietro {bene), e, per
rispetto a dicit^ il b non ha altro valore che quello di costringere il
/ a far sillaba con ci. Non è dunque citb che ci dà la lunghezza per
posizione, ma semplicemente cit.
Perciò io credo che all'antica si debba sostituire questa definizione:
< È lunga per posizione quella sillaba la quale contiene una vocale
breve ed è chiusa da una consonante ».
- 43Q -
Ora veniamo alla posizione debole. Consideriamo questi due esempi:
legunto
patris.
La sillaba gun è sempre lunga per posizione perchè io non posso
sillabare in altro modo che le-gun-to, e non mai, per es., le-gu-nto.
La prima sillaba di patris invece può essere breve o lunga perchè si
può con tutta facilità sillabare pa-tris e pàt-ris.
Mi pare quindi si possa spiegare il fenomeno della posizione de-
bole osservando che, per la natura della liquida, la muta precedente
può unirsi in sillaba tanto con la vocale precedente quanto con la
seguente : pa-tris e pàt-ris, pùb-licus e pu-blicus, ecc.
Si noti ancora che, come già ho avvertito, talvolta anche il gruppo
s -{■ cons. non faceva posizione. E questo mi pare si spieghi natural-
mente se si osserva che V 5, per la sua natura, può far sillaba cosi
con la vocale precedente come portarsi sulla sillaba seguente. Quindi
noi troviamo: yetùs-tatis e vetu-statis^ scelès-tus e scete-stus, fenès-tra
e/ene-stra (Corssen, II*, p. 660).
Lo stesso si dica del greco dove fenomeni identici sì spiegano con
identiche ragioni. Anzi qui troviamo un fatto che ci conferma nella
nostra spiegazione. Il Curtius (Gram, greca, § 78) dice che quando
in un composto la muta è finale di una parte, mentre la liquida è
iniziale della parte seguente del composto, allora c'è sempre posi-
zione; es.: 'àc-Xéruj. Ora questo fatto non può dipendere da altro se
non da questo, che il greco, sentendo ancora la forza di ciascuna
parte del composto, sillabava sempre èK-Xérui, non mai ^-KXéYU).
Per r opposto, tanto nel greco quanto nel latino r, / + cons. fa
sempre posizione, perchè non si può far a meno di sillabare la li-
quida con la vocale precedente: partem, artem, altuSf èXtriq, 6pvt^....
non si possono sillabare altrimenti che pàr-tem, àr-tem, àltus, 'èX-rri^,
"op-vi^...
E se in sanscrito non troviamo la posizione debole, vuol dire che
gli Indiani univano sempre la muta alla vocale precedente, cioè sil-
labavano sempre pit-ra, mit-ra, rud-rdy put-ra, ecc.
Mi pare adunque che il fenomeno della posizione debole si possa
così spiegare molto semplicemente senza ricorrere né alla irraziona-
lità delle liquide né alla azione della svarabhakti.
— 440 —
10 era arrivato a questo punto del mio lavoro, quando, seguendo
una nota del prof. Pezzi alla sua Glottologia aria recentissima (p. 28),
ebbi a consultare la Rivista di filologia classica, anno II, p. 226
e segg. Ivi trovai, con mia grata sorpresa, che già il prof. Cannello
aveva proposto la spiegazione della posizione debole con la possibi-
lità di sillabare, per es., pa-tris e pat-ris. Senonché il Cannello, an-
ziché risalire ai primi principi della questione, ebbe il torto di fer-
marsi alla prima idea; tanto che dopo avere avuto il merito di
dichiarare che pa di patris può essere breve o lungo perchè si può
sillat^re pa-tris e pat-ris^ misconosce egli stesso il valore del suo
pronunziato, si impaccia nelle more e nelle mezze more, e finisce
per darsi la zappa sui piedi, affermando (p. 223} d'accordo col Corssen
e con Prisciano che il latino « aveva consonanti d* una durata in-
commensurabile, nulla per la prosodia : e a questa categoria di suoni
appartenevano la 5 davanti a muta e la r dopo muta » (perchè non
anche T/?).
Per me queste consonanti che, in certi casi dati, hanno un suono
incommensurabile, nulla per la prosodia, sono un mistero che non
riesco a spiegare e neppure a credere ; tanto più quando considero
che, anche in quei dati casi, l'orecchio li avverte, li misura ne più
né meno che qualunque altro suono.
11 Cannello inoltre non ha avvertito che non si può parlare di va-
lore metrico delle consonanti senza considerare la loro posizione ri-
spetto alle vocali; poiché, come già dissi, ben diverso, per es., è il
valore del t \n ta ^ in at. Egli invece seguita col Corssen e col Pri-
sciano ad attribuire alle consonanti, qualunque sia la loro colloca-
zione, il valore di me\:{a mora (fatta eccezione, s'intende, dei suoni
5 ed r che in certi casi sono incommensurabili o nulli). Egli adunque
date le parole
sprè — tu — s a — mò — re frè — tu — 5
le calcola a more così :
3Vi- iV, - iV»- ^Vi- iVi- 3 - iVi- (Vi).
Donde risulta evidente che, se per es. 1* e di spretus fosse breve
per natura, avremmo spre^ss more 2 Vt» cioè mi par chiaro che questa
— 441 —
sillaba spre del valore di more 2 7« dovrebbe essere computata come
lunga \ il che invece è contrario a quanto vediamo avvenire nella
metrica. Infatti noi troviamo 5frM-o, stre-pOy stra-men^ stro-pha^ stra-
merty ecc.
E a questo inconveniente egli cerca di rimediare ricorrendo alla
incommensurabilità dell* 5 innanzi a muta e dell* r dopo muta. Lad-
dove a me pare che basti avvertire un fatto naturale, fisiologico, e
che ha la propria spiegazione nella natura delle consonanti, il fatto
cioè che una consonante, o anche un gruppo consonantico, quando
precede a una vocale nella stessa sillaba^ si pronunzia così aderente,
quasi direi cosi compenetrata con la vocale, che il valore metrico di
questa non ne viene alterato in modo sensibile. Per contro, quando
la consonante tien dietro alla vocale con cui fa sillaba, il nostro or-
gano vocale è costretto a una tensione più grande e più durevole per
far sentire dopo la vocale anche il suono della consonante ; onde ri-
sulta che quando abbiamo da pronunziare una sillaba composta di
una vocale breve e di una consonante {et, at, ecc.), il tempo impie-
gato a pronunziare la consonante aggiungendosi al tempo impiegato
a pronunziare la vocale, ci dà un tempo, un valore metrico eguale a
quello di una sillaba lunga.
Alle proposizioni del Cannello il Pezzi fece sei obbiezioni, a cui
egli non rispose. Di queste obbiezioni alcune sono rivolte a conside-
rare raffievolirsi delle mute dinanzi ali* r, e queste non fanno al caso
nostro. Ci tocca però, e molto da vicino, la quinta obbiezione. Se
fosse vero, dice il prof. Pezzi, che l* a di patris può restar breve
perchò si può sillabare pa-tris, perchè troviamo lungo 1' e di re-
stringo, r e di rèsto, V e di respiro,^ ecc.? « Né vi ha mezzo di con-
futarci se non insegnando che simili composti debbono essere divisi
per sillabe nel modo seguente: res-tringo, rès-to, rès-piro*.
Confesso che alle prime rimasi alquanto imbarazzato. Ma poi mi
parve di scorgere in queste parole, più che un ostacolo, un aiuto,
più che una obbiezione che atterra, un fatto che conferma. Ognuno .
mi vorrà concedere agevolmente che il re di redico, di reduco, di
reficio è al tutto lo stesso re che troviamo in restringo, in resto, in
respiro. Ora come va che il re in reduco, redico, reficio è breve,
mentre in restringo, rèsto, respiro è lungo ? Siccome non è probabile
che i fenomeni della metrica avvengano a caso, una ragione ci ha da
essere. Ora, in fede mia, non posso immaginarne altra se non am-
•
Qiivista di filologia ecc^ X. 39
— 442 —
mettendo che i latini pronunziassero res-tringOy res-to^ res-piro. Ne
questo mi fa meraviglia: anzi, mi pare che di regola i latini doves-
sero sillabare 1* s seguito da consonante con la vocale precedente ;
tanto è vero che il gruppo 5 + cons. fa quasi sempre posizione,
mentre sono pochissimi i casi in cui non fa posizione {vetustatiSy ve-
nustatiSj scelestus), casi che non mi paiono spiegabili se non ammet-
tendo che r 5 qui venga unita, pronunciando, con la sillaba seguente.
Ancora un'osservazione. Se è vero che una vocale breve può restar
breve dinanzi a s + cons. e a cons. -h ^» /» perchè questi gruppi con-
sonantici possono trasportarsi sulla sillaba seguente, è ovvio dedurne
una conseguenza la quale permette d'allargare la regola a questo
modo: ci 6 posizione debole ossia e può esserci mancanza di posi-
zione ogniqualvolta il gruppo consonantico che tien dietro a una
vocale breve si può con una certa agevolezza sillabare tutto con la
sillaba seguente ». E, per ristringerci al campo latino, i gruppi con-
sonantici che (oltre s -\- conson. e conson. + r, l) si possono con una
certa agevolezza sillabare con la sillaba seguente sono specialmente
pty pSj et. Orbene, di ognuno di essi noi abbiamo degli esempi, dove
non fanno posizione :
voluptatiSy voluptatem (Corssen, li*, p. 662);
tpse^ tpsius (Corssen, II*, p. 63o);
senectutem (Corssen, II*, p. 662).
Non reputo opportuno di entrare a parlare delle cagioni per cu*
la posizione debole, di uso quasi costante presso i poeti comici 1
tini, sia spessissimo trascurata presso i poeti dell'evo augusteo. Nep^^
pure mi fermerò sulle frequenti violazioni della legge di posizione
che occorrono presso i comici latini, perchè, lasciando stare che ho
inteso come il signor Edom ne fece poco fa il soggetto di una let-
tura all'Accademia di Francia, io sono persuaso che qualunque pos*
sano essere le ragioni o storiche o artistiche o glottologiche o me-
triche con cui si vorranno spiegare queste varietà dell'uso, esse non
potranno influire direttamente sulla soluzione del problema onde
nasca la lunghezza di posizione.
Torino, ottobre, i88x.
Federico Garlanda.
— 443 —
co:kge7tu'bje: ca707<ìiau^e
I. Oltre a tutte quelle varie obbiezioni che da 6io. Malt. Gessner (i)
in poi furono messe in campo per dimostrare che il libro De re ru-
stica di M. Forgio Catone subì un grande rimaneggiamento nell'or-
dine e nella lingua ; obbiezioni alle quali risposero per buona parte
Gto. Ugo di Bolhuis (2) e Rinaldo Klotz (3); nell'edizione dei
Rustici latini volgari:{^ati (Venezia, stamperia Palese, 1792-94, voi. 1,
p. 148, n. 4) si legge la seguente, ch'io credo gravissima, alla quale
i critici non hanno per anco tentato di dare una risposta: < Ca-
tone comincia cosi il suo libro : < Est interdum praestare (populo ag-
giunge un cod. della libreria di S. Marco) mercaturis rem quaerere,
ni tam periculosum siet etc. >. Per me un tale modo di cominciare
un'opera non va a garbo. Infatti veggo che i commentatori si sbrac-
ciano a trovarvi il senso vero. Ma checché sia della giustezza di
-questo modo di cominciamento, le ultime linee del Proemio sem-
brano sciogliere, a mio favore, la questione. Catone termina così :
«Nunc, ut ad rem redeam, quod promisi institutum principium hoc
«rit ». Che è quanto dire: Ora, ritornando al proposito, ecco come
do principio a quanto promisi. Se noi non vogliamo riguardare Ca-
tone come un babbuino smemorato, che crede d' aver detto ciò, che
non ha detto per nissun conto, siccome apertamente consta, che in
(1) Scriptores rei rusticae. Lipsiae, MDCCXXXV, prefaz.
(2) Diatribe literaria in M. Porcii Caionis Censorii quae supersunt
scripta et fragm., Trajecti ad lihenum. MDCCCXXVl, p. 176-187.
(3) Ueber die urspr, Gestalt ton Cato*s Schrift de re rustica. Jahn's,
Jahrbb., Sappi. X, 1844, p. 5 sg.
— 444 —
tutto il proemio suo né ha specificato di voler trattare delf agricol-
tura, ne lo ha promesso, forza è concludere che realmente manca
buona parte del proemio scritto da Catone, e che questo, che ora ci
rimane, è mutilato >.
Sorvolando alle parole « est interdum praestare mercaturis rem
quaerere e. q. s. » che non è il caso di giustificare, con moltissime
altre, dalle accuse di commentatori, i quali per colpa tutta loro non
intendono Catone (i), vengo a proporre una variante nella chiusa del
proemio: « nunc, ut ad rem redeam, quod promisi institutum prin-
cipium hoc erit »: dove invece di promisi leggerei promsi^ modifi-
cando il senso nel modo seguente: < Questo che [finora] ho detto
sarà (opp.: valga per) l'introduzione ch*io aveva divisato [di premet-
tere all'opera mia] ».
Per tal guisa sarebbe tolto il sospetto di una lacuna, la quale del
resto non si saprebbe dove ammettere: non in principio del proemio,
perchè esso è troppo solenne, se posso dirlo, per doversi considerare
mutilato: non in mezzo, perchè la successione logica delle idee non
è affatto interrotta.
Per altro contro questa congettura sorge una difficoltà. Nel periodo
Catoniano precitato, si legge il verbo redeam y il quale naturalmente
parrebbe implicare Tidea di ritorno ad una cosa alla quale l'autore
sia di già venuto; ma di ciò si può dare spiegazione.
Catone, Tuomo pratico per eccellenza, che va sempre diritto, senza
ambagi, al suo scopo, tanto nella vita come nelle opere sue e segna-
tamente nel libro De re rustica, dove precetti sono aggiunti a pre-
cetti, spesso perfino senza legame, dopo aver premesso una prefazione
alquanto larga e generica, accennando ai pericoli del commercio, alla
disonestà dell'usura, alTeccellenza dell* agricoltura, che fa gli uomini
forti ed onesti e i soldati valorosi, ed alla ingenua semplicità de* co-
stumi presso i maggiori, i quali per lodare un uomo dabbene lo
chiamavano < bonum agricolam bonumque colonum », s'accorge di
aver fatto una digressione che lo ha allontanato dal dare principio
alTargomento tutto pratico ch'egli si era proposto di svolgere nel
(1) Chi volesse consultare Topera da me citata, avrebbe più volte oc-
casione di osservarvi che i saggi di spirito frequentissimi e inoppor-
tuni, si conciliano mirabilmente colla scarsa cognizione del linguaggio
Catoniano.
— 445 -
De r. r., e quindi, come pentito, ritoma ad esso « nunc, ut ad rem
redeam, quod promsi institutum prìncipium hoc erit ».
Questo va detto qualora s'intenda il verbo redire nella sìgnifìca-
sione primitiva di ritornare. Se poi piacesse invece considerarlo come
usato semplicemente nel senso di venire, venire realmente, ecc., giusta
parecchi esempi classici, la difficoltà sarebbe anche minore.
II. Forse perchè in Prisciano, lib. VI, p. 226 e 266, ediz. Hertz,
si legge: < M. Cato in censura de vestitu et vehiculis... », Enrico
Jordan (i) credette che il titolo dell'orazione Catoniana, alla quale si
allude, fosse < In censura de vestitu et vehiculis »; mentre è da ri-
tenersi, con molta probabilità, per solo titolo genuino : « De vestitu
et vehiculis ».
Le parole in censura sono state aggiunte, a mio credere, dal gram-
matico per indicare che Catone avea pronunziato quell'orazione mentre
era censore.
Che poi la cosa stia veramente così io proverebbe Prisciano stesso,
il quale al libro XIII, p. 8, dice semplicemente: < Marcus Cato de
vestitu et vehiculis... » senza aggiungervi che l'orazione era stata
detta in censura, perchè Tavea già accennato due volte.
Parimenti, dalle parole di Gellio, lib. V, i3, 4, ediz. Hertz c M.
Cato in oratione quam dixit apud censores in Lentulum », se ne è
ricavato il titolo « In Lentulum apud censores » che ancora si legge
nelle edizioni catoniane, compresa quella, del resto diligentissima, di
Enrico Jordan a p. 59, mentre il vero titolo parmi « In Lentulum ».
III. Conosceva Tito Livio l'orazione Catoniana «Delege Oppia »?
Feder. Lachmann (2) dice : « An Catonis prò lege Oppia orationem
legerit Livius incertum est. Non in omnium manibus erant Catonis
orationes. Ciceronem scimus quasdam data opera invenire non pò-
tuisse. Illa Catonis prò lege Oppia oratio quae libro 34, 2 et sq. le-
gitur, Livii debetur ingenio, apte, ut Fabricius dicit, ad rem et Ca-
tonis personam expressa, et in aliis locis Livius, ubi orationes a
(1) M, Catonis praeter librum de re rust, quae extant» Lipsiae,
MDCCCLX, p. 50.
(2) De fontibus Historiarum T, Ltctt, commentatio altera, Gottingae,
MDCCCXXVIII, p. 18.
- 446 —
magnis viris habitas superasse sciret, alias ipse suo ingenio proferre
noluit. Cfr. 45, 25 ubi dicit: non inseram simulacrucn viri copiosi
quae dixerit referendo. Ipsìus oratio extat Orìginum quinto libro in-
clusa. Idem facit 39, 42, 43 ubi nonnulla commemoratur e Catonis
in Flamininum orationc desumpta, etiam 38, 54 ubi extare dicit ora-
tionem de pecunia regis Antiochi, et 43, 2, de qua re Catonis extabat
oratio in P. Furium (non Lucium, ut in fragm. coli, legitur], prò
Lusitanis dieta s. Lusitanis Hispanis, ut Charis, p. 198 dicit, qui
locus ad hanc orationem referendus est. Et hi sunt loci, in quibus
Catonis orationibus usus est Livius e. q. s. >.
Ora tutto questo si riduce, a parer mio, a dire in altre parole che
Livio quando conosce le orazioni di Catone non le riferisce; ma
quella < De iege Oppia » la riferisce, dunque non la conosce. I!
quale ragionamento non sembrami intieramente giusto, poiché altro
è dire che nei quattro esempi (il secondo e il terzo si riducono ad
uno) citati da Lachmann, Livio mostra di conoscere le orazioni Ca-
toniane senza riferirle, altro ò dire che ogni qualvolta le conosce non
le riferisce. Livio potea in quei luoghi conoscere le orazioni di Ca-
tone e non riferirle, ed altrove, pur conoscendole, riferirle se gli
pareva opportuno. Per cui, chi vorrà derivare da pochissimi esempi
una legge certa alla quale si attenesse strettamente Livio senza riser-
vare alcuna libertà al suo ingegno, non foss' altro per variare? In
que* tempi la storia non era ancora una scienza, ma, come parte del-
l'epopea, opera d'arte (i) e quindi non si può riscontrare in essa il
metodo costante, la precisione rigorosamente scientifica dei lavori
storici recenti.
Enrico Jordan (2) che di Catone pubblicò con molta diligenza i
(1) Cfr. QuiNTiL., X, 1, 31-32, ediz. Bonnell: « Historia est enim
proxima poetìs, et quoclammodo Carmen solutnrn, et scribitur ad nar-
randum nou ad probandum ; neque Illa Livii lactea ubertas satia do-
cebit eum qui non speciem expositionis sed fìdem quaerit ».
(2i Op. cit.^ p. LXIV, proleg.: « Praeclara extat oratio a Livio, XXXIV,
2, composita, quo auctore quod ne titulum quidam oratiooia agmea re-
liquiarum ducere passus sum, scio foro qui reprehendaot. Verum cam
Livius ubicunque Catonis orationum meminit ibi fei*e, quoniam integrae
etiam tum extaront, « simulacrum viri copiosi », ut ait XLV, 25, aa-
nalibus inserere quasi religiosum habeat, Oppiae legis suaaionem, quam
uberrime exposuit, a Catone scriptam ignorasse vidotar ».
— 447 —
frammenti superstiti, non fa che ripetere Targomento di Lachmann.
Per questa ragione non aggiungo parola intorno ad esso.
Ermanno Peter (i), dopo aver rifatto il riscontro che Jordan (2)
avea già tentato fra quello che dicono i frammenti Catoniani della
orazione « Dierum dictarum de consulatu suo >. (3), e Livio nel
lib. XXXIV, 8-21, esce in queste parole: e Wix enim mihi persua-
dere possum, Livium, cum omnes res a Catone gestas conlectas et
dispositas in Originibus videret, ipsum quae opus erant, ex oratio-
nibus laboriose conquirere maluisse, praesertim cum perpaucos libros,
qui non essent annales, in scribendo ante oculos habuisse videatur,
origines autem noverit atque ita eorum mentionem fecerit, ut ma-
gnam eius auctoritatem habitam cognoscamus. Accedit quod con-
sensus fragmentorum Catonis et Livii non est talis, ut quin Livium
ipsis orationibus usum esse statuere cogamur. resconcinunt,non verba.
atqui Catonem consulatum suum in Originibus silentio non praete-
riisse eademque narrasse quae in illis orationibus apertum est: quid
ni ìgitur hanc rerum expositionem Livium secutum arbitremur?»
Prima di tutto osserverò che se perpauci erano i libri consultati
da Livio all' infuori degli annali, non si può a tutto rigore negare
che fra (\Me' perpauci si annoverassero anche le orazioni, molte delle
quali avevano stretta relazione colle cose narrate nelle Origini.
In secondo luogo ancorché si ammettesse, per voler essere più se-
veri dello stesso Peter, che Livio non abbia consultato altri libri che
annali (4), colla congettura non infondata che farò più sotto, Livio,
leggendo le Origini Catoniane (che spesso sono anche dette annali)
leggeva pure implicitamente molte delle di lui orazioni, e fra queste
(1) Historicorum romanor, relliquiae, Lipsiae, MDCCCLXX, voi. I,
p. CLIV-CLVI.
(2) Op. di., p. LXVI-LVII, proleg.
(3) Vedili a p. 33-36, Jordan, Op. cit.
(4) Oltre a non poche ragioni si potrebbe addurre in contrario anche
la seguente osservazione: Livio al lib. XXXIII, 15, 9, dice: a Cato ipso
band sane detrectator laudani suarum », la quale espressione pare allu-
dere alle orazioni di Catone anzichò alle origini, perchè con quelle ebbe
spesso a lodarsi, ad opporre, come realmente faceva, la propria condotta
a quella degli altri e a difendersi quaranta e più volte ; cfr. 1* orazione
« de suis virtutibiis contra Thermum >, e de sumptu suo » « ad litis
censorias » (p. 43. 37. 51 Jordan, Op, cit.) ed altre.
— 448 —
quella < De lege Oppia » perchè, per Tiroportanza sua, conferiva ad
illustrare un punto non oscuro della vita di Catone, il consolato. Al
che parrebbe pure arrecar luce il seguente frammento da Pesto (i) :
« Mulieres opertae auro purpuraque: arsinea, rete, diadema, coronas
aureas, rusceas fascias, galbeos lineos, pelles, redimicula... ».
Per quanto riguarda 1* orazione « Dierum dictarum de consulatu
suo », alla quale accenna il Peter nel passo precitato, non dovendo
discorrerne qui, mi limiterò ad osservare che mentre si trova pieno
accordo se non nelle parole, almeno nelle cose, fra Livio e Catone,
non vedo la necessità di far congetture sulla possibilità che Catone
abbia narrato ciò stesso nelle Origini, e che Livio abbia quindi tolto
da esse quanto ci riferisce.
Né ciò basta; perchè dall'esame stesso dell'orazione che si legge
presso Livio credo poter rilevare qualche cosa di più. L'orazione
comincia così:
« Si in sua quisque nostrum matre familiae, Quirites, ius et roa-
iestatem viri retinere instituissent, minus cum universis feminis ne-
gotii haberemus; nunc domi vieta libertas nostra ira pò tentia muliebri
hic quoque in foro obteritur et calcatur, et quia singulas non do-
muinus, universas horremus. Equidem fabulam et fìctam rem du-
cebam esse, virorum omne genus in aliqua insula coniuratione mu-
liebri (2] ab stirpe sublatum esse ; ab nullo genere non summum
(1) Pag. 265, ediz. Mùllkr. Noto che TespresBione auro purpuraque,
tutta catoniaDa, si riscontra più volte nell'orazioue stessa riferita da
Livio.
(2) Da questa orazione che Livio mette in bocca a Catone, conae pure
dal primo paragrafo del libro XXXIV ed. Madvio, al quale essa appar-
tiene, risulta chiaro che le donne avevano fatto allora una specie di con-
giura: e Matronae nulla nec auctoritate nec verecundia nec imperio vi-
rorum contineri limine poterant ; omnes vias urbis aditusque in foram
obsidebant, viros desceudeutes ad forum orantes^ ut, fiorente republica^
crescente in dies privata omnium fortuna, matronis quoque pristinum
oruamentum reddi patercntur ». Per cui mi fo lecito di con gettu raro che
all'orazione Catoniana a De lege Oppia », anziché ad un* altra supposta
« De coniuratione », come finora si ò sempre creduto, appartenesse la
parola precem conservataci da Festo, p. 242 M.: « Precem singulariter
Cato in ea quae est de coniuratione ».
Cose più certe non dissero Enrico Meter {Orator. romanor. fragm.^
Parisiis, 1837, p. 129), Enrico Jordan (Op. cif., p. LXXVII, proleg.).
— 449 -
■
periculucn est, sì coetus et concilia et secretas consultationes esse
sinas... >, e più giù, al § 3, i-3: « Recensete animo muliebria iura,
quibus licentiam alligaverint maiores vestri, per quae eas subiecerint
viris; quibus omnibus constrictas vix tamen continere potestis. Quid?
si carpere singula et extorquere et aequari ad extremum viris pa-
tiemini, tolerabìles vobis eas fore creditis? Exteroplo, simul pares
esse coeperint, superiores erunt > .
Che cosi abbia veramente parlato Catone non oserei dire; ma però
le idee, per lo meno, sono tutte Catoniane e mi paiono avere una
certa relazione con quello che ci racconta Plutarco (i): cTTcpl Òè Tfjq
TuvoiKOKpaTiaq ÒiaXctó^evo^, irdvT€(;, ctircv, dvOpunroi tiDv ifDvaiKOJv dp-
Xouaiv, i^^ict^ 6è irdvTUJv dvOpiiiiriuv, ^muiv Òè al y^voIkC^ ».
Nel quale raffronto bisogna, ben s'intende, tener conto di una cosa:
che cioè tanto l'uno quanto laltro dei due autori riferiscono, chi sa
con quali modifìcazioni, il testo Catoniano, per cui non si può pre-
tendere una coincidenza tale da togliere affatto ogni dubbio.
Inoltre al § 4 di detta orazione trovo scritto : e Saepe me que-
-rentem de feminarunv, saepe de virorum, nec de privatorum modo,
sed etiam magistratuum sumptibus audistis, diversisque duobus vitiiSy
avaritia et luxuria, civitatem laborare, quae pestes omnia magna im-
peria everterunt... », dove oltre ad un* immagine fedele del severo
romano che volea, al dire di Livio stesso, « castigare nova flagitia
et priscos revocare mores » (2) trovo anche una sentenza che Livio
deve quasi sicuramente aver tolto da Catone e che Sallustio, diligente
imitatore di lui (3), ritrasse, a mio credere, nel Catil. cap. 5 ed.
quali credettero si alludesse ai Baccanali (cfr. Livio, XXXIX, 15, 16),
nò Grsg. Maians [Ad triginta iurisconsultor, commentarii, Genevae,
1764, voi. I, p. 42) che volle riferirla ai tumulti degli ostaggi Cartagi-
nesi K qui Setiae castodiebantur » (Liv. XXXII, 26).
(1) Vita di Cat:, Vili, 2. ediz. Blass.
(2) XXXIX, 41.
(3) Cfr. in QuiNTiL., Vili, 3, 29, il noto distico d'incerto autore :
« Et verba antiqui multum furate Catonis
Crispe, lugurtbinae conditor historiae ».
e SvBTON., Oct,^ 86; De ilL gramm,, 10 e 15; Front. Epist. ad Caes,,
IV, 3; GusT. Brùnnbrt, De Sallustio imitatore Catonis, Sisennae.,.,
Jenae, 1873.
— 450 —
DiETscH , in questo modo : « Incitabant (Catilindm) praeterea con-
rupti civitatis mores, quos pessuma ac diversa inter se vitia^ luxuria
atque avaritia vezabant ».
I frequenti € maiores nostri » (2, 11); « maiores vestri » (3, i);
« maioribus nostris > (4, 7); « patrum nostrorum memoria » (4, 6)^
che pur si riscontrano di sovente in Sallustio, ci ricordano il famoso
lodatore del passato, il quale nel nuovo non vede altro che corru-
zione.
Di più ricorre T espressione: « auro et purpura > (3, 8; 4, 14);
« aurum et purpuram > (4, io), che si legge nei frammenti Cato-
niani : « auro purpuraque » (p. 28, i3, Jord.}, « in auro atque in
purpura » (p. 69, 2 Jord.).
Per ultimo, la chiusa stessa dell* orazione (4, 21}: « vos quod fa-
xitis, deos fortunate velim > ha un sapore d'arcaismo purissimo, che
Livio avrà forse affettato ad arte, come del resto può anche avere
del Catoniano (i).
Per tutte queste ragioni non credo improbabile che Tito Livio
abbia letto T orazione Catoniana e De legc Oppia > e che da essa
abbia tolto più di quello che, nella mancanza assoluta dell'originale,
non ci è lecito congetturare.
IV. Fra tutte le orazioni Catoniane, Alb. Bormann (2) ed Enrico
Jordan (3) credono che due sole, quella «Pro Rhodiensibus » (lib. V) (4)
[1) ÀDcbe altrove sembra aver Livio riprodotto Catone; per es. al
lib. XXXIX, 42, dopo aver riferito il fatto di L. Quinzio Flaminio, che
egli lesse cortamente, come dice, nell'orazione Catoniana, esce fuori col
seguente periodo che egli probabilmente tolse da Catone, se si deve giu-
dicare dairimpeto oratorio ed anaforico tutto proprio delle orazioni di
lui: 4 Facinus... saevum atque atros : inter pocula atque epulaa, obi
diis dapes, ubi bene precari mos esset, ad spectaculum scorti procacia
in ainu consulis recubantis, roactatam humanam victimam esse et cruore
mensam renpersara i; cfp. Bolhuis, Op. cif. ,p. 137.
(2) M. Porcii Catonis Originum libri septem^ Brandenb. MDCCCLVIU,
p. 41.
[3) Quaestionum Catonian, capita duo^ Bei*olini, MDCCCLVI , p. 14
e 8g., e Op, cit,^ p. LVIII, proleg.
(4) Cfr. Liv., XLV, 25: a Non inseram simulacrum viri copiosi quae
dizerit referendo: ipstus oratio scripta eztat originum quinto libro in-
clusa 0; Gellio, vi, 3, 7.
— 451 —
e quella < In Galbam prò Lusitanis > (lib. VII) (i) facessero parte
delle Origini ; e la ragione di ciò, secondo Io stesso Bormann, è che
se anche altre orazioni fossero state introdotte da Catone nelle Ori-
gini, gli scrittori romani che le citano non avrebbero detto solo per
le due accennate, che si trovano nelle Origini.
A queste due Aug. Wagener (2) ne aggiunse per congettura, una
terza, quella e Adversus Carneadem > che sarebbe stata nel lib. VI,
quando si riferisca ad essa il frammento: « Itaque ego cognobiliorem
cognitionem esse arbitror» che Gelilo (3) dice appunto essere registrato
in quel libro medesimo.
Io però a codeste opinioni che limiterebbero a due o, al massimo,
a tre il numero delle orazioni riferite nelle Origini, muoverò alcuni
dubbi.
È da notare per prima cosa, che non avendo né tutte, né tutte in-
tiere le opere degli scrittori romani, non si può affermare in modo
veramente sicuro che soltanto le predette orazioni facessero parte
delle Origini.
(1) Cic, Brut.^ 23, 89, ediz. Piderit : « Cato legem snadens in Galbara
malta dixit ; quam orationem in Origiaes rettulit, paucis antequam mor-
tau8 est diebus an mensibus »; De Orai., I, 53, 227 ; Epit. Liv.y XLIX;
Valer. Max., VIII, 2, ediz. Halm; Gbllio, XIII, 25, 15.
(2) M. Porca Catonis Originum fragm., Bonnae, MDCCCXLIX, p. 65.
(3) XX, 5, 13: tt Hoc ego verbum: Euv€toI ydp claiv quaereus uno iti-
dem verbo dicere, aliud non repperi, quam quod est acriptum a M. Ca-
tone in sexta origine: « itaque e. q. s. >. — Jordan {QuaesL Cai.,
p. 60) accettando la congettura Wagneriana tentò di completare le pa-
role di Catone in questo modo : a Cognobiliorem cognitionem esse puto
iuris, historiae etc. quam pbilosophiam, quam vos, Athenienses, lau-
dibus celebratis )>. Però nei Proleg, della seconda opera non ne tiene
neppur parola.
Che Catone abbia pronunziato, come risulta da Plutarco {Vita di Ca-
ione, XXII) un*orazione contro i filosofi greci, sebbene altri pensi di-
versamente, non trovo ragione per negarlo ; anzi sarei d^avviso che con
essa abbiano qualche relazione le parale di Gellio (XIII, 23, 2}: « Qraecae
istoriim praeitigiae, philosopbari sese dicentium umbrasque verborum
inanes fingentium t> e quelle che dice al lib. XVIII, 7, 3: « Ego gram-
roaticus vitae iam atque morum disciplinas quaero, vos philoRophi mera
estis, ut M. Cato ait, mortualia ; glosaria namque contegitis et lexidia,
rea taetras et inanes et frivolas, tamquam mulierum voces praeficarum.
Atqae utinam, inquit, muti omnes bomines essemus ! minus improbitas
instrumenti haberet ».
- 452 -
In secondo luogo non pare probabile che due o tre orazioni sol-
tanto fossero da Catone registrate nelle Origini, mentre ne aveva pa-
recchie non certo inferiori a quelle per importanza : per es. quella
« De bello Karthaginiensi » (i) ed altre.
Inoltre, allo stesso modo che Cicerone (Brut. 20, 80), Gellio (I, 12,
17) e Quintiliano (II, i5, 8), rispetto ali* orazione < In Galbam prò
Lusitanis » che noi sappiamo certamente aver fatto parte delle Ori-
gini, non dicono nulla in proposito, una trascuranza consimile può
anche aver avuto luogo in ordine alle altre orazioni, tanto più che
allora citavasi di frequente con poca precisione e anche a memoria.
Per ultimo, come si può pretendere che ci venga indicato dagli
scrittori sommi l'opera cui appartenevano le orazioni di Catone, se
vediamo spesso non esserci neppur conservati con precisione i veri
titoli di esse?
Il perchè, io credo, che parecchie orazioni fossero da Catone in-
tercalate nelle Origini : tutte quelle cioè che potevano avere una im-
portanza storica speciale, ed attinenza colle cose narrate nelle Ori-
gini stesse, le quali venivano a ricevere per cotal guisa una luce mag-
giore (2).
Molte poi di codeste orazioni od anco tutte saranno, com'è pro-
babile, state estratte dai grammatici a comodità e utilità de* lettori
e delle scuole, sia per l'importanza storica, come dissi, sia perchè
presentavano certe particolarità degne di considerazione : per es. fi-
gure, sentenze, locuzioni, ecc.
Ad o^ni modo se vogliamo stare unicamente alle testimonianze
(1) Io favore della mia opinione sta il framm. 4 della orazione (p. 56^
JoRD.) conservatoci da Solino, Polyhist,,21: « Urbem istam (Kartha-
ginem), ut Cato in oratione senatoria (cfr. Plut., Vita di Cat., XXII,
4: « irapeX6ù)v cl^ tt^v auTKXriTOv iné)x\\faro k. t. X. ») autumat, cura rex
lapon rerum in Libja potiretur, Elisa mulier eztruzit domo Phoeniix et
Karthadam dixit, quod Phoenicum ore exprimit civitatera novam >. Il
quale passo ci mostra, a mio avviso, come l'orazione a De bello Kar-
thaginiensi » facesse parte delle Origini, nelle quali appunto si trattava
« uude quaeque civites orta sit ».
(2) À questa opinione, sebbene in modo meno determinato, si avvicina
Peter, Op, cit., CXXXXIIII, dove dice : a Sed postea quam ad rea a se
gestas pei*venit, non solum ipsas rcs enarravit, sed etiam orationes a se
habitas addidit e. q. s. ».
— 453 —
superstiti, si può afEcrmarc che V orazione « Pro Rhodiensibus » ai
tempi di Geli io si leggeva seorsum (i).
Questa ragione può benissimo aver cooperato a far dimenticare in
parte le Origini (2), delle quali ne attesta Cicerone (3), che a' suoi
tempi mancavano gli amatores.
Riguardo alle altre orazioni poi, non parrebbe lontano dal vero il
credere che Catone le raccogliesse insieme e correggesse in vecchiaia,
per lasciarle come una specie di memoriale (4) della sua vita poli-
tica ed oratoria.
Savona, 28 gennaio 1882.
Giacomo Cortese.
"BIBLIOGRAFIA
Virgilio — La Georgica^ versione di Angelo Lo Jacono,
Catania, 1881.
Si potrebbe far questione se a* tempi nostri coir indirizzo severa-
mente scientifico che hanno preso gli studi filologici, colla necessità
che si fa ogni giorno più sentire in Italia di moltiplicare gli sforzi,
di tener deste tutte le energie dello spirito per non esser lasciati
(1) Gellio, vi, 3, 7; Jordan (Quaest. Cat., p. 18, e M. Catonis quae
extant^ p. LVIII, pi*oleg.) dalle parole di Gellio, XIII, 25, 15: « Cato
ex originum VII in oratione, quam centra Servium Galbam dixit > cre-
dette poter rilevare che anche questa si leggeva separatamente; ma forse
a torto, giaccbò anche altrove (XIII, 3, 6) dice « quartom ex historia
libmm », il che equivale a « quartum historiae librura ».
(2) Cfr. Jordan, M, Catonis quae extant^ p. LVIII, proleg.
(3) Brut,, 17, 66.
(4) Cfr. MoMMSEN, Rom. Geseh,, Berlin, 1874, voi. I, p. 925.
— 454 —
troppo addietro dagli stranieri in quegli studi, si possano conciliare
certe pubblicazioni della natura di quella che sto per esaminare,
fatta, come ce lo dichiara lo stesso signor Lo Jacono, « per esercizio
di poetico stile ». lo comprendo benissimo che piuttosto che ad altri
lavori volgano alcuni le forze deiringegno a tradurre o questa o quella
delle più segnalate opere che ci lasciarono e Greci e Romani ; ma è
pur d'uopo confessare che lavori simili sono comportabili, anzi sono
da valutarsi assai, quando al loro artistico pregio vada congiunta una
perfetta interpretazione dell'opera tradotta, cosa questa che difiEìcil-
mente si riscontra e di cui non v'è neppur Tombra nel libro del Lo
Jacono. Il quale, come colui che pensa « che in un tempo che i clas-
sici studii si van tra noi facendo sempre più radi, non dovrebbe cer-
tamente parere inutile intento quello d'incitar coli' esempio la gio»
ventù studiosa ad esercizii di questo genere» da lui reputati e necessarii
a ritemprare in Italia il prosaico e snervato eloquio delle Muse o-
dierne », avrebbe provveduto assai meglio a quella gioventù, dato il
caso che il suo libro le capitasse nelle mani, e, dirò anche, a se
stesso, e non avrebbe col proprio esempio confermato quel decadi-
mento degli studi, di cui par che si lagni, se avesse aspettato a far
di pubblica ragione il suo lavoro sino a quando, per aver acquistato
una migliore conoscenza del testo virgiliano ed una ben maggiore
padronanza dello stile poetico italiano, avesse potuto purgarlo degli
errori e delle innumerevoli imperfezioni che si riscontrano quasi ad
ogni verso.
Di questi errori e di queste imperfezioni darò parecchie prove con-
frontando colla novella versione l'originale latino.
Virgilio (I, ioi-io3) dice :
« hiberno laetissima pulvere farra,
Laetus ager ; nullo tantum se Mysia cultu
lactat, et ipsa suas mirantur Gargara messes » (i).
(1) Nelle citazioni dell'originale latino mi servirò in generale del testo
pubblicato da E. Bbnoist (Paris, lib. Hachette, 1876, nella CoUection
d*édUions savantes des principaux classiquas latins et grecs)^ senza
tenermi però strettamente ad esso qualora per qualche rispetto non mi
paresse accettabile. Avverto a tale scopo ch'io tengo pure sott* occhio le
edizioni del Ribbeck, del Forbiqer (4*) e del Ladbwiq (sechste Aufl. von
0. Scbaper).
— 455-^
Ora ecco in qual modo questo passo è recato in italiano :
€ di polve iberna
Van lietissimi i farri, e lieto il campo :
Né ]per veruna altra coltura tanto
Superbisce la Misia, e di sue messi
Il Gargaro si loda > (i).
Chi capisce quel Né per veruna altra coltura con quel che segue ?
Che cos'è qaeWaltra se non un'assurda superfetazione? Se il tradut-
tore avesse pensato al valore di quel nullo cultUj il quale, come ben
avverte il Forbiger e non stricte capiendum, sed prò perexiguo cultu
positura esse patet > (2), e come interpretano altresì il Ladewig, il
Benoist, il Fornaciari (3) e quanti han buon senso in capo, avrebbe
facilmente veduto, collegando mediante il tantum ì versi citati con
quello che precede, cioè :
< Umida solstitia atque hìemes orate serenas
Agricolae »,
avrebbe veduto, dico, che il poeta intese dire che con pochissima
coloira possono la Misia e le contrade del Gargaro tanto vantarsi,
quanto fanno, di lor fecondità, perchè favorite da quell'acconcia di-
stribuzione di temperatura che trovasi accennata nell'espressione or
ora citata.
Più sotto l'espressione
« cumulosque ruit male pinguis arenae »
(v. io5)
vien tradotta: « e i cumuli arrovescia > (p. 1 5), verbo questo che non
ci dà punto ridea del ruit di Virgilio, significante e appianare rom-
pendo», come interpreta il Forbiger (4), o, ma forse meno bene,
« appianare facendo cadere > , come si rileva dal Porcellino.
(1) Pp. 14, 15.
(2) Nota al luogo citato.
(3) Neirediz. delle Georgiche per uso delle scuole, Firenze, 1868.
(4) Anche il Ladewig interpretando « die grOsseren allzutrocknen Erd-
achollen zerschl> » dà al verbo ruit un significato pressoché identico.
V
- 456 —
Virgilio poco appresso dice:
« Et, cum exustus ager morientibus aestuat herbis,
Ecce supercilio clivosi tramitis undam
Elicit >.
(vv. 107-109).
La traduzione suona così :
« e quando
Adusta alle morenti erbe la terra
Bolle, ecco d' alto di pendente via
Elice un fonte > (i),
dove s*ha a notare che il primo verso intero non è ne chiaro né ita-
liano, e nel secondo non è indovinato, non che esser bene espresso,
il pensiero del poeta, specialmente per non aver capito il significato
di quel clivosi tramitis mal tradotto in pendente via, essendo chiaro
che indica il rivo che a guisa di sentiero si fa discendere giù dal de-
clivio. L'aver poi tradotto in alto il supercilio di Virgilio dimostra
chiaramente come il Lo Jacono non gusti punto le bellezze artistiche
del poema che traduce. È noto che la metafora significata da quel
vocabolo è tolta da Omero :
a ol ò' érépwac KaOt^ov èir* òqppùat KaXXiKoXibvriq »,
(Y, i5i)
verso stupendamente tradotto dal Monti :
< Sul ciglio anch'essi s'adagiar dell'erto
Callicolon gli opposti numi ».
(w. 184, i85).
Ora perchè non poteva il traduttore valersi del vocabolo ciglio?
Non poteva usare tale metafora, mentre lo Strocchi non dubitò di
tradurre :
€ Ecco dal ciglio di supino clivo »?
(1) Pag. 15.
- 457 —
Veggasi come è ben tradotto il v. ni dello stesso libro I:
« Quid, qui, ne gravidis procumbat culmus aristis >,
sono otto monosillabi e due parole bisillabe in un verso :
« E che di lui, che acciò che poi non cada
Col pondo delle spiche il gambo a terra » (i).
Nel verso seguente, il 112:
€ Luzuriem segetum tenera depascit in herba »,
il Lo Jacono non ha capito il valore di quel depascity volgendolo in
italiano con decima :
e Decfma in erba tenera il rigoglio
Soverchio delle biade »,
senza punto pensare al mezzo, accennato dal poeta, di togliere il
soverchio rigoglio delle biade portandovi a pascolare le pecore, mezzo
questo ricordato anche da Plinio colle parole: « Luxuria segetum
castigatur dente pecoris in herba dumtaxat; et depastae quidem, vcl
sacpius, nullam in spica iniuriam sentiunt » (2).
Più innanzi, sempre nel medesimo libro, i due versi :
e Ut varias usus meditando extundcret nrtes
Paulatim, et sulcis frumenti quaereret herbam »
(vv. i33, 134)
son così tradotti :
€ Affinchè via di studi esperient^a
Gisse le varie in luce arti traendo
A mano a mano ; e Terba del frumento
Cercasse ai solchi » (3);
(1) Pag. cit.
(2) //. Ky XVIII, 45, 4.
(3) Pag. 16.
*l{ivista di filologia ecc., X. 3o
- 458 -
dove, tralasciando quei via di studi che, a cagione del meditando di
Virgilio, vorrà forse dive per via di studiy si vede una cotale pretensione
di riprodurre alla lettera il pensiero del poeta; ma appunto per co-
testa pretensione s*ha il diritto di domandare se sulcis frumenti
quaereret herbam signifìchi proprio « l'erba del frumento Cercasse
ai solchi >, e se non sia grave colpa l'ignorare come la parola 5ti/ci/5
per sineddoche signifìchi non di rado Taratura stessa, onde sulco
quaercre vale quanto aratione parare. Ma che il Lo Jacono conosca
pochissimo i varii significati dei vocaboli ce lo dimostra un altro
grave errore commesso nei versi su riferiti, consistente nell'avcr cre-
duto che Vusus di Virgilio significasse esperiew^a^ mentre salta agli
occhi la sua esatta corrispondenza al greco x?^^^* c^c> oltre ad uso^
significa anche bisogno^ necessità, E non ha veduto il traduttore che
il poeta stesso gì' indicava il vero valore del vocabolo soggiungendo
poco sotto :
« Labor omnia vicit
Improbus et duris urgens in rebus egestas >?
(vv. 145, 146).
E tanto meno poi sarebbe caduto in tale errore se avesse conosciuto
il seguente luogo di Lucrezio, al quale senza dubbio ebbe 1* occhio
Virgilio :
« Navigia atque agri culturas, moenia, legcs.
usus et impigrae simul expertentia mentis
paulatim docuit pedetemtim progredientis » (i),
dove trovandosi appunto i due vocaboli usus ed experientia, spicca
assai meglio il loro diverso significato, sebbene io creda che Vusus
di Virgilio non sia precisamente nel senso deiri/5U5 di Lucrezio, che
forse non inchiude l'idea di bisogno, di necessità, inchiuso invece
neirt/5t/5 virgiliano, che perciò sarebbe propriamente Viiso necessario.
Ma dal libro primo passiamo al secondo e propriamente all'episodio
contenente le lodi della vita, campestre, che serve di chiusa. Fa verar
(1) V, 1446-1451, ediz. Bernats.
- 459-
mente pietà a vedere come sia orribilmente maltrattato dal traduttore
questo passo che è de* più belli del poema. Metterò sott* occhio al-
cuni versi deiroriginale con accanto la versione corrispondente :
e O fortunatos nimium, sua sì bona norint,
Agricolas! Quibus ipsa procul discordibus armis
Fundit humo facilem victum iustissima tellus ».
(vv. 458-460).
« O fortunato veramente assai
11 villanely se conoscesse i beni
Che gli pendono intorno ! Ei, cui la terra,
Lontano alle discordi arme, dal seno
Profonde più che giusta un facil vitto! » (i).
E qui, oltre alle gravi improprietà ed alle viziose aggiunte, non si
può non notare il poco criterio di chi tradusse il iustissima di Vir-
gilio in pili che giusta^ e non vide che quella ragione stessa, che in-
dusse Virgilio ad adoperare il superlativo, doveva essere rispettata dal
traduttore. Sappiamo di fatto che il poeta dovette certamente aver in
mente un passo di Senofonte: « aÙTò^ OKdTrTuiv Kal aireipujv Kal ^à\a
ViiKpòv Tf^^iov, où jiévToi irovr]póv T€, àXXà irdvTUJv ÒiKaiÓTarov »
(Cyr. Vili, 3, 38), ed un passo di Filemone: « AiKaióxaTov
Kxf\\x* èariv dvGpubiroK; àYpó<; » (406 — Meineke). Onde bene tradusse
lo Strocchi :
< A cui lontan da discordate insegne
La giustissima terra il cibo apporta », (2)
e male il Delille, per avere ommesso quell'aggiunto ittstissitna assai
significativo, o, meglio, per averlo stemperato in un verso intero:
« Fidcle à ses besoins, à ses travaux docile,
La terre lui fournit un aliment facile » (3).
(1) Pag. 64.
(2) L*Arici tradusse quindi non bene « equa terra ».
(3) (Euvres de Virfjile trad. en vers, Paris et Lyon, MDCCCXXXVIII,
p. 43.
- 460-
I versi 461, 462 :
< Si non ingcntem foribus domus alta superbis
Mane salutantum totis vomit acdibus undam >
sono tradotti :
« Se di porte superbe alto palagio
Un*immensa il mattin da tutti gli atri
Non gli versa di gente onda che venne
Per lo saluto » (i);
dove, prendendo il totis nel significato che avrebbe omnibus^ invece
di tradurre dal pieno atrio si dice nientemeno da tutti (!) gli atri.
Lasciamo stare « Inlusasque auro vestes » (v. 464} tradotto in
« adombrate di bei scherzi d'oro Vesti » (2), t secura quies » (v. 467)
in « pace sicura » (3), ed osserviamo come il detto :
« Me vero primum dulces ante omnia Musac,
Quarum sacra fero ingenti percussus amore,
Accipiont » (vv. 475-477)
venga così recato in italiano :
« Ma primamente me le dolci Mi/se,
Me sopra tutto accolgano, che, preso
D'amore immenso, al ministero sacro
Di lor cose mi reco » (4).
Facciasi grazia al Lo Jacono delTorribilc cacofonia del primo verso,
ma veggasi se si possa comportare ante omnia riferito a me invece che
a dulceSy quando la disposizione stessa della frase non lascia alcun
dubbio ; e se non sia un prender lucciole per lanterne tradurre in
quel modo il quarum sacra fero, che significa semplicemente quarum
sacerdos sum : onde lo Strocchi ha :
< Degnino accoglier me lor sacerdote ».
(1) Pag. cit. - (2) Pag. cit. - (3) Pag. cit. — (4) Pag. 65.
- 461 -
Per non esser troppo lungo citerò solo pochi altri svarioni relativi
alla versione delTepisodio stesso. « Hic petit excidiis urbcm » (v. 5o5)
è tradotto con € ai miseri Penati Altri cerca Teccidio »; € hunc plausus
hiantem Corripuit » (vv. 5o8, 5 io) con « uno sgomento Grato sor-
prende > (i), dove, oltre al non aver capito nulla, viene affatto tra-
lasciato il hianteiiiy di cui non so quale ostrogoto non comprende-
rebbe la bellezza e quindi V importanza che ha in quel passo. Tra-
ducendo poi più sotto: < quinci la sua patria e i suoi Figlioletti
sostien > (2), il Lo Jacono ha certamente preferito la lezione < par-
vosque nepotes » (v. t54Ì, e forse non ha fatto male, ma non ha capito
quanta tenerezza vi sia nel ricordare, non i figli, ma i figli dei figli, ed
ha quindi guastato interamente il delicato concetto del poeta. Che dire
inoltre di chi scrive « i porci sazii Gli riedono da ghianda » per
tradurre « Glande sues laeti redcunt » (v. Sio)? Dove, oltreché si po-
trebbe osservare, malgrado l'autorità del Wagner e del Benoist, che
non è molto bello il far dipendere glande da rcdeitnt y e egli ad ogni
modo comportabile il dire riedono da ghianda?
Noterò ancora parecchi degli errori o delle gravi imperfezioni che
ho trovato nella versione dei primi i3i versi del libro IV.
La proposizione < nam pabula venti -Ferre domum probi bcnt »
(vv. 9 e io) è tradotta con « che non fanno i venti Cibo a casa portar >
(pp. io5, 106); < picti squalentia terga lacerti > con < splendenti uì
tergo Stelleggiate lucertc » (id.), espressione questa che si può sola-
mente aspettare da chi non conosca quale sia il valore del verbo
squalere in questo ed altri luoghi del poema virgiliano. Che questo
valore sia ignorato dal traduttore, e che egli perciò non conosca
un passo di Aulo Gellio, da cui viene chiaramente spiegato (3), lo
dimostra la espressione « squalentis conchas > (II, 348) tradotta con
« squallidi nicchi » (p. 58) , non che un altro passo del medesimo
libro IV (v. 91) :
« Alter erit maculis auro squalcntibus ardens >,
dove il traduttore scrivendo (p. no):
(1) Pag. 67. — (2) Pag. cit.
(3) cr Quicqaid nimis inculcatum obsitumque aliqua re erat« ut incii-
teret viscntibus facio nova horrorom, id squalere dicebatur. Sic in cor-
poribus incultis squamosisque alta congerìea sordium squalor appella^
batur ». A'. A., II, 6; 24, 25.
- 462 -
« L'uno di macchie rifulgenti d auro
Tutto fìammante »,
viene a dire una cosa molto diversa da quella che si deve intendere,
per quanto, come avverte il Forbigcr (i), il Wagner creda che squa-
lentibus abbia il valore di fulgentibus (2), nel qual caso non ci sa-
rebbe più il contrapposto tra le due specie di re delle api e di api
stesse che il poeta ci descrive, giacché
« elucent oliae, et fulgore coruscant
Ardentes auro et pliribus lita corpora guttis ». .
(vv. 98, 99}.
Ma su questo passo ritorneremo tra poco. E rifacendoci indietro no-
tiamo il « nidis immitibus » (v. 17) tradotto con « nidi inquieti »
(p. 106); « obvia arbos » (v. 24) con « offerente alber » (id.); « fu-
coque et floribus oras Explent » (w. 39, 40) con € e d'alga e fiori Ne
spalmano i vivagni » (p. 107), dove, oltre al non aver compreso Ten-
diadi/t/co^zie et floribus che sta per fucoque ex floribus confecto^ non
si può intendere quale significato dia il traduttore alla parola alga
per farla corrispondere al latino fuco qui non altro significante che
melligine e certamente sinonimo di propolis.
Continuando notiamo « giardini e selve » (p. 108) corrispondente
a «saltus silvasque » (v. 53); ce dei dipinti fiori Fan messe » a « Pur-
pureosque metunt flores » (v. 54); « i figli e il nido covano * (id.) a
« Progeniem nidosque fovent » (v. 56) ; < Se avvien poi, che sorti-
scano alla guerra » (p. 109) a « Sin autem ad pugnam exierint »
(v. 67); « Che il suon rassembra di squarciate trombe» (id.) a « fractos
sonitus imitata tubarum » (v. 72), mentre è tanto chiara e naturale
l'interpretazione dell' Heyne seguita dai migliori commentatori (3).
(1) Nota al V. 91 del lib. IV.
(2) Molto meglio il Ladewig al v. cit.: 4 znit Gold ùbeHeckt, denn io
squaUre liegt auch — und zwar seit V. — dei* Begriff der Folle >.
(3) Quindi il Ladewig al v. cit. spiega « der gebrochene, bald st&r*
kere, bald schw&chere Ton >; il Forbiger ed il Benoist danno la stessa
spiegazione. Giacomo Pontano in Symbolarum libri XVII, quibus P,
Virgilii Maronis Bucolica, Georgica, Aeneis^ eco probatissimis aucto-
ribus declarantur^ etc. (Lugduni, MDCIIII) scrìve a tal riguardo : e lo-
nuit fragorem Virgilius et stridorem qui rompi et refringi magis,
quam edi videtur: quem.murmur tumultaantium apum quodammodo
imitatur > (p. 547).
— 403 -
Passando oltre ai bei versi :
« Animo grande in picciol petto meìiatio ;
E sì son perthiaci altrui non cedere,
e questo tanto
Arder di guerra a solamente un getto
Di poca polve si faranno queti »
(p. no),
dove non v*ò nemmeno una pallidissima idea d'eleganza e di grazia;
torniamo al passo testé citato, in cui Virgilio stabilisce un confronto
fra le due specie di re. Ecco le sue parole :
« Verum ubi ductores acie revocaberis ambo,
Deterior qui visus, eum, ne prodigus obsit,
Dede neci ; melior vacua sine regnet in aula.
Alter crit maculis auro squalentibus ardens;
Nam duo sunt genera; hic melior, insignis et ore,
Et rutilis clarus squamis ; ille horridus alter .
Desidia latamque trahens inglorius alvura ».
(vv. 88-94).
È evidente che nel verso « Alter erit ecc. si vuol indicare il re de-
teriora qui yisuSt e che Vhic melior ecc. si riferisce all'altro re di cui
il poeta scrive melior vacua sine regnet in aula ; così che nei versi
sopra citati con chiaro ordine si accenna prima alla specie peggiore
(si intende di figura) da Deterior a neciy poi alla migliore da melior ad
aula^ quindi nuovamente alla peggiore da Alter ad ardens ^ alla mi-
gliore da hic melior a squamis^ e finalmente ancora alla peggiore da
ille horridus ad ahum.
Ora di questo ordine bellissimo e che mi sembra tanto chiaro, il
Lo Jacono ha nulla capito traducendo :
< Ma poi che richiamato hai dalla pugna
Ambo quei duci : qual ti par da meno,
Quello metti a morir, perchè non viva
Ad altrui^ spese ; e nella vuota reggia
Lascia quello regnar, ch'è di più merlo,
L'uno di macchie rifulgenti d'auro
- 464-
Tutto fiammante (che due son le specie],
Ed è migliore, e nobile d'aspetto,
E di splendide anella : orrido l'altro
D'infìngardfa, che dietro si trascina
Una lunga ventraja inonorato » (p. cit.).
Tiriamo innanzi e vediamo altre belle interpretazioni : e ceu pul-
vere ab allo Cum venit viator > (w. 96, 97) = € Qual da lontano
tutto polveroso Vien pellegrino » (p. cit.); « caeli tempore certo »
(v. 100) = € A tai punti dell'anno 9 (p. ni); « Dulcia mella premes,
nec tantum dulcia, quantum Et liquida et dvirum Bacchi domitura
saporem » (vv. loi, 102) = « avremo.... il dolce miele, Né dolce più ^
che in sua purezza ancora Domar non sappia il gusto aspro di Bacco »
(p. cit.); « niger Galaesus » (v. 126) = « V ombrato Galeso » (p. 112);
e vescumque papaver » (v. i3i) = « eduli papaveri t (p. cit). Arre-
stiamoci un istante a questo vescumque papaver che è qui veramente
una pietra di paragone per valutare la conoscenza che il traduttore
ha della lingua latina. L'aggettivo vescus non ha mai il signifìcato
di edule accettato dal Lo Jacono seguendo una falsa interpretazione
di parecchi ^commentatori, ma bensì in un passo di Lucrezio
< nec, mare quae impendent, vesco sale saxa peresa » (i)
ha il signifìcato di edace. E probabilmente Lucrezio faceva nascere
vescus da vescor, quasi vescens. Comunque sia, è certo che vescìts non
ha mai il signifìcato di edule ^ ma, derivando da un ve privativo e da
esca, e non da vac^ari, come vascus, secondo il Doederlein (2), signi-
fica: che soffre tedio nel mangiare, gracile, minuto, esile, piccolo^
magro e simili. Un esempio di Ovidio comprova quanto affermiamo :
« Vegrandia farra colonae
Quae male creverunt, vescaque parva vocant > (3).
E basti il fin qui detto. Scusi il lettore se sono stato un po' lungo.
Non voleva dire che la versione del Lo Jacono è un cattivo lavoro,
senza appoggiare la mia affermazione a parecchie prove.
Ettore Stampini.
(1) I, 326. — (2) Benoist al v. cit.
(3) FasL, III, 445, 446^ edìz. Merkel. Vedi anche, riguardo al signi-
ficato di vescus, A. Gbllio, N, A., XVI, 5; 6 e 7.
Pietro Ussello, gerente responsabile.
A1{IST0FAV^E
IL
Le Nubi ossia Aristofane e Socrate.
Abbattere opinioni che sono il frutto d^ una convinzione
tradizionale e che da personaggi nella scienza eminenti
hanno ricevuto, per così dire, la loro sanzione, è cosa sovra
ogni altra malagevole. L^ animo nostro è così fatto che ,
senza pensare più oltre, trova comodo adagiarsi tranquil-
lamente in quella antica convinzione, per quante ragioni le
si vogliano opporre, avvalorate da fatti incontestabili. E pur
nondimeno si va affermando che la scienza dev^essere pro-
gressiva, che non devesi acquietare in nessun fatto^ se prima
con un severo esame non ne ha accertata la realtà, che
deve apprezzare le teorie giusta il grado di probabilità che
in sé contengono ! Non dico che negli altri rami della scienza
ciò non sia avvenuto: ma in quello della storia, dove la
materia il più delle volte ha di già ricevuto dal passato una
forma determinata e fissa per ragioni non sempre e total-
mente intrinseche, il principio di autorità, checché se ne
dica, possiede ancora un vasto dominio. A toccare alcune
Kivisla di filologia ecc., X. 3i
— 466 -
splendide figure innalzate dalla credulità fin sopra gli altari,
a spogliarle di queir aureola onde sono state circondate, e a
strappar loro quel velo di misticismo, che le avvolge, per
poterle conoscere quali furono, è pericoloso ancora ai nostri
tempi perchè facilmente s^incorre nella taccia di eretico.
Ma ora io non voglio levare tanto in alto le mie pretese:
in primo luogo perchè sento che i passi miei nel campo
della filologia non sono ancora abbastanza sicuri , e in
secondo luogo perchè un siffatto lavoro, in quanto a So-
crate ed Aristofane, da alcuni anni fu di già felicemente
compito (i). Io mi limiterò ad accennare i risultati ottenuti
per valermene nella spiegazione di un fatto di storia letteraria
che fin ora, malgrado i molti tentativi fatti, rimane ancor
ravvolto nelle tenebre. Questo mio lavoretto sarà diviso in
tre parti : dopo di avere esposto lo stato della questione,
mostrerò i® come Aristofane doveva comportarsi di fronte
alla sofistica ; 2^ come Socrate poteva colie sue dottrine po-
litiche e morali offendere la suscettibilità d'un patriota ate-
niese; 3^ in qual modo e Aristofane e Socrate si adope-
rassero per il benessere d'Atene ; per ultimo seguirà la so-
luzione della questione propostami, quale può unicamente
derivare dal loro modo di pensare e dal loro modo di ope-
rare nella vita politica a cui presero parte.
Stato della questione. — Fra i dieci argomenti alle Nubi
cT Aristofane , havvene due di capitale importanza per la
storia di questa commedia, e sono i seguenti (2):
Argomento quarto. — Al irp&rai NccpéXm èv àar^i èbtbà-
X6n<Tav ènl &pxovTO^ 'l(Tàpxou [01. 89, i =423 a. Cr.], fixc
(i) FoRCHHAìAMER^ Die Athener und Socrates. Berlin, i837; MQllkr-
Strubing , Arisiophanes und die historische Kritik. Leipzig, 1873.
(2) Vedi la raccolta premessa air edizione delle Nubi del Dindorf.
-407-
KporTvo^ jièv èviKa TTuTivq, *A^€ii|iia^ bè Kóvviu. òiónep 'Api-
CJTOcpàvn^ diTOppKpeeì^ napaX^ui? 4iifi0n beiv àvabiòéiax tà^
NecpéXa^ [xà^ beviépaq] kqì àTTOjid^cpeaeai tò O^arpov. ànoTuxùiv
bè noXù jiioXXov Kal èv toT^ ÉirciTa oòk^ti ttiv biacnceufiv dari-
Tarev. al òè òeurcpai NecpéXm èiA 'A^eiviou fipxovTO^.
Argomento sesto. — ToOto xaùTÓv èaii tqj irpoT^pip, bie-
<TK€ua(TTai òè èni fiépou^, d)^ Siv bf) àvabibàSat fièv auTÒ toG
TTOlllTOO TTpoeUjlTie^VTO^, OÒKétl bè TOOtO bl* fjv TTOT€ altiav TTOl-
n<TavTO^' KaOóXou jièv oOv (Jx^bòv irapà irav fiépo^ T€T€VTi|LiévTi
biópOuJCTi^. Tà fièv T^p TrepirjpnTai, rà bè irapaTréTrXcKTai, Kal èv
T^ Td£€i Kal èv Tf} Tuiv TrpocTuiTTUJV buxXXaxq jieTeaxTlMaTKTTai.
Tè bè óXooxcpoO^ TTi^ biacJKeufi? TOiaOia fivia T€TÙxnK€V. aÙTiKa
f| Trapdpam^ toG xopoC fifieiirrai, Kal óttou ó biKOio^ Xóto^ irpò^
TÒv àbiKOv XaXeT, Kal TcXeuraiov, óttou Kaierai f) biarpipfi Zuj-
XpdTOU^.
Confrontando fra di loro questi due argomenti , noi ve-
diamo che manifestamente in due punti s'accordano : i ) che
Aristofane scrisse non una, ma due commedie intitolate
N€<pèXat, cioè le irpuiTai e le b€UT€pai; 2) che nelle TTpArai
(rappresentate Tanno 423 av. Cr. — 01. 89, i, rimasto de-
luso nelle aspettazioni sue, credette necessario riporre in
scena la sua commedia per cancellare Tonta ricevuta.
L'autore delT argomento sesto, è vero , non ci dice che
Aristofane avesse in pensiero nelle sue seconde Nubi di
far di quelT onta acerbi rimproveri a' suoi spettatori ; ma
pure se badiamo alT indole stizzosa del nostro comico, io
credo che ciò si potrebbe facilmente sottintendere. Ma egli
ci porge invece una notizia molto più importante ; vale a
dire, che Aristofane dovette introdurre parecchie modifica-
zioni nella sua commedia prima di rappresentarla una se-
conda volta. E che esistesse presso i poeti comici la con-
suetudine di ritoccare Topera loro quando si trovavano nella
- 468 -
condizione di Aristofane, è confermato da una testimonianza
di Camaleonte, citato da Ateneo (i), il quale narra di un
tale Anassandride : TUKpòq uiv tò f\Qoq èTroiei ti toioOtov Trcpi
Tà^ KUJ^^lòfaq' 8t€ Tàp ^fj vikiJjti, Xa^pàvujv ftiuKCV ci? tàv
XipavuJTÒv KaTaT€fi€Tv, kqì cu )i€T€(TK€iia2;£v , djarrep ci iroXXot.
La qual cosa era assai naturale ; poiché altrimenti né l'ar-
conte gli avrebbe potuto concedere un nuovo coro per la
seconda rappresentazione, né il popolo ateniese avrebbe tol-
lerato che si rimettesse in scena una commedia che egli
aveva di già riprovata e condannata, senza che prima Fau-
tore non Tavesse emendata come le convenienze esigevano.
— Le correzioni introdotte da Aristofane nelle sue Nubij
secondoché avverte per di più lo stesso autore del sesto ar-
gomento, furono essenzialmente di due specie: le une con-
sistenti in semplici ritoccamenti ; le altre in vere ritratta-
zioni, come nella parabasi (v. 5 18-562), e in sostituzioni di
scene, come quella della contesa fra il Xóroq biKato^ e il
XÓTO^ SòiKO^, e deir incendio dello studio di Socrate. Delle
seconde (che sono pel nostro assunto le più degne di con-
siderazione) noi abbiamo parecchie prove. Lo Scoliaste alle
Nubi ci afferma anch'egli al v. 5 20, che la parabasi fu to-
talmente rifatta, che persino venne mutato il metro : oùx i\
aùifi bé ècTTiv (f| TrapdpacTi^), oòbk toO aÙToO jnérpou tq èv laT^
NecpéXai^ irpiùtai^ ; e al v. 543, che la commedia non ter-
minava affatto coirincendio della biarpiPn di Socrate: Xom^
éauTiB (TtapovcibiZei), ènei ir6TroÌT)K€v èv tiù réXei toC bp&iLiato^
KaiojiévTiv Tf|v biaipipfjv ZujKpdTouq — èv bè Tai^ npuiTai^ Nc-
<pèXai^ toGto où ireiroitiKC. Che poi anche la contesa fra il
XÓTO^ biKaio^ ed il Xóto^ ibiKo^ sia una scena introdotta da
Aristofane nelle seconde Nubi^ mentre nelle prime non esi-
steva, si può chiaramente rilevare da un passo delV Apologia
(I) IX, p. 374 AB.
— 469 —
di Platone, dove si parla delle vecchie accuse che a So-
crate si movevano (cap. Ili) : Z{x)Kpàvf\q dbiKei xal nepupTd-
Zeiai Iryt&y xd re òtto ff\q Kai xà èTroupdvia , Kal xòv f^xxuj
XÓTOV Kpeixxuj TTOiaiv, xal dXXou^ xaùxd biòdaKUJV. xoiauxri xi^
èdxr xaOxa fàp éujpfixe Kai auxoi dv xq 'ApicTxocpdvouq KujjLiitJ-
òif K.x.X. Secondo queste parole, Aristofane avrebbe nelle
prime Nubi rappresentato Socrate come un sognatore di cose
strane, un cavillatore, ma non come un antesignano delle
nuove idee, della riforma delPeducazione antica, quale ap-
pare appunto dalla contesa e dalla prevalenza del Xóto^ d-
òiKO^ sul biKaio^ nelle seconde Nubi. — Dove però gli au-
tori di questi due argomenti discordano , si è intorno alla
rappresentazione delle seconde Nubi. L'autore del quarto
argomento ci dà come positivo che le seconde Nubi sono
state realmente rappresentate, adducendone persino Tanno;
al bè beùxepai NecpéXai èirl 'Afieiviou dpxovxo^; e per contrario
quello del sesto ce lo nega recisamente: odKéxt bi xoOxo b\
f{v TTCxe aixiav TTOiriaavxo^. Ma che l'asserzione dell'autore
del quarto argomento sia addirittura falsa si può sufficien-
temente provare. Lo Scoliaste alle Nubi (v. 549) insegna,
che veramente non si sa né in qual anno, né in quale so-
lennità siano state rappresentate; Eratostene (1) di più ci
dice , in termini assoluti , che le sole prime Nubi sono
state rappresentate : xd^ òiòaxOeiaa^ ; e come prova maggiore
di ciò sta il fatto stesso che nelle seconde Nubi si trovano
incongruenze e lacune, ed Aristofane, nel caso di una
rappresentazione, avrebbe necessariamente dovuto provve-
dere che scomparissero. Tali sono la mancanza del coro
dopo il verso 888, parecchie disgiunzioni sul processo della
azione, come dopo il v. 1104, ed anche non poche con-
traddizioni qua e là, dove di Cleone, ad esempio, ora si
(1) Scoi. McNubiy V. 552.
- 470 -
parla come vivente ed ora come di già defunto. — Se le
cose adunque stanno veramente in questi termini, io do-
mando, perchè Aristofane non ha persistito nel suo pro-
posito ? perchè non ci ha voluto dare un rifacimento com-
piuto della sua commedia ? quali sono stati i motivi potenti
che hanno potuto distornelo ? Tale questione , più grave
assai che a prima vista non paia, quando venisse sciolta, ci
potrebbe porgere la chiave per conoscere le relazioni che
intercedettero in fatto di sentimenti politici fra Aristofane
e Socrate. E io pertanto tento, per quanto mi è possibile,
questa soluzione, ricorrendo a tutti quegli argomenti che la
critica e la storia mi possono somministrare, senza punto
entrare nel campo delle teorie preconcette, che, invece di ap-
portarvi la luce, ne accrescerebbero maggiormente Toscurìtà.
EÀ:co i punti che si debbono dilucidare per riuscire
con qualche probabilità nelfintento mio. C^ era alcun che
nella sofistica che potesse eccitare la suscettibilità di Ari-
stofane ? E perchè in tal caso se la pigliò con Socrate an-
ziché con qualche altro sofista ? In qual rapporto stanno le
accuse mosse da lui nelle seconde Nubi con quelle di Me*
leto? Quali furono le vere cagioni per cui Socrate venne
condannato a morte ? Quale fu Tindirizzo tenuto dal nostro
filosofo durante la breve sua vita politica? Se mi verrà fatto
di dare a queste domande un^adeguata risposta, allora bal-
zerà fuori, come di per se, la soluzione che io ricerco.
i) La sofistica ed Aristofane; Aristofane oligarchico^
Come nel secolo VI av. Cr., dallo scemare della fede nelle
credenze patrie era nata la filosofia ionica, così dai dispa-
rati e inconcludenti sistemi escogitati per isciogliere Tarduo
problema delle origini cosmiche , nasceva pur necessaria-
mente nel secolo V, la sofistica. La quale segna quel
- 471 —
punto in cui il pensiero ellenico, sfiduciato delle proprie
forze, dà un eterno addio alla contemplazione metafìsica
e rientra decisivamente nel campo della pratica. La si
potrà definire la parola nell'arte; con che si verrebbe ad
accennare a quel turgido vuoto che erasi formato nella co-
scienza del popolo greco dopo lo sfacelo del vecchio mondo
religioso e morale. Se non che, per la ragione che non si
ha così un'idea chiara dello stesso modo con cui è venuta
formandosi, mi par meglio ricorrere alla definizione seguente:
la sofistica fu specialmente- Fapplicazione degli effati di due
sistemi filosofici, che sebbene contrari ed opposti, nell' uni-
versale scetticismo si accordarono su un unico e identico
risultato, la negazione della verità assoluta.
Uno di questi due sistemi appartenne alla scuola eleatica,
che ebbe il suo più grande campione in Parmenide e dal
quale ricevette la più rigorosa e completa interpretazione
in un libro intitolato: TTepì cpucjeuj^ (i). Esso dividevasi in
due parti : nella prima , come risulta dai frammenti rima-
stici, trattavasi della verità, nella seconda, dell'apparenza;
o in altri termini, nella prima trattavasi dell'ente, nella se-
conda dei fenomeni, chiamata dal Bertini fisica-fenomeno-
logica. L'ente, secondo Parmenide, è l'unico reale, Tunico
assoluto Intelligibile, principio, condizione, legge ed oggetto
essenziale del pensiero eterno, infinito, semplice, immobile,
indivisibile, perfettissimo, identico colla sua idea. Il nascere
e il perire sono fenomeni fallaci: tutta la natura sensibile
è un'illusione (2). Ogni essere dell'universo non è altro che
un fenomeno; a costituirlo concorrono due principi da lui
detti forme : la fiamma dell'etereo fuoco, lieve, tenuissimo,
(1] Come ben fa osservare il Bertini, il vocabolo <pùai<i fu qui tolto
da Parmenide in senso universale ed analogo alla natura naturante
di Spinoza.
{2) V. La filosofia greca prima di Socrate ^ p. i33.
- 472 —
simile per ogni parte a sé stesso, e la notte oscura, materia
densa e pesante; i quali essendo di natura del tutto opposta
e contraria, debbono perciò essere conciliati fra loro da Ve-
nere 0 P Ambre (attivo e passivo) (i). Analoga e conseguente
alla fisica è pure T antropologia di Parmenide, «e L'uomo
non è, secondo lui, un composto di due sostanze, spirito e
materia , ma consta di quegli stessi due elementi onde
risulta il mondo, cioè di calore e freddo » (2). L'anima
non è distinta dal corpo; gli stati e le azioni dell'anima
per conseguenza vengono determinati dall' elemento predo-
minante nel corpo (3). Per cui, « l'anima, cioè il soggetto
pensante, essendo materiale, ed ogni attività della materia
riducendosi ad una mera esistenza oggettiva, cioè ad esi*
stere ad un soggetto che in qualche modo la apprenda, ne
segue che il sentimento e il pensiero immanente non può
essere altro che esistenza, e che dove trovasi esistenza ivi
è pure sentimento e pensiero ; ne segue altresì che ogni sen-
timento e pensiero nuovo, avventizio, non può esser altro che
una alterazione della maniera di esistere, e viceversa, ogni al-
terazione è 'necessariamente sentita e pensata» (4). Onde ve-
niva ad essere logica la deduzione che trassero da questa dot-
trina i due zelanti seguaci di Parmenide, Melisso e Zenone;
cioè, che la percezione sensibile non è un verace testimonio,
e che la coscienza volgare è insussistente per tutte le con-
traddizioni intime onde viene travagliata. — Ciò posto, se ogni
sentimento, ogni pensiero nuovo ed avventizio non è altro
che un'alterazione della maniera di esistere, ne risulta evi-
dentemente che la verità e Terrore non sono altro anch'essi
(i) V. Bertini, Op. cit.yp, i35. Col vocabolo di /orme egli inten-
deva non solamente due maniere di essere ma due diverse sostanze :
così il Berlini al passo citato.
(2) V. Bertini, Op. cit.y p. 140.
(3) V. Bertini, Op, cit., p. 140.
(4) V. Bertini, Op, CI/., p. 141.
- 473 -
che un^ alterazione della maniera di esistere, e possono
quindi essere sentiti e pensati ; ne risulta che tutto è per noi,
quale ci apparisce in ogni alterazione della sua maniera di
esistere e come lo sentiamo e come lo pensiamo. E di tale
opinione era appunto Gorgia Leontino, il quale riusciva
così facilmente a provare che nulla vi ha, o se pure qualche
cosa vi ha, non potrà mai essere da noi conosciuto, o se
si potrà conoscere, non si potrà tuttavia ad altri comuni-
care ; così che, venendo egli a dire , in altri termini , che
la conoscenza non può essere la mira dell'uomo sapiente,
altro non prometteva ai discepoli suoi che di farli valenti
oratori. Con queste teorie Gorgia si recava in Atene, Tanno
secondo dell'O/. 88 = 427 av. Cr., quattro anni prima della
rappresentazione delle Nubi di Aristofane.
L'altro sistema, di cui mi rimane a discorrere, venne pro-
fessato da Eraclito di Efeso. — Contro la determinatezza
e Timmutabilità di una natura, in cui si trova concreta la
essenza astratta dell'essere, egli dichiarò che l'essenza dei-
Tessere consiste nel non averne alcuna, nel non rimanersi
fisso e chiuso in alcuna forma, ma nelTuscire sempre d'una
per entrare in un'altra (1). — Nel nascere d'una cosa, nel
mutarsi, nel diventare, nel fieri^ egli ammise quel punto,
in cui coincidono e si riuniscono i due contradditori del-
l'essere e del non essere (2). — La tesi dell'identità dei con-
trari , pare che da Eraclito sia stata trattata con grande
amore, e di essa abbondano i frammenti, più che di qua-
lunque altra parte del suo sistema filosofico. Secondo Era-
clito, tenebre e luce, male e bene, nascere e morire, il
regno dei viventi e il regno dei morti è tutt'uno; Dio è
tutto, giorno e notte, estate e inverno, guerra e pace,
(i) V. Bertini, Op. cii.j p. 222.
(2) V. Bertini, Op. cit.f p. 220.
- 474 —
sazietà e fame, ecc. ecc. (i). Nascere e vivere è un cor-
rere alla morte; dar vita a figli è avviarli alta morte;
la malattia rende piacevole la sanità ; la fame il saziarsi ;
la fatica il riposo, ecc. ecc., dappertutto ^li trovava la co-
incidenza dei contrari (2). Persino Tuomo stesso risulta,
secondo Eraclito, dalla coincidenza t riunione di due con-
trart ; dal corpo terreno e dalPanima di natura ignea e ra-
zionale, diametralmente opposti fra loro. Ed è questa la
ragione per cui egli era di parere che Panima umana con-
giunta al corpo sìa meno capace di percepire le cose nel loro
vero essere, cioè nel loro continuo mutarsi, e vada soggetta
air inevitabile illusione di apprendere come stabili le cose
che si mutano, che si muovono continuamente (3). — Ora, se
l'essenza dell'essere consiste in un continuo mutarsi dove
coincidono fra di loro i contradditori, ne segue di necessità che
ogni cosa dev'essere per noi quale ci apparisce in ogni istante
del tempo e quale noi la sentiamo, ancorché sotto aspetti
opposti. E da questa deduzione ecco Protagora formulare
quella sua famosa sentenza, che l'uomo è misura a se stesso
di ogni cosa. Per lui ogni cognizione è subiettiva e soltanto
ha valore per un determinato uomo, il quale può giudicare
delle cose sul modo che meglio gli talenta , perchè tali si
presenteranno a' suoi sensi. Onde per una via del tutto
opposta a quella di Gorgia, anch'egli veniva a togliere ogni
differenza fra la verità e l'errore; egli apertamente diceva
che sopra un medesimo obbietto, secondo le sensazioni di-
verse che vengono da esso impresse nella successione del
tempo, si possono dare due giudizi affatto contrari. Di qui
le lagnanze di Platone in alcuni de' suoi dialoghi, come nel
(1) V. BeRTINI, Op. CI/., p. 221.
(2) V. BeRTINI, Op, CÌt,,p, 221.
(3) V, Bertini, Op, CI/., p. 228.
- 475 —
Teeiete e neir Eutidemo. Protagora fu il vero fondatore
della sofìstica-, fu il primo che considerò la filosofìa come
una coltura universale in servigio della facoltà intellettiva
per la pratica della vita (i).
Fra Gorgia e Protagora, i quali rappresentano le due
principali direzioni della sofìstica, si collocarono Prodico ed
Ippia. Meno entusiasti di natura, e più temperati nelle loro
deduzioni e nei loro pronunciati, sebbene internamente as-
sentissero alle teorie di Gorgia e Protagora, perchè anche
essi avevano disperato di potersi acquistare un vero sapere
intorno alla verità assoluta, tuttavia ad esse non diedero
mai alcuna conferma coir autorità del proprio nome; essi
mirarono esclusivamente a procacciarsi idee e principi sa-
lutari per la loro vita pratica. Quindi è che sotto questi
aspetti considerati si avvicinano più che gli altri, special-
mente Prodico, a Socrate.
Errerebbe nondimeno a partito chi credesse che Gorgia
e Protagora si fossero lasciati trascinare nella pratica a tutte
quelle estreme conseguenze che nei loro principi si trova-
vano implicitamente. Se Platone non fa di loro così grandi
elogi come di Prodico, ne rispetta tuttavia il loro carattere
personale, siccome quelli che sopratutto tennero in conto la
virtù e la venerazione degli Dei. Protagora aveva spogliato
bensì di ogni realtà l'assoluto vero, ma riguardo alla virtù
non si era mai pensato di fare altrettanto (2). E riguardo
(i) V. E. Ferrai, Proemio alla traduzione del Protagora, p. 426.
(2) Platone nel Protagora si limita a mostrarne solamente la va-
nità; della perversità di lui in fatto di virtù non ne fa mai parola.
Al cap. XXII induce Socrate a beffarlo in certo qual modo, ed egli
è perchè Protagora studiavasi ne* suoi discorsi di celare con divisioni
e sottodivisioni ed antitesi le sue sofisticherie. Se della virtù non
avesse tenuto qualche conto, non Io avrebbe detto Platone? E la gio-
ventù ateniese lo avrebbe cotanto stimato, come ci fa sapere lo stesso
Platone al cap. VI del suo Protagora ?
~ 476 -
agli Dei, se ne pose in dubbio l'esistenza in quei suo libro
intitolato TTepl 6eu)v, che gli valse il bando da Atene, tut-
tavia non la negò giammai, come si può ricavare da un
passo del Protagora (cap. XI), dove Platone ci dice che
egli valevasi elei miti nelle sue dissertazioni, come di luoghi
comuni. Lo studio di Protagora, come di Gorgia e degli altri
sofisti, era specialmente quello di ragionare prò e contro
sopra qual si fosse argomento; ma nel tempo stesso che
ei dimostrava, conformemente a' suoi principi, che la ve-
rità non esisteva , la riduceva a certi sentimenti , dietro ai
quali si sarebbe, secondo lui, dovuta regolare la vita. —
Egli è di Prodico che Platone ha maggior considerazione
che di qualunque altro sofista. Prodico dilettavasi sopra-
tutto delle ricerche grammaticali e linguistiche, massime di
sinonimia (i). Possedeva una bella parola e dava buoni
insegnamenti, per cui, oltre ad una sostanza cospicua gua-
dagnossi parimenti una grandissima fama (2). Socrate
gli mandò a scuola molti de* suoi discepoli (3), e non du-
bitò nemmeno di annoverare se stesso fra i discepoli di
lui (4). — Quanto ad Ippia, pel contrario, non si sa ve-
ramente per quali ragioni Platone ci faccia di lui un ritratto
co' peggiori colori. Egli era molto vano-, si compiaceva di
sfoggiare dappertutto la sua immensa erudizione, si vantava
di aver fatto più denari che non tutti gli altri sofisti; ma
non facevano anche gli altri sofisti press'a poco altrettanto?
(i) V. Carmide, Lachete, Eutidemo, Menone e Cratilo,
(2) Protagora^ cap. Vili. Prodico veniva considerato come uomo
quasi divino.
(3) V. il Teetete, cap. VII, p. i5i B.
(4) V. Protagora, Cratilo, Carmide e Menone. Intorno alla no-
tìzia di Platone che Socrate sia stato discepolo di Prodico, noia assai
acconciamente il Ferrai che devesi ciò intendere con molta restri-
zione; cioè che Socrate abbia attinto bensì alle dottrine di Prodico,
ma che non le seguisse in tutto e per tutto.
- 477 -
Sarei inclinato a credere, che la causa deiranimosità di Pla-
tone contro Ippia sia stata quella di aver cominciato forse^
nelPattuazione delle sue teoriche, a gettarsi giù per la china^
per la quale si precipitarono ciecamente i sofisti che ten-
nero dietro a queste prime.
Costoro veramente non badando molto a tutti gli scru-
poli che avevano frenato i loro maestri, si diedero anima
e corpo alla rettorica, che sola poteva guidare al possesso
dell'eloquenza (beivÓTti^), che era la molla per elevarsi a po-
tenza in mezzo alla democrazia ateniese. Fin a questo tempo
l'eloquenza aveva avuto per base la santità dei principi reli-
giosi e morali; ma essi ne la spogliarono e la convertirono
poco a poco in un semplice giuoco di parole e cavilli.
Poscia, progredendo nella loro audace impresa, si occu-
parono altresì degli altri rami dell'umano sapere, e in o-
gnuno aprirono la via al dubbio ed alle ipotesi ; tutto, com-
presa la religione , divenne soggeuo di disputa , e ad ogni
problema si volle rispondere. Sottentrò così l'arbitrio del-
l'individuo alla suprema legge naturale *, l'opinione subiettiva
alla verità obbiettiva (i). Si sostenne che la giustizia e la
credenza negli Dei erano state inventate dai primi domina-
tori per frenare le moltitudini, che le leggi erano state fatte
da loro pei deboli, col fine di procacciare a se stessi sicu-
rezza. E così evidentemente spianavasi il cammino alla ti-
rannide, al diritto del più forte (2).
Con tale fermento di idee rivoluzionarie, la sofistica ve-
niva necessariamente a porsi come un nuovo e più ter-
ribile nemico che non fosse la democrazia, di fronte alla
fazione aristocratica. Non erano più alcuni uomini che
(1) V. Ferrai, Proemio alla traduf^ione del Protagora, p. 410.
(2) Vedi De Orat., Ili, 59; I, 22, 102 ; Accadem.yW, a3, 73; De
FinibuSj II, 1, I.
- 478 -
questa doveva combattere, persone che, col pugnale o con
la calunnia, si potevano in qualche modo togliere di mezzo ;
era un movimento generale che penetrando nella stessa
moltitudine , minacciava di far crollare insieme colle basi
delle antiche credenze, pur quelle degli antichi privilegi e
diritti. I soli rimedi che in siffatti frangenti potevano sem-
brare efficaci contro il male, erano due: arrestarlo in sul
principio, accusandone gli autori di empietà, ovvero favo-
rirlo per valersene a vantaggio suo proprio. Credette più op-
portuno prescegliere il primo, e quindi Aristofane, il quale
aveva già rotto qualche lancia in servizio della parte ari-
stocratica nei Daitaleis , negli Acarnesi e nei Cavalieri
(commedie tutte inspirate a sensi altamente aristocratici),
comparire Tanno 428 av. Cr. colla commedia delle Nubi.
Che Aristofane siasi indotto a questo passo di proprio
moto , perchè colpito dai pericoli che minacciavano la so-
cietà, fu opinione- universale degli eruditi fino a questi ul-
timi giorni. Per essi Aristofane è Tardente patriota, pieno
di entusiasmo per Tetà dei Maratonomachi, nemico di ogni
innovazione che avesse potuto danneggiare la fede nelle cre-
denze proprie e La vecchia educazione. Secondo il Berok(i)9
Aristofane alPetà di anni 1 7 « iuvenis admodum qui pueris
excesserat )> già dimostrava di conoscere perfettamente
quanta fosse la corruzione dei tempi suoi, e quindi sor-
geva come pìndex acerritnus di quella beata età. Di anni
18 il nostro comico, a quanto dice il Ranke (2), era già
assai versato nella conoscenza della amministrazione pub-
blica: « artem... suam non vi comica solum, sed regendae
reìpublicae scientia non minus niti credebat », cosa che ri-
pete e maggiormente conferma lo stesso scrittore là dove parla
(i) Presso Meineke, Fragm. comic, H» P* 896.
(2) Vita AristophaniSj p. SyS.
- 479 -
degli Àcaroesi : « Àcharnensibus doctis bis cunctis in rebus
se non esse tyronem ac rudem luculenter demonstra«-
verat »; per cui non dovrebbe £ar meraviglia, soggiunge
il Muller-Strubing (da cui ho tolto queste citazioni delle
opere del Bergk e del Ranke), se Aristofane all'età di 20
anni siasi sollazzato nei Cavalieri intorno a Cleone! (i).
Come pure non dovrebbe far meraviglia, se egli vedeva che
le nuove dottrine sofistiche andavano poco a poco minando
tutte le basi degli ordinamenti sociali e politici ! « Aristo-
phanem non fugit, dice il Bergk, latius iam serpere pestem
illam (novitiae disciplinae) et quam rerum privatarum, eam-
dem esse publicarum perniciem et corruptelam ». Ma chi
sovr'ogni altro esalta Aristofane è specialmente Carlo Kock^
il quale ne fa veramente un apostolo del bel tempo antico (2).
Ma queste son opinioni, che non possono essere da altro
(1) Vedi quante ne dice in proposito anche Teodoro Kock nella
sasi Inirodupone a* Cavalieri, p. 7 e seg.
(2) < Ar. ist nicht fi3r oder gegen bestimmte einzelne Einrichtun-
gen, er ist ein Feind der Gesinnung seiner Zeit, mag sìe sich auf
dem Gebiete des Staates, der Religicn, der Sitte oder der Kunst Sus-
sero. In seinem Geiste ist eingeboren die unsterbliche SchÓnheit der
alten Zeit, das reale Dasein , wie er meint , des helienischen Ideals.
Seip Hers glUht fur den festen , gebundenen Geist des alten Staates,
fiir den maiwigen Sinn uod unbezwinglichen Mut der Marathonkam-
pfer, fur den alten , naiven und heitern Volksglauben und fiir die
strenge, unverweichlichte und ungeschminkte Kunst. Doch gibt diese
Charakteristik uns die Grundlagen seines Wesens an, dessen fiussere
Erscheinung unter den wechselvollen Geschicken des Staates eine
zeitwéilige Umwandlung erlitt. Wahrend der Strom neuer Ideen in
dezn gleissnerischen Gewande der Sophistik von alien Seiten mit
Macht auf das gesamnte atheniscbe Leben eiawirkte, wahrend der
ganze Staat die gewaltigsten Krisen einer sturmiscben Uebergangs-
epoche durchmachte, und selbst fast daran zu Grunde gieng, ist es da
ein Wunder, wenn der klare Spiegel des Dichtergecnuths von dejoa
Weben das neuen Geistes voriibergehend getriìbt erscheint ? » . Die
VÓgel des AristophaneS'Besonderer Abdruk aus dem ersten Supple-
menthande der Jahrhucher fur classische Phihlogie^ p. 11 . E così se-
guita di questo passo.
— 480 —
derivate tranne che da unMnconsulta e cieca aofiinirazione
per Aristofane, la quale non ha lasciato scorgere chi Ari-
stofane fosse, in quali tempi vivesse ed a quale partito, se
a quello della verità oppure a quello d^un^idea politica ap-
partenesse (i).
Non pertanto, io sono ben lungi dal voler negare col Mùl-
ler-Strubino una tal quale precocità al genio di Aristofane,
checché ne vada quegli dicendo (2). Non si hanno forse esempi
di genii precoci nelle storie letterarie? Non fu il nostro Tor-
quato altrettanto precoce nelle creazioni sue, quanto il comico
Ateniese ? Ben so , che altro è comporre un poema , dove
la fantasia senza freno può liberamente spaziare, ed altro
è distendere una commedia, massimamente di quelle del
genere aristofanesco, in cui la facoltà riflessiva deve preva-
lere ad ogni modo sopra la fantasia. Ma noi non dobbiamo
dimenticare giammai che la politica era il principale ele-
mento di vita pel popolo ateniese; che nelle famiglie, nelle
scuole pubbliche, nelle vie, nei fori, nei comuni ritrovi «ra
il soggetto su cui versava generalmente la discussione, perchè
la politica sola poteva somministrare i mezzi per conser-
vare la supremazia sopra la confederazione ionica, dalla quale
dipendeva la stessa esistenza d' Atene. — Se non che, per
quanto ci pare, il Miiller-Strubing confonde insieme due cose
fra loro diversissime, le quali possono stare congiunte bensì,
ma anche andare V una dair altra separate : vale a dire la
(i) Per conferma di queste mie parole si legga, di graziarla prima
parte dell'opera già citata del Mtiller-Striibiag.
(2) V. Op. cit., p. 73 : « Wahrhaftig, c$ wird uns Moderneo schon
schwer genug, eine solche Frìjhreife des poetischen Talents, wie sie
uns schon in den < Acharnern > , dem frtihsten der auf uns gekom-
menen Stljcke, in tibermuthiger und dennoch planvoll besonnerer
Ausgelassenheit , in maashaltender Zljgellosigkeit móchte ich sagen ,
entgegentritt, aus dem Leben jener wunderbaren Zeit heraus zu ver-
stehen, und in ihrem ganzen Umfange zu wtìrdigen !
- 481 -
maturità e la giustezza d' un giudizio medesimo. Non può
essere un giudizio qualsiasi, maturo e falso nello stesso
tempo ? specialmente quando vi ha esercitata una qualche
influenza lo spirito di parte ? E questo è appunto il caso
di Aristofane. Onde si può giudicare quanto valore abbia
queir argomento che a mo' d'esempio adduce il Mììller-
Strììbing in sostegno della sua asserzione (i). A nostro giu-
dizio, Aristofane mette alla rinfusa Pericle con gli altri
demagoghi a bello studio e non per mancanza di giusto
discernimento, perchè Pericle veramente fu anche un av-
versario di quel partilo che egli così accanitamente sosteneva.
Ciò posto, se Aristofane non era quel patriota, quell'apo-
stolo degli antichi principi, che da tanto tempo si è procla-
mato che sia, chi dunque era egli ? quale scopo proponevasi
colle sue commedie ? Secondo il Mlìller-Strùbing Aristofane
altro non era che un giovane pieno di vita, ardente e appas-
sionato, artista per natura, tutto correttezza nei modi, ele-
gante e di squisito sentire. Odiava egli la democrazia in-
sieme con tutti quanti i demagoghi ? Non era tanto perchè
svolgendosi pienamente la democrazia sarebbero ruinati i
privilegi di casta che gli aristocrati con ogni sforzo avevano
procurato conservare; quanto perchè in essa scorgeva un
ostacolo insuperabile, che gPimpediva di goder nella pace i
piaceri della natura, per cui la sua indole aveva un così
grande trasporto. Senti vasi egli per istinto spinto ad odiare
fra i demagoghi particolarmente Cleone ? Questi era un rozzo
cuoiaio. Odiava anche Socrate ed Euripide? L'uno era un
(i) e Nichi blos die Kriegspolitik des Pericles ist es, was er beson-
ders bekMmpft, vielmehr ist ihm Pericles ein Demagoge ganz von
demselben Schlage wie Kleon und Hyperbolos, ja seibst Euathlos
und Kleonymos, und wie sonst seine demokralischen Gegner alle
heissen — er machtkeinen Unierschied, fiir ihn gehòren sie alle in den-
selben Sack » (V. Op. cit., p. 74).
nidvista di filologia ecc., X. 32
- 482 -
sistematizzatore, e l'altro un poeta dialettico, improvvisa-
tore^ a cui poco importava la eleganza del dire. Di politica
Aristofane non s' intendeva affatto, e non se ne era mai
occupato*, il suo scopo precipuo era veramente quello di
poter realizzare nella vita T ideale che andava accarezzando
nella sua fantasia. Se egli prese parte alla vita politica, fu
perchè venne spinto dagli amici suoi. Erano costoro giovani
al par di lui eleganti, gioviali e pieni di spirito, figli delle
primarie famiglie di Atene, che pensavano specialmente a
godersi la vita , e della politica non si curavano o se ne
curavano solo in quanto loro porgeva un^ occasione per rì-
dere alle spalle dei demagoghi. Da questi Aristofane la-
sciavasi guidare ed imporre; con essi rideva e li faceva
ridere, ricorrendo senza alcuno scrupolo ai più luridi e li-
cenziosi motti, calpestando la religione, la morale, quan-
tunque mostrasse di sforzarsi per conservarne il prestigio!
Il che viene a dire, che il poeta in mezzo a quella sfacciata
e spensierata società, faceva la parte da buffone, pronto, ad
un cenno di chicchessia a versare il ridicolo su tutto quanto
vi poteva essere di più santo e venerabile (i). — Riguardo
(i) Ecco il passo da cui particolarmente ho tolto queste idee: —
€ Er, der lebensvoUe, heissblutige Jiìngling, liebt den Frieden utn
des Friedens willen , schòn deshalb, weìl der Friede allein ihm den
Genuss der Natur und des Landlebens, ftir dessen Reize er ein so
tiefes poetisches Geftìhl hat, in Ruhe und Freudigkeit gestattet. Da-
rum hasst er den Gegner des Friedens, Kleon, géwiss mit Fanatismus,
aber mit dem naiven Fanatismus des Temperaments, wie denn ihm,
dem Ktinstler , der ganze Mensch mit seinem unfeinen Wesen, mit
seinen uneleganten Formen von vornherein instinctmSssig zuwider
gewesen sein wird-ganz ahulich, wie auch sein Hass gegen Sokrates,
den systematisirenden, und gegen Euripides, den poetisirenden Dia-
lektiker, ursprtinglich aus der tiefen innerlichen Antipathie des schaf-
fenden Dichters, des unmittelbar producirenden KUnstlers, mit voller
Naturberechtigung hervorgegangen ist
< Dies nun, das damals in ihm dominirende Ckfuhl gegen Kleon,
— 483 —
a questa teoria, che pure ha un lato di verità, poiché Ari-
stofane ha realmente voluto militare in servigio della fa-
zione oligarchica, io vorrei fare alcune osservazioni di non
poca importanza. E primieramente ripeto che la politica
non era soltanto un^ occupazione esclusiva di pochi , ciò
che vorrebbe farci credere il nostro critico, ma eziandio
(sempre parlando dei tempi che allora correvano) di qua-
lunque dei cittadini d^Atene, come appare dalla commedia
Je Vespe \ poiché la politica era Tunica base su cui reg-
gevasi r esistenza di quella repubblica, tolta la quale sa-
rebbe essa precipitata nel nulla. In secondo luogo, io
voglio dimandare : chi era adunque e donde usciva questo
Aristofane, così ignaro di politica in mezzo ai compagni e
coetanei suoi, che pure di politica erano intelligenti, e dai
quali doveva tutti i momenti attendere rimbeccata ? Egli ci
pare che V educazione stessa, quale Aristofane dimostra di
aver ricevuto, contraddica manifestamente all'asserzione del
nostro "critico. E finalmente, quando anche volessi con-
bringt ihn denn natlìrlich in fruhe Beruhrungg mit denen « die den-
^elben Mann hassen, wie er > (Ritter, 3 io) und als ein Schter Dich-
let, hÓchst eindrucksfMhig und leidenschaftlich, giebt er sich diesen
Genossen und Freunden in voller Syropathie hin , und IMsst sich in
den), wovon er nichts versteht, auch schon dem Alter nach nichts
verstehen kann , und womit er sich doch als koroischer BUhnen-
dichter beschSftigen mass , beeinflussen und leìten, namlich in der
Politik.
€ Wer waren nun diese Genossen und Freunde, die denselben Mann
hassen, wie er? — Doch gewiss Niemand anders — denn das Gleiche
sucht sich und zieht sich an — als die geistvoUsten, lebenslustigsten^ ge-
bildetsten Jtinglinge von Athen! — und diese waren nattirlich die
SÓhne der ersten Familien in Athen , die BltLthe der besten Gesell-
schaft, die Tonangeber, wie das in der Natur der Sache liegt, in gè-
selligen Verkehr, auch in litterarischen Dingen, kurz, die jungen,
reichen, Ubermdthigen Aristokraten, denen, ebenso natfirlich, ein so
unterhaltender, so witziger, zu jedem Ueberrouthe, zu jeder genialen
Tollheit aufgelegter Gefdhrte Snsserst willkommen gewesen sein muss !»
(V. Op. cif., p, 112 e ii3).
- 484 -
cedere al Miiller-Striìbing che quella società elegante dei
giovani aristocratici di Atene avesse per precipuo scopo di
godersi liberamente la vita e spassarsela, ridendo alle spalle
dei demagoghi (e avverto che in siffatta guisa parimenti
cooperavano per quel fine che le loro famiglie volevano
raggiungere, cioè la caduta della democrazia e per conse-
guenza la ruina di Atene), rimarrebbe da spiegare come
mai Aristofane, plebeo di nascita — che tale appare nella
teoria del nostro critico — riuscisse a farsi ammettere, sia
pur anche in qualità di buffone, nei circoli segreti di quella
società, che in lui certamente doveva sospettare e temere
un delatore.
Ma, checché sia di ciò, senza divagare in ipotesi che
pel mio assunto non sarebbero affatto proficue, ritengo sol-
tanto che Aristofane serviva la fazione aristocratica e che
quindi aveva qualche interesse a combattere la democrazia
e tutti quelli che anche apparentemente avessero voluto
darle incremento.
Alcuno vorrebbe forse sapere la ragione per cui Aristo-
fane volle prendere specialmente di mira Socrate anziché
Protagora o Gorgia , Prodico od Ippia, che della sofistica
erano i grandi maestri. E una tale ragione, a mio cre-
dere, sta principalmente nelPindole della commedia ateniese.
L'arma di questa era lo scherzo liberissimo, la caricatura
sconfinata, che estendevasi a colpire persino le più minute
particolarità della vita. E perciò niun altro sofista di quei
tempi avrebbe potuto somministrare ad Aristofane la ma-
teria per una commedia in proposito, tranne Socrate. Quale
degli altri era Ateniese ? Non erano forse tutti forestieri
che percorrevano T Eliade insegnando a pagamento le loro
dottrine , e che in Atene si trovavano soltanto di pas-
saggio ? Quindi Aristofane, anche nel caso che ne avesse
avuto l'intenzione, non poteva assolutamente servirsi di
— 485 —
loro, perchè nuH'altro di essi conosceva che una qualche parte
delle loro dottrine sofìstiche, delle quali ogni altro poeta
comico, nonché Aristofane, avrebbe creduto bene di va-
lersi con assai discrezione. Il popolo, che va al teatro per
trovarvi un sollazzo, in qual modo si sarebbe comportato
alla rappresentazione di una commedia di questo genere, in
cui non r individuo nelle sue dottrine, ma le dottrine nel-
rindividuo, se così mi posso esprimere, fossero state messe
in burla dal comico ? Giudichiamo ora del popolo ateniese,
cosi amante del riso, così appassionato per le feste e per la
allegria ! — Invece riguardo a Socrate la cosa mutava di
aspetto. Non solamente era egli in ogni particolare della
vita conosciuto da tutti, ma per di più la natura stessa di
lui, i costumi, le consuetudini, tutto quanto Socrate in-
somma poteva diventare nelle abili mani di un comico ma-
teria di ridicolo. Ed Aristofane, colla perspicacia che aveva,
non dubitò menomamente di appigliarsi al partito d'inveire
* contro Socrate, per inveire contro le dottrine sofistiche.
Quelli che affermano, quasi per addurre una qualche scusa
in discolpa di Aristofane, che questi, punto filosofo od a-
mante di filosofia, non abbia saputo distinguere e giudicare
i principi di Socrate e perciò Tabbia messo in fascio cogli
altri sofisti, mostrano di ignorare del tutto il processo dello
svolgimento delle dottrine di Socrate. Egli fu dapprima
un pretto sofista*, fu seguace in qualche modo di Prodico
e di Anassagora, lo fu pure di Protagora, da cui tolse
il principio, che l'uomo è misura a se stesso di tutte le
cose ; negò anch' egli ogni valore agli Dei della religione
tradizionale ;" attese anch'egli all'esercizio della facoltà della
parola, in quanto che pose il fondamento alla dialettica
che poi sempre, dal nome di lui, venne chiamata socratica.
Quindi Aristofane veramente non ha, come si dice, errato,
ma ha bene colpito nel segno, se nelle sue prime Nubi rap-
- 486 -
presentò Socrate qual a syllabarum aucupem, artis dicendi
putridum magisirum, de coelestibus rebus inaudita quae-
dam somniantem, praeque iis patrios deos contemnentem »,
come appunto risulta dagli studi fatti da insigni filologi (i).
A questa mia opinione a prima vista si opporrebbe un fatto
che non è bene passare sotto silenzio perchè intimamente
con questi miei studi connesso; voglio dire il fatto delia
prima sconfitta che toccò ad Aristofane Tanno 423 av. Cr.
allorquando entrò in gara con Gratino rappresentando le
sue prime Nubi. Ma mi piace fin da principio far osservare
che le ragioni di ciò sono del tutto estrinseche alla com-
media di Aristofane. Noi sappiamo con certezza che la
commedia rappresentata in questa occasione da Gratino
portava il titolo di TTiGùvii o la Bottiglia, e cosa rara per le
opere di Gratino, persino quale ne sia stato l'andamento. L'an-
tica moglie di Gratino che era la commedia, a cagione dei cat-
tivi trattamenti del marito, il quale Taveva abbandonata per
correre dietro ad un'altra donna, che era la Bottiglia, tutta
adirata s'indirizza all'Arconte portandovi un'accusa per ot-
tenere il divorzio. E Gratino ridotto a mal partito, per non
potersi difendere, rientra allora nuovamente in' sé, si pente
e ritorna a' suoi antichi amori (2). Un tema siffatto
nuovo nel suo genere pel popolo ateniese-, non sappiamo, pe
mancanza di suflScienti notizie e frammenti, se un tale tenta
tivo fosse già stato fatto prima da altri; ma quello che è certcr^
si è, che Aristofane non l'ha fatto mai ; dal che potrebb^^;
in qualche modo inferire che ricorrere a temi di quésto ge-
nere, in cui il soggetto è lo stesso poeta, non era in lis^
presso i comici ateniesi. Quindi pensi ognuno quale acco-
fi) V. Teuffel, Introdupone alle Nubi, p. 7.
(2) V. Gratini Fragmenta , coli. Runkel; Meineke , Hist. crit,
com. graecaCy p. 5i.
— 487 —
glienza dovesse trovare il vecchio Gratino, allorquando per
Tultima volta compariva in scena con questa commedia,
rivolgendo la sua satira non più contro il popolo o qualche
noto cittadino, ma addirittura contro se stesso. All'incontro,
assai meno dilettevole impressione fece la commedia d'Ari-
stofane, perchè (oltreché la sofistica era ancora poco cono-
sciuta, trovandosi solo allora ne' suoi primordi) essa sem-
brava manifestamente contraddire alla stessa verità. E di
ciò possediamo una qualche prova in un passo di Plutarco,
in cui è detto, che rappresentandosi le Nubi d'Aristofane e
trovandosi per caso presente Socrate, un tale, avvicinatosi
a lui, gli domandò perchè non isdegnavasi contro il co-
mico, il quale divertiva alle spalle di lui gli spettatori; e
che Socrate gli rispose ridendo : 'Q^ yàp ^v (Tu|yiTro(T(i|i jyie-
TàXiiJ Tip OedTpip (ncui7rro|biai (i). Non si potrebbe veramente
provare che il fatto sia reale ; tuttavia risulta da questo
racconto , che il popolo ateniese non prestava menoma-
mente fede alle accuse ed alle calunnie che Aristofane sca-
gliava contro Socrate; giacché, in caso contrario, quel tale,
anziché domandare al filosofo se non isdegnavasi, gli avrebbe
piuttosto dovuto dimandare, se non pensava a mutare in
avvenire il tenore della sua vita. E se Platone nel Prota-
gora (2) ci dice che grande sia stato Todio portato dal volgo
ai sofisti, noi dobbiamo riferire questa asserzione sua non
al tempo in cui vennero rappresentate le Nubi^ ma ad un
tempo molto posteriore, in cui si era già conosciuto di quali
effetti potevano essere causa le dottrine sofistiche. Invece al
tempo della rappresentazione delle Nubiy i sofisti venivano
piuttosto ammirati dal volgo, come pur li ammirava la gio-
ventù che in folla accorreva alle scuole loro; quelle grandi
(1) V. Plutarco, De educand. lib.^ e. 14.
(2) V. cap. IV.
- 488 —
ricchezze acquistate giorno per giorno cogli insegnamenti,
dovevano abbagliare e sbalordire il popolo, e procacciare
ai sofisti grande stima e venerazione. Inoltre, Platone stesso
ci fa sapere (i) che il titolo di sofista tardò molto ad essere
ricevuto fra i Greci; e ciò dimostra ancora più chiaramente,
che il popolo a nessun costo poteva rassegnarsi in sulle
prime a dar questo titolo ai sofisti che suscitavano il suo
entusiasmo e formavano la sua ammirazione. Considerate
adunque tutte queste ragioni, si deve affermare, che se Ari-
stofane colle sue prime Nubi ha ricevuto uno smacco che
giammai non si sarebbe aspettato, converrà attribuirlo a
nuiraltro che airoriginalità della produzione di Gratino ed
alFentusiasmo del popolo pei sofisti allora non ancora esat-
tamente conosciuti.
2) Socrate filosofo.
Socrate e V accuse di Meleto — Socrate e le seconde Nubi.
Se Socrate, come ho detto di sopra, fu un pretto sofista,
non era però uomo tale che nelle vane ciancie, neir arte
fina della parola, unica cura dei sofisti, potesse acquietarsi e
trovar sufficiente appagamento a quella facoltà religiosa che
noi portiamo innata da natura. Tutto il mondo olimpico
degli Dei eragli caduto in frantumi; il dubbio lo tormentava
senza posa; il vuoto che gli era rimasto nella coscienza
voleva essere colmato ; egli pensò al mezzo di riempirlo e lo
trovò. Già due principi fra loro affini gli aveva inculcato la
sofistica; quello di Protagora, che Tuomo a se stesso è mi-
sura di tutte le cose, e quello di Eraclito: cerco me stesso.
D'altra parte la religione tradizionale facevagli ancor ricor-
(1) Prot.y cap. III.
— 489 —
dare il delfico : rvuiBi (TauTÓv, sebbene con significato ben
diverso da quello che confusamente cominciava a intrave-
dervi. Ed égli colla scorta di questi tre principi si accinse
a studiare se stesso, per rifornire alla morale, alla verità as-
soluta, quella base fondamentale che colla ruina delPOlimpo
si era perduta, ponendo Pio come centro di tutto il mondo
morale. Se non che per questo studio gli faceva di bisogno
una qualche norma certa e sicura che lo salvasse da ogni
pericolo di errore, in cui tanto facilmente sarebbe potuto
cadere ; poiché Fio, siccome affatto individuale e perciò di-
pendente in gran parte dalle impressioni esteriori, si muove
non in piena libertà di se stesso, ma va soggetto alle pas-
sioni che nelFanimo continuamente si sollevano e determi-
nano il modo di pensare ed operare. Perciò Socrate si
propose di studiare la coscienza dell' uomo che sa e può
frenare i suoi sensi e le sue passioni , cioè la coscienza
dell'uomo puro, onesto e prudente, perchè questa sola può
essere del tutto libera e indipendente. In questo modo si fece
a indagare le leggi della vita morale. E ne seguì, qual con-
seguenza immediata, che di fronte al criterio individuale
di Socrate, ogni relatività dei principi di Eraclito e Pro-
tagora venne immantinente a dileguarsi; e si ricostituì la
verità assoluta su basi ben più solide che non quelle som-
ministrate pel passato dairOlimpo degli Dei, e nel mede-
simo tempo altrettanto universali, essendoché Tuomo onesto
e saggio pensa ed opera sempre allo stesso modo in tutti
i luoghi ed in tutti i tempi. Di qui Torigine del così detto
ba()Liuiv di Socrate. Che cosa era mai questo baijLiuiv? Nul-
r^tltro se non una voce interiore che dall'armonia della
vita, ottenuta mediante la compressione dei bassi istinti,
risuonava nella sua coscienza di uomo probo ed onesto.
Ora, il principio del criterio individuale di Socrate, poteva
urtare col modo di sentire di un Ateniese allevato nella re-
- 480-
ligione patria, che pure di tutti i Greci era quello che faceva
in siffatta materia le più larghe concessioni? Vediamolo. Ogni
giovane ateniese, pervenuto all'età di anni diciotto, doveva
pubblicamente prestare un giuramento, col quale impone-
vasi il nuovo cittadino due obblighi assolutamente infran-
gibili : quello cioè di venerare la religione patria e di farla
venerare, e l'altro di procacciare alla repubblica tutte le mi-
gliorie possibili, difendere in ogni modo la costituzione vi-
gente, ed obbedire e far obbedire alle leggi che il popolo
avesse creduto opportuno introdurre. Ciò posto, Socrate,
colla sua dottrina del criterio individuale, non veniva a far
direttamente a cozzi coi due obblighi suddetti? Egli non
credeva più nelle divinità greche, la cui esistenza per lui
era diventata un assurdo ; seguiva invece Eraclito ed
Anassagora neir opinione di una divinità astratta, d' una
mente ordinatrice dell'universo; e se non poneva manife-
stamente in discredito gli antichi Dei, cercava tuttavia di
mutarne il concetto, come la ragione richiedeva (i). Egli
disprezzava la costituzione patria, perchè basata su principi
democratici ; non avendo mai voluto assumere alcun inca-
rico pubblico, se non quando la democrazia cominciava a
soggiacere ai sempre crescenti trionfi dell' oligarchia che la
aveva, per cosi dire, minata; non che desiderare e favorire
il miglioramento della patria sotto il governo democratico,
egli non credette che si potesse raggiungere altrimenti che
nella prevalenza della fazione aristocratica. Ben a ragione
dice adunque il Forchhammer, laddove comprova la giu-
stizia delle accuse di Meleto, che il nostro filosofo era un
geset\mdriger Oligarche cioè un oligarca che osteggiava* la
costituzione in vigore (2).
(i) V. Forchhammer, Op. cit.^ p. io.
(2j V. Forchhammer, Op. cit.^ p. 54.
- 491 —
Con tutto ciò non credasi che io voglia in qualche modo
scemare i meriti incontestabili di Socrate. Egli fu un grande
riformatore ; vide tutto il marcio della società fra cui vi-
veva; sentì il bisogno di principi che avessero forza di rial-
zare il grado morale dei corrotti suoi concittadini; e questi
principi escogitò colla potenza del suo genio e difese col sa-
crifizio della propria vita. Ma egli con questi principi veniva
ad offendere la costituzione e Teducazione patria; e perciò
ben giusto fu il biasimo che si tirò adosso da^ suoi concit-
tadini e dai posteri. Se vogliamo portar un adeguato giu-
dizio delle relazioni di un insigne personaggio colla vita
pubblica de' suoi tempi, noi non dobbiamo misurarlo alla
stregua dei nostri principi moderni o della bontà delle sue
dottrine; noi dobbiamo far invece astrazione da ciò, dob-
biamo trasferirci colla nostra fantasia nel tempo in cui visse,
in mezzo alla sua società, fra quei principi religiosi e civili,
sanciti da un rispetto e da una osservanza tradizionale di
qualche secolo. Se no, T aureola del grand^uomo ci abba-
glierà, la sua superiorità mentale ci si imporrà, e noi pro-
nunzieremo giudizi pienamente erronei. È questo un pre-
cetto per lo storico omai abbastanza trito; eppure quanti
ancora lo pongono in non cale! Voglio qui, ad esempio^
citare Ernesto Curtius, V autore della più briosa storia
della Grecia che la filologia moderna possegga, il quale
parlando della giustificazione della condanna di Socrate,
dopo aver riferito il giuramento che la gioventù ateniese
doveva prestare, soggiunge : a Ora non serbò Socrate fede
e fede non comune a questo venerando giuramento in tutte
le sue parti ? Non vi si mostrò devoto fino al sacrificio di
se stesso ? Di fronte a Socrate quindi e accusatori e giudici
non avevano giustificazione di sorta. Egli pagò il fio di
colpe, delle quali non era reo, condannato da alcuni per
malvagità d'animo, da altri per accecamento e strettezza dì
— 492 -
mente. Egli fu vìttima di un fanatismo politico, che aspi-
rava a far rivivere V Atene dei tempi antichi, senza avere
un'idea chiara de' mezzi e del fine m (i). Che sia stato vit-
tima di un fanatismo politico, come la intende Ernesto Cur-
tius, non saprei veramente come spiegarmelo, essendoché la
sofistica aveva già nella coscienza del popolo ateniese semi-
nato il dubbio e lo scetticismo, lasciandovi dell'antica fede
soltanto la mera apparenza. Crederei invece che si possa
dire, che sia stato soltanto vittima di un fanatismo di parte,
che malgrado l'amnistia concessa ai colpevoli dopo la caduta
dei Trenta, cercava un qualche pretesto per isfogare l'odio
che nutriva contro coloro i quali manifestamente avevano
cospirato pel trionfo dell' abborrita aristocrazia. Ma, dopo
ciò che ho detto intorno alle teorie di Socrate, potrò io
ammettere che egli abbia pagato il fio di colpe delle quali
non era reo ? E di che^mai altro fu giudicato colpevole ?
L'accusa portata da Meleto innanzi al tribunale dell'ar-
conte re, la primavera dell'anno 399 av. Cr., sul principio
del mese Targelione (che fu l'ultimo dell' arcontato di La-
chete), come ce 1' ha conservata Senofonte , era formulata
nei seguenti termini: 'AbiKei ZiwKpàTTiq oBq jnèv fi iróXi^ vo-
jLiiZci Qeovq , où vo)LiiZa)v , Ixepa òè Kaivà òaijLióvia €l(T(pépuiv *
àbiK€i bè Kal Toùq véou^ biaqpOeipujv. Come vedesi, due capi di
accusa si facevano a Socrate : 1 ^ che egli non avesse degli Dei
quel concetto che la religione dei Greci imponeva, e nuove
divinità andasse introducendo ; 2° che egli corrompesse la
gioventù. Or bene , del primo capo di accuse , può dire
il Curtius che Socrate non fosse reo ? Credeva egli negli
Dei della città ? Non voglio negare che credesse negli Dei,
essendo un fatto incontestabile-, ma non erano essi quegli
(i) Fase. XI, p. 119, delia versione italiana di G. Muller c G.
Oliva.
- 493 -
Stessi Dei che la città venerava, poiché il loro concetto era
stato interamente mutato. E poi, se fosse stato veramente
manifesto, come dice Senofonte, che Socrate credeva negli
Dei della città, che li venerava ed a loro sacrificava al
pari di ogni altro buon Ateniese, come mai avrebbe potuto
Melèto accusarlo ? Non sarebbe stata questa una men-
zogna infame che a Meleto avrebbe costata la vita ? — E
del secondo capo di accusa, quello cioè di corrompere la
gioventù, non si può dire, ugualmente colpevole Socrate?
L^ accusatore su questa parte dell'accusa di esso ha voluto
maggiormente difiòndersi dividendola in cinque punti di-
stinti. Egli affermava che Socrate, i** induceva gli scolari
a disprezzare le leggi vigenti (ossia la costituzione dello
stato), come quegli che tacciava di pazzi i suoi concittadini,
che affidavano alla sorte l'elezione dei supremi magistrati
della repubblica, essi che non avrebbero alla sorte lasciato
la scelta di un artefice per un loro bisogno (i); col quale
insegnamento egli rendeva intolleranti e violenti quei gio-
vani che alla sua scuola si recavano ; 2° che tali appunto
furono due scolari di lui, Alcibiade e Crizia, i quali reca-
rono, Tuno durante la prevalenza della democrazia, e Taltro
durante quella dell' oligarchia , il maggior male possibile
alla patria (2); 3° che insegnava a' suoi discepoli a maltrat-
tare i padri loro, perchè divenuti più sapienti di essi, come
egli persuadeva a fare, avrebbero potuto, secondo le leggi,
legarli (ossia loro comandare), quando li avessero convinti
dinanzi ai tribunali, d'imbecillità, essendo del tutto legale,
che r ignorante e lo sciocco venga legato, cioè diretto, dal
sapiente (3); 4° che Socrate parimenti insegnava a tener in
(i) V. Memorab., lib. I, cap. II, § 9.
{2) V. Memorab., lib. I, cap. II, § 12.
(3) V. Memorab., lib. I, cap. II, § 49.
~ 494 —
poco conto i congiunti^ giacché, nel caso di una malattìa
o di una citazione dinanzi ai tribunali^ ad esempio, non
essi, ma i medici o gli avvocati avrebbero potuto prestare
qualche soccorso; e che pure a proposito degli amici di-
ceva, a nulla servire la benevolenza loro, quando non po-
tessero anche recare qualche utilità, ed essere degno di a-
more solamente colui che conosce ciò che a noi è necessario
ed è in grado di potercelo procacciare, al che aggiungeva
«sser lui il più grande sapiente e il più capace di render
tali tutti gli altri, ed a far conoscere le cose suddette (i);
5® finalmente, che Socrate scegliendo qua e là nei più il-
lustri poeti i peggiori brani, se ne valeva per indurre i di-
scepoli suoi ad essere malvagi e tirannici ; poiché spiegava
il verso d'Esiodo:
"EpTOv b' oùbèv dv€ibo^, àep'xlx] bè t dveibo^
nel senso che il poeta stesso avesse voluto esortare a non
astenersi da qualunque azione anche ingiusta, purché fosse
tornata di qualche utilità-, e dal passo di Omero che tocca
di Ulisse, da Senofonte a bello studio non riferito per in-
tiero nella sua apologia, come il Forchhammer opportuna-
mente ha notato, ricavava che il poeta consigliasse a per-
cuotere (cioè ad opprimere) il popolo (2).
Contro questi cinque punti del secondo capo di accusa, Se-
nofonte a lutto potere si studiò di difendere Socrate, mettendo
in campo quelle ragioni che in una causa tanto difficile
il suo ingegno gli sapeva additare. Ma che siavi riuscito,
non posso addirittura affermarlo. Molte volte a bella posta
sorvolò suir essenziale, fermandosi soltanto a sofisticare su
(i) V. Memorab.y lib. I, cap. II, § 5i-52.
(2) V. ///., II, V. 188-206.
— 485 —
qualche parola delP accusa; molte volte non trattò la que-
stione che con grande superficialità; come ognuno può di
leggieri convincersi, ove legga con qualche attenzione il primo
dei Memorabili e lo confronti poscia con la bella operetta
del Forchhammer, già da noi più volte citarta, dove l'au-
tore difende il popolo ateniese cotanto infamato per la con-
danna di Socrate. Checché ne dica Ruggiero Bonghi nel suo
Proemio aW Apologia di Platone^ le accuse mosse da Meleto
a Socrate, sono pienamente conformi alla giustizia ed alla
verità. Senofonte istesso ci conferma che Socrate aborriva
relezione dei pubblici magistrati a sorte, perchè la 'sorte è
cieca e non fa distinzione alcuna tra il valente e il dap-
poco. Che se volessi fermarmi un momento su questa que-
stione, potrei domandare se tutte le magistrature ateniesi
erano affidate alla sorte. Quelle che per la pratica esige-
vano dal concorrente una debita conoscenza e attività, non
erano forse abbandonate alle disposizioni del popolo, e
poscia relezioni dei magistrati sottoposte alla docimasìa ? (i).
Senofonte ci dice riguardo a Crizia ed Alcibiade che Socrate
fu ingiustamente creduto causa della loro malvagità, poiché
furono essi che vollero essere istruiti puramente sulla po-
litica, lasciando da parte la morale, come cosa di nes-
suna utilità per loro (2). Ma che potrebbe lo stesso Seno-
fonte addurre in sua discolpa, qualora noi volessimo ac-
cusarlo di tradimento per essersi recato presso il nemico
della patria sua, presso quel Ciro che, traditore egli pure,
mirava a privare del regno il proprio fratello Artaserse, suo
legittimo signore? La così detta calocagatia, insegnata da So-
crate, di grazia, in che mai consisteva ? Forse non nel pro-
(i) V. ScHOEìAAìiìi, Antichità greche, voi. 11, p. ii3 della versione
italiana di Rodolfo Pichler.
(2) V. Memorab.y lib. 1, cap. II, § 17.
- 496 -
prie utile ? Era questa una conseguens^ logica del principio
del criterio individuale che dovevasi da ognuno , secondo
Socrate, porre a base di tutte le azioni. E perciò, vediamo
in qual modo consigliasse i proprT scolari. Nel caso che
fossero diventati più sapienti dei loro genitori (specioso pre-
testo !) potevano strappare loro di mano V amministra-
zione domestica , e tenerli , quasi come servi , soggetti.
Volendo procurarsi qualche amico , dovevano cercarlo fra
quelli che avessero potuto essere di una qualche utilità (i).
Che anzi persino il culto della divinità riposava per Socrate
sulle teorie del proprio utile; noi veneriamo gli Dei, fac-
ciamo loro sacrifizi, non perchè vi abbiano qualche ti-
tolo , bensì perchè ci possono esser utili (2). Quindi non
dovrebbe far meraviglia neppure, se egli, volendo in ogni
modo spingere i suoi discepoli alla sovversione del go-
verno democratico, valevasi dei passi dei più illustri poeti,
come Esiodo ed Omero (3) ; questa non era che una con-
seguenza di quei principi politici che Socrate voleva legit-
timare con qualche autorità. Il popolo ateniese non poteva
possedere quelle giuste norme ch'egli richiedeva per l'ele-
zione dei magistrati supremi della repubblica -, non po-
teva sottrarsi all' impero delle proprie passioni, e volubile
ed entusiasta qual era , non poteva sfuggire alle arti che
molti ambiziosi ponevano in opera per soddisfare alle loro
mire segrete. E percip Socrate odiava il governo demo-
cratico, desiderava che T oligarchia od anche qualche tu-
pavvo^ (nel significato greco della parola) carpisse il potere,
perchè l'amministrazione pubblica sarebbe venuta nelle
mani di chi avrebbe certamente posseduto maggiori cogni-
(i) V. Memorab,, lib. II, cap. II, cap. V, cap. VI.
(2) Memorab.j lib. I, cap. IV, § 18.
(3) V. FORCHHAMMER, 0/7. cit., p. 64 C SCgg.
- 497 —
zioni in siffatta materia che non un popolo aggirato dai de-
magoghi. Ciò è tanto vero che il suo discepolo Platone,
il quale era stato imbevuto di questi principi^ sulla mede-
sima base voleva costrurre uno stato, che, sebbene per na-
tura fantastico, nondimeno era in aperta contraddizione collo
stato ateniese, perchè fondato su principi del tutto aristo-
cratici. Ma Platone era forse l'unico dei discepoli di So-
crate che nutriva questi sentimenti ? Di Crizia non vo-
gliamo parlare, e nemmeno di Senofonte. Che diremo di
Teramene, il così detto coturno a due piedi? É di Caricle,
di Carmide ? Di Alcibiade dirò più tardi quello che penso.
Anch'essi, come Platone, furono scolari di Socrate ed oli-
garchici.
Ecco le ragioni ed i fatti, che si dovrebbero avere di-
nanzi agli occhi per giudicare se giusta od ingiusta sia stata
la condanna di Socrate. Sofisticare e sottilizzare sulle dot-
trine di lui colle nostre idee moderne , oppure attribuirgli
certe idee e vedute che furono il frutto dei tempi seguiti,
ponendo in non cale i fatti che ne furono la conseguenza
diretta, pare a me, che non possa veramente essere la giusta
via da tenersi in siffatta disamina. E* venir oggi a dire che
Socrate intendeva un detto, un principio, come Tha poi in-
teso la riflessione de' suoi discepoli, e antichi e moderni,
senza citare fatti e testimonianze che ne possano essere una
qualche conferma, è cosa, mi si scusi 41 termine, assai pue-
rile. Chi potrebbe negare che la teoria dell' utile non sia
stata da lui escogitata e promossa? Non lo dice chiara-
mente in più luoghi Senofonte? Nondimeno si odono an-
cora da un insigne personaggio, qual è Ruggiero Bonghi,
le parole seguenti: Un verso di Esiodo, il quale, par-
lando del lavoro dei campi , dice , che « nessun lavoro è
vergogna, e bensì è vergogna l'ozio w, egli, dicono, l'inter-
pretava, come se il poeta avesse voluto dire, che non bi-
Kjvista di filologia ecc.^ X. 33
— 498 —
sognava astenersi da nessuna azione^ anche ingiusta e turpe,
anzi anche questa commetterla, se ci si guadagna. Ora , il
vero è, che Socrate cominciava col dimostrare, che non si
fa, se non quando si fa il bene , e non si ozia , se non
quando %\ fa il male; e posto ciò, conchiudeva, che chi fa,
checché faccia, è buono ; dove chi fa il male, checché faccia,
è ozioso )) (i). Non si accorge egli, il Bonghi, che Seno-
fonte vuol farci fraintendere le cose ? Qui non si parla di
morale, ma di politica, e il verso di Esiodo veniva da So-
crate spiegato nel senso che, pur si alterasse il governo po-
polare e si sostituisse un qualche altro governo più saggio,
ogni mezzo, qualunque si fosse, era pienamente giustificato.
Ad avvertirlo di ciò, a quanto pare, avrebbe dovuto ba-
stare, non dico la parola dello stesso accusatore , ma an-
cora la citazione dei versi di Omero, per i quali nessuna
altra spiegazione, fuorché politica, si potrebbe accettare! (2).
Ma intanto che siffatti. principT, morali e politici si fissa-
vano e determinavano nella mente di Socrate, e quasi con-
temporaneamente venivano da lui propalati per le vie e per le
piazze, Aristofane andava spiando e scrutando in ogni verso
il filosofo. Lo stimolava non tanto il rincrescimento della
sconfitta alcuni anni indietro toccatagli, quanto la brama in-
tensa di abbattere in Socrate, come già prima aveva tentato,
la nemica acerrima della aristocrazia, vale a dire la sofi-
stica. Ed egli non tardò molto ad accorgersi nella sua per-
spicacia, che Socrate poco a poco andavasi discostando
dagli altri sofisti , che nuove dottrine da quei principT ve-
niva deducendo, le quali manifestamente si contrappone-
vano alle credenze religiose del popolo, ed all'antica educa-
zione, più ancora che non le stesse teorie sofistiche. Allora
(i) V. Proemio air Apologia tradotta da Ruggiero Bonghi, p. 182.
(2) V. FORCHAMMER, Of, CÌt.,p, Sj,
— 499 -
probabilmente si pose per la seconda volta all'opera, e ri-
fece la sua commedia delle Ntibi^ procurando di adattarla
alle nuove esigenze. Noi abbiamo di già veduto quali ac-
cuse si potevano muovere a Socrate dopo la riforma da lui
introdotta n^le sue dottrine; vediamo ora, come siasi com-
portato Aristofane dal canto suo. — L'argomento delle se-
conde Nubi^ quali ci sono pervenute, è il seguente : « Stre-
psìades, senex rusticus, sed per bellum nunc in urbem
pertractus, quum afere alieno uxoris ac filii *prodigis moribus
conflato liberari cupiat, Phidippidem filium hortatur ut a So-
crate addiscat novas disputandi et dicendi artes, quibus ut in-
iuria verti soleat iniustum ita debita quoque devolvendi spes
sit. Quod quum nequeat filio persuadere senex semetipsum in
Socratis disciplinam traditurus adit eius domum, confirma-
turque in proposito omnibus iis rebus quos ante fores ac
statìm ab introitu audit ex aliquo discipulo. Quibus in
summam expectationem adductus postremo ipsum magistrum
conspicit ab eoque edocetur vulgarium deorum nuUam apud
ipsos esse auctoritatem, sed prò diis coli nubes •, quae post-
quam Strepsiades, ut earum adspectu dignus fiat, sordidis
quibusdam caeremoniis initiatus est, a Socrate invocantur
(TTpóXoTO^,v. 1-274). Invocatae audiuntur primum (TTdpobo^,
275-3 1 3), paulatim etiam cernuntur mulierum habìtu in-
dutae, et eas esse deas adeo probatur Strepsiadi ut ab iis
se voti compotem fore iam prò certo habeat omniaque quae .
postulentur earum gratia in se recipere paratus sit. Ita
postquam de eius voluntate res est comperta et deinde mens
quoque paululum explorata, ad erudiendum introduciiur
Strepsiades ('ETreKTóòiov Trpunov, 314-509). Vacuefacta scena
canitur fi TTapàpaaiq (510-626). Interea Strepsiadem suas
artes docere conatus Socrates parum profecit; et quum nec
ea quae nunc cum eo molitur melius procedant y postremo
abiecta spe negat se eum amplius edocturum. De rebus
- 500 —
suis desperanti Strepsiadi Chorus suadet ut prò ipso filium
mittat (*ETrei(Tóbiov bcÙTepov , 627-803) , Socratem autem
monet ut oblata opportunitate gnaviter utatur (804-813).
Minis precibusque patris tandem victus Philippides, quamvis
invitus, a se impetrat, ut Socratis disciplinae ^se tradì pa-
tiatur ('ETreicTóòiov xpiTov, 814-888). Nullo interposito cantica
iustus et iniustus orator ineunt inter se certamen, uter sit
potior magisque dignus qui adolescentem accipiat eru-
diendum. Abducit eum qui victor evasit iniustus ('Eireia-
óbiov TéTapxov, 889-1104) et Socrates ( 11 05-1014). Post
breve tempus (quod expletur epirrhemate (iio5-ii3o) re-
versus Strepsiades recepto filio penitus erudito exsultat suos-
que creditores male habet CEireiaóbiov Ttéiunrrov, ii3i-i3o2).
Sed celeriter subsequitur paena, quam praedixerat Chorus
(i3o3-i32o). E domo enim proripit se Strepsiades, se mul-
catum conquerens a filio, qui rem non modo fatetur sed
recte factam esse poUicetur se demonstraturum. Quo pro-
bato quum matrem quoque iure mulctari a filiis docere
paret Phidippides, iam pater perspicit quid sit re vera haec
nova sapientia et quo perducat , eiusque auctores incensa
domo expellit w ("EHobo?, i32i-i5io) (i).
Esaminiamo ora diligentemente la commedia del nostro
comico e specialmente quelle scene che toccano più da vi-
cino le dottrine di Socrate. Strepsiade bussa alla porta della
scuola di Socrate, ma in modo così villano, da far cadere
ad uno scolaro un concetto che aveva trovato. Questi si
adira e ne dice il perchè. Allora Strepsiade preso da cu-
riosità, vuole conoscere questo concetto. Lo scolaro s'ar-
(i) V. Teuffel, Introd. alle Nubi, p. 14. Ho creduto bene di togliere
dal Teuffel questo argomento delle Nubi, perchè nel tempo stesso
che è breve e preciso, offre anche una chiara idea di tutto 1* anda-
mento della commedia.
— 501 -
rende al desiderio di lui, ma prima Tammonisce che deve
tenere ciò che nella scuola s' insegna e si specola in conto
di misteri (v. 143), i quali non si possono svelare se non
agli iniziati. Strepsiade ascolta avidamente la rivelazione di
alcuni ritrovati di Socrate, e, viemmaggiormente confermato
nel suo proposito, dimanda di essere in quei misteri ini-
ziato; cosa che Socrate volentieri gli concede. Del tutto
secondo i riti prescritti per gli altri misteri, Socrate gli
chiede, se desideri veramente di conoscere le cose divine
(xà Geia, v. 25o-25i) e di venire a colloquio colle Nubi ,
sue ba!|iov€^, così chiamate da Aristofane in allusione al
ba()Li(uv di Socrate. Avutane risposta afiermativa, compera
da credere, Socrate lo fa sedere sul sacro letticiuolo, da
lui destinato a servire per T iniziazione dei nuovi disce-
poli (v. 254) e poscia gli presenta una corona e gli or-
dina di mettersela in testa (v. 266), perchè, come Socrate
stesso soggiunge (v. 258), così debbono fare tutti quelli che
vengono da lui iniziati. — Da queste due scene del prologo
cominciamo a vedere, che Aristofane vuol rappresentare
Socrate come ierofante di nuovi misteri, da lui introdotti, a
somiglianza dei misteri di ArnnriTiip e TTepaecpóvii; e che le di-
vinità di Socrate , in onore delle quali questi misteri ven-
gono celebrati, sono le Nubi^ NeqpéXai. — Chi siano, ce lo
dicono esse stesse più tardi: sono quelle divinità che con-
cedono ai mortali i maggiori beni (v. 8o5), cioè abilità nel
parlare, intelletto, ciarlataneria, loquacità, arte dlngannare
altrui, fare stupire gli uditori e cattivarsi i loro animi (i).
£ perciò son esse le Dee alimentatrici di molti sofisti, degli
indovini di Turi, dei moderni cerretani, di quelli che por-
(i) Vedi V. 3 17-3 18 e l'interpretazione dello Scoliaste a pag. 62
^elle iVii^i del Teuffel.
— 502-
tano le dita cariche d^anella, dei noiosi cantori di canti ci-
clici e di cori, e di quelli ancora che ragionando delle cose
celesti e divine, si beffano degli altri; ossia Dee che pascono
oziosi, i quali le lodano nei loro versi (v. 33 1-334), e tra
essi viene pure annoverato Socrate, vecchio annoso che va
a caccia di discorsi cari alle Muse , sacerdote di sottilis-
sime baie, che tutti gli altri sorpassa in questo mestiere,
e a cui le Dee si manifestano e prestano volentieri l'orec-
chio, poich' egli va superbamente per le vie, lanciando io
sguardo qua e là, senza calzari, molti mali sopporta, e
da esse pigliando l'esempio (v. 358-363) compone a gra-
vità il suo volto. — Non par egli , che dipingendo So-
crate in questo modo, Aristofane voglia far ancora allusione^
agli insegnamenti dei sofisti, fra i quali seguita a com —
prendere anche Socrate ? Una maggiore conferma di ciò noS
l'abbiamo nella scena, in cui Socrate si sforza ad inse-
gnare certe inezie al rozzo Strepsiade, come i ritmi, le mi-
sure dei versi, e il genere dei nomi (forse qui c'è un'aL -
lusione agli insegnamenti di Prodico), e, per ultimo, ^Sl
modo di vincere le liti. La spiegazione di questo fatto , a
mio credere , non può esser altra se non la seguente .^ :
questa scena doveva appartenere di già alle prime Nubi
da cui Aristofane credette bene di toglierla, aspettando
correggerla quando avesse interamente abbozzata la sua
media. E vedremo più sotto quanto essa stuoni colle rinrt^ja-
nenti, dove Socrate viene ritratto con maggiore verità, c^ ^joè
come filosofo che corrompe la gioventù, impartendole idi^ina
educazione contraria alle leggi, — Strepsiade, costretto ^j
abbandonare, perchè troppo ottuso, la scuola di Socrs^^f^
corre difilato a casa, e dopo molti sforzi finalmente ri^^^^^
a persuadere suo figlio Fidippide a recarvisi in vece ^^i/^
come il coro l'aveva consigliato. Allora innanzi a Fidifvp/;/^
s'impegna una viva lotta fra il Xóro? bÌKaio^ e il \.óror
- 503 -
fibiKo^, rappresentanti Tuno Tantica e l'altro la nuova edu-
cazione; vince r&biKoq, e Fidippide si consegna nelle mani
di Socrate per essere educato conforme ai nuovi principi
ed i nuovi metodi. Qui mi viene in acconcio di fare notare
che Socrate non figura come un abile precettore che sia di-
sposto indifferentemente ad impartire tanto l'antica quanto
la nuova educazione , ma come il rappresentante esclu-
sivo dell' ultima, alla quale tutto si è dedicato -, che altri-
menti, r effetto, che Aristofane si studiava di raggiungere,
non l'avrebbe punto ottenuto, essendo in tal caso da im-
putarsi i fatali risultamenti della nuova educazione a chi
voleva frequentare la scuola di Socrate. Tale, per con-
trario , ossia rappresentante e dell' una e dell' altra educa-
zione, sebbene alquanto più propenso per l'antica, dobbiamo
dire che sia il coro delle Nitbiy dal quale dipendono en-
trambi i logoi. Egli vede il trionfo dei Xóto^ fiòiKO^, e fin
d'allora predice malanni allo sciagurato Strepsiade (v. 1 1 13).
Quando compaiono in scena i due creditori Pasia ed Àminia,
e Strepsiade duramente li scaccia, il coro ai giusti rimpro-
veri che gli muove , aggiunge ancora nuovi pronostici di
future disgrazie. Di più , veniamo agli effetti dell' insegna-
mento socratico. Entra in scena Strepsiade tutto in lamenti
per le percosse ricevute dal figlio in seguito a un diverbio
che era nato fra di loro da un diverso modo di pensare sugli
antichi poeti, e le Nubi nobilmente gli rispondono: incol-
pane te stesso che ti sei volto a malvagio operare (v. 1454 e
1455)-, poiché noi vogliamo precipitare nelle disgrazie tutti
quelli che vediamo amanti del mal operare, aflBnchè im-
parino a temere gli Dei (v. 1458-1461). In questo modo, a
parer* mio, si viene a toglier di mezzo la contraddizione
apparente che esiste fra la negazione assoluta di ogni divi-
nità, fuorché delle Nubi^ per parte di Socrate, e la credenza
in Giove e in tutti gli altri antichi Dei per parte del coro;
— 504 —
esso , e voglio ripeterlo , rappresenta si V antica come
la nuova educazione; Socrate invece è un ministro delle
Nubi bensì, ma solo per diffondere i nuovi principi e le
nuove idee , che noi vediamo comicamente esposti da Fi-
dippide nella penultima scena. — I vecchi sono due volte
fanciulli, egli risponde a suo padre : or bene, se tu hai ba-
stonato me quand^era fanciullo, ragion vuole che bastoni
ora io te e ti faccia piangere tanto più, quanto meno è
giusto che i giovani cadano in errore (v. 1415-1419). Le
leggi deir antica educazione per lui hanno cessato di esi-
stere ; furono uomini quelli che le fecero, e perciò può egli
pure , siccome uomo al pari di loro , farsene altre a suo
talento (v. 1421-1424). E poi non deve egli tener conto
delle battiture ricevute quand'era fanciullo ? deve senz'altro
condonarle ? Gli dice il padre , che potrà poi rifarsene sui
propri figli; ma egli risponde: e qualora non ne avessi,
dovrò avere inutilmente pianto? (v. 1436-37). E perchè
non abbia a dolersi di essere stato lui solo bastonato ,. gli
promette di bastonare anche la madre. — Tali dovevano
essere i risultati d' alcuni principi socratici, quando veni-
vano presi alla lettera. E forse di questi fatti Aristofane
ne avrà avuto alcuni sotto gli occhi , se ce ne ha dato un
esempio nelPultima parte della sua commedia, che è la più
stupenda.
Riassumiamo ora brevemente quali accuse muove Aristo-
fane a Socrate nelle seconde Nubi. Due son esse , come
quelle di Meleto, ma non tutte e due come quella com-
plete : r una , risguardante la religione patria, e l' altra la
educazione antica, considerata però soltanto dal lato morale:
Socrate nega le antiche divinità, e altre nuove ne introduce:
Socrate corrompe i giovani instillando loro principi fatali,
come quello di poter battere i genitori, ove di questi essi siano
- 505 -
diventati più sapienti (i). Orbene, come va che Aristofane
non fa nessuna menzione dei principi politici di Socrate che
pure erano avversi alla costituzione d'Atene ? Ne ha forse
Aristofane a bello studio taciuto ? E allora perchè non va-
lersene e quindi condurre a termine il rifacimento della sua
commedia ? Chi mi ha seguito fino a questo punto non avrà
nessuna difficoltà a dare un'adeguata risposta. Ma il Teuffel
crede bene spiegare nel seguente modo il fatto del rifaci-
mento incompleto delle Nubi d'Aristofane: « ut recte
videtur coniecisse Sch. ad v. 69 1, Aristophanem per ali-
quantum temporis spatium suum agitasse consilium fabulae
in scenam reducendae ideoque ad intermissum aliquandiu
opus retractationis alio tempore esse reversum, ita eodem
iure coUigas poetam illud consilium postremo abieciisse ,
quippe qui non fuisset passurus ut in eadem fabula tam
diversorum temporum vestigia remanerent, partim cum no-
tatione iam non amplius congrua, utve in eadem Cleo et
vivus et mortuus esse narraretur, in eademque et impugna-
retur Hyperbolus et de assiduis eius impugnationibus ri-
deretur. Abiecisse autem videtur istud consilium restincto
per interlapsum tempus paulatim operis studio et amore,
cum modo composita inseguentibus rebus statim antiqua-
rentur, ut Cleonis morte epirrhema de aliis poetae dubitatio
oriretur num starent cum ventate , ut de iis maxime cre-
dibile est quae finxerat de Socrate (2). — Che nelle seconde
(x) Al V. 1400, dove Fidippide esclama in tuono di compiacenza:
« Come è dolce aver dimestichezza con nuove cose ed astute, e poter
fare nessun conto delle leggi esistenti ! Ma non havvi nessuna allusione
a idee politiche imparate da Socrate^ per le quali si permettesse di
disprezzare la costituzione dello stato, ma sì bene ai nuovi principi
morali, con cui egli poteva calpestare quelle leggi naturali sanzionate
dal comune ateniese, che imponeva al figlio il rispetto del padre ».
(2) Teuffel, Jntrodu:(ione alle Nubi, p. 10-11,
— 506 -
Nubi realmente esistano siffatte incongruenze e contraddi-
zioni non si può contestare ; ma che appunto per V esi-
stenza di queste incongruenze e contraddizioni , Aristofane
debba avere smesso il pensiero di compire l'opera sua, ci
pare assolutamente inammessibile. Non avrebbe egli potuto
facilmente superare, quando l'avesse voluto, tutte queste
difficoltà, come ha pur fatto per la commedia del Pluto ?
Mi risponde il Teuffel, che gli è venuto meno il buon vo-
lere, senza avvedersi che in tal caso fa un gran torto ad
Aristofane. Socrate continuava intrepido nella sua via, per-
fezionava e propalava fra il popolo, con sempre maggiore
alacrità, le sue dottrine, nuovi e gravi danni ogni dì più an-
dava recando alle antiche idee religiose e politiche; ed Ari-
stofane, il campione dell'educazione antica, come il Teuflfel
lo reputa con molti altri, spaventato da così leggiere diffi-
coltà, se ne stava spettatore inerte dei progetti di questo in-
novatore ! Io invece vorrei a ben altre ragioni attribuire
questa inerzia d'Aristofane, ragioni né inerenti ne relative
all'intreccio dell'azione, ma totalmente estrinseche alla sua
commedia. Ma prima di addurle è necessario dare un ra-
pido sguardo agli ultimi anni della guerra peloponnesiaca,
dove troveremo fatti che manifestamente le comprovano.
3) Socrate ed Aristofane nella loro vita pubblica.
Correva l'anno 418 av. Cr. (O/. 91, 3). Per i disastri
toccati in Sicilia, Atene trova vasi ridotta agli estremi. Non
possedeva più armate; eran vuoti gli arsenali, e l'erario com-
pletamente esausto; le città della confederazione ionica, sia
per i danni sofferti in quella malaugurata spedizione, sia
per la brama di scuotere una buona volta il giogo pesante
che le opprimeva , rialzavano il capo baldanzose più che
- 507 —
mai. Il nemico, per consiglio di Alcibiade, aveva occupato
Decelea, situata a tre miglia da Atene sul monte Parnete; e
così, non solamente le era stata tolta ogni comunicazione per
terra coirEubea, ma ancora correva rischio di perdere quel-
l'isola, che forniva alla città la maggior parte de' suoi ap-
provvigionamenti. Un terzo del territorio dell'Attica non
era più nelle sue mani, ed il rimanente era divenuto incolti-
vabile per le continue scorrerie dei nemici che si avanzavano
fin sotto le mura della città, mentre essa era piena di una
popolazione rustica, la quale era stata costretta ad abbando-
nare le campagne per sottrarsi alle spade nemiche, inetta
alle armi, costernata e lamentevole, soltanto capace di in-
ceppare maggiormente qualunque deliberazione si fosse
presa. — Non si volevano più udire gli oratori popolari ;
i personaggi eminenti che godevano di qualche autorità si
erano dileguati; con ansia febbrile si andava in cerca di
chi avesse voluto porsi, in mezzo a tali frangenti, al timone
sconquassato della- repubblica. Solamente gli oligarchici pro-
vavano fra tanti mali un certo qual interno sentimento di
compiacenza e di soddisfazione; or finalmente era giunto quel
momento decisivo da tanto tempo sospirato, di riprendere
sulla democrazia la loro rivincita. Avevano essi accortamente
seguito gli andamenti della guerra; ogni mezzo per man-
dare a vuoto qualsiasi provvida deliberazione avevano, senza
scrupoli, posto in opera. Di Alcibiade, che solo avrebbe
potuto sorreggere e condurre a buon termine quell'impresa
arrischiata, colla scusa del mozzamento delle Erme, ave-
vano fatto senz' altro un nemico della propria patria ; di
più, per tutta quanta la confederazione, d'accordo colla ri-
vale Sparta e colle fazioni aristocratiche delle città ioniche,
essi avevano ordito una trama scellerata che aveva per
iscopo di- demolire la base su cui posava la potenza di
Atene. E in conseguenza di tali maneggi la caduta d'Atene
-sod-
erà divenuta ora certa più che mai; il loro intento stava per
essere infallantemente raggiunto. Ma pur sempre Atene,
anche in questi estremi momenti, non era tale da pigliarsi
a giuoco con tanta facilità. E perciò gli oligarchici astuta-
mente cominciarono ad unirsi col partito moderato che
osteggiava anch'esso gli ordinamenti liberi. Fecero inten-
dere al popolo che la cagione di tutti i patiti rovesci era la
grande leggerezza, con la quale si era presa ogni delibera-
zione nell'assemblea; non esservi guarentigie di buon suc-
cesso nel consiglio dei cinquecento, così com'era costituito;
esservi bisogno urgentissimo di qualche riforma per impedire
che certe proposte potessero pervenire alla deliberazione del-
l'assemblea, senza prima essere state accuratamente esami-
nate (i). E la cittadinanza, da tanti mali oppressa e resa
docile e pieghevole, facilmente si persuase; per universale
consenso venne subito istituito un magistrato che, a somi-
glianza dell' Areopago, esercitasse una specie di sindacato
sulle proposte che si dovessero presentare all'assemblea po-
polare. Così venne creato un nuovo magistrato che fu quello
dei Probuli, dieci di numero, forse eletti dalle dieci tribii.
Per tal modo venne ristabilito l'ordine, e l'infelice Atene
cominciò nuovamente a respirare; guidata dal partito mo-
derato riprese animo, si dispose volenterosa ad ogni sacri-
fizio ed improvvisò un'altra armata, con la quale, mercè
la irresolutezza di Agide, le discordie dei partiti di Sparta,
l'interesse personale dei Corinzi e la baldanza generale dei
Peloponnesi, abbatteva la flotta nemica che dal golfo Saro-
nico salpava per la Ionia, come se Atene già non fosse più
esistita.
Ma a trattenere ed arrestare Atene a mezzo della sua
(i) V. Ernesto Curtius, Op. cit.y fase. X, p. 644 della traduzione
italiana di Giuseppe Mììller e Gaetano Oliva.
— 509-
precipìtosa ruina ogni sforzo era ornai inutile; si oppone-
vano gli oligarchi; mancavano gli uomini capaci a resi-
stere alla ostile e prepotente attività di Alcibiade, che non
sazio ancora di aver ferita nel cuore la sua patria, la vo-
leva ad ogni costo, nella sete di vendetta, prostrata ai suoi
piedi. Vedendo egli l'inazione di Sparta, cagionata in mas-
sima dalla recente scon6tta, con sole cinque navi parte
alla volta della Ionia ; approda a Chio e la fa insorgere ;
ed Eritre- e Clazomene seguono T esempio. Vi accorrono
gli Ateniesi con una nuova armata (poiché Taltra bloccava
quella dei Corinzi) allestita mediante i mille talenti che
erano stati posti in serbo da Pericle; ma non riescono a
rallentare i progressi di Alcibiade. Egli continuando nella
sua impresa, naviga verso Mileto; gli Ateniesi si fermano
a Lade, e i Milesi da lui guadagnati si ribellano. Sparta
desiderava, per proseguire la guerra, di valersi dell'oro della
Persia ; ed egli senza nessuno scrupolo, la collega con ver-
gognoso trattato alla Persia. Quindi altre nuove città fa
insorgere, come Lesbo, Mitilene e persino la fida Metinna.
Si accosta anche a Samo; ma il popolo aiutato da tre sole
navi ateniesi sterminò gli oligarchi, ch'erano i fautori del
moto. Sembrava che l'aura volesse nuovamente spirare fa-
vorevole agli Ateniesi. Partendo da Samo, come da un si-
curo punto d'appoggio, riacquistarono Mitilene e Clazomene
e punirono severamente Chio. Sul finire dell'estate (412
av. Cr.) sopraggiungeva Frinico con una nuova armata nelle
acque della Ionia, e venuto a battaglia coi Milesi, Pelo-
ponnest e Persiani, aveva la fortuna cosi favorevole, che
già, coi vantaggi ottenuti si accingeva ad assediare la stessa
Mileto. Ma, sventuratamente per Atene, pervengono ad Al-
cibiade inaspettati aiuti. Era Ermocrate , il quale spinto
dal suo odio contro Atene , per continuare la guerra nel
mar Egeo, entrava con una flotta peloponnesiaca nel golfo
- 510 —
di laso. Alcibiade accorre colà, e con essa si reca in tutta
fretta a Mileto che di già pericolava. Gli Ateniesi allora si
ritirarono e la vittoria riportata rimase senza importanti ef-
fetti.
Ma la fortuna voleva ancora ad ogni costo illudere per
qualche tempo le speranze di Atene, La posizione di
Alcibiade nel campo nemico si era andata poco a poco
mutando. All'odio personale di Agide si era aggiunta
la gelosia pubblica di Sparta, a cui sapeva male di esser
debitrice ad uno straniero di tutti questi grandissimi suc-
cessi. Quindi i suoi nemici ottennero facilmente da Sparta
che si mandasse l'ordine segreto ad Astioco, il coman-
dante della flotta dei Confederati, di togliere di mezzo in
qualche modo Alcibiade. Ma egli ne ebbe avviso dalla moglie
stessa di Agide; abbandonò subito il campo dei Peloponnesi,
e si rifugiò presso Tissaferne, tutto pieno di veleno contro
Sparta per tanta ingratitudine. E per vendicarsi tanto quanto
eran grandi i servigi prestati, pensò di distaccarla senza altro
dall'alleanza colla Persia, e sostituirle la sua stessa patria.
Grandissima era certamente la difficoltà; ben egli sapeva
che Tissaferne non avrebbe giammai acconsentito ad una
alleanza con Atene, finché fosse durata nel governo la pre-
valenza della democrazia. Ma il genio di Alcibiade era tale
da sormontare ogni ostacolo; egli si volse a far introdurre un
rimutamento nella costituzione della sua patria. Il terreno era
preparato; in Atene, da una parte si era sfiniti da una già cosi
lunga guerra e che non sembrava ancora vicina al suo ter-
mine, si bramava la pace, qualunque essa fosse, per avere
un sollievo da tanti mali; dall'altra si era certi omai, che per
venire ad un accordo colla rivale, dovevasi necessariamente
abolire il governo democratico. E queste voci che venivano
sparse fra il popolo a bello studio dagli oligarchi, ricevet-
tero un valido impulso da Alcibiade. Egli si pose in rela-
— 511 —
zione con gli oligarchi dell' armata di Satno e promise la
alleanza della Persia, qualora venisse loro fatto di riuscire ad
una riforma che fosse andata a versi al gran re. Gli oligarchi,
com'era da prevedersi, si entusiasmarono di quel disegno e
malgrado l'opposizione di Frinico furono continuati i segreti
accordi con Alcibiade; quasi certi, che anche la gran folla
se ne sarebbe persuasa, come di già la flotta, a cui avevano
fatto balenare la speranza di un aumento di soldo, inviarono
in Atene Pisandro colle debite istruzioni. — Ora, a rag-
giungere questo scopo anche Aristofane, siccome di principi
oligarchici, doveva concorrervi coll'opera sua; doveva cioè
rappresentare una commedia, dove si confermasse maggior-
mente l'idea della necessità di modificare la costituzione ,
per venire ad una pace; e questa commedia fu la Lisi-
sirata. Cosi V ardente patriota , come s' ostinano molti a
chiamarlo ancora oggidì, patrocinava la costituzione politica
di Atene ! — Rassicurati i più devoti alla libertà, e gua-
dagnati alla causa anche quegli oligarchi che avversavano
Alcibiade, sia in causa di motivi personali, sia per diffi-
denza verso quell'uomo, che avevano già fatto bandire dalla
patria, si mandarono messi a Magnesia per le trattative
colla Persia. Se non che Alcibiade aveva promesso più di
quello che era in suo potere di mantenere, e Tissaferne
non era tale da lasciarsi tanto facilmente abbindolare da
lui, sebbene lo tenesse per suo confidente. Il satrapa vo-
leva l'umiliazione completa di Atene , e gli inviati che ave-
vano ottenuto dal popolo i più gravi sacrifici, inducendolo
persino a rinunciare a tutta la Ionia ed a tutte le isole adia-
centi, non avevano facoltà di soddisfare alle esorbitanti pre-
tese di lui. Ritornarono adunque in Atene a mani vuote.
Tuttavia ciò non fu di ostacolo agli oligarchi, i quali vo-
levano ad ogni costo una riforma della costituzione; la quale
se prima veniva fatta sentire come un mezzo necessario per
- 512 -
Ottenere la vittoria e la pace, ora diventò Punico scopo, a
cui essi miravano a viso scoperto. L'esito infelice dell'atn-
basceria spedita a Magnesia fu tenuto celato a bello studio*,
si lasciava credere al popolo che le trattative si fossero
conchiuse secondo le sue speranze, acciocché più facilmente
s'inducesse a favorire le loro mire. Molte ragioni furono
messe in campo; alcune derivate dai difetti intrinseci della
costituzione medesima, ma la maggior parte consistenti vera-
mente in vie di fatto, mediante le quali si toglievano d'in-
nanzi senz' altro tutti quelli che avessero potuto suscitare
contro gli oligarchi una qualche opposizione. E la folla
in parte persuasa, in parte atterrita lasciava fare; i Pro-
buli, o erano della combriccola, oppure inetti ad oppor-
visi. — E intanto Aristofane rappresentava le Tesmoforia-
:{usel Invece di scuotere il popolo da quel mortifero letargo,
egli sollazzavasi dolcemente a far la satira del dramma
euripideo e delle donne ateniesi! — Pisandro propose,
che si eleggesse una commissione di venti consiglieri oltre
i Probuli, con poteri illimitati, ai quali si dovesse affi-
dare r incarico di eseguire le convenienti riforme. Ma vi
si opponeva una legge che concedeva il diritto d'intentare
un'accusa pubblica contro chiunque avesse voluto introdur
modificazioni nella costituzione dello stato , e questa legge
con un decreto venne allora subito abrogata. Poscia si
convocò il popolo fuori d' Atene, sul Colono, perchè la
Pnice offriva uno spazio troppo ampio ; e i punti principali
delle riforme credute necessarie ed esposte a quell'adunanza
di cittadini, che per la maggior parte eran favorevoli agli
oligarchi , furono i seguenti ; cessata ogni indennità pub-
blica, tranne quella richiesta pel servizio del campo; si for-
masse un consiglio di quattrocento membri elettivi , con
pieni poteri di governar la repubblica; si sostituisse all'as-
semblea generale un corpo di 5ooo cittadini da convocarsi
— 513 —
a piacere del consiglio dei quattrocento , e fossero tutte le
cariche indistintamente gratuite. E il popolo, così compera
sul Colono rappresentato, le approvò!... Allora, dopo sif-
fatte deliberazioni, le persone poco gradite furono allonta-
nate dagli uflBci oppure tolte di mezzo, e l'oligarchia sfac-
ciata e impudente si pose a sgovernare a suo talento.
Ma nondimeno i quattrocento erano in gravi apprensioni,
per timore che Tarmata di Samo non riconoscesse le sud-
dette riforme. Siccome essa rappresentava il nerbo della po-
polazione ateniese, che si doveva fare nel caso che si fosse
dimostrata contraria alle misure prese in favor dell'oligarchia?
E queste apprensioni maggiormente s'accrebbero allorquando
s'intese in Atene che a Samo la congiura ordita da Pisandro
era stata sventata e repressa. Balenò allora alla mente degli
oligarchi, qual più efficace espediente in siffatti frangenti,
impedire ogni comunicazione all' armata di Samo dei mu-
tamenti introdotti nella costituzione, fintantoché anch'essa
non fosse stata persuasa di tale necessità. Perciò i marinai
della Paralos che aveva recato quella novella in Atene,
furono subito in parte carcerati e in parte collocati su
altre navi. Ma Cherea, che ne era il comandante, riuscì a
fuggire: andò in tutta fretta a Samo e, forse con qualche
esagerazione, espose alla flotta la situazione di Atene. L' im-
pressione che fece la relazione di Cherea, fu oltre modo
grave. L'armata giurò subito di tenersi salda alle antiche
libertà, e con ardita ma generosa deliberazione, erigendosi
a corpo deliberante, costituì se stessa come il vero rappre-
sentante di Atene. I generali, per sospetto che aderissero
ai mutamenti introdotti dagli oligarchi, vennero subito mu-
tati, e scelti in loro luogo Trasibulo e Trasillo, la cui fede
alla costituzione antica era a tutti manifesta. Ma con questo
passo, un nuovo nemico veniva ad aggiungersi al vec-
chio ; le difficoltà, già enormi, ancora aumentavano. E fu
'Rivista di filologia ecc,^ X. 34
-514-
allora che Trasibulo riconoscendosi inabile a sormon-
tarle, propose all'armata di richiamare Alcibiade, come
quegli che solo poteva ancor essere la salvezza di Atene ,
perchè il ritorno di tanto personaggio , mentre da "una
parte avrebbe gettato lo spavento e la discordia fra gli oli-
garchi, dall'altra avrebbe pur ricondotta la vittoria alle
armi ateniesi. Il sentimento comune, è vero, gli era con-
trario ; ma le ragioni addotte da Trasibulo e forse molto più
gì' imminenti pericoli prestamente prevalsero, e il richiamo
di Alcibiade fu acconsentito e determinato. L'effetto che si
aspettava da siffatta deliberazione realmente fu ottenuto; si
rialzarono gli animi, gli Spartani perdettero ogni criterio
direttivo rispetto a Tissaferne, e gli oligarchi gravemente si
impensierirono.
Frattanto in Atene quella condizione di cose non poteva
a lungo durare. Già i quattrocento per natura erano fra
loro discordi, perchè parecchi erano stati scelti senza essere
affatto a parte di quella congiura. E allorquando s'intese
che l'armata erasi posta a difesa della costituzione antica,
e che n'era alla testa Alcibiade, si generò subito nel seno
stesso di quel consiglio una controrivoluzione in favore della
democrazia; la cittadinanza irritata contro gli oligarchi, che
non paghi di aver dato nelle mani del nemico l'Eubea, vo-
levano ancora tradire la stessa loro patria, spontaneamente
l'appoggiò; e quindi nell'anno 411 si aboliva il consiglio
dei quattrocento, e si restituiva al popolo la sua sovranità.
Ma che veramente la costituzione antica sia stata richia-
mata in vigore nella sua piena integrità, non si può affer-
mare. Si tentò invece di contemperare|, come era possi-
bile, i principi aristocratici ed i principi democratici in una
nuova specie di governo; poiché fu bensì ricostituito il Se-
nato dei cinquecento di Clistene, eletti dalla sorte, ma la
assemblea generale doveva venir sostituita da' cinquemila
— 516 —
cittadini, disegnati fra i più facoltosi, com'era già stato sta-
bilito sotto i quattrocento. Dopo di ciò, per cattivarsi la
flotta, Crizia proponeva il richiamo ufficiale di Alcibiade.
— Cosi veniva provvisoriamente stipulata una specie di
compromesso per toglier l'occasione a più gravi dissidi, per
ricondurre la pace interna e riamicare la flotta alla patria di
cui era il necessario ed unico sostegno ! Ma era questo un
compromesso che imponeva alf oligarchia sol un debole
freno, giacché, continuando ad essere le cariche gratuite,
restavano esse esclusivamente nelle mani dei facoltosi, i
-quali soli, com'era richiesto, potevano provvedersi di una
completa armatura. Però, se non altro , in qualche modo
se ne frenavano gli arbitrii, che nello spazio di quattro
mesi non avevano avuto limiti. Ed il popolo ridotto alle
strette dal più profondo bisogno, qual era quello dell'ali-
mento, di cui ogni via gli era stata preclusa colla perdita
della Ionia e dell' Eubea, facilmente si accontentò! — Ed
Aristofane taceva!
Alcibiade frattanto venne rivestito di poteri illimitati; di
lui si era concepita la speranza che avrebbe salvata la pa-
tria, ed egli ben tosto fece conoscere a' suoi concittadini che
non aveva punto in animo di venir meno all'aspettazione.
Incrociava con una flotta di ventidue navi nelle acque della
Caria , riduceva all'obbedienza le città ribelli della costa,
dalle quali riscuoteva somme enormi, di molto superiori
all'importo dei tributi, e poscia fortificava l'isola di Coo.
Indi, quando ebbe esercitate in rapide corse le sue triremi,
muoveva a settentrione dov'erasi oramai trasportato il teatro
della guerra e donde l'Attica poteva ancora trar copia di
frumento. Egli giungeva in tempo assai opportuno. Trasi-
bulo e Trasiilo erano venuti a battaglia con Mindaro presso
Abido (la quale già era caduta in poter dei nemici) ed ave-
vano sconfitto la flotta peloponnesiaco-siracusana. Se non
- 516-
che Mindaro, senza punto darsi per vinto, rinforzatosi di
nuove navi offriva nuovamente battaglia agli Ateniesi. E
già la vittoria cominciava a piegare in suo favore, allor-
quando sopraggiungendo Alcibiade ne faceva mutare ad un
tratto le sorti. Mindaro fu completamente sconfitto ; le sue
navi fuggirono precipitose verso la costa , e forse anche
sarebbero state prese, se con le sue genti Farnabazo, a
cui si era accostata Sparta, non le difendeva ponendo a
rischio persino la propria vita. Malgrado questa seconda
vittoria, r Ellesponto non rimaneva ancor libero agli Ate-
niesi ; il nemico possedeva alle spalle un forte esercito di
terra, e gli Ateniesi si trovavano in grande penuria di ogni
cosa. Ed allora Alcibiade pensò di ricorrere per aiuti a
Tissaferne, recandosi egli stesso da lui, che ancora se lo
credeva amico. Ma fu proditoriamente fatto prigioniero e
condotto a Sardi. Riesce egli nondimeno a fuggire e si
reca a Clazomene, e di là con una flotta di sei navi a
Lesbo. Ma gli Ateniesi mancanti del loro capo avevano
intanto perduto i pochi vantaggi riportati colla recente
vittoria di Abido, e si trovavano già in tale condizione
da abbandonare celatamente Sesto per sottrarsi ad una
completa ruina. Il momento era decisivo ; quando ecco
ricomparire nuovamente ed inaspettato Alcibiade. Egli ra-
duna la flotta ateniese, prende i provvedimenti necessari,
dispone tutto con fine accorgimento, e poi dà il segnale
dell'assalto contro la flotta nemica. Molti furono gli sforzi,
e molte le prove d'inaudito coraggio; alla fine gli Ateniesi
riescono vincitori, e il giorno dopo occupano Gizico (anno
410, 01. 92, 2), dove trovano un immenso bottino. — L'an-
nunzio di così insigne vittoria, com'era da aspettarsi, ridestò
in Atene gli antichi spiriti popolari ed ogni limitazione nel-
l'esercizio dei diritti politici si volle abolita; le misure in-
nanzi prese non essere stato altro che uno espediente qua-
- 517 -
lunque per sopperire ai bisogni delle finanze •, or nuove vie
per far danaro essere state aperte; esser risorta ormai la
antica Atene; epperò essere nuovamente mestieri che ri-
sorga r antica costituzione colla sua eguaglianza non solo
civile ma anche politica. E Toligarchia credette conveniente
non fare alcuna opposizione. Ciò, perchè sperava di non
perdere del potere se non l'apparenza, e di continuare ad
occupare le principali cariche dello stato. Ricomparvero
all'assemblea i focosi demagoghi, e il popolo trascinato dalla
sua fantasia, credendosi nuovamente pervenuto all'apice della
potenza, rifiutava la pace che Sparta affranta di forze offeriva,
ed osava aprire una seconda campagna per la riconquista
della Ionia! La fortuna pareva favorir davvero le sue spe-
ranze; Alcibiade neirEUesponto correva di vittoria in vittoria,
prendeva Calcedone, stringeva una pace con Farnabazo che
faceva ormai della politica propria, e poscia con uno stra-
tagemma s'impadroniva, senza colpo ferire, di Bisanzio; la
sorte di Atene pendeva da Alcibiade. Ed egli fu in questo
tempo che il popolo ateniese entusiasmato per tali progressi
lo richiamava solennemente in patria , cassava tutti i de-
creti fatti contro di lui, gli restituiva ogni avere e lo eleg-
geva a comandante assoluto di tutte le forze di terra e di
mare col potere di valersi a beneplacito suo di tutti i mezzi
dello stato; maggiori onori e maggior soddisfazione egli
non avrebbe potuto desiderare. — Intanto Aristofane in
questa occasione (a. 408, 01. gS, i) rappresentava il primo
PluiOj in cui (se pensiamo che nel rifacimento di questa
commedia non avvennero modificazioni così radicali come
in quelle delle Nubi) egli mostrava che il Dio dell'oro era
capitato nelle mani degli uomini peggiori ! — Cosi la demo-
crazia si era ristabilita; Taristocrazia ora doveva ritirarsi in
disparte ed abbandonare a quella la direzione del governo.
Di qui, ecco risorgere l'odio antico contro Alcibiade; se vole-
— S18 -
vasi toccare la meta, vicina ornai, conveniva nuovamente e
per sempre disfarsene. Ma come? Finché rimaneva in Atene
sotta r egida del favor popolare, egli era certamente in-
vulnerabile. Bisognava dapprima cercare d'allontanarlo da
Atene, lasciare sbollire l'entusiasmo del popolo e poscia ri-
correre a quell'arma, che aveva fatto già sì buona prova nel
processo delle Erme. Per questa infame e scellerata im-
presa gli oligarchi traevano coraggio dal fatto che alla testa
della flotta nemica era stato collocato Lisandro, il quale ri-
cevendo questo incarico si era deliberato di condurre la
fiuerra una buona volta a termine; per cui aveva stretto
alleanza con Ciro, il nuovo satrapo dell'Asia Minore e, ad
esempio di Brasida, si era messo in comunicazione con tutte
le società oligarchiche della Ionia. Non posero tempo in
mezzo; col pretesto che non si doveva trattenere il loro
generale nel corsa d^lle sue vittorie^ cominciarono ad otte-
nere che fosse inviato contro Lisandro. Egli avrebbe voluto
venir subito a battaglia per ritornare prestamente in patria,
sapeva che il suolo per lui non era ancora molto ben
fermo ; se non che Lisandro, sia perchè conosceva qual ne-
mico aveva di fronte, sia perchè doveva essere a parte dei
disegni della fazione aristocratica, nemica di Alcibiade, an-
dava a bello studio temporeggiando, onde Alcibiade fu co-
stretto a perdere molto tempo prezioso presso Andro. E
intanto la moltitudine che da lui si aspettava ormai l'im-
possibile, stimolata dagli oligarchi cominciò a impazientirsi
e mormorare per questo procedere cosi per le lunghe. Ci
volevano ancora altri tristi avvenimenti ! Alcibiade per to-
gliersi dalla sua inoperosità si era assunto l'impresa di ri-
conquistare ad Atene la Ionia, ed aveva lasciato una parte
della flotta ad Antioco per bloccare Lisandro , con ordine
di evitare qualunque occasione di venire a battaglia. Ma
Antioco venne tratto in inganno e rimase gravemente scon-
- 519 —
fitto. Inoltre, un tale Trasibulo figlio di Trasone, che era
stato guadagnato dagli oligarchi, lascia T esercito e si reca
in Atene per accusare Alcibiade a cagione della condotta
che teneva. E in prova di ciò , sempre per alimentare le
incertezze e i dubbi del popolo, venivano fatti capitare in
Atene continui messaggi spediti appositamente da quegli
oligarchi che si trovavano nella flotta. Per tal modo si riuscì
a persuadere il popolo che Alcibiade invece di prendersi
cura degli interessi comuni, mirava, mediante gli aiuti della
Persia e l'amicizia del satrapo che aveva il comando delle
Provincie dell'Ellesponto, a fondare una signoria indipen-
dente nella Tracia, dove aveva già fatti fortificare parecchi
punti. E in conseguenza del buon esito di tali maneggi,
Alcibiade veniva una seconda volta destituito e cacciato in
bando da quella pg^tria, che nuovamente aveva fatto risor-
gere ! Da questo punto la stella di Atene volse definitiva-
mente al tramonto. — Ed Aristofane taceva 1
Venne sostituito nel comando della flotta Conone •, ma
questi non era pari in perspicacia e larghezzza di ve-
dute al suo predecessore. Egli lasciavasi chiudere da Calli-
cratida , successo a Lisandro , nel porto settentrionale di
Mitilene. Fu avviss^ta Atene del pericolo per mezzo di due
navi, che Conone, mediante uno stratagemma, riuscì ad in-
viarle ; e facendo estremi sforzi gli mandava in soccorso
una nuova flotta che potè mettere insieme con quelle navi
che Alcibiade aveva tolto al nemico. Ma era questa l'ultima
armata che Atene inviava nei mari della Ionia. Si venne a
battaglia presso le isole Arginuse (a. 406, 01. 93, 3) e la
vittoria per l'ultima volta sorrideva ad Atene. La flotta ne-
mica fu così completamente disfatta, che gli Spartani atter-
riti spedirono nuovamente ambasciatori ad Atene per trat-
tare della pace. Ma per consiglio di Cherofonte le offerte
furono respinte; non si voleva dar tempo agli Spartani di
- 520 -
riprendere forza e coraggio, si voleva continuare la guerra sino
ad una decisione finale. Infelice Atene, che non si accorgeva
qual serpe covava in seno ! Per la vittoria delle Arginuse più
ancora che non gli Spartani furono atterriti gli oligarchi, i
quali avevano creduto di avere colla cacciata di Alcibiade pri-
vato Atene dell'unico generale che potesse trionfare di Sparta;
invece di uno parecchi ne vedevano ora sorgere all'improv-
viso, se non uguali a quello, tuttavia abbastanza forniidabili.
Che occorreva adunque per rovinare il più presto possibile
la loro patria ? Disfarsi di essi, come già si erano disfatti di
Alcibiade. Ed ecco, che ricorrono alla loro arma scellerata,
fanno accusare i dieci generali vincitori di non avere pen-
sato a raccogliere e seppellire i cadaveri di quelli che erano
caduti nel combattimento. I generali degli Ateniesi in quella
battaglia erano stati i seguenti: Aristocrate, Diomedonte, il
giovane Pericle, Erasinide, Protomaco, Trasiilo, Lisia ed
Aristogene; i trierarchi, Trasibulo e Teramene. Due di loro,
Trasillo e Teramene avevano ricevuto l'incarico di attendere
appunto a quel pio dovere, come voleva la religione patria,
mentre gli altri sarebbero andati celeremente al golfo di Mi-
tilene per liberare dal blocco la flotta di Conone, che era il
nucleo dell'armata ateniese. Ma in causa delle forti agitazioni
del mare i loro tentativi erano riusciti inutili, e quindi i ge-
nerali avevano scritto ad Atene che avevano bensì riportata la
vittoria, ma che il salvamento dei naufraghi era stato reso im-
possibile dalla furia della tempesta. A un determinato giorno
si doveva leggere la loro lettera all'assemblea. Ma in questo
frattempo il popolo fu così astutamente sobillato dagli oligar-
chi, che invece di accoglierne la lettura con quella gioia e con
quell'entusiasmo che parevano naturali, scoppiò in un terribile
furore contro i generali, perchè avevano trascurato il loro do-
vere. Subito fu spedita a Samo la nave Salaminia con l'or-
dine pei generali di abbandonare all'istante il loro comando
-521-
e recarsi in Atene; due di loro presentirono la tempesta da
lungi e fuggirono in luogo sicuro; ma Pericle , Erasinide,
Trasiilo, Lisia, Aristofane e Diomedonte, consapevoli della
propria innocenza, ubbidirono. E furono appena giunti in
Atene, che con un primo atto d'illegalità vennero tosto in-
carcerati. Qualcuno doveva intentare contro di essi Taccusa,
e questi fu lo. stesso Teramene, il coturno a due piedi, che
sentendosi più di tutti colpevole, era nuovamente passato al
partito oligarchico colla speranza di salvarsi. Ai generali fu
soltanto concesso per loro difesa di esporre il fatto in bre-
vissimi termini. Nondimeno il popolo si commosse a quella
succinta narrazione; già la maggioranza inclinava a respin-
gere l'accusa; quand'ecco, sotto pretesto che la notte si ap-
pressava il processo venne ad un tratto aggiornato per le
mene degli oligarchi. A favorire maggiormente i loro raggiri
avvicinavasi anche la festa così detta delle Apaturie (che
cadeva nel mese di ottobre), nella quale si riunivano tutti
quelli che appartenevano alla stessa tribù , s' inscrivevano
nella fratrie i neo-nati, e verosimilmente i giovani e le don-
zelle facevano le loro promesse di matrimonio da celebrarsi
nel prossimo mese di gennaio; inoltre, si ricordavano i
membri mancanti delle famiglie, e per loro si facevano sa-
crifizi alle divinità sotterranee. Teramene e gli oligarchi
colsero quest'occasione per eccitare i sentimenti di uma-
nità della cittadinanza. Alla seconda apertura del consi-
glio, con un decreto formulato da un tale Galosseno, stru-
mento della combriccola, in cui accusa e difesa si dovevano
considerare come un fatto già deciso, si invitò il popolo a
giudicare se i generali avessero trasgredito il loro dovere non
prendendosi cura dei naufraghi ; il giudizio dovevasi dare
complessivamente su tutti i generali e con votazione palese.
A questa scelleratezza si oppose vivamente Eurittolemo, il
figlio di Pisianatte, col dire che in questo modo si sarebbero
— 522 -
violate le norme della procedura giudiziaria; ma il popolo
infuriò contro di lui. Allora egli ricorse ad un'altra via;
oppose a quel decreto una contro-proposta, ed ottenuta la
parola^ procurò di fare una qualche difesa degli accusati.
Già lo stratagemma stava per avere un esito felice , allor-
quando i congiurati fanno sorgere un nuovo incidente, per
cui la votazione viene una seconda volta differita. In questo
frattempo il popolo fu da essi così bene persuaso, che, ri-
presa la votazione, la contro-proposta venne subito respinta,
fu accettata la proposta del Consiglio, ed i generali furono
condannati a morte. — Aristofane, intanto, assisteva impas-
sibile a così nefando giudizio, a così scellerata condanna.
Forse per amor della pace, come vuole il Muller-Striibing ?
Noi dobbiamo avere in mente che i Pritani del Consiglio
erano per natura oligarchi o fautori degli oligarchi, di opi-
nioni politiche contrarie alla democrazia; il Consiglio era
stato così composto dai congiurati per dare l'ultimo colpo
all'infelice Atenei — Fra costoro quale dei personaggi che
noi di già conosciamo troviamo pure? Troviamo anche So-
crate. Egli, è vero, fu il solo membro del Consiglio che
diede il suo volo favorevole per l'assoluzione di quegli scia-
gurati ; ma perchè era un « buon uomo » come lo chiama
il Forchhammer(i); però ciò non viene a dire che non fosse
egli pure palesemente avverso alla democrazia perchè in
caso contrario non l'avrebbero fatto membro di quel con-
siglio che doveva decidere la mina di Atene (anno 406 av.
Cristo).
Nuovi generali vennero tosto nominati invece dei condan-
nati; ma essendo tutti del partito dei congiurati, nessun pro-
fitto vollero trarre dall'insigne vittoria riportata alle Arginuse,
e se ne stettero con 180 triremi inoperosi a Samo per dare
(I) Op, cit.y p. 32.
- 523 -
tempo al nemico di riaversi. Ciro inviò a Sparta un'amba-
sceria; il partito favorevole alla guerra nuovamente prevalse,
e Lisandro fu rimandato alla flotta, apparentemente col grado
di epistoleo, ma in realtà, come navarca, poiché Araco
non lo era che di nome. Ed egli, siccome non aveva più di
fronte Alcibiade, quand'ebbe compiuti gli armamenti mosse
rapidamente nelle acque dell'Ellesponto, assaltò Lampsaco
dov'era un presidio degli Ateniesi, e la costrinse ad arren-
dersi. I nuovi generali accorsero, e si accamparono ad
Egospotamo a i5 stadi da Sesto-, Alcibiade, che erasi ri-
coverato nella Tracia si presentò loro coli' offerta di aiuti
dalla parte di alcuni re di quella regione; ma essi li re-
spinsero: volle che almeno accettassero il consiglio di non
isbandarsi per la costa, come facevano, perchè avrebbero
offerta l'occasione a Lisandro di una facile vittoria; ma essi
lo derisero: erano manifestamente complici di Lisandro!
Ed ecco che, dopo quattro giorni, questi coglie il momento
opportuno che le navi ateniesi si trovavano senza difensori
e dà r ordine dell' assalto. Poche navi gli poterono sfug-
gire : le otto di Conone colla Paralos, quelle di Nausimaco
di Palerò, e altre due triremi staccate; le rimanenti cad-
dero in suo potere con 3ooo prigionieri, che trasportati a
Lampsaco furono tutti condannati a morte. — Per un sì grave
disastro l'infelice Atene si sentì annichilita. Nulla di meglio
poteva fare in così triste circostanze, che attendere lo svol-
gersi degli avvenimenti. Ma la stella di Atene era tramontata
per sempre ! Gli oligarchi, cogliendo l'occasione favorevole e
cotanto sospirata, afferrano il timone dello stato, e volgono
i loro pensieri a modificare la costituzione a loro talento,
senza punto curarsi delle tristi novelle, che venivano ripor-
tate in Atene, di sempre crescenti disastri (i). Le città fede-
(i) Aristofane rappresentava le Rane nell'anno 4o5.
— 524-
rate poste alle strette dagli oligarchi si ribellano e si gettano
in braccio a Lisandro. E questi ne lasciò uscir liberamente
i fautori della democrazia, affinchè si recassero in Atene ad
accrescerne di più lo sgomento, persuaso che in tal modo
Tavrebbe avuta senza fatica a sua discrezione. Se non che
veramente s'ingannò: cessato il primo spavento, i cittadini
si rincorarono e si prepararono all'assedio imminente.
Ma che potevano fare contro due nemici ? Si era affidato
Tincarico delle opere di difesa agli ufficiali dello stato ; e
gli oligarchi ne rendevano nulla V azione, e queir incarico
si recavano in loro potere; mentre che un tale Patroclide,
per accrescere maggiormente la confusione, sorgeva a pro-
porre un decreto di amnistia per tutti quelli che avevano
perduti i diritti di cittadinanza. — Intanto, Lisandro si av-
vicinò ad Atene e vi pose il blocco. — La penuria di viveri
che già pel rigurgitare della gente arrivata di fresco si era fatta
sentire, allora diventò spaventevole : nessun rimedio rima-
neva, tranne quello di stipulare una pace qualunque con la
rivale, e di ciò fu incaricato appositamente Teramene ! Le
pretese di Sparta furono esagerate, ma bisognò cedere. Ecco
le condizioni : distrurre le lunghe mura, smantellare il Pireo,
consegnare tutte le navi da guerra all'infuori di dodici, di-
chiarare libere le città alleale e dipendenti, riamettere i
fuorusciti, e far lega offensiva e difensiva coll'abborrita ri-
vale, con patto di seguirla dovunque, e per terra e per mare.
Dopo si provvide al riordinamento della costituzione in modo
che potesse soddisfare ai desideri di Sparta; si collocarono
al governo trenta personaggi, eletti fra i più ligi a lei, co-
nosciuti nella storia col nome dei trenta tiranni, fra cui si
trovavano pure Teramene e Crizia, discepoli di Socrate.
Che anche durante questi ultimi avvenimenti della guerra
peloponnesiaca Socrate abbia continuato a prendere parte
alla amministrazione dello stato, per mancanza di notizie,
- 525 —
non si potrebbe in alcun modo affermare. Nondimeno egli
è indubitato, e noi lo sappiamo da Platone (i) e da Se-
nofonte (2), ad esempio, che sotto lo sgoverno dei Trenta
occupava qualche carica. I Trenta seguendo il loro si-
stema orribile, col quale volevano disfarsi di tutti quelli
che nutrivano ancora sentimenti democratici, avevano dato
rincarico a Socrate e ad altri quattro ifunzionari pubblici,
di condurre da Salamina in Atene Leone il salaminio per
esservi giustiziato. L^esecuzione di un tal ordine ripugnava
ai principi morali di Socrate; perciò egli, senz'altro, si recò
alla sua abitazione, abbandonando fors'anco la carica. Certa-
mente è da lodarsi una tale disubbidienza; essa mostra chia-
ramente che Socrate aveva un ben fermo carattere. Ma non si
potrebbe dimandare se egli non poteva anche fare qualche
cosa di meglio? Primieramente, perchè non parlar contro
a quell'ordine scellerato? E poscia, perchè non pensare
menomamente allo scampo di Leone ? Perchè non ha con-
sultato allora il suo demone, come ben dice il Forchham-
MER (3), che gli avrebbe senza dubbio risposto : Affrettati,
Socrate, va tu stesso a Salamina, oppure mandavi qualcuno
che ne rechi la novella a Leone. V'era adunque una ra-
gione che induceva il nostro filosofo ad operare così ; e
questa non era altra, fuorché Todio cordiale che portava
alle istituzioni democratiche ed a chiunque le favoriva ; odio
tale, che gli aveva offuscato la vista in modo, da non ve-
dere più quanti malanni si erano precipitati sull'infelice
sua patria per cagione di quel partito, al cui trionfo aveva
anch'egli cooperato.
Ora che noi abbiamo veduto in qual modo Aristofane e
(x) V. Apologia, cap. XX.
(2) Hellenicdy II, 3, Bg.
(3) Op, cit,, p. 34 e più oltre.
— 526 —
Socrate si sono comportati in mezzo agli ultimi avveni-
menti della guerra peloponnesiaca^ che hanno preparata ed
effettuata la ruina completa di Atene, dovremmo forse an-
cora tenere come strano quel fatto che Aristofane abbia
deposto il pensiero di condurre a termine il rifacimento
delle sue Nubi ? Doveva egli essere così malaccorto da non
accorgersi di aver preso un abbaglio riguardo alle idee po-
litiche di Socrate, da non conoscere che era un dottrinario
di sentimenti oligarchici, e quindi che in fatto di politica
veniva a porsi pienamente d'accordo con lui e co' suoi Ca-
valieriì Per simile ragione, e non per altra, come comu-
nemente si crede, parimenti si astenne dair inveire contro
i Trenta e specialmente contro Crizia e Teramene; quando
vide che quel partito, per la cui causa a tutto potere s'era
adoperato, aveva trionfato, allora abbandonò il campo della
politica e si diede tranquillamente alla critica letteraria,
checché voglia dire il Subvern (i) in contrario. Egli è di opi-
nione che Aristofane deve pur aver inveito contro Crizia,
Teramene e gli ahri dei Trenta in commedie andate sventu-
ratamente perdute, e che anche in quelle che ci son rimaste
si potrebbero trovar allusioni istoriche e satiriche al loro
sgoverno, che noi non siamo più in grado di potere sco-
prire. Ma bene a dovere confuta e respinge il Mììller-
Strììbing una siffatta opinione con la sua pungente ironia (2).
Perchè, egli dice, Aristofane ha voluto ravvolgere nell'oscu-
rità quei motti che toccavano gli oligarchi, mentre che lasciò
così manifesti i suoi assalti contro la democrazia ? E sog-
giunge ancora : molto strano invero sarebbe poi, che a noi
siano pervenute solamente quelle commedie che contengono
(i) Ueber die Wolken des Aristophanes. V. il passo citato dal
MOller-Strubing a p. 116.
(2) V. Op, cit., p. 116, 117, n8.
-627 -
la satira della democrazia, e che le altre siano andate total*
mente perdute, senza che nemmeno una notizia, un fram-
mento ci sia giunto per mezzo di Ateneo, di Plutarco, per
mezzo degli Scoliasti alle altre commedie, a Platone, ad Ari-
stide, a Luciano, per mezzo di Eliano, Esichio, Snida ed altri,
*
che in qualche modo ci possa comprovare l'esistenza di tali
commedie. — Io anzi sostengo col Miiller-Strtibing , che
nemmeno contro Alcibiade, per vart motivi anche politici, non
ebbe mai in pensiero di scagliarsi Aristofane, quantunque
la pensi diversamente il Forchhammer (i), il quale vorrebbe
vedere nei due personaggi delle Nubi^ Strepsiade e Fidippide,
i pseudonimi di Clinia e di Alcibiade (2). Se non ch^ mi
(i) Op, cit,^ pp. 24 e 25.
(2) Ecco le ragioni che adduce in proposito il Mìjller-Strubing
[Op, cit,y p. 34G) : « Hier ist es nur noch als charakteristisch her-
vorzuheben , wie sich der Dichler filr jetzt zìi Alkibiades siellt. Er
ist offenbar mit seinem politischen Treiben und seinem Auftreten in
der Gerichtsvcrhandiungen nicht zufrieden, aber er wagt es entweder
nicht, oder, was mir 'wahrscheinlicher ist, er kann es nicht ùber sich
gewinnen, da ihm des Alkibiades ganze Natur sonst sympathisch ist,
ihn scharf und entschieden auzugreifen. Und dennoch kann er der
Versuchung nicht widerstehen, ihm halb schflchtern im Vorbeigehen
einen kleinen Hieb zu versetzen. Mehr ist es ja nicht ! Denn dass
er, wenn er ihn auch nicht direct als Euryproktos bezeichnet, ihn
doch in vcrdachtige N^he eines solchen setzt (to!^ véoi^ b' còpùirpujK-
T0<; Kal XdXo<; xaX ó (xtb) K\€iv{ou), das hat in des Dichters Augen nicht
viel auf sich, und batte er sicherlich auch nicht in den Augen des
Alkibiades — man denke nur an dessen widerwSrtige ErzMhIung in
Piato's Gastmal, die doch, wenigstens dem Tone nach und in dem,
was die Charakteristik des Sprechers anbelangt, wohl nicht ganz aus
der Luft gegriffen ist. Denn der Vorwurf, den dies Wort implicirt
[das Ubrigens , um das gegen Herrn Deimling's Auffassung in Schwei-
zer Museura (HI, 5, 314) beilaufig zu erwahnen, nicht der e, Eh-
rennarae der Ehebrecher » ist, wenigstens nicht immer, und hier
gewiss nicht!] ist in ja unserm Dichier hochstens der einer liebens-
wurdigen Schwache ! Man denke nur an den Schluss der Contro-
verse zwischen den beiden Logoi in den Wolken! Denn wenn der
Dichter auf den Vorwurf, ein Euryproktos zu sein, den Beschuldigten
so antworlen lasst: Freilich bin ich's ! aber wer ist*s denn nicht?
-528 -
pare veramente, non essere la prima ragione addotta dal
Miiller-Strubing abbastanza plausibile. Fino ad un certo
punto può essere accaduto, che Aristofane sia stato amma-
liato da Alcibiade, ma secondo il mio modo di pensare l'as-
serzione mi pare troppo assoluta. Chi era Alcibiade ? La leg-
genda della sua fanciullezza ce lo rappresenta di una tale na-
tura da farci argomentare che in lui esistesse in germe, per
così dire, la stoffa di un principe assoluto. Or bene, che in
realtà così fosse, noi lo possiamo dedurre da uno dei capi di
accusa che gli vennero mossi, allorquando la seconda volta,
come abbiamo veduto, venne per gì' intrighi della fazione
oligarchica bandito da Atene ; cioè che egli macchinasse di
crearsi, mediante Tarmata ateniese e l'aiuto della Persia,
una signoria nella Tracia. Ad un tale disegno la fazione
oligarchica doveva essere necessariamente contraria, perchè
esso incagliava i proprii progetti. Ma la fazione oligarchica
non era tutto il corpo dei Cavalieri, a cui serviva Aristo-
fane. Il corpo dei Cavalieri, come dice lo stesso Miiller-
Strubing, componevasi di giovani appasionaii pel piacere,
che solo indirettamente si occupavano di politica. Quindi,
noi crediamo, che forse costoro insieme ad Aristofane non
avrebbero veduto di mal occhio che il loro compagno d'in-
fanzia e di gioventù si fosse costituito signore di Atene.
Sarebbe stata questa la riproduzione del fatto dei nobili
giovani romani che desideravano la ricostituzione della ti-
rannide di Tarquinio, perchè sotto di lui potevano vivere a
sind's nicht die Dichter, die Redner, die Staatsmanner ? und unter
den Zuschauern don, isi's nicht der da? und der? und der? sind
sìe's nichi alle? oder doch bei Weitem die meislen? — wer so ant-
worten lasst , sage ich , der bricht dem Vorwurf die Spitze ab , der
stelli durch diese Verallgemeinerung die Sache als harmioss dar und
beschónigt sie-wie das ubrigens, wenn ich mich recht erinnere, schon
K. A. Becker im Charikles richtig erkannt hat > (Cfr. il suo Excursus
alla quinta scena, voi. II, p. 290 e seg.].
- 529 —
loro beiragio. Ed una prova che Aristofane abbia deside-
rato di vedere Alcibiade signore di Atene noi la possiamo
ricavare da un passo delle sue Rane, dove invita gli Ate-
niesi in mezzo alle calamità, da cui erano stati oppressi,
a piegarsi al genio prepotente di Alcibiade (i) :
OÙ XP^ XéoVTO^ (TKÙ|iVOV èv TlÓXCl Tp^q)€lV.
[jiàXicTTa jLièv X^ovra \ki\ *v iróXei ipéqpeiv],
Ì)V ò'èKTpacpfl Tl^, TOT^ ipÓTTOl^ ÙlTìlpeTClV,
E che sotto la figura di questo leone sia appunto nascosto
Alcibiade, è Topinione del Mbibr e di Ottofredo Mììller (2).
Ma di ciò basti.
Concludo. Dapprima Socrate fu un pretto sofista , ed
Aristofane lo tolse ad argomento delle sue Nubi \ di poi ,
Socrate mutò indirizzo e diventò filosofo, ed Aristofane an-
cora persuaso in sulle prime di vedere in lui un nemico del
suo partito, intraprese, per non darsi vinto, a raffazzonare
le prime Nubi-^ alla fine poi accortosi che Socrate, come
lui e gli altri oligarchi , osteggiava la costituzione demo-
cratica^ e vedutolo anche occupare qualche carica nella
prevalenza oligarchica , depose il pensiero di condurre a
termine il rifacimento della sua commedia. Ecco la ra-
gione probabile, a mio giudizio , dì questo fatto , ragione
che emana dallo stesso svolgersi delle dottrine socratiche,
e dal posto che il filosofo occupò in alcuni tempi nella
amministrazione dello stato.
Piazza Armerina, 11 marzo 1881.
Michele Oddenino.
(ij RanaCy v. 1431 seg.
(2) V. Meteri , De Aristoph, Ranis commentatio tertia , Halae ,
i852, e Ottofredo Mììller , Storia della letteratura greca tradotta
da Giuseppe Mùller ed Eugenio Ferrai, voi. II, p. 235.
'lifvista di JHolOi;ia ecc.^X. 35
— 530 —
^/ UV^A ISCRIZIONE ET%USCA
TROVATA IN MAGLIANO
Lettera al comm. prof. Ariodante Fabretti
Caro collega.
A Magliano (i), o per dir meglio, a Magliano in To-
scana, si scoprono da qualche anno anticaglie ; vasi pietre (2)
monete. Ne donò spesso agli amici il signor Gustavo Bu-
satti, e fece bene: ora invece raccoglie con amore ogni
cosa, e fa meglio. Appunto in un suo podere, a Santa
Maria in Borraccia (che vedrete chiamato anche Monastero
Diruio\ in un campo che ha il nome di Pian di Santa
Maria, si trovò il mese scorso, lavorando (25 febr.), proprio
a fior di terra, una piastra in piombo, opisthographa : e
con molta cortesia, me la portò, lasciando che io ne usi
(i) Si aiuterebbe un forestiere avvisandolo di cercarlo tra Grosseto
e Orbetello, dentro terra, e propriamente a 42% 35 lat. 28', Sg long.
(Ferro).
(2) Una, con iscrizione, fu regalata, ma nessuno rammenta a chi.
Un'altra, con incisavi una testa di animale, è in casa.
- 531 -
come più giova alla scienza^ il dottor Luigi Busatti, aiuto
alla cattedra di mineralogia, qui in Pisa : siamo dunque in
famiglia.
1 vasi furono dissotterrali qua e là: ma in questo Pian
di Santa Maria la nostra iscrizione è il primo segno che
n' esca dell' antica vita, e speriamo che non sarà l'ultimo :
né di altre piastre trovate in luoghi vicini si sa nulla. Se
ne occupano e il dott. Busatti, e il suo padre, e il suo fra-
tello; e quando verrà fuori qualcosa di buono ce ne avvi-
seranno (i).
La piastra ha forma quasi di cuore (2): l'orlo è irregolare,
fatto proprio così e non guasto dal tempo: ha una patina
di carbonato al diritto (come lo chiamerò, per esser breve)
con quella tinterella di bigio chiaro che agevola la lettura
e che ricoprì il piombo dopo che fu inciso-, più leggera è
la patina, qua e là interrotta, al rovescio: torno torno si
veggono poi macchioline rossastre che accennano ad ossidi
di piombo. Questo dico aiutato da buoni colleghi : e posso
anche aggiungere, come pare che il piombo fosse gettato
in terra, che vi lasciò impronte di sassolini o di grossa
sabbia, poi sì spianasse a martello la piastra, nella quale
rimarrebbero segno di quel getto certe grinze che calano
d'alto in basso, presso all'orlo, a destra e a sinistra.
La iscrizione è in etrusco. Nel diritto va a spire, come
serpente che si raggomitoli, e, dove il margine fa seno, lo
(i) Ebbi in mano tre monete che ci conducono al primo e al terzo
secolo, a Domiziano e a Cerino. Nell'una non si ravvisano più né le
immagini né le parole; una seconda è rosa da una parte, nell* altra
si legge o indovina IMP. CAES. DOMIT. AUG. GERM. COS. XIII.
GENS. PERP. Meglio conservata è l'ultima: CARINVS NOBIL.
CAES. I PRINCIPI IVVENTVT. — Sono in rame.
(2) D'alto in basso ha otto centimetri; poco più di sette dove il
cuore è più largo.
-532-
segue e si ristrìnge, comincia in alto a sinistra e, lungo
Torlo sinistro, scende ravvolgendosi in cinque giri, e chiude
nel centro. Le righe si addossano fitte fitte, ma tra T una
e l'altra corre un solco che le divide. Di buona forma, ar-
caica, sono le lettere; ha sempre il punto nel mezzo il /A,
spesso gli angoli acuti il e, e tra parola e parola il punto
si vede quasi dapertutto, o ve ne sono due, e anche tre. Di
ogni cosa poi, e dei dubbi e di quello che suppongo, farò
minute avvertenze dopo che vi avrò messo sotto gli occhi
la iscrizione. Ed è questa :
CAUTHAS . TUTHIU • AVILS • LXXX • EZ •
CHIMTHM . CASTHIALTH • LACTH • HEVN •
AVIL . NENL . MAN : MURINASIE • FAL TATHI :
AISERAS . IN • ECS • MENE • MLATHCEMARNI •
TUTHl . TIU . CHIMTHM • CATHIALTHI .
ATH : MARISLME NITLA • AFRS • CI • ALATH •
CHIMTHM . AVILSCH • ECA . CEPEN . TUTHIU •
THUCH . ICHUTEVR . HE^NI • MULVENI • ETH .
TUCI . AM . ARS
Cauthas (v. i): il e non è. angoloso, ma somiglia al la-
tino; come più sotto, in mlathcemarni ed in eca. — Nel
numero LXXX (v. i), come è naturale, il cinquanta è rap-
presentato da un lamda coU'asticina che cala dal vertice. —
Murinas'ic (v. 3): logore e oscure le tre ultime lettere: m
— 533 —
con Tasta destra che scende più delle altre (come poi in
-me di marislmé). Si leggono con diflScoltà la finale ài fai,
e Tiniziale di tathi : dubbio è se li divida un punto. —
Tiu (v. 5): prolungato in basso V i. — Maris'lme (v. 6):
fra questa e la parola che segue c'è spazio vuoto; ma senza
punti. — Avilsch (v. 7): proprio avils e un eh : non già
il segno per cinquanta. — Mulveni (v. 8): mi par di ve-
dere -ni e non -m. — Tra eth e tuoi (v. 9) c'è una specie
di I che viene sotto la linea : pare un frego fatto per errore.
Più dà a fare il rovescio. Nel quale si cammina pur
sempre a spira ma il solco che ci guidi non e' è più ; le
lettere, più grandi, più brutte, più irregolari, si leggono
a fatica. Da questa parte la iscrizione, fatti tre giri, muta
il verso, e, nel bel mezzo della piastra, chiude con tre
righe, naturalmente da destra a sinistra, Tuna sopra Taltra.
Nella copia sono le ultime quattro parole.
MLACHTHAN • CALUSC . ECNIA • AVIL • MI-
MENICAC . MARCALURCAC . ETHTUTHIUNESL .
MAN . RIVACH . LESGEM . TNUCASl • SURISES •
TEIS • EVITIUKAS • MULSLE • MLACH . LACHE •
TINS • LURSTH . TEV
AUVITHUN
LURSTHSAL
EFRS . NAC
-634-
Comincio da destra, air orlo, quasi a metà : e il mlach-
than è inciso in lettere più piccole assai delle altre. Ma ho
colto nel segno? principia proprio di qui? ^
Poco chiaro è il s'urises (v. 3) : forse è s'uriseis e po-
trebbe parere anche s'urisvis. — Tra evitiuras e >nulsle
(v. 4) non si -può dire esattamente se vi sieno punti:
tutte le lettere sono accostate. — Prima di luche (v. 4) c'è
un segno: forse ilache. — Oscuro V r in lursthsal (v. 7).
So come abbondino le imposture tra coloro che amano
di fare o chiasso o quattrini-, ma per questa piastra, vi ri-
peterò solo che siamo in famiglia, e famiglia di galantuo-
mini.
Ogni parola che di lontano ci dicono i nostri vecchi va
raccolta, anche quando si legge e non s'intende; anche la
parola etrusca che non mi vergogno dire come mi sì rav-
volga di tenebre ogni di più. Non già che io chiudessi gli
occhi, o non facessi come gli altri; la tentai di certo con
meno acume, ma forse ancora con timidità più grande, e
non me ne pento. Se della iscrizione mi riuscirà cavare
buone immagini in fotografia ne farò dono ai pochi studiosi
che possono goderne ; intanto si contenteranno di meno. A
voi non ho bisogno di dir altro, né perchè mandi a voi
una mia lettera; un buon italiano, se v'avessi dimenticato,
m'avrebbe detto che facevo male. Vogliatemi bene e cre-
detemi
Pisa, 5 aprile 1882
Vostro amico aff.mo
E. Teza.
— 535 —
DELLA « POSIZIONE DEBOLE » NEL LA TINO
Il signor F. Garlanda ha di recente messo a nuovo e confortato
di baona dottrina una mia vecchia spiegazione Della posis^ione de-
bole nel latino \ ed io gli sono grato eh* egli si sia ricordato di me,
che già da tempo avevo dimenticato quello scritto (iSyS). Se non che,
tra le cose eh* egli afferma a mio riguardo, ve n'ha taluna che non
sembra del tutto vera ; e siccome l'esperienza m'insegna che chi tace
fa credere d'aver torto, questa volta parlerò.
Dice il sig. Garlanda che alle obbiezioni mossemi dai dott. Pezzi
io non risposi; e lo dice in modo che fa supporre io non abbia ri-
sposto, perchè non avevo che rispondere. Ora sta invece il fatto, che
il mio esemplare di quei fascicolo della Rivista reca in margine alle
obbiezioni del Pezzi parecchie mie osservazioni, che non pubblicai
supponendo ogni accorto lettore le avrebbe potuto pensare da sé. Né
le riprodurrò io qui, ora specialmente che il sig. Garlanda ne ha
fatto il debito apprezzamento. Ad una sola di quelle obbiezioni darò
qui la mia risposta ; all'obbiezione che i Latini non potessero affatto
sillabare : res-to, res-tringo e simili ; e la dò, perchè neanche il si-
gnor Garlanda la ribatte abbastanza. Per quanto io so, nulla ci di-
cono i grammatici latini su questo punto ; e però noi siamo ridotti
a cercare il modo della sillabazione latina nelle succedanee sillaba-
zioni neolatine. Ora è noto, per primo, a tutti quanti che i Francesi
sillabano : res-tety es-prit e simili, e che gli Spagnuoli scrivono : des-
nudOj des-pachOy ves-tir. Ed è pur noto che nel francese e nello spa-
gnuolo si ovvia all' s impura col preporle un e, così che spiritus di-
venta esprit y espirito ecc.; e che la stessa tendenza fonetica si rivela
anche nell' italiano, quando si dice : in ispirito^ in iscuola e simili.
Che cosa provano questi fatti ? Provano che una grossa parte della
— 536 —
Romania non riusciva a pronunciare il nesso st sp ecc., e però nel-
r interno delle parole V s alla vocale precedente, e in principio di
parola profferiva una lieve vocale, alla quale qui pure allora si ap-
poggiava quel 5 incomoda, che finì poi col cadere del lutto nel
campo francese {schola = escole = école). Che queste condizioni glot-
tiche sieno nel campo romanzo assai antiche è provato dagli esempi
riferiti dallo Schuchardt; e noi siamo indotti a credere che pur i
Romani dell* età classica sillabassero : res-taty res-tringo , così che
queir e, naturalmente breve, divenisse lunga per posizione.
Nota poi il sig. Garlanda (p. i3 dell'Estratto) che io dopo aver
data la vera ragione per cui V a di patris poteva essere o breve o
lungo secondo che si proferiva pa-tris o pàt-riSj m'impaccio poi colle
more e colle mezze more e finisco col darmi la zappa sui piedi
(grazie della gentilezza !). Ed è vero in fatti che io mi lasciai per un
momento arrestare dalla difficoltà di spiegare come mai V e di strepit
contasse per una sola breve, mentre nella teoria delle more in stri-
si avrebbero ben due tempi e mezzo ! Ma io, senza saperne dare una
buona spiegazione, notavo pure che e il nesso STR [in strepit] pe-
sava non più di mezza mora, ossia quanto una semplice consonante »
(p. 232). E più innanzi venivo a questa conclusione : * che la vocale
sia preceduta da un iato, o da una consonante semplice, o da un
nesso di consonanti, la sillaba non può venirne allungata che d*una
sola mezza mora ; ed è per questo, io credo, che i grammatici latini
trascurarono di calcolare nella sillaba questa quantità, la quale era
costante » (p. 284). Ora io posso bene ingannarmi; ma sono ancora
d'opinione che questa dichiarazione sia ancora meglio accettabile di
quella del sig. Garlanda, il quale afferma che < una consonante, 0
anche un gruppo consonantico, quando precede a una vocale nella
stessa sillabay si pronuncia così aderente, quasi direi così compene-
trata con la vocale, che il valore metrico di questa non ne viene al-
terato in modo sensibile » (p. 14 dell'Estratto).
Padova, maggio, 1882.
U. A. Canello.
- 537 -
"BIBLIOGRAFIA
Augusto Franchetti. Le Nuvole di Aristofane tradotte in versi ita-
liani con introduzione e note di Domenico Comparetti. Firenze,
Sansoni, 1882.
Llntroduzione del Comparetti è scritta con rigore scientifico e in-
sieme con facilità popolare. Si divide in due parti : nella prima si
parla della commedia antica in generale; nella seconda delle Nuvole
d'Aristofane in particolare. — La Commedia antica nasce nei festevoli
e liberi ritrovi della villa; gli Ateniesi la sollevano ad opera d'arte:
essa ritiene tuttavia le tracce della origine rusticana, specialmente
nel coro e nella parabasi. Anche il suo contenuto seguita a basarsi
sui satirico e sul ridicolo, e il suo ambiente è la società grossolana
e plebea. Ciò non toglie che i grandi poeti, come Aristofane, non
la rivolgano a scopi seri e d'alto interesse cittadino. Anzi tu ammiri
qui il sommo dell'arte: giungere al serio per la via del ridicolo e
del triviale. Questa era la Commedia antica; però essa,. a differenza
della tragedia, chiusa ne* suoi temi tradizionali, godeva di libertà
d^a^ione e di caratteri. Vi si mostravano in giuoco tutte le passioni:
le passioni, dico, volgari, non le nobili e delicate. Cosi Tamore non
entra mai nell'antica commedia : v'entra invece l'oscenità, e v'entra in
modo anche troppo indecente : però la donna o non figura in questa
commedia, o vi figura in modo trivialmente ridicolo. La stessa libertà
che c'è nell'invenzione e nell'organismo dell'azione, la si ha pure nel
coro; anch'esso si tiene generalmente nell'ambiente del ridicolo: ta-
lora peraltro, quando s' accosta ad un' idea per se stessa solenne e
poetica, osa togliersi per un momento la maschera comica e far sen-
— 538-
tire versi ammirabili di sublime poesia: di che si hanno bellis-
simi esempi nelle Nuvole, negli Uccelli e nelle Rane di Aristofane.
— Lingua e metro sono di purissima lega; la dizione é tutta spe-
ciale, e va distinta coll'appellativo di comica : l'ufficio del traduttore
è quindi spinosissimo, e spesso bisogna accontentarsi di approssima-
zioni, massimamente chi pensi che talora il linguaggio comico non
è che una fine parodia dei linguaggio tragico.
Nella seconda parte deirintroduzione, il Comparetti dà in breve il
tessuto della favola delle Nuvole, mostrando che si divide in due
parti, ciascuna di tre scene principali. Analizza quindi il contenuto.
Scopo precipuo d'Aristofane è di satireggiare la dialettica nuova dei
sofisti, presa nel suo peggior senso, come arte, cioè, di far parere
diritto ciò che è storto; giusto ciò che è ingiusto, abbattendo così
ogni principio di religione e di moralità. Luogo rilevantissimo della
commedia delle iVuvo/e è il dialogo tra i due parlari, il giusto e l'in-
giusto, dove viene anco satireggiata l'educazione contemporanea in
confronto dell'antica, mettendo in rilievo le tristi conseguenze di
quelle teoriche nuove. Oltre che la dialettica, i sofisti promovevano
in genere ogni studio, sia fisico sia speculativo. Al commediografo
conservatore tutte queste paiono vanità (e in parte non avea torto),
e però le mette in burla colla creazione delle Dee Nuvole. Le Nu-
vole, Socrate, Strepsiade, e Fidippide sono i quattro caratteri della
commedia, e Strepsiade, dopo che è stato a scuola nel Pensatoio
((ppovriar/ipiov) non vuol più saperne di pagare i suoi debiti, e si
beffa de' creditori. Indarno Pasia incollerito gli grida :
« Ah no ! pel sommo Zeus, per tutti i Numi,
"Non t'hai da pigliar giuoco impunemente
Di me! ».
Strepsiade ormai non crede più a Numi, e gli risponde :
< Mi svaghi proprio co* tuoi Numi,
Udir Zeus invocato in giuramento
Fa ridere oggi mai color che sanno ».
11 figlio Fidippide, che prima non ci voleva andare, per accontentare
il padre, alla fine si piega e va anch' egli al Pensatoio^ e vi impara
-539-
l'arte così bene, che si mette a picchiare il padre, e dice che vuol
battere anche la madre, e prova che ha ragione lui. In tal maniera
Aristofane colpisce e satireggia nella sua applicazione pratica, Tidea
che egli ha tolto a combattere. — Una cosa sola non può non pa-
rerci per lo meno assai strana, il vedere cioè Socrate posto qua come
tipo de' vani e cavillosi sofisti. Su questo punto le osservazioni del
Comparetti sono acute e belle. È un fatto, egli dice, che Socrate,
sia pur giustamente, combatteva le abitudini del popolo ateniese, e
i vecchi pregiudizi del pensiero comune, usando il metodo della di-
scussione e del fino raziocinio: come poteva non parere parados-
sale? Quanto non era facile allora mettere a fascio il suo con quel
raziocinare ardito e falso, proprio dei sofisti, e dal quale vedeva
Aristofane derivare tanti mali? L'attività e l'influenza d'un uomo
grande può essere giudicata ben diversamente dai contemporanei e
nel suo paese, che da uomini lontani che dopo ventiquattro secoli
contemplano il suo nome e veggono il suo vero posto nella storia della
umanità civile, E si noti che il Socrate delle Nuvole è bensì il So-
crate reale, ma è insieme il tipo di quel genere di filosofanti, contro
cui, con tutta ragiojie, Aristofane appuntava i suoi dardi satirici :
però alcuni tratti caratteristici del Socrate reale qui non si trovano,
e se ne trovano invece altri che non sono propri del Socrate della
storia. Vuoisi anche osservare che Aristofane non inveisce contro So-
crate, e non lo tratta alla maniera con cui tratta Euripide e Cleone.
Da ultimo è bene osservare che non fu solo Aristofane che abbia
preso di mira Socrate, ma altri comici lo attaccarono nei loro
drammi e più violentemente di lui. Epperò il Comparetti crede di
poter affermare che tra la commedia delle Nuvole e la morte di So-
crate , avvenuta ventisei anni dopo, non ci sia alcuno special rap-
porto di causa ed effetto, e osserva che in Platone vediamo che i
discepoli stessi ed amici di Socrate erano ben lungi da attribuire ad
Aristofane alcuna responsabilità di questo fatto. — II Comparetti
chiude la dissertazione mostrando come la commedia nello stato in
cui è a noi pervenuta, non potè essere rappresentata : in esso infatti
si rileva un rifacimento cominciato e non terminato, per cui vi si
notano lacune e contraddizioni. Non mancano memorie antiche che
ci dicono, che le Nuvole, in seguito all'insuccesso avuto nella prima
rappresentazione, furono dall'autore rivedute e corrette.
La versione del Franchetti, ha i due grandi meriti della fedeltà e
— 540 -
della evidenza. Leggendola tu vi senti il sale comico del testo, per
cui ci pare d'essere trasportato in Atene ai tempi d'Aristofane, e nel
tempo stesso non vi trovi stento nessuno né di lingua, né di metro.
Voglia il Franchetti continuare e condurre a termine la traduzione
d* Aristofane,e l'Italia gliene sarà grata.
Verona, marzo 1882.
Francesco Cipolla.
Uguale giudizio favorevole sulla versione del Franchetti dà nel
Giornale napoletano V egregio collaboratore di questa Rivista, il pro-
fessore Francesco D'Ovidio, chiamandola ottima e fedelissima, es-
sendo egli in complesso riuscito a tutto, salvo air impossibile, anzi
un po' anche a questo. Egli ha confrontata la traduzione parola per
parola col testo, con pochissima speranza di trovare tante imperfe-
zioni da smentire la diligenza del traduttore ed ha dato nel citato
giornale il piccolo numero delle osservazioni che aveva da fare.
L'ho confrontata anch'io coli' edizione di F. Kocic (Berlin, 1862) e
registro qui le mie osservazioni ed i miei dubbi tanto per dimo-
strare al Franchetti il vivo interesse che m'ha ispirato il suo la-
voro. Egli farà poi delle mie osservazioncelle quel conto che crede.
Quanto al verso 24 il Franchetti si è attenuto alla lezione del Ku-
ster, èEcKÓiTTi, ma pare assolutamente preferibile la lezione éScicómiv;
mi fosse stato cavato un occhio, cioè successo qualsiasi altra maggior
disgrazia. L' èScKÓirn si capisce a stento. Verso 28 , credo si tratti
d'una gara, apiari iroXemaTnpiip (vedi Senof., Hipparch, 3, 5), per cui
s' intende Tà iToX€)biiaTir)pia se. dTuiviaibiaTa , curule certamen. Incli-
nerei poi di leggere i\^<; per èXflt. v. Sy, Mxvei \ie tk; ò. ex tCùv axp.
è tradotto : « m'ha pinzato fra le coltri*, ma è più espressivo il greco :
«mi morde sì, da farmi balzar dal letto», v. 44, còpuiriutiv, àicòprtro^,
elKf) Kcijievo^, « vita volgare, senza lussi e senza pene » son parole
troppo gemili per Strepsiade, che si rimane contento adirittura nel
sudiciume. Al v. 47 vedi l'osservazione di D'Ovidio, v. 55 il Fr.
traduce : « Io colla scusa di mostrarle questo abito da lei fatto » .
Mi pare sbagliato. Strepsiade mostrava alla moglie l'abito sdrucito e
lacero, che porta anche ora (toò(), per rimproverarle la sua noncu-
— 541 -
ranza del marito e delle cose sue. v. 70, hìati<^ è un abito splendido in
genere, v. 71 , (pcXXéui^ probabilmente non è un nome proprio, ma dinota
in genere un pendio scosceso, sassoso e con poca vegetazione. Arpo-
CRAziONE : Tà irexpidÒT] xal alTfPora xwpia (pcXXéaq èxdXouv. Confr. Se-
nofonte, Cineg, 5, 18. Pel V. 140 vedi D'Ovidio, v. 180-82, flvoiT'à-
vOaa^ TÒ q>p. xal òetSov ibq Tdx> MOi tòv Z. è tradotto troppo liberamente
con : < Fammici entrare nel pensatoio. Sbrigati a presentarmi a
Socrate >. Lo Scoliasta dice: ttcnoir^Ke. tò irpoaToxOèv ó <piXó(TO(po^
xal àvéipSc Tà^ eOpaq. ó òè claeXOdiv xd Qeaaànevo^ aùToù^ (bxpoòq
xaOnfiévou^ T€6a0)yiax€v. Mediante V èKxOxX^^a, gli spettatori vede-
vano l'interno della casa, senza che gli scolari uscissero, v. 271, vedi
D' Ovidio e la versione latina : « in gratiam et honorem nym-
pharum ^. Riguardo al v. 272 veda poi il Franchetti, se non abbia
ragione il Kock colFosservare che è strano quel irpoxoatq senza pre-
posizione e che pare mancare un epiteto all'óòdruiv, p. e., tpotpi^ìuv
da sostituire al irpoxoat^, il che renderebbe certamente più espressivo
il verso. È strana pur la lezione del v. 282, xapiroù^ t* dpòo)biévav ecc.,
e non dà un senso soddisfacente. Il Kock propone di leggere per
xapTToOi; -xpf|vatq o xpouvotq. Il Bergk legge KapiroOq, cioè il nome del-
l'Ora Carpo. Così è pure poco soddisfacente la lezione del v. 336, elr
à€piaq^ òupd^ecc. Fra le conghietture de' più recenti interpreti
alcuna potrebbe per avventura rendere il verso più vigoroso, v. 376,
(b irdvTa toX^iZ»v : « sfacciato ^ è troppo debole, verso 407 : « Forza
è (confr. il b' àvdYKii<; del verso 377) ch'esca violento per la densità »
è tradotto : « e poi che violento le ha rotte (le nubi) , per l' avversa
densità », Vawersa è di troppo, v. 417, il yu^voutCuìv è certamente
falso, dacché non ha da astenersi dai ritrovi del ginnasio chi vuol
rendere robusto il suo corpo. Diogene Laerzio legge: dÒTi(paT((Ki il
Kock propone paXavcftuv. Anche nel verso 451 il lesinante dà da pen-
sare. Il Fr. s'è attenuto alla lezione vulgata: ^arioXoixòq, il Bentley
ha proposto luaTTuoXotxóq. In ogni caso < il lesinante > è poco adat-
tato come ultimo di quella serie di titoli dati all'avvocato, v. 486-
487. V era da avvertire il poco nesso, in cui i due versi si trovano col
resto della scena. Non sarebbe forse stato inopportuno Taccennare, che
in questa parte specialmente si rinvengono le traccie di una seconda re-
dazione, cfr. il Kock ai versi e il n. 44 della sua introduzione, v. 528.
La lezione ot^ f\bò xal X^eiv tradotta con : < che è già piacere V in-
dirizzarsi ad essi > dà un senso poco conveniente. L'errore in cui il
-542-
Fr. è incorso nella traduzione del v. 5 3o ha già avvertito il D'Ovidio.
Per i V. 595 e seg., e 624 e 767 conf. le osservazioni del D'Ovidio.
L'ultimo di questi versi è tradotto da G. Hermann : < Tu ipse primus
aliquid inveni idque mihi expone ^ . v. 66 1 , TèEd^apTC non mi par tra-
dotto con « svagati a tuo piacere ^ . Str. vuol dire, che il figlio poi potrà
scialacquare a suo piacimento, dacché frodi ed inganni gli procure-
ranno i mezzi per farlo. Per il v. 923 e seg. avrei desiderato qualche
nota ; così come si leggono comunemente danno luogo a grandi dubbi
e rimangono oscuri non meno dei v. 912-913. 11 v. 935 è tradotto,
forse in causa della rima : « che a grave cimento gli amici porrà ^. Il
concetto del f{q (ao<pia() irépi to!^ è^ot^ qpiXoiq èarlv dTdiv ^éTi(7T0<; esprime
meglio la versione latina del l'ed. Didot: «de qua meis amicis maximum
est certamen ». A tal condiscendenza alla rima attribuisco anche il
irpò^ Toi!ÌTOK del v. 1022, tradotto con: « per tal cagione ». Vorrei
dire anche contro r« echeggiavano » del v. 968, con cui rende Tèv-
T€iva)bi^ou^ « ed intuonavan l'armonie ». Nel v. 920 il Fr. non rende
i' àpvàUiv < servirsi prima ». II iaxX(2[€iv presso gli Attici vuol dire
mangiar tordi, ed in genere cose ghiotte, cioè quasi lo stesso cheò^io-
qxiT^v, nella posteriore grecità vale anche « ridere sottecchi > ; tratte-
rebbesi di ragazzi che discorrendo tra loro scherzano, ridono e sghignaz-
zano, il « darsi ad oscena risata > è certamente troppo forte. Al v. 100 1
osservo che il Kock cita solo due figli d'Ippocraie, Telesippo e De-
mofonte, mentre lo Scoliaste aggiunge Pericle; i passi de' comici che ad
essi si riferiscono e son citati dal Kock, hanno il plurale, non il duale.
V. 1040, il TOtaiv vófioK tv Tot^ òCkcu^ TàvavxC dvTiXéHai €Ìo pel primo
mi son accinto a contraddire le leggi ne' processi > non è certamente
ben tradotto con « primo a contraddir mi feci le leggi e la giu-
stizia », segue un xal, e non « ma ». Nel v. 1126 non è tradotto l'O-
ao|Liev. V. «242, pare che il Fr. legga i\ jièv ai) irdvTUiv, lezione che
non trovo registrata ; la comune è toùtuìv, il Kock seguendo il co-
dice di Ravenna legge ToOrip, e lo riferisce air antecedente ZcO^,
contro il quale ha egli massimamente peccato. La traduzione del
V. 1253 è sbagliata, come ha osservalo il D'Ovidio. Quanto ai versi
1 363-1 368 credo che sia da accettare la trasposizione del Kock, i363,
i367, i368, i366. 11 1418 é certamente guasto, e poco hanno giovalo
le emendazioni fin qui proposte, per il senso però è quello che ne
dà il Fr. Nel v. 1435 guardi il Fr. se il suo « e busse io prendo »
possa slare. 1 versi 1488-89 si potrebbero per avventura tradurre più
- 543-
fedel mente. Per il v. i5o6 confr. il D'Ovidio, che fece pure osservare
altre minori cose, che il lettore vorrà vedere nel citato giornale, in cui
il nostro egregio collaboratore esprime ancora il desiderio, al quale
mi associo, che cioè il Comparetti fosse stato meno parco colle sue op-
portune note, dacché parecchi passi potrebbero pur abbisognarne per
il lettore, che vuol gustare l'Aristofane reso italiano dal Franchetti,
senza ricorrere al testo ed ai suoi commentatori. Ne' più recenti di
questi il traduttore, confrontandoli fra loro, potrà per avventura rin-
venire proposte di lezioni ed emendamenti, di cui giovarsi in una se-
conda edizione e nella continuazione della sua nobile fatica.
Torino, maggio, iS^a,
Giuseppe MUller.
D. Comparetti, On two inscriptions front Olympia, Reprinted from
the Journal of Hellenic studies. London, i88x.
Già altra volta la Rivista ha reso conto delle dotte fatiche che il
Comparetti dedica all'illustrazione delle iscrizioni greche, dovute agli
scavi di Olimpia. Ora non può che brevemente accennare al lavorò
inserito in uno dei volumi di « Studi ellenici » che si pubblicano in
Inghilterra ed in cui intraprende in contradittorio col Kirchhoff e
col Purgold, che se ne sono occupati nella « Gazzetta archeologica di
Berlino », l'illustrazione nelle due epigrafi n** 382 e 383. Il Kirchhoff
trascrivendole aveva addirittura dichiarato di non poter interpretare il
loro contenuto. Il Comparetti, sebbene dovesse soltanto lavorare con
un facsimile, è riuscito, a parer mio, ad una lezione di molto migliore
del Kirchhoff, emendando con molto acume e con vasta dottrina i
. non pochi errori dei due bronzi che portano le iscrizioni, ed a giun-
gere ad una intelligenza generale dei due frammenti, di cui il primo,
secondo lui, è il frammento d'una legge, concernente* i OeoxòXoi (ca-
rica intorno ai diritti e doveri, dei quali sì sperano ulteriori notizie
dalle iscrizioni d'Olimpia, ancora inedite). Sembra che essi, oltre al-
Tuffìcio sacro, avessero anche parte nell'amministrazione del terri-
torio appartenente al tempio, e fossero persino possessori di porzione
. — 544 -
di esso, e che il frammento contemplasse il caso in cui potessero ad
altro cedere parte del loro diritto. Il frammento della seconda iscri-
zione sembra quello d'una legge intesa a guarentire al Dio il rispetto
dovutogli. L'importanza particolare dello scritto del Comparetti con-
siste poi nelle sue considerazioni sui singoli vocaboli dei due fram-
menti, considerazioni che accrescono notabilmente le nostre notizie
sul dialetto dell'Elide, ancora sì poco conosciuto.
Torino, maggio, 1R82.
G. MUller.
M. PoRcii Catonis, De agri cultura liber — M. Terenti Varronis,
Rerum rusticarum libri tres ex recensione Henrici Keiui, vo.l. I,
fase. I, Lipsiae, MDCCCLXXXII.
Nella mancanza assoluta di un'edizione critica degli Scriptores rei
rusticae, non è a dire se la presente, annunziata già da qualche
anno (1), fosse attesa vivamente da chi si occupa di tali studi.
Il primo fascicolo, di cui ora discorro, è unicamente dedicato al-
l'opera di M. Porcio Catone, per la quale il Keil si è attenuto quasi
per intiero all'edizione di Pier Vettori (Lugduni, 1541), e agli Ex-
cerpta che Angelo Poliziano avea fatto dal codice Marciano, collazio-
nandolo coiredizione principe (2).
Ciò mi risulta dalF esame del testo ; che il presente fascicolo non
porta prefazione.
Già fin dal 1849, nelle Observationes criticae in Catonis et Varronis
de re rustica libros (p. 66-67) ^^ K. avea detto che per vero titolo del
libro Catoniano era da ritenersi De agricultura anziché De re ru-
(1) Cfr. Teobnbr's, Mìttheilungen, ÌSIS, Nr. 2, S. 25.
(2) Cfr. A. M. Bandini, Ragionamento istorico sopra le collazioni
delle fiorentine Pandette fatte da Angelo Poliziano, Livorno, 1762,
p. 67.
— 545 —
stica ; ed oggi, col fatto, mostra di essere della medesima opinione.
Ma non par mi che la cosa sia così definitivamente decisa come l'as-
serzione del K. potrebbe far credere.
Ecco le testimonianze che riguardano la quistione:
Varrone (r. r.y I, 2, 28, ed. Gessner) dice: « An non in magni
illius Catonis libro, qui De agricultura est editus, scripta sunt per-
multa similia? ^.
Ed Aulo Gellio (N. A,^ III, 14, 17, ed. Hertz): « M. Cato in
libro quem De agricultura conscripsit > (i).
Peraltro lo stesso Gellio pC, 26, 8) dice: < Cato in libro De re
rustica ^ e Catone presso Cicerone (De senect,,XVy 54, ed. Meissner):
« Quid de utilitate loquar stercorandi? Dixi in eo libro quem' De
rebus rusticis scripsi » .
Di fronte a tali testimonianze, sebbene si possa restare a prima
giunta indecisi sul vero titolo del libro, cionondimeno mi pare che,
con tutto il rispetto dovuto all'autorità dell'eruditissimo Varrone
(giacché bisogna escludere Gellio, come colui che non decide né per
l'uno né per l'altro dei due titoli), si potrebbe con maggiore proba-
bilità ritenere per vero il titolo De re rustica ; cui mi sembra poter
anche ricavare dalle parole precitate di Cicerone, il quale non avrebbe
osato mettere in bocca a Catone stesso un titolo di una di lui opera,
se, per la conoscenza ottima ch'ei mostra spesso di avere degli scritti
catoniani, non fosse stato certo che quello era il vero.
Ne contro questo varrebbe il dire che Cicerone usando De rebus
rusticis e non De re rustica dia prova con ciò stesso di non riferirci
il vero titolo, come parrebbe credere il K. (Op. cit,, p. 67); giacché
devesi ritenere che a Cicerone erano grati codesti plurali, come egli
medesimo ne attesta dicendo ad Attico (XVI, ep. XI) di preferire a
De officio il titolo De officiis, che per lui é « inscriptio plenior ^.
(1) Il passo di Plinio (XIV, 4, 44, ed. Dbtlbfsen) : « Catonum ille
primas triumpho et censura super cetera insignis praeceptisque
omnium rerum..... inter prima vero agrum colendi, ille (al. illius) aevi
confessione optimus ac sine aemalo agricola... », e quell'altro di Colu-
mella (r. r., I, 1, ed. Oessnbr): a M. Catonem Censorium illum me-
moremos qui eam (agricolationem) latine loqui primus institnit » che
altri citano a sostegno del titolo De agricultura^ sembrano doversi tra-
scurare affatto, come quelli che non riguardano il titolo dell'opera Ca-
toniana.
Kivista di filologia ecc., X. 36
- 546 —
In quanto ai codici, non mi varrò della considerazione che i3 (i)
di essi portano il titolo De re rustica e soli 6 De agricultura, perchè
accade talvolta che i più numerosi non sieno i migliori e i più auto-
revoli ; ma mi basterà notare che il codice Marciano, il più antico ed
autorevole, portava il titolo De re rustica^ secondo mi parrebbe do-
versi ricavare dalle parole seguenti di Pier Vettori, che del mede-
simo si valse per la sua edizione : « Vetustissimum volumen est in
divi Marci Bibliotheca, in quo M. Catonis unus liber est, quem De
re rustica scripsit : ac tres M. Terentii Varronis rerum item rusti»
carum, Is unus liber, ut verum fatear, et ut veris laudibus omem,
maiores mihi utilitates praebuit, quam universi alii: superai enim
reliquos, quos habui, longo intervallo, et vetu^tate et fidelità te » (2).
Ma alcuno potrebbe chiedere : se vi sono maggiori probabilità per
credere che il titolo dell'opera Catoniana fosse De re rustica piut-
tostochè De agriculturay come si spiega Fuso di quest'ultimo ?
A ciò si potrebbe dare con verosomiglianza una spiegazione, sup-
ponendo che ogniqualvolta fu mantenuta la denominazione De agri-
cultura^ siasi badato più al contenuto che al titolo vero : cosa non
infrequente presso gli antichi, allorché il contenuto si connetteva al-
Targomento da essi trattato.
Premesso questo pel titolo vengo subito all'edizione, che del resto
è per molti risguardi commendevole.
Anche qui il K. mantiene, forse senza sufficiente ragione, l' indice
dei letnmata, che si legge in molte precedenti edizioni.
Io sarei invece d'avviso, e in ciò mi conferma un esame non indi-
ligente dell' opera, che sebbene si possa ammettere la divisione per
paragrafi (dico divisione e non numerazione), codesti lemmatay o co-
munque si vogliano chiamare, che il K. ne riproduce, sieno piut-
tosto le parole stesse con cui Catone cominciava a trattare di una
data materia, variamente modificate e redatte a guisa di indice dai
(1) A completare le DOtizie forniteci dal K. {Op. cit.^ p. 5-12] intorno
ai codici, noterò che il Ricardiano, cart. n. XXVII ora 153, non consul-
tato dal K., è autografo di Bartolomeo Ponzio e porta la data del 26 set-
tembre 1476. Contiene una raccolta di excerpta dal De re rttstica di
Catone, come pure da Varrone e parecchi altri scrittori latini e gi*eci.
(2) Cfr. Eaplicatio suarum in Catonem, Varronem^ Columellam ca»
stigationum^ Lugduni, 1542, prefazione.
— 547-
-grammatici per comodità dei lettori. E prova ne è pure il discor-
dare stesso dei codici su questo punto e il trovarsi non di rado le
stesse cose ridette con pressoché identiche parole nell'indice, in prin-
cipio e dentro ai paragrafi del testo.
Né difficile mi sembra a rintracciarsi la ragione di questo fatto.
Dapprima si sarà condensato in breve, per cosi dire, e possibilmente
con parole Catoniane, il contenuto di ogni paragrafo e fatto quindi
un indice a comodità dei lettori ; poscia per facilitare anche più, le
parole dell'indice si saranno ripetute dentro al libro, o nel margine
o in capo ad ogni paragrafo, distinte dal testo con colore diverso;
ma col procedere del tempo, sia per ignoranza, sia per negligenza,
trascurata tale distinzione, quello che era opera di grammatici, ebbe
l'onore di far parte del testo.
Inoltre io non intendo perché il K. non faccia corrispondere la
numerazione dell'indice a quella dei paragrafi del testo. Con ciò si
genera confusione non poca (i), e l'indice ch'egli premette diventa
<iuasi inservibile. Mi si potrà dire, é vero, che l*indice serve anco a
far conoscere per sommi capi il contenuto dell' opera ; ma allora
perché la numerazione?
In quanto al testo farò alcune brevi osservazioni.
Farmi che i pochi unuSy tres^ quinque ecc. si potrebbero ridurre
a I, III, V, giacché é cosa incoerente scrivere (X, i): < ...operarios
quinque, bubulcos III, asinarium I, subulcum I... ».
Al II, I, dove si dice: < Ubi cognovit, quo modo fundus cultus
siet, operaque quae facta infectaque sient >, antica congettura che il
£. accetta, leggerei operaque facta, infecta quae sient.
Nel XVI, I : « Calcem partiario coquendam qui dant, ita datur ^
con qualche codice e colle antiche edizioni scriverei dant e non
datur ; cfr. il proem. 2 : « Virum bonum quem laudabant , ita lau-
dabant amplissime laudari existimabatur qui ita laudabatur ».
Nel XXI, 2, anziché lamnis metterei lamminis che è pur di qualche
codice e che il K. accetta per tre volte di seguito nel medesimo pa-
ragrafo.
Nel LXXXXV, 2, invece di sub dio caelo leggerei semplicemente
sub dio come si legge al CVIII, 2 e CXII, 2.
(1) Per 68. il lemma XLII (indice, p. 5): k Quae mala in segete sint »
corrisponde al paragrafo XXXVII.
— 548 —
Nel CLVII, i5, invece di « Si polypus in naso intro erit ^ leggerei
introierity giacché altrimenti avrebbe dovuto dirsi intus. In quanto-
alla costruzione del verbo introire coll'abl. cfr. Holtze, Syntaxis
priscorum scriptorum latinor,^ voi. I, p. 85, e Draeger, Historische
Syntax der latein, SprachCy voi. I, p. 652.
Inoltre parecchi sii e sint che il K. accoglie nella sua edizione di
fronte a 72 tra siet e sient^ parmi che si dovrebbero, senz'essere
troppo audaci , ridurre alla loro forma arcaica. Per es. nel V, 2 :
« Vilicus ne sii ambulator, sobrius siet > non si potrebbe mutare il
ne sii in ne siet^ non foss'altro, per analogia del CXLIII, i : « (Vi-
lica)... neve ambulatrix siet... » ?
ììposueris del XXXVII, 3, si potrebbe ridurre sl posiveris; cfr. pò-
siverunt (proem. i), posiveris (UH, i), imposivi (framm. dell'orazione
De sumto suo, presso Jordan, M . Caionis praeter librum de r. r. quae
extantj p. 37, 8).
Al XLVI, X e XLVIII, 1, anziché hipalio vertitOy leggerei bipalio-
vortiio come si trova al VI, 3 e GLI, 2.
Cosi pure in analogia a vorsum, vorsato, quoque vorsum^ susum
vorsum, avrebbe dovuto ridurre a forma arcaica : versus^ adversuSy
adversunty quoque versum, transversum ecc.
Le forme poi acervuSy alvuSy ervurn^ novus^ ovum^ servuSy vulnus si
sarebbero potute scrivere: acervoSy alvos,.. volnus\ cfr. convolvolus^*^
del LXXXXV.
Nel CXXIV, accanto ad obmoveris» obmovetOy obmovenda stuonano
le forme assimilate ommovetOy ommovenda ; lo stesso dicasi di alli-
gato ^ corrupta etc, accanto alle forme più accettabili: conligato^
conlibrato ^ conlatiSy adponito j adpetet, subripiatur {subrupiatur})^ in-
rigivus ed altre.
Ma di ciò basti per ora : che io non intendo di far qui un*edizione
del De re rustica di Catone, né togliere a quella del Keil il valore
che ha meritamente.
Savona, 25 maggio 1882.
Giacomo Cortese.
— 549 —
Le QueroluSy comédie latine anonime. Texte en vers restitué d*après
un principe nouveau et traduit pour la première fois en franf ais, ecc.
par L. Havet, Paris, 1880 (Bibliothèque de TÉcole des Hautes
Études, 41* fascic).
È noto come dell'età imperiale sia a noi pervenuta una sola com-
asedia latina, cosi che ben a ragione può dirsi che, tolti pochi fram-
menti, quanto ci rimane del teatro comico latino appartiene a Plauto,
a Terenzio ed all'autore del Querolus, Ora intorno a questa com-
media molte questioni si sono agitate, le quali non sono ancora to-
talmente risolte. Si tratta in fatti di sapere chi ne sia l'autore ed in
qual tempo sia vissuto; se l'abbia destinata ai teatro; se la sua pri-
mitiva redazione sia quale è a noi pervenuta, vale a dire in prosa.
Intorno all'autore ben si può dire che la questione è risolta nega-
tivamente. Sebbene il Querolus sia una commedia designata nei ma-
noscritti colle due parole Plauti Aulularia^ non ostante basta leggere
poche righe del Prologo per convincerci che Plauto vi è affatto
estraneo.
« Àululariam hodie sumus acturi, non veterem at rudem,
Investigatam atque inventam Plauti per vestigia.
Sed Querolus an Aulularia haec dicatur fabula,
(. ^ _) vestrum hinc judicium, vcstra erit sententia » (i).
D'altra parte il vedere citali Cicerone ed Apicio ed il trovarvi allu-
sioni a passi di Virgilio, di Seneca, di Marziale e di Giovenale in-
(1) Nelle citazioni mi servirò del testo quale è stato restituito dal-
l'Havet stesso: per tal guisa il lettore potrà farsi un'idea più chiara
del suo metodo. I segni meticci indicano, come si vedrà pure appresso^
che alla redazione in prosa manca, per soppressione di vocaboli, certo
numero di sillabe e talora di piedi per ricostituire il verso primitivo. Ciò^
8* intende, secondo V opinione dell' H., opinione che ci pare assai discu-
tibile.
- 550 -
sieme con parecchi altri indizi abbastanza chiari, provano che 11 testo
appartiene ali* epoca del basso impero. L* Havet sostiene a ragione
che l'autore doveva vivere in Gallia e propriamente nella metà me-
ridionale di essa e che s'indirizzava ad un pubblico gallo (p. 4), ma ci
avverte che e jusqu' ici nous n' avons absolument aucune lumière sur
le nom de Tauteur. 11 est peut-étre sage de ne pas prétendre à percer
ce mystère » (p. 7). Resta quindi incerto il nome, ma non incerta la
patria, sebbene il Biicheler abbia trovato nel Querolus un' origine
africana per certi versi analoghi che offrono alcune iscrizioni barbare
dell'Africa (1), opinione questa che fu del pari sostenuta da Gaston
Paris (2), ma senza ragione di sorta.
Riguardo all'autore rimane a sapere a quale epoca possa apparte-
nere. Per tal rispetto TH. nota assai ragionevolmente come un'allu-
sione, che si trova nella commedia, ai briganti delle rive della Loira,
vale a dire ai Bagaudi, accordata colla dedica che V autore fa della
sua commedia ad un Rutilio da lui detto venerando e vir inlustris(ò]
(il quale non può essere altri che Rutilio Namaziano) ci conduca al-
l'epoca dell'impero di Arcadio ed Onorio. L'H. anzi crede che si
possa assegnare alla commedia una data nei venti o trenta primi anni
del quinto secolo (pp. 5 e 6).
Dall'autore passiamo alla commedia stessa e vediamo che si debba
dire della questione che abbiamo posta, sé cioè il Querolus sia stato
destinato al teatro.
« Nos hunc fabellis atque mensis librum scripsimus >,
dice l'autore nella Dedica (v. 17, p. x85), e perciò ben dice l'H. che < Le
Querolus est ce qu'on appellerait de nos jours unecomédie de salon >,
giacché « la salle à raanger des anciens était Téquivalent de notre
salon » (4). Era dunque un pubblico assai differente dell'ordinario
quello a cui s'indirizzava l'autore, erano gli amici di casa Rutilio gli
unici spettatori, e quindi al gusto, alla coltura del padrone di casa
e de' suoi convitati doveva accordarsi interamente la commedia. In-
(1) Rheinisches Museum, 1872, p. 474.
(2) Revue Critique, p. 376, nota 2.
(3) Dedica, v. 18.
(4) Pag. 11, testo e nota 2'.
- 551 -
gegnosamente TH. nota che quest'origine artificiale si riconosce su-
bito all'incoerenza dei dati (p. cit.), essendoci da una parte un in-
trigo assai bizzarro, che 1* autore deve certamente aver tolto da un
originale greco, come colui
« Qui Graecorum disciplinas ore narrat barbaro > (i),
e dall'altra un lungo diverbio fìlosofìco tra il Lare domestico e Que-
rolo, cosa questa che ci spiega perchè Fautore nella dedica a Rutilio
abbia detto :
« Sermone ilio philosophtco ex tuo materiam sumpsimus > (2).
Non convengo tuttavia con V H. riguardo al giudizio che dà del
valore della commedia. Certo egli non giunge all'esagerazione del
Magnin, a dire cioè che € C'est a la fois une comédie de caractère,
de moeurs et d'intrigue, étincelante d'esprit, de verve et de poesie » (3);
ma sebbene egli vi riconosca non pochi difetti, non dubita però di
asserire che il poeta anonimo del Querolus sostiene la vicinanza di
Plauto « sans en étre trop accablé » , aggiungendo che < Piante a un
genie plus puissant, mais notre auteur a peut-étre un talent plus
égal > (p. 20). Credo pertanto che sarebbe più prudente accostarsi
all'opinione di Gaston Paris che giudica il Querolus^ malgrado l'in-
trigo ben concepito, una cosa mediocre (loc. cit.).
Veniamo ora alla questione molto seria e che riguarda la natura
del testo. U H. dedica a tale questione il 3o capitolo della sua In-
troduzione prendendo ad esame le opinioni diverse dei fìlologi e pro-
ponendo una nuova soluzione egli stesso, soluzione che in massima
sembrami ragionevolissima. Delle tre supposizioni che si possono
fare intomo alla natura del testo, se cioè originariamente fosse scritto
in versi, o in prosa o parte in versi e parte in prosa, egli accoglie
la prima, come quella che è resa più verosimile dall'andamento stesso
della prosa in cui ci è pervenuta la commedia, non che dalle parole
stesse dell'autore che così conchiude ii prologo :
(1) Prologo, V. 2, p. 186.
(2) V. 12, p. 184.
(3) Revue des Deux^mondes^ 1935, t. 11^ p. 673.
— 552 —
« Prodire autem in agendum non elodo auderemus cum pede,
Nisi magnos praeclarosque hac in parte sequeremur duces > (ij.
Certo sarebbe una vera stravaganza il credere che con l'espressione
elodo cum pede si designasse lo scrivere prosaico ovvero un fluttuare
tra verso e prosa. D' altra parte quei magni praeclarique duces che
l'autore dice di seguire non poterono certo scrivere altrimenti che in
versi, non essendo in uso presso l'antichità classica la commedia in
prosa. È questa un'osservazione che mi pare debba avere un certo
peso nella questione e che dà ragione all'ipotesi dell'H., sebbene non
mi sembri che egli ne abbia tenuto conto.
Stabilito con TH. che il Querolus nella sua forma primitiva do-
veva essere versificato, rimane a vedere che cosa sia quel pes clodus
e quante specie di versi si possano ravvisare nel testo. Convengo con
TH. in quanto riferisce il pes clodus al t^vo^ dviaov, considerandolo
come un piede ircpiaaó^ o irdpiao^i ma non mi limiterei, come egli
fa, al solo révo^ òmXdcnov, ma comprenderei del pari l'yiiiuóXtov; e
quindi, oltre al giambo ed ai trocheo, accoglierei anche i piedi di ge-
nere peonico, come a dire il eretico ed il bacchio che hanno tanta
parte nella metrica di Plauto. Così la parola pes indicherebbe il ge-
nere e non una particolare specie, come del resto ammette evidente-
mente r H. stesso, dicendo che « V oppose de pes clodus (iambe ou
trochèe) est iroO? fipTto^ (dactyle, anapeste, spondée) » (p. 54, n. 4). E
però non posso assolutamente indurmi a credere che nel Querolus non
ci sieno che due sorta di versi, il tetrametro trocaico catalettico ed il
tetrametro giambico acataletto in un numero press'a poco uguale (2).
E non è certo una ragione sufficiente per provare tale asserto il dire
che la pronunzia dei tempi dell'autore era essenzialmente mutala da
quella dei tempi di Plauto e di Terenzio e quindi era imperiosa-
mente richiesta una serie ritmica uniforme (nel nostro caso, di mi-
sure quadruple a 6/8), un carattere musicale identico da un capo al-
l'altro della commedia. Tanto più che il pubblico non era, come
ammette lo stesso H., l'ordinario pubblico de' teatri, ma € un public
(1) Pag. 188.
(2) Pag. 51 — Vedi anche la nota- 2 alla stessa pagina.
- 553 —
peu nombreux, forine de personnes choisies et toutes éminemment
cultivéeSy très-capable de goùter les mérites de ìb, forme » (p. ix], e
che poteva quindi gustare la varietà dei metri nel Querolus come in
qualunque altro genere di poetici componimenti.
Ad ogni modo, posto pure che il pes clodus sì riferisse al giambo ed
al trocheo soltanto, e che perciò l'autore del Querolus si accostasse
piuttosto a Terenzio, che dà pochissima parte ad altri piedi (i), per
le ragioni dette non sembra assai verosimile che nel Querolus non
si desse luogo ad altre specie di metri giambici e trocaici che quelli
dall'H. supposti.
Perciò dalle premesse fatte daH'H. e poste come fondamento della
questione, che egli tenta di risolvere, dovrà necessariamente seguire
un metodo poco sicuro nella ricostituzione del testo nella sua pri-
mitiva forma poetica. Di fatto il suo testo non risultando di altri
versi che di que' due, che ho sopra menzionato, non ci può guari
soddisfare per le notevoli lacune che è costretto a riconoscervi; ed
io non credo verosimile che colui che voise la commedia in prosa
sia giunto persino al punto da tralasciare intere, sebbene brevi, par-
late. Ammettere una cosa simile s'intende facilmente quando si vuol
far servire un testo ai propri preconcetti. Diamo qualche esempio.
All'atto li, scena 111, pezzo 45, parlano il Sicofanta e Mandroge-
ronte. Quegli d'accordo con questo per ingannare Querolo lo sup-
plica di rivelargli l'avvenire et ea tantum modo quae sunt bona (v. 2}.
Mandrogeronte esponendo le cose a capite (v. 3) gli dice che egli è di
nobile schiatta, che ab initio era un uomo nequam^ che ora è mise-
rabile, che è minacciato da pericoli di varia specie, e fìnaimente ci
troviamo a questo punto :
Mand. Datum tibi est
De proprio nihil habere. Stcof. Intellego.
Mand. Sed de alieno plurimum.
(vv. 7, 8).
A queste ultime parole viene naturalissima la risposta del Sicofanta:
(1) NeWAndria sono bacchiaci i vv. 481-484 (ediz. Flbc&bisbn] e 637,
638; il V. 625 ò dattilico, e 626-634 eretici; negli Adelphi sono coriambici
i versi 612 e 613: tutti gli altri versi sono trocaici 0 giambici.
— 554 —
e latn istud nobis sufficit >;
(V. 9)
ma TH., il quale non trovava modo di fare i suoi giambici secondo
il suo sistema, ecco come ristabilisce il dialogo :
Mand. Datum tibi est
8 De proprio nihil habere. Stcof. Intellego.
Mand. Sed de alieno plurimum.
9 Stcof. | v || - ^ - w. Mand. - w - w.
Stcof. | lam istud nobis sufficit.
In verità non credo che una cosa simile si possa prendere troppo sul
serio. Altrove (è il Lare che parla a Querolo) così il testo è rista-
bilito [p. 204, atto I, scena II, pezzo 8).
« Quanto mallem, laberetu^ ut sermo, et staret fìdes !
Tune credis absolutum, Querole, verbis esse te ?
Pejerat [^ - ^ - v/ - J s»«P« <!"* ^ac«t»
Tantum enim tacere verum est, quantum et falsum dicere >,
dove non si sa capire come ci possa stare una lacuna, mentre l'ul-
timo verso citato, che deve spiegare il contenuto del precedente, non
ci lascia supporre una qualche ommissione in quel Peierat saepe qui
tacete espressione proverbiale, significativa e chiarissima per se stessa.
Di questo passo potrei moltiplicare gli esempi: ma bastino i due
recati per dare un'idea del, secondo me, erroneo procedere dell'H.
Qui per altro voglio aggiungere un'osservazione, ed è che non sempre
mi pare che, anche col presupposto dell' H., vale a dire che non si
debbano ammettere più di due specie di versi, si debbano ritrovare
parecchie delle non poche lacune da lui ammesse, e che quindi, pure
seguendo il prestabilito concetto, si sarebbero potute ridurre ad un
numero minore. Per cs., l' H. avrebbe potuto ridurre a quattro i
versi 18-22 del pezzo 7 della scena II dell'alto I (pp. 199, 200), che
tali sono a me riusciti coli' aggiungere un semplice monosillabo sic
e col cangiare posthac in post, aggiunta e cambiamento che egli può
concedere, avendone dato non pochi esempi nella sua edizione.
- 5c5 —
Ad ogni modo resta airH. un merito indiscutibile e grande, quello
cioè di aver indicato una nuova via per risolvere Tardua questione : e
quantunque un malaugurato preconcettò gli abbia impedito di giungere
egli stesso ad una totale soluzione, è certo tuttavia che difficilmente
potrebbe altri mettersi alla difficilissima impresa con maggior copia
di erudizione, con maggiore conoscenza della lingua e della metrica
latina, per non parlare della diligenza usata nel riscontrare le va-
rianti di parecchi manoscritti e nel confrontare egli stesso il codice
Parigino che sembra essere del principio del secolo XII. Se non che
pur troppo l'aver relegato le varianti in appendice al libro (pp. 327-
363), anziché al piede di ciascuna pagina del testo, ne rende assai
malagevole Tuso, obbligando il lettore a cercare per ogni verso le
varianti in quattro distinti luoghi.
Torino, 1" febbraio 1882.
Ettore Stampini.
Tre letture sul grado di credibilità della Storia di Roma nei primi
secoli della città di Luigi Schiaparelli. Torino, E. Loescher, 1881
(Estratto dal voi. XVI degli € Atti della R. Accademia delle
Scienze di Torino »).
^ialgrado le diligenti ricerche sinora fatte da strenuissimi cultori
delle scienze storiche, archeologiche e linguistiche, è cosa inconte-
stabile, come l'egregio autore osserva, che quel rimoto periodo di
storia italica indicato nel titolo del suo lavoro « rimane tuttora in
buona parte un vero problema storico ed etnografico in molti parti-
colari > (p. 2), sì che può lasciar largo campo a ricerche ulteriori, a
studi pazienti, a nuove rivelazioni. D'altra parte, allorquando intorno
ad un* ardua ed intricata questione, come è quella della storia dei
primi secoli di Roma, si sono scritte tante cose in tempi diversi
e con opinioni tanto varie, è sempre assai utile che taluno si
ponga all'impresa di riassumere brevemente e chiaramente quanto da
altri s'è già fatto, affinchè più distinto e spiccato risulti lo stato
— 556 -
della questione e si possa vie meglio misurare il campo che ancora
si deve percorrere.
Per questo secondo rispetto io credo sia specialmente degna di
considerazione la dissertazione del professore Schiaparelli, senza per
altro negare che qualche osservazione nuova, qualche nuovo punto di
veduta non scabbia a trovare, come non di rado ne' suoi eruditi scritti.
Una succinta analisi della dissertazione proverà il nostro asserto.
Anzi tutto TA., dopo aver notato la tendenza di molti scrittori
delle diverse contrade d'Europa ad occuparsi della storia primitiva di
Roma con diversi risultamenti, passa ad esaminare i caratteri delle due
scuole storiche dei tempi moderni, la tradizionale e la critica, osser-
vando che < se i partigiani della credibilità assoluta mostrano talora
grave difetto di storico acume, non è men vero che i più illustri dei
moderni critici della storia romana eccedettero bene spesso tanto
nella parte negativa quanto nella positiva ; sostituendo talora le pro-
prie congetture e l'interna loro convinzione ai monumenti che man-
cano, e interpretando nello interesse ed appoggio del proprio si-
stema quelli che ci rimasero > (p. 3). Da queste parole si può facil-
mente dedurre il sistema che tiene TA. nella sua disamina, sistema
che chiamerei quasi di conciliazione, per cui, senza negare una certa
importanza alla tradizione nelle sue parti meno inverosimili e spe-
cialmente in ordine alle istituzioni^ si accettano le più ragionevoli
conclusioni che si sono proposte dalla scuola critica coli* efficace
aiuto degli studi preistorici, dell'antropologia, della linguistica, della
epigrafia, ecc. È una prudente riserva che vai certo meglio delle con-
getture arrischiate e delle teorie chimeriche, ma che, mi pare, viene
talora dairegregio A. spinta tropp'oltre ai giusti limiti, come si pon'à
rilevare da quel poco che qui si dirà.
Accennati a guisa di introduzione e dichiarati i due fatti più emi-
nenti della politica interna dei Romani, cioè lo < spirito di aggre-
gazione degli alleati e dei vinti nel loro consorzio civile e politico >
e lo « spirito di espansione dei proprii cittadini colle colonie» (p. 4),
e fatto un cenno del sentimento religioso che dominava in Roma
(p. 7-10), viene tosto a notare la scarsità e poca antichità dei fonti
della primitiva storia romana, e per dar ragione di questi fatti, dà
alcuni brevi cenni sulla introduzione nella penisola italiana, special-
mente nel Lazio, delle lettere e della scrittura alfabetica (p. 11- 16),
conchiudendo che « Rispetto a Roma ed al La^io, la scrittura alfa-
_ 557 —
betica era certamente nota nel principio della monarchia > (p. 1 5) ;
ma soggiungendo tosto e che Fuso della scrittura doveva essere som-
mamente raro, secondo la esplicita indicazione di Livio « tunc Ut-
terae erant parvae et ad modum rarae » , riferendosi non solo al pe-
riodo della monarchia, ma ancora al primo secolo della repubblica,
anzi fino alla invasione gallica » (p. i6), della quale espone accura-
tamente le conseguenze. Quindi, notata la poca importanza degli au-
tori etruschi, greci e italioti riguardo a quel periodo di storca ro-
mana, mette in rilievo la mancanza assoluta di storici contemporanei
nazionali prima del sesto secolo di Roma. Cosi termina il primo
capitolo.
Nel secondo capitolo si tratta di parecchi monumenti incisi e scritti
anteriori antincendio gallico, come il trattato coi Latini sotto Servio^
il trattato di Roma coi Gabinii ; il trattato politico e commerciale
€ conchiuso dai Romani coi Cartaginesi nel primo anno della re-
pubblica e prima della invasione etrusca »; il trattato imposto da
Porsena ai Romani; i patti di allean:{a coi Latini nell'anno 261 di
Roma; la legge Icilia dell'anno 398; la lista delle ferie latine \ il
foedus ardeatinum dell'anno 3ii ; e finalmente, nono documento, la
cora^:{a di Lino di Volunnio ; monumenti tutti e contemporanei agli
avvenimenti, ai quali accennavano... autentici e sfuggiti alla distru-
zione gallica > (p. 27) e perciò « pervenuti in tutta la loro autenti-
cità ai romani annalisti, anzi agli storici del secolo di Augusto »
(p. 24]. Né si dimenticano i monumenti muti; ma l'A. dà loro forse,
come ad alcuno dei precedenti, troppo grande importanza, affer-
mando senza sufficienti ragioni che < concorrono... a scuotere dalle
fondamenta il sistema della incredibilità assoluta della storia dei primi
secoli di Roma e dei primordii della medesima » (p. 28). Tali sono le
muraglie di Romolo ; il carcere Tulliano e Mamertino ; le muraglie
di Servio ; la cloaca massima ecc. Ancora io non posso capire come
l'A. si limiti solo a dare importanza minore e non osi risolutamente
negare un vero valore storico ad una serie di monumenti della vecchia
Roma, come le statue degli otto re, quella di Atto Navio^ di Ora:{io
Coclite, di Clelia ecc., oltre ad altri monumenti « esistenti ancora sul
fine della repubblica e ricordati più volte dagli scrittori > (p. 29],
come la casa di Romolo, ed il suo bastone augurale ; il fico ruminale ;
gli ancili 0 scudi di cui uno caduto dal cielo ; 1 sandali e la conoc-
chia di Tanaquilla ecc., cose tutte che uno storico non può prendere
— 558 —
sul serio, e sono, come TA. stesso inclina a credere, da considerarsi
e come il risultamento di leggende posteriori > ai fatti cui accenne-
rebbero.
Passa quindi 1* A. a parlare degli annali massimi o dei pontefici,
che chiama di poco valore in ordine ai primi secoli della città (p. Si],
dimostrando che quelli del periodo anteriore airincendio gallico do-
vettero essere distrutti per quest'avvenimento, ma che, d'altra parte,
sia che sfuggissero alla distruzione dell'incendio, sìa che venissero
restaurati, la loro importanza, come storico documento, era assai
poca, perchè e dovettero limitarsi a contenere i nomi dei consoli e
dei principali magistrati, che nel principio della repubblica erano po-
chissimi, colla semplice indicazione dei fenomeni fisici, che essi chia-
mavano é consideravano come miracoli, di cui Livio fa menzione
anche nei primi cinque libri, e di qualche straordinario politico o
civile avvenimento » (p. 35).
Fa pure menzione dei commentarii pontificum, dei libri pontificum,
dei libri augurali j aruspicini e fulgurali^ dei libri sibillini; delle
leges regiae ossia del ius papirianum^ negando a ragione e che an-
teriore all'incendio esistesse una collezione di leggi scritte, quale e^-
stette veramente in tempi posteriori » col titolo menzionato (p. Sg),
e sostenendo giustamente che € La prima collezione di leggi scritte a
Roma fu senza dubbio quella delle dodici tavole > (p. 40). Parimente
menziona i commentarii dei re e dei magistrati ; le tavole censorie,
i libri di lino ; i fasti consolari e calendari urbani e rustici ; le me-
morie e cronache pubbliche e private; gli elogi funebri, immagini,
titoli e nenie ; le tavole delle leggi ; gli atti del Senato e del Popolo ;
le tavole di bronzo; le iscrizioni ed i canti popolari nazionali.
Così , dopo aver fatto tale rassegna da me qui molto sommaria-
mente indicata, l' A. domanda : e Con tanta copia di storici monu-
menti come mai puossi da un lato accusare di assoluta incredibilità
la storia dei primi tre o quattro secoli della città di Roma, e ne potè
dall'altro venir fuora una narrazione di quel periodo così piena di
contraddizioni, di assurdità e d'incertezza rispetto ai fatti, mentre
riuscì così fondata, ragionevole ed istruttiva in ordine alle istitu-
zioni? » (p. 56). — li capitolo III è appunto destinato « a distrug-
gere questa evidente contraddizione con progressive osservazioni di
fatto e col ragionamento ad un tempo » (id.).
A tale scopo, accennate le cause dell'incertezza della storia romana
— 559 -
nei primi secoli della città rispetto agli avvenimenti, passa ad esa-
minare la massima di Newton e di Volney relativamente alla durata
della tradizione orale in un popolo, presso cui non sia in vigore
Fuso della scrittura; ma la crede e applicabile per Roma, in ordine
ai fatti anteriori alla fondazione della città con piccola riserva, ma
non ugualmente rispetto agli avvenimenti posteriori » (p. 59}. Ad
ogni modo però € Non hawi... alcun dubbio che la storia tradizionale
di Roma fu spesso sistematicamente alterata e falsificata dallo spirito
di vanità e d'orgoglio municipale più ancora che nazionale dei Ro-
mani > (p. 60), dair esagerato patriottismo, dal sentimento religioso
popolare, dall'interesse del Senato, ecc. Pisone Frugi, Dionisio, Po-
libio, Livio stesso, Cicerone mostrano bene spesso pochissima fede
quanto ai primitivi fatti a quelle tradizionali narrazioni ; d* altra
parte, né da questi ne da altri presso i Romani, o annalisti, o sto-
rici, o antiquarii, fu istituito un lavoro critico su quel primo pe-
riodo della storia romana, per parecchie ragioni ; tra cui gli ostacoli
gravissimi che un somigliante lavoro presentava per le enormi e ra-
dicali mutazioni verificatesi in Roma in quattro *o cinque secoli, ri-
spetto a lingua, religione, costumi, commercio e istituzioni. Oltre a
ciò gli « annalisti romani del VI e VII secolo furono quasi tutti uo-
mini politici, che di quel lavoro critico non avevano né voglia, né tempo,
ne attitudine > [p. 68), per non dire < che opponevasi indirettamente
alle conclusioni negative, le quali da un serio lavoro critico su quel
primitivo periodo della storia romana sarebbero derivate, il senti-
mento religioso e nazionale del popolo » (p. 71). Quindi sembra al-
TÀ. e di potere con tutta sicurezza conchiudere, che la storia di Roma
fino alla ricostruzione della città per lo spazio di 364 anni, quale noi
troviamo negli antichi scrittori, rispetto ai fatti, è piena d'incertezza
ne' generali, di contraddizione e di favole in molti particolari, a cui
neppure gli antichi scrittori prestavano molta fede » (p. cit.}-
Ma quanto alle istituzioni VA. non crede ugualmente giusta ne
applicabile una tale conclusione ; giacché, considerati parecchi fatti
di diverso genere ed irrefutabili, si vede che il carattere della pri-
mitiva storia di Roma rispetto alle istituponi contiene € tutti gli
elementi di quella certezza morale e relativa, di cui anche la critica
più esigente si contenta e debbe contentarsi nella storia antica, nella
quale la certezza assoluta, specialmente nei particolari, é più desi-
derabile che possibile, tranne rarissime eccezioni » (pp. 73, 74).
— 560 —
Da questo rapido cenno può ognuno farsi un'idea dell* importanza
che ha questa nuova pubblicazione dello Schiaparelli, sf>eciai mente
per noi Italiani che difettiamo, rispetto a tali studi, di pubblica-
zioni che riassumano quanto sparsamente si è fatto e detto dagli uo-
mini più competenti. E sebbene relativamente ai fatti dei due primi
secoli della storia romana, talora l'A. mi sembri troppo conser-
vatore e troppo perplesso nell* accettare parecchie conclusioni della
scuola critica che non mi sembrano affatto destituite di fondamento,
certo è che la sua Memoria riuscirà di non poca utilità agli studiosi
dell'antica storia di Roma non solo, ma pur anche a coloro che
amano conoscere il movimento degli studi storici in generale e de-
siderano non ignorare, come molti pur troppo fanno, gli ultimi ri-
sultati delle indagini odierne.
Torino, io febbraio, 1882.
Ettore Stampini.
Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo di Ar-
turo Graf. — Volume I, Torino, Loescher, 1882.
Uno de' sentimenti più spiccati che si manifestano nella letteratura
romana, sotto qualunque forma la si riguardi, è, come è noto, il
sentimento patrio. L' idea di Roma, della sua gloria, della sua po-
tenza, della sua immobile ed eterna grandezza è costantemente fìssa
nella mente dei romani scrittori, non pur ne' tempi più splendidi
dell'impero, ma anche nella sciagurata età, in cui, per un formidabile
concorrere di cause dissolventi, minacciava da ogni parte rovina l'im-
menso colosso innalzato dalla virtù, dalla costanza, dal senno, dalla
fortuna della stirpe latina. Roma è non solo paragone di ogni gran-
dezza, ma si può dire quasi che l'idea di essa incombendo sugli spi-
riti s'identifichi con quella dell'eternità; tanto che, quando il poeta
esaltandosi nella coscienza della propria grandezza intrawede nel
— 561 —
buio deir avvenire una gloria imperitura, si augura che possano i
suoi carmi durare
€ Dum domus Aeneae Capitoli immobile saxum
Accolet imperiumque pater Romanus habebìt ».
(VERG.y Aen.j IX, 448, 449).
Cosi pure Orazio, inneggiando alla propria grandezza, al monu-
mento che colla sua poesia ha innalzato
< aere perennius
Regalique situ pyramidum altius »
{Od., Ili, 3o; 1, 2)
esprime questo voto :
e usque ego posterà
Crescam laude recens, dum Capitolium
Scandet cum tacita virgine pontifex »
(id., id., 7-9).
E Rutilio Namaziano, per tacere di Claudiano i cui scritti palesano
uno straordinario entusiasmo per Roma, anche dinanzi agli orrori
deir Italia scorazzata dai barbari, di Roma saccheggiata e rovinata da
Alarico, non può credere che questa possa perire e le innalza nel
principio del libro I del poemetto De reditu suo un inno stupendo,
in cui, fra le altre cose, le dice in tono fatidico :
€ lllud te reparat, quod cetera regna resolvit:
Qrdo renascendist, crescere posse malis.
« Aeternum tibi Rhenus aret, tibi Nilus inundet :
Altricemque suam fertilis orbis alat.
€ Fortunatus agam votoque beatior omni,
' Semper digneris si meminisse mei. »
(139-164, ediz. L. Mueller).
Né sarebbe senza grande interesse uno studio in cui si venissero
Idvisia di filologia ecc, X. Sy
- 562 -
raccogliendo diligentemente tutti quei luoghi degli scrittori romani,
ne' quali più si manifesti il sentimento, la coscienza di Roma e della
sua grandezza, sentimento e coscienza che perdura e, quasi direi, si
accresce anche dopo la caduta ignominiosa dell'impero.
Il libro del prof. Graf è lì per provare la verità di quanto affer-
miamo. Il suo libro con una quantità innumerevole di fatti ci di-
mostra chiaramente « la tendenza degli spiriti nel medio evo a stringere
intorno a Roma l'errante popolo delle favole, a raccorlo sotto la sua
alta dominazione morale » (p. 244); le svariatissime leggende da lui
esposte « affermano la virtù attrattiva di quella Roma medesima,
divenuta centro di gravitazione a tutto il pensiero dei tempi » (id.).
Non bastano poche parole per tessere di questo libro un elogio a-
deguato. Basti il dire che è una pubblicazione della quale il nostro
paese deve andare orgoglioso ; che non saprei quale altro libro, nel
suo genere, gli si possa metter di sopra, sia per molteplice erudi-
zione e dottrina, sia per acume di vedute e profondità di osserva-
zioni, sia per una esposizione chiara, linda, senza presunzione e senza
fronzoli, ma cheti alletta e ti fa talora quasi parer romanzo un libro
severamente scientifico. La mente del Graf domina sull'immenso ma-
teriale da lui raccolto, vi domina ordinandolo acconciamente, facendo
vedere i nessi tra i fatti, traendone le leggi, le ragioni intime : il suo
libro è un vero edifìzio dove il materiale ha già avuto quel posto
che gli spetta e adempie gli uffizi che gli competono. Enorme è la
quantità dei libri e dei manoscritti letti e studiati dal Graf: lo atte-
stano i numerosissimi estratti da lui dati di opere e codici in varie
lingue che egli andò a cercare nelle principali biblioteche italiane ed
estere , a Firenze, Roma, Bologna, Modena, Milano, Venezia, Parma,
Novara, Torino; Vienna, Monaco, Parigi, Londra, Oxford, Berna.
Così che, se taluno per avventura non potrà convenire con lui nell'in-
terpretazione di qualche leggenda, nell'origine che le assegna, nelle
ipotesi che talora è costretto a sostituire al fatto che manca, nessuno
potrà certamente disconoscere V importanza della sua pubblicazione
che colloca il poeta della Medusa fra i più chiari critici ed i più
eruditi uomini del nostro paese.
Diamo un breve riassunto di questo insigne lavoro, avvertendo però
che per la mole straordinaria dei fatti che vi sono raccolti ci rie-
scirà appena di dare una pallidissima idea delle cose principali,
tanta è la moltitudine dei fatti raccolti, tante le osservazioni acute e
- 563-
profonde colle quali l'autore cerca di leggere nell* immenso libro
delle leggende.
II volume è diviso in ii capitoli. Nel primo, che ha per titolo
La Gloria e il Primato di Roma (pp. i-43), VA, mostra come nel
medio evo « Principio e fonte di ogni potestà, Roma è il simbolo
della universale cittadinanza, è la patria comune in cui tutti si rico-
noscono > (p. 2). Esaminando come < nel medio evo si ricordasse la
grandezza di Roma, e quali sentimenti, e quali atti si generassero
dal ricordo » (p. 4), ci fa vedere come dai titoli che le si davano,
di aurea, di mater orbis^ di mater imperiiy di domina mundi e spe-
cialmente di caput mundi, si possa riconoscere che essa era la più no-
bile, la massima fra le città del mondo. Il suo primato « è ricono-
sciuto da tutti, Italiani e non Italiani » (p. 9). Anzi il concetto che
se ne ha è tale € che in Roma s'immagina quasi tutta raccolta l'an-
tichità » (p. II). Ammirata e magnificata da tutti, l'eterna città € di-
venta come il naturai paragone di ogni umana grandezza » (p. 18),
onde le città andranno a gara « per potersi fregiare, quasi titolo
singolare di nobiltà, del nome di Nova Roma, o di Roma secunda »
(id.). « Città e popoli si studiano di tenersi stretti a Roma quanto
più possono » (p. 21); popoli diversissimi per lìngua e per costume
tentano di far risalire a* Troiani le loro origini per dirsi consan-
guinei di Roma (p. 22) : anche « famiglie patrizie, e persino dina-
stie » cercano « in qualche romano illustre il primo loro stipite »
(P. 29).
Ma accanto a questo sentimento di ammirazione un altro si eleva
ed è « quello di una profonda tristezza è di un vivo rammarico al co-
spetto della formidabile rovina di Roma » (p. 33). Ecco dunque sor-
gere e tutto un mondo di colorite finzioni » che si raggira intorno
alle mura di Roma, alle sue maggiori vicende, agli uomini e che
più con l'opre ne illustrarono o ne offuscarono il nome » (p. 38). Ma
il ricordo della passata grandezza, del perduto splendore rende più
amara negli spiriti la coscienza del presente miserabile stato dell'in-
signe città; quindi < le voci che nella età di mezzo suonano intorno
a Roma, non tutte sono di ammirazione e di lode » (p. 39}.
Il secondo capitolo (pp. 44-77) ha per argomento Le rovine di
Roma e I « Mirabilia ». In esso, dopo aver parlato delle rovine de' mo-
numenti, della decadenza morale ed economica, della scarsa popola-
zione, della profonda notte d* ignoranza che pesava su Roma, delle
— 564 —
€ grandi aree spopolate, invase da una selvaggia vegetazione, o co-
perte d'acque stagnanti » (p. 48), delle mortifere esalazioni che in-
fettavano l'aria, dei terribili contagi, ma soprattutto delia quoti-
diana opera distruttrice dei grandi e superbi monumenti, a cui e si
aggiungono le devastazioni subitanee e generali » (p. 5o), ci fa co-
noscere come quegli avanzi qua e là sparsi com movessero e col tristo»
e solenne aspetto gli animi dei riguardanti > e li levassero < alla
contemplazione delle glorie passate » (p. 5i). Ma quelli che e dove-
vano di certo rimanere più profondamente impressionati alla vista
delle rovine che non, gli stessi Romani > (p. 56), erano i pellegrini,,
ai quali crede VA. che si debbano € la maggior parte delie imma-
ginazioni raccolte nei Mirabilia e nella Graphia » (id.). Dalsec. VH
in giù si facevano sempre più numerosi i pellegrinaggi a Roma r
dalle menti dei pellegrini € riscaldate dal sentimento religioso e dalie-
peripezie del viaggio » dovevano certo nascere molte strane imma-
ginazioni, dalle quali < dovettero avere origine, almeno in parte, t
Mirabilia » (p. b^). E qui l'A. si accinge a trattare una serie di
questioni intorno ai Mirabilia ed alla Graphia^ e le tratta da par sua
con profonda dottrina, prendendo ad esaminare le opinioni di mol-
tissimi dotti. Riguardo ai Mirabilia poi accenna alle diversità più o
meno rilevanti che ne presenta il testo negli innumerevoli mano-
scritti ed alle variazioni cui esso andò soggetto in processo di tempo
(p. 68 e segg.); quindi passa a discorrere della Polistoria di Giovanni
Cavallino de* Cerroni che V A. crede si possa considerare « come il
primo trattato di antichità romane che siaci rimasto » (p. 77).
Argomento del capitolo terzo (pp. 78-108) è La fondazione di
Roma. F^to un cenno di parecchie leggende risalenti all' antichità
classica e degli autori che ce le conservarono, l' A. nota come per
l'intimo legame che stringeva nelle menti del medio evo le sorti di
Roma con quelle del cristianesimo, € ragion voleva che la leggenda
si prolungasse innanzi e indietro, nel futuro e nel passato, sino a
quegli estremi termini a cui la storia stessa, così com'era figurata e
limitata nel dogma, le poteva concedere di pervenire. Per una parte
dunque la leggenda si stende sin quasi alla catastrofe del gran dramma
dell'umanità, il Giudizio Universale: l'Anticristo porrà fine al sacro
romano impero. Per un'altra essa rimonta indietro sino a Noè» (p. 80).
La legt^enda di Noè primo fondatore si trova per la prima volta no-
tata nella Graphia attreae urbis Romae (p. 81) : ne parlano molti scrit-
-665 -
tori del medio evo, sebbene non si possa dire che attingano sempre
alla stessa fonte (pp. 82, 83). Riportata quindi una € ingarbugliatis-
sima storia di Giovanni d*Outreraeuse » e toccate parecchie altre leg-
gende, specialmente una rabbinica assai curiosa (pp. 91,92), passa
alle leggende di Romolo e Remo, lasciando a parte i successori di
Enea; alia favola della lupa nutrice; alla fondazione di Roma per
opera dei due fratelli ; alla morte di Remo dopo aver fondato Reims;
alla leggenda orientale riguardante 1* € espiazione del fratricidio com-
piuta da Romolo nelle feste Lemurie » (p. 106); al matrimonio di
Romolo, altrimenti detto Armelo, con Bisanzia, fìglia di Bisas re di
Bisanzio, leggenda parimente orientale; ai sepolcri di Romolo e
Remo, ecc.
Assai interessante è il capitolo quarto (pp. i09-i5i) riguardante Le
meraviglie e le curiosità di Roma. La celebrità delle sue rovine è
assai grande e difiusa nel medio evo. « Nei Mirabilia alle sette
meraviglie del mondo, fra cui è il Campidoglio, fanno degno ri-
scontro le sette meraviglie di Roma, le quali sono: l'Acquedotto
Claudio, le Terme di Diocleziano, il Foro di Nerva, il Palazzo Mag-
:giore, il Pantheon, il Colosseo, la Mole Adriana » (pp. 112, 113). il
Palazzo maggiore, sotto il cui nome « si comprendevano, pare, tutte
le rovine del Palatino », € si credeva fosse stato sede ordinaria degli
imperatori e della suprema potestà del mondo » (p. cit.). Celebrità
ancor maggiore ebbe il Colosseo, che e fu nel medio evo, com'è
tuttora, ^la rovina più cospicua della città, e la più acconcia a inspi-
rare un alto concetto della ricchezza e della potenza de* suoi co-
struttori • (pp. 11^, 119). Passando poi a discorrere del colosso di
Nerone (p. 120), che il medioevo sapeva come rappresentasse il Sole,
i*A. nota che per e una certa attrazione, provocala, «e non altro, dalla
rsomiglianza dei nomi » (p. 122), il colosso del Sole € fìnisce per en-
trare nel Colosseo che gli sta dinanzi, e il Colosseo diventa a dirit-
tura il Tempio del Sole»(id.). Notate parecchie altre leggende che si
riferiscono ai Colosseo, prende a parlare del Pantheon (pp. i3o-i32),
della cui sontuosità peraltro non si narrano nel medio evo gran me-
raviglie ; del Mausoleo di Adriano (pp. i33, i34); del Circo Massimo
(pp. i35, i36); dei palazzi ricordali nei Afir^M//j, nella Grjp/iia, ecc.
Viene poscia a discorrere delle terme ; degli acquedotti ; dei ponti ;
dei due gruppi colossali di Monte Cavallo, su cui racconta una strana
favola contenuta nei Mirabilia (pp. 141, 142), ecc. Detto della Co-
— 566 -
lonna Antonina (p. 146), riferisce l'A. alcune stravagantissime imma-
ginazioni degli Arabi intorno a Roma : alle quali fan degno riscontra
le rabbiniche con cui si chiude il capitolo.
Nel quinto (pp. 1 52- 181] si parla dei tesori di Roma, « La fama
della ricchezza di Roma era pari alla fama della sua potenza » (p. iSi).
Si credeva che ne* suoi bei tempi dovesse riboccare di tesori; e questa
opinione veniva avvalorata dalle monete, dai vasi, dalle gemme che
si ritrovavano qua e là per l'Europa e che risguardavano la romana
opulenza (p. i55). Era perciò naturale che si credesse del pari che
sotto le sue rovine dovessero essere sepolti grandi tesori. Di qui una
serie di leggende curiose e diverse, parecchie delle quali hanno in
comune una statua e che copertamente indica il tesoro » (p. 167).
E € poiché Roma toccò il sommo della prosperità e della gloria
sotto il magnifico reggimento di Augusto così per quella consuetu-
dine propria del medio evo di tutto riferire al principe quanto v'è
di più spiccato nella vita di un popolo, si cominciò a considerare il
primo imperatore di Roma come un rappresentante, anzi come un
depositario della universale ricchezza romana » (pp. 171, 172). Ed
ecco nascere una quantità di leggende di tesori inestimabili ammas-
sati da Ottaviano e che « giacciono sepolti entro certe cavità della
terra, affidati alla custodia di spiriti maligni, o di singolari ingegni,
artifìziosamente e per arte magica composti » (p. 173). Non è quindi
a stupire che nelle immaginazioni medievali a poco a poco il libe-
rale e magnifico Augusto, come dice TA. (p. 180), si trasfocmi in un
principe cupido e avaro.
La poten:[a di Roma è argomento del capitolo sesto (pp. 182-229).
€ Durante tutto il medio evo, nei tempi più sciagurati, in fondo alla
maggior miseria, Roma serba un'aria di signoria che impone ri-
spetto > (p. 182). Tuttavia € quella potenza, che non ebbe l* eguale
nel mondo, appare agli spiriti inesplicabile e miracolosa > (p. i83).
Ed ecco che si ricorre alle spiegazioni soprannaturali : ed ecco sor-
gere la famosa leggenda della Salvatio Romae, della quale discorre
diffusamente TA. allontanandosi, quanto alKorigine di essa, dalle opi-
nioni del Massmann, del Bock e del Comparetti. Egli crede questa
leggenda nata in Roma nel quarto o nel quinto secolo (p. 201) da un
complesso di cause che qui sarebbe troppo lungo riferire, ma che,
a parer mio, rendono non inverosimile l'opinione delTA., cui sembra
dare conferma anche la narrazione dell'Anonimo Salernitano (pp.
20 5, 206).
- 667 —
Di fronte alla Salvatio ed alle leggende molteplici cui diede nasci-
mento troviamo e alcune leggende di carattere al tutto opposto, le
quali mostrano Roma esposta a pericoli, o vinta da nemici di cui
la storia non serba ricordo > (p. 214}. Riguardano tali leggende e
Alessandro Magno e Davide e i Sicambri e i re della Persia, gli Un-
gheresi, i Danesi, Attila, ecc. È da dirsi però che nella credenza del
medio evo Roma non doveva soltanto agli aiuti sovrannaturali del-
l'arte magica la sua grandezza e la sua signoria ; che < La giustizia,
il senno e il valore dei Romani sono ricordati continuamente, e pro-
posti come nobile esempio da imitare > [pp. 222, 223). « Il senno la-
tino è riconosciuto e ammirato » (p. 227).
Gli altri cinque capitoli (pp. 230-402) riguardano gì' imperatori.
Nel settimo si discorre della Leggenda degli imperatori in generale :
Giulio Cesare^ Ottaviano Augusto e Nerone sono ciascuno argomento
di un capitolo; di Tiberio, Vespasiano y Tito si parla neir ultimo
capitolo.
L* A. divide in due classi le leggende imperiali: e la prima, di
quelle che si appiccano a imperatori reali, la seconda, di quelle che
creano imperatori immaginarii > (p. 238). Di questi ultimi si tratta
nello stesso capitolo settimo già citato. Non solo si notano trasposi-
zioni d'ogni maniera nelle liste degl'imperatori (pp. 238-244); ma tro-
viamo in libri del medio evo una lunghissima filza di imperatori
fantastici dei quali TA. dà un cenno.
Venendo a Cesare (cap. Vili), ci dice VA. che « è generalmente
considerato nel medio evo quale primo imperatore » (p. 248). La sua
celebrità è maggiore di quella di Augusto : moltissimi libri del medio
evo trattarono delle sue imprese. La fantasia lavora intorno al suo
nome, al hi sua nascita, alle sue guerre ; s'inventano nuove guerre da
lui combattute ; sono celebrati i suoi trionfi : gli si fanno fondare
molte città, ecc. La sua morte violenta è poi il fatto che sopra tutti
gli altri si ricorda, e viene narrata e spiegata in varii modi. Né meno
notevole è quanto s* inventò riguardo al suo sepolcro, creduto anche
da taluno opera di Virgilio. Insomma Cesare « è agli occhi degli
uomini del medio evo la più grande e nobile personificazione della
potenza >; e la sua gloria < oscura quella di Alessandro Magno >
(p. 302).
Il capo IX è consacrato ad Ottaviano Augusto. La sua celebrità
< nasce di due cagioni principalmente : V avere egli levata Roma al
- 568 -
più alto grado di prosperità; l'esser nato sotto il suo reggimento il
Redentore del mondo » (p. 309). Di qui la leggenda della sua visione
e della origine di Ara Cadi (pp. Sog-Sii), cui se ne aggiungono pa-
recchie altre riguardanti ora la bellezza dell* imperatore, ora ie sue
crudeltà e la sua lussuria, ora costruzioni che fece di templi che ro-
vinano la notte del nascimento di Cristo, la cui venuta è annunziata
da molti segni è vaticinii ; ora la sua morte e la sua sepoltura.
Non meno celebre è nel medio evo Nerone (cap. X), ritenuto dopo
Giuda « l'uomo più empio e scelerato che sia mai vissuto al mondo »
(p. 33a). Di lui si ricordano inaudite crudeltà ed infamie. « Quasi
che i delitti da lui veramente commessi non fossero abbastanza nu-
merosi, altri gliene sono imputati che non commise, e non poteva
commettere » (p. 334). Di lui si nota il lusso stravagante e l'insensata
prodigalità ; le dissolutezze e le lascivie, al che si lega la strana leg-
genda della sua gravidanza (pp. 338-342) e delforigine del Laterano;
la condanna a morte di san Pietro e san Paolo « per vendicare l'a-
mico suo Simon Mago » (p. 347), del quale V A. discorre alquanto ;
la sua morte ignominiosa, il suo sepolcro, la sua futura risurrezione
precedendo immediatamente l'Anticristo; i monumenti cui è legato
il suo nome , sebbene viva pure nel medio evo la memoria de* suoi
buoni principi! sino a « fare di lui un amico di Cristo e quasi un
credente » (p. 345).
Molta importanza ha il capitolo XI ed ultimo, come quello che
tratta ampiamente, con ingegnose osservazioni e verosimili ipotesi
basate su fatti molteplici, della Vendetta di Cristo considerata nella
sua forma piena e finale, vendetta cui nelle immaginazioni medievali
sono legati i nomi di Tiberio^ Vespasiano, Tito, da cui s' intitola il
capitolo. Io credo che questa sia la parte del libro del Graf ove
meglio si può scorgere la singolare sua attitudine a coordinare fra
loro i fatti leggendarii, a scoprirne i punti di contatto e le diver-
genze ; a rintracciare il nucleo primitivo di ogni leggenda e quindi
seguitare le molteplici accessioni onde si venne ampliando ; a notare
gr incontri e le fusioni, gli scambii, le variazioni avvenute in quel
mondo bizzarro e cotanto interessante. Di fatto la leggenda della
Vendetta di Cristo è molto complessa e risulta di diverse parti che
vennero aggregandosi in tempi diversi. Io non posso qui darne nep-
pure un'idea, che la troppa complessità della leggenda richiederebbe
anche in un riassunto uno spazio assai grande. Dirò solo che VA.
— 569 —
riconosce in quella leggenda cinque gradi ; che la leggenda di Ti-
berio, il quale prima propone, per gli onori divini, Cristo al senato
e poi diventa a dirittura suo vendicatore, si fonde con quella della
Veronica, ed, insieme con questa, finisce per fondersi con quella
della distruzione di Gerusalemme. — Al capitolo XI sono aggiunte
tre appendici (pp. 403-460); la prima contenente importanti indica-
zioni sulle versioni e redazioni che di quella leggenda si hanno nelle
varie letterature d* Europa ; la seconda contenente una leggenda di
Pilato in vecchio francese (482 versi) tratta da un codice della Na-
zionale di Torino; la terza contenente in 1189 versi un racconto,
anche in vecchio francese, tratto da un codice della medesima bi-
blioteca, della vendetta che Vespasiano fece di Cristo.
Conchiudo facendo voti che il chiaro professore possa presto pub-
blicare il secondo volume. Gliene sapranno grado quanti amano una
solida e larga coltura, non che quelli che desiderano accrescere le
proprie cognizioni riguardo ad un argomento che ha tanti punti di
contatto cogli studi delTantichità classica.
Torino, 1® marzo, 1882.
Ettore Stampini.
La filosofia morale di Aristotele. Compendio di Francesco Maria
Zanotti con note e passi scelti óeWEtica Nicomachea per cura di
L. Ferri e di Fr. Zambaldi professori nella R. Università di Roma.
— - Ditta G. B. Paravia, Torino-Roma-Milano-Firenze, 1882.
I nuovi Programmi per le scuole secondarie (16 giugno, 1881), nei
quali è prescritto che l'insegnamento della Filosofia morale sia impar-
tito sui libri di Aristotele a Nicomaco avrebbero dovuto parere assai
meno strani di quello che furono comunemente giudicati, se fossero
stati esaminati più tranquillamente e spassionatamente, senza quella
— 570 —
profonda preoccupazione, che valse a fuorviare la mente di alcuni,
che cioè con essi s'accampava la pretesa che i dottori in fìloso6a
avessero conservato e coltivato quella notizia di greco, che d'altra
parte, a vero dire, avevano potuto e molti anche dovuto apprendere
nel corso dei loro studi universitari. Non fu la prima Tltalia ad in-
trodurre nelle scuole quest'opera aristotelica, sulla quale ornai passa-
rono ben ventidue secoli senza che ne deformassero le molte bellezze ;
ma essa era già in parte stata prevenuta dalla Repubblica Francese,
che appunto, due anni or sono, volle che nelle classi di fìloso6a si
facesse la lettura di alcuno tra i libri della medesima (Cf. Revue
Critique (Thistoire et de littérature, 1881, p. 82, art. 161). Una inva-
sione delle più strane e disparate dottrine era incominciata e si stava
compiendo nelle nostre classi liceali ; con Aristotele tutto scompare,
e mentre dalfun lato i nostri giovani sono invitati a meditare sopra
uno de' più pregevoli scritti del più grande pensatore che sìa mai
sorto tra gli uomini, dall'altro si presenta loro una dottrina, che
certo non è senza imperfezioni, ma che pur non dà luogo a quei
molti inconvenienti che si lamentavano in altre. Né devesi badare
più che tanto alla difficoltà opposta, che i dottori di filosofìa non
debbono dar prova di saper interpretare il greco difficilissimo di Ari-
stotele ; innanzi tutto quel non debbono vorrebbe essere, come ognun
vede, un po' meglio determinato; quel difficilissimo poi non è altro
che una esagerazione. Cito a sostegno delle mie parole quelle di
F. Figliucci (i) : < Sono ancora le scienze morali più agevoli che
le speculative, perchè con più facilità le ha trattate il filosofo (Ari-
stotile) e con termini più usati e con stile piano e chiaro, dove negli
altri suoi libri è stato oscuro e breve, ecc. » e quelle del Ramsauer (2):
< ... quumque intellexissem, plerumque ad Nicomachea legenda ac-
cedere qui librorum Aristotelicorum paene rudes essent, non tan-
tum, etc. >.
Appena pubblicati i programmi, si procacciò subito da uomini vo-
lonterosi di venire in soccorso degli insegnanti con opportune pub-
li) Della filosofia morale , libri dieci sopra i dieci libri deW Etica di
Aristotile^ p. 4, Venezia^ 1552.
(2) AR13TOTELI3, Ethica Nicomachea^ edidit et commentario continuo
instrozit G. Ramsauer, p. Y, Lipsiae, 1878.
- 571-
blicazioni ; l'editore Berardino Ciao di Napoli fece stampare dalla
tipografìa Festa un libro che portava sulla copertina il seguente titolò:
ARISTOTILE
La morale a Nicomaco.
Versione italiana fatta sulT edizione del Bekker
per
Francesco Maria Zanotti
proposta come libro di testo ne* licei d'Italia col regolamento Baccelli
del Giugno 1881.
Non occorre neppure che io metta qui V una di fronte alT altra le
due date, della morte dello Zanotti e della nascita del Bekker, per
rendere palese la sciocca menzogna ; ma soggiungerò che poi vera-
mente il libro non contiene altro che la morale dello Zanotti senza
note e senza grande accuratezza tipografica ; note ed accuratezza ti-
pografica che non mancano nell'edizione fattane dal Barbèra, quan-
tunque le note siano una ben' povera cosa (i). Una vera tradu-
zione àtW Etica a Nicomaeo fu pubblicata nel passato novembre in
Torino dal Paravia (2); non voglio negare che il giovane autore della
medesima abbia dato una cotal prova del suo ingegno, della sua pe-
rizia nella lingua greca e, aggiungerò anche, del suo singolare ardi-
mento colPaccingersi a tradurre in italiano quest'opera in tale spazio
di tempo che ad altri sarebbe parso troppo breve per intenderne a
dovere poche pagine; ma, come era naturale, furono tante le cadute,
che ad enumerarle tutte converrebbe trascrivere qui buona parte
(]) La filos. mar. ecc., nuovamente pubblicata per uso delle scuole
per cura di un dottore in filosofìa, Firenze, 1881.
(2i[ Aristotilb, La morale a Nicomaco, traduzione letterale italiana
fatta Buiredizione del Be&rer.
— 572 —
dei volume; taccio de* periodi fieramente distratti fra loro e ince-
denti ciascuno per conto proprio (Fautore del sillogismo ci appare in
questa traduzione uno sconclusionato parolaio) e cito solo alcuno dei
gravi errori che trovo disseminati qua e là, aprendo a caso il volume.
A pag. 1 1 si legge questo periodo : « Più finale poi diciamo il ri-
cercabile per se, del ricercabile per altro, e il non mai eleggibile per
altri dei fini e per sé, e per quello eleggibili e semplicemente fi-
nale, il fine sempre eleggibile per sé, e non mai per altro >; mentre
si poteva e forse si doveva rendere italiane le parole di Aristotele
(1097^ 3o} nel modo seguente: « Diciamo poi che quel bene, che
si ricerca per sé, è più perfetto di quello che si ricerca per ca-
gione d'altro bene, e che quel bene, il quale non si elegge mai per
cagione d'altro, é più perfetto de* beni che si eleggono e per se e per
cagione di questo ; ed è poi senza dubbio perfettissimo tra i beni
quello che sempre si elegge per sé stesso e non mai per cagion
d'altro >. — Nella medesima pagina (1097^ 14): « ora stabiliamo
essere bastante a se stesso ciò che da sé solo preso fa (in nota: co-
stituisce], la vita e di nulla abbisogna*; mentre si poteva e forse si
doveva dire : « per ora teniamo fermo che sufficiente [>er se stesso è
ciò che anche da solo fa la vita desiderabile e di niuna cosa biso-
gnevole > ; a pag. 29 : « Ma quello prima si accordi che , ogni di-
scorso intorno alle cose operabili, in genere, e non con esattezza,
^conviene sia fatto, come anche riguardo ai principii dicemmo, che,
secondo la materia si devono esigere i ragionamenti » ; mentre pur si
poteva e forse si doveva dire (iio3^ 34): < Ma questo ci sia innanzi
tutto concesso, che ogni ragionamento intorno alle cose agibili debba
procedere a un digrosso e non con esattezza, perché, secondo quello
che s'è detto fin da principio (i), i ragionamenti si debbono esigere
tali, che rispondano alla materia». — Quindi io conchiudo che se si
(1) Il kot' dpxd; è reso dal traduttore malamente per secondo i prtti-
ctpit ; bene invece il Segni per sì come da prima fu detto; cioè a
p. 1094 6 13, dove si legge : « imperocché l'esattezza non s* ha da cercare
a un modo in tutti i ragionamenti, ecc. ». Sembra aver fatto intoppo
al traduttore il plur. dpxd^, e non doveva, se si fosse ricordato del Cur-
tius {Gramm. Gr., ibQ^ B, b) o meglio, se avesse consultato i'Eoo&SN
(Ueber die Sprachgebrauch dei Aristoieles^ li, p. 41, Berlino, 1868J,
che fa un utile paragone fra kqt' dpxd(; e kot' àpx^v ed èv àpxQ*
- 573 -
voleva una traduzione letterale, era meglio ripubblicare quella del
Lambino, e che, se se ne voleva un'altra più elegante, era meglio ri-
pubblicare quella del Segni, oramai fatta rarissima.
Sembra che gli egregi professori Luigi Ferri e Fr. Zambaldi abbiano
degnamente provveduto ai bisogni delle nostre scuole col libro che
qui si annunzia, curando il primo un'edizione con note del Manuale
dello Zanotti, commentando il secondo una serie di capitoli, rac-
colti óaW Etica a Nicomaco dal Ferri, i quali contengono la parte
capitale della dottrina aristotelica.
Dapprincipio il Ferri riassume la vita dello Zanotti, toccando delle
principali sue opere; a pag. 12 facendo speciale menzione dell'aureo
libretto di lui intorno alia morale de' Peripatetici, mostra in che dif-
ferisca la dottrina aristotelica da quella dello Zanotti, il quale si al-
lontana dal suo maestro specialmente sopra quattro punti, che sono:
I® la legge morale; 2* il piacere e la sua relazione col bene; 3® le idee e
le verità ideali; 4,^ la vita futura. — Per dare una chiara idea del libra
e del modo con cui venne acconciamente preparato per uso delle
scuole, accennerò qui alle note più importanti che corredano la prima
parte. — A p. 24 si tratteggia a grandi linee la vita di Aristotele e si
tocca brevemente delle opere di lui ; a pag. 3g sì fa particolare men-
zione de' suoi scritti etici, indicandone il diverso scopo. (Qui avrei
aggiunto, a far cessare la meraviglia degli scolari e forse anche quella
di qualche insegnante, il perchè V Etica detta grande sia poi la più
piccola di tutte). A pag. 40 si mostra come A. per determinare il
concetto di fine ultimo dell'uomo o sommo bene muova dalla divi-
sione delle specie fondamentali della vita, vegetativa, sensitiva e ra-
zionale, indicandone le funzioni ; a pag. 41 (nota 2) si espone da
quale ragionamento sia stato condotto A. ad immedesimare il sommo
bene colla felicità perfetta o beatitudine; a pag. 43 si nota l'oscilla-
zione che si trova neir Etica di A. fra l'elemento sensibile e il ra-
zionale, oscillazione che creò sempre un grande impaccio a' suoi
espositori ; dalla nota che è a pag. 46 trascrivo le seguenti parole,
che mi paiono molto assennate: « Zanotti, fedele ad Aristotele, tratta
le due parti del bene sommo da lui chiamato felicità, come se fos-
sero* due concetti di ugual valore, come se si potessero sommare, al
pari ^i due quantità omogenee, per ottenere il perfetto bene; mentre
il bene è un genere, che comprende la specie del piacere (bene sen-
sibile) e della razionale attività pratica (bene morale) ». A pag. 49
— 574 —
{nota i) ed a pag. So {nota i) ed a pag. 5i {nota i) si fanno utilis-
simi paragoni delle dottrine platoniche colle aristoteliche; a pag. 54
si citano, dal capo Vili del lib. I óeìVEtica a N,^ alcune importanti
proposizioni che affermano l'unione della felicità colla virtù. Il libro,
come era da aspettarsi dal Ferri, è fatto con grandissima diligenza
ed acutezza ; molte notizie storiche, attinte ad ottime fonti, chiari-
scono, quanto è necessario, le dottrine dei fìlosofì menzionate dallo
Zanotti (t).
Né è da dire che sia venuto meno all'ufficio suo il prof. Zambaldi,
il quale, seguendo di preferenza il commento di C. L. Michelet (2),
ci dà con piena competenza la dichiarazione delle più difficili frasi
aristoteliche. Egli fece con buon criterio una scelta dei più impor-
tanti passi deìV Etica a N., e questi poi viene corredando di oppor-
tune note, con utili confronti di luoghi paralleli e citazioni di an-
tichi commentatori; se non che, quei luoghi paralleli e queste cita-
zioni avrei preferito che fossero ridotte in un italiano semplice e fa-
cile, 9he alleviasse la fatica delT insegnante e spianasse la strada al
buon volere de* discenti ; nel che non tenne sempre eguale misura,
perchè mentre ci dà la versione di frasi semplicissime, ad esempio, di
TfV; aÙTTìt; i^M^pa<; (p. 257), non ci dice poi nulla di altre che hanno
maggior difficoltà. Leijjgendo le note dello Z. mi vennero in mente
alcune osservazioni ; in esse, come si vedrà, non si vuole già cogliere
in fallo il chiaro Ellenista, ma soltanto fargli qualche proposta, che
a me non parrebbe senza alcuna utilità. A pag. 194, data la in-
terpretazione dello Zeli e del Gifanio, potevasi molto utilmente citare
il passo della Metafisica (1, i, 9^1^ 3o), dove sono fra loro parago-
nati gli àpxiT^KTovcc; ed i x^poréxvai , col relativo commento del
Bonitz; a pag. 195 si spiega la frase dp' oOv coll'autorità grandissima
del Mureto; ma il fatto che A. usa talvolta di interrogare in luogo
di affermare è molto meglio dichiarato dal Bonitz {Ind. Ar.y gob
38): € ipsum àpa in interrogationibus simplicibus non raro ita usur-
(1) Del Ferri si potrà anche molto utilmente consultare lo scritto pub-
blicato nella Filosofia delle scuole italiane (anno XIII, voi. 25, disp. 2')
col titolo: 0 Dottrina aristotelica del Bene e sue attinenze colla ci^
viltà Greca e Italiana ». *
(2) Caroli Ludovici Michelet, Commentaria in Aristotelis Ethicorum
Nichomacheorum libros decem.^ Ed. II, Berolini, 1848.
— 575 —
patur, ut interrogatio vim habeat enunciati modeste vel dubitanter
affirmantis »; nella medesima pagina per far meglio intendere il va-
lore di tOituj TTCpiXa^cìv potevasi addurre la spiegazione del Trende-
LENBURG {Elementa Log, iimf., pag. 5o, Ed. VI), e poi paragonare
Tùirip iT€ptXa^3dv€iv, bioplUiv, Oeujpetv con ÒTTOTpdq>€iv (le due espres-
sioni trovansi accoppiate nel De iinim^i, II, 1,410 a 10: tùttiì) raOrri
6€uip€(a6ui Kal ÒTT0T€Tpdq>6ui irepl (pvxf\<i)» per conchiudere che A. alla
trattazione ampia e precisa della materia talvolta ne contrappone o
premette un'altra così in di grosso, in abbozzo (ciò che egli indica
con frasi tolte ad imprestito dallo scultore, p. e., tOttiiì Tr€piXa^pdv€iv
o semplicemente ùttotuitoOv, o dal pittore ùnoTpdq>eiv oppure àvorpd-
<p€iv) e che finalmente TCirip XéT€iv viene a significare un ragiona-
mento probabile in opposizione ad un altro certo ed esatto, come nel-
Tesempio : ndc; ó irepl tu)v TrpaKrOJv Xóto<; TÙTrqj xal oOk ÒKpiPuiq òqpcCXci
\4fiaQa\ (Eth, a Nic, I, 2, 1104^11). A pag. 197 si legge: «il pre-
dicato è neutro come spesso nelle sentenze, ecc. »; molto meglio il
BoNiTz (Ind. i4r., 484^1 5o) : « Apud Aristotelem perinde atque apud
omnes scriptores Graecos (Matthiae, Gr.Gr.t § 437) adiectivum prae-
dicati loco positum interdum non sequitur genus subiecti, sed sub-
stantivi instar genere neutro ponitur Peculiaris Aristoteli videtur
esse negligentia quaedam et inconcinnitas in coniungendo genere
neutro cum aliis generibus ». — A pag. 198 è bellissima l'osserva-
zione : < Dopo la vita sensitiva non ricorda qui, come fa altrove la
vit4 appetitiva, ^ òpcKTixn lwi\ , forse perchè 1' 6p€Ht<;, in quanto è
istintiva, è compresa nelF alaOriTiKif) ecc. », ma potevasi dare maggior
fede a questo breve ragionamento riferendo dal De Anima (II, 2,
4136 20) le parole seguenti: « perocché ciascun segmento (degli in-
setti) ha sensibilità e moto locale, e, se sensibilità, anche fantasia ed
appetito (6p€Ei(;); perchè dove è sensibilità, ivi è anche piacere e do-
lore, e dove piacere e dolore, necessariamente anche desiderio ».
Connettendo in tal modo le facoltà delFanima, non è meraviglia che
A. talvolta nella enumerazione delle medesime ne ommetta qualcuna,
come fece, per es., nel De Anima (lì, 2, 413^ 12), dove erroneamente
lo Steinhart a xiv/iaci vorrebbe far seguire òpéSci (1).
(1) Questa osservazioue ci aiuterà a sciogliere un piccolo nodo che si
iocoDtra nel Convito di Dante. Ivi (Tratt., IV, 7 ; pag. 431, 83, ediz.
— 576 —
Come già dissi più iananzi, a me sembra molto lodevole la scelta,
che il Ferri fece dei passi commentati dallo Zambaldi ; citerò il ti-
tolo di quelli che sono ricavati dal libro I :
Gap. I. Diversità dei fini e dei beni. Fine ultimo e bene sommo.
Ordine delle scienze e delle arti conforme a quello dei 6ni e dei
beni.
Gap. VII. Il fine ultimo e la felicità.
Gap. X. Elementi costitutivi della vita felice: virtù^ piacere, beni
esterni e di fortuna.
Ma a questo punto non avrei tralasciato quel tratto del cap. XIII
{no2a 27 — iio3a 10) in cui si ricerca la natura delle due parti
deir anima, perchè « secondo la differenza, dice A., di queste due
parti si dividono pure le virtù, e così diciamo che alcune di esse
sono intellettive, e alcune sono dette morali: la sapienza, T intelli-
genza e la sagacità sono virtù intellettive ; la liberalità e la tempe-
ranza sono morali ».
Torino, 18 magi;io 1882.
G. B. Barco.
Giuliani] leggiamo : « Siccome dice Aristotile, nel secondo delVAnimay
vivere è Tessere delli viventi ; e perciocché titere è per molti modi (sic-
come nelle piante ver/etare, negli animali vegetare e sentire, negli uu-
mini vegetarti, sentire e ragionare ovvero intendere)^ e le cose», ecc. v.
Gli editori milanesi^ seguendo un unico codice, a sentire aggiungono
muovere. Contro tal lezione non solo si può citare Taltro testo di Da.nte
(Conv.^ HI, 2) : Aliatotelo a dico che TAnima principalmente ha ti-e po-
tenze, cioè vivere, sentire e rof/ionnre : e dice anche muovere; ma
questa si può col sentire fare una, ecc. >, dove quéiV anche nscLiara
subito ogni cosa ; ma putovasi far meglio, recando innanzi queste bel-
lissime parole del filosofo di Dante [De An., 11^ 2, 413/^ 1): « Pertanto
la vita è negli esseri viventi mediante questo principio (vegetativo), e
Vanimale poi è essenzialmente costituito tale per via dolla sensibilità;
ed invero^ noi diciamo animnli e non soltanto esseri viventi anche
quelli cho non si muovono e non mutano posi/.ione, ma che sono dotati
della sensibilità 0.
Pii:tro LssELUi, gerente rapomabile.